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Populismo

Perché Europa e Obama farebbero bene a cercare di capire i vari Putin e Orban anziché trattarli da mostri

Mondiali 2014, Finele: Germany Argentina

L’infornata di sanzioni Ue contro Mosca appena approvata dai governi europei era inevitabile ed è appropriata: a prescindere da ogni altra considerazione di politica e di diplomazia internazionali, chi destabilizza un paese confinante armandone i ribelli con sistemi bellici così sofisticati che costoro non sono capaci di usarli, e finiscono per abbattere un aereo civile uccidendo 300 innocenti, merita una punizione. Non ci sono giustificazioni per fatti del genere, come non ce ne sono quando l’artiglieria israeliana colpisce le scuole dell’Onu dove hanno cercato riparo i civili palestinesi e non ce ne sono quando i razzi palestinesi seminano il terrore nelle cittadine israeliane.

putin-assadTrovo invece patetica la crescente demonizzazione di Vladimir Putin, indicato sempre più come l’uomo da abbattere affinché tutto torni alla normalità, e la cooperazione fra Russia, Usa e Unione Europea in vista del trionfo universale della convivenza pacifica, della liberaldemocrazia e dell’economia di mercato globalizzata ricominci come ai bei tempi della presidenza Eltsin.

Le esperienze del passato sembrano non avere insegnato nulla: l’opinione pubblica occidentale ha creduto che bastasse sbarazzarsi di Saddam Hussein, di Mubarak o di Gheddafi per vedere trionfare la libertà e la democrazia nel mondo arabo, salvo poi scoprire che le cose erano meno semplici di quanto pareva dall’esterno. Il conflitto israelo-palestinese? Una volta fuori gioco Sharon e Arafat, nemici che si reggevano reciprocamente, israeliani e palestinesi più flessibili dei loro due capi avrebbero trovato la quadratura del cerchio. Infatti… Adesso si pensa la stessa cosa di Putin, di Bashar el Assad e persino di Erdogan, capo di governo turco eletto e rieletto ogni volta con maggioranze sempre più ampie.

L’idea che un dittatore o un leader autoritario o semi-autoritario siano espressione di una specifica e irripetibile costellazione storica, sociale, culturale, politica ed economica continua a non sfiorare le menti della maggior parte dei commentatori e della gente comune. Per l’americano e l’europeo medi, intrisi di cultura individualista, il dittatore o l’uomo forte sono espressione di se stessi e di una volontà di potenza individuale, niente di più. Quando il loro modo di fare politica crea dei problemi all’Occidente, la cosa da fare perché spariscano quei problemi è far sparire il disturbatore in persona. Certo, ci sono pur sempre politici e intellettuali di alto profilo – come Henry Kissinger, Mikhail Gorbaciov, Stephen Cohen – che spiegano che in realtà il leader del Cremlino fa quello che qualunque capo di Stato russo avrebbe fatto in circostanze analoghe, perché nessun governante moscovita può permettere che l’Ucraina scivoli nell’area politico-militare della Nato. Ma sono in minoranza e le loro idee non vengono prese in considerazione.

Viktor OrbanQualcosa però si sta muovendo, e merita attenzione e approfondimento, senza giudizi precipitosi: le situazioni si stanno evolvendo sotto i nostri occhi. Ha fatto scalpore un discorso del premier ungherese Viktor Orban (foto a sinistra) pronunciato il 26 luglio scorso. Dopo aver premesso che l’esperienza della crisi finanziaria internazionale dimostra che «gli stati liberaldemocratici non sono in grado di restare competitivi a livello globale», ha affondato un colpo sbalorditivo: «Non credo che la nostra appartenenza all’Unione Europea ci precluda la possibilità di edificare un nuovo stato illiberale, basato sulle nostre fondamenta nazionali», ha detto.

Il progetto avrebbe due motivazioni. Una di tipo identitario: «l’Ungheria non è un’ammucchiata di individui, è una nazione», ha detto il primo ministro. Mentre libertà e democrazia devono continuare a prevalere, l’ottica dei diritti individuali dovrebbe lasciare posto all’etica dei doveri verso il proprio popolo. Poi ci sono motivi economici. La globalizzazione economica e la liberaldemocrazia individualistica sono un binomio che sembra non funzionare: con la relativa eccezione degli Usa, che sono pur sempre la potenza dominante, e della Germania favorita dall’architettura dell’euro, i paesi che sembrano reggersi meglio non appartengono all’Occidente: «Oggi il mondo cerca di capire la natura di sistemi che non sono occidentali, che non sono liberali e fore non sono nemmeno democrazie, ma che hanno successo». I nomi? Orban menziona Singapore, Cina, India, Russia e Turchia. Sono alcuni dei paesi i cui leader sono maggiormente criticati nella stampa europea e statunitense.

A parte la disinvoltura con cui Orban mette insieme sistemi che si possono definire democratici con altri che non lo sono minimamente, è vero che un numero crescente di paesi che non appartengono all’Occidente e che spesso non condividono i suoi valori stanno ottenendo successi politici e/o economici. A volte anche quando l’economia rallenta, il consenso per i governi resta alto. Il tasso di approvazione di Vladimir Putin, il nuovo “uomo nero” dei media occidentali, all’inizio di giugno aveva toccato il massimo storico dell’83 per cento. Anche Erdogan, che nei mesi delle proteste di piazza Taksim era sceso dal 59 del 2013 al 39 per cento, è risalito oltre il 50 per cento ed è il favorito assoluto per le presidenziali del 10 agosto. Nell’aprile scorso Viktor Orban, la bestia nera della Commissione europea e del Parlamento europeo, ha vinto un nuovo mandato da primo ministro col 44,5 per cento dei voti.

Cena di gala per Merkel e Obama al castello di CharlottenburgEffettivamente siamo in presenza di due problemi. Il primo è che il modello politico occidentale, presentato come la sintesi perfetta di prosperità, giustizia sociale, economia di mercato, libertà pubbliche e private, sistema politico democratico non attira più come in passato. Gli europei per primi avvertono i suoi limiti. In un mondo dominato dai movimenti dei grandi capitali e dalla finanziarizzazione dell’economia, dove tutti i paesi sono costretti a praticare le stesse politiche economiche e sociali fin nei dettagli per non veder esplodere il debito sovrano, dove il margine di manovra dei parlamenti nazionali si fa sempre più stretto perché l’80-90 per cento delle norme viene decisa non democraticamente a Bruxelles, dove le sentenze dei tribunali costituzionali, delle Corti europee e delle Corti d’appello stabiliscono quali leggi possono essere approvate dalla volontà popolare e quali no, dove le varie leggi nazionali sulle varie “fobie” riducono costantemente lo spazio della libertà di parola, viene da interrogarsi se quella che vige sia democrazia sostanziale e se le libertà siano formali o reali.

Le leggi e la pressione del conformismo culturale ci obbligano a parlare in un certo modo e ci puniscono con l’emarginazione o con sanzioni penali se deroghiamo, i giudici cassano le leggi che abbiamo approvato votando per un certo partito (per esempio quella sulla fecondazione eterologa; e a Strasburgo stavano per mettere fuorilegge i crocefissi nelle scuole, se non fosse intervenuta la Grand Chambre), i mercati finanziari e i vincoli della moneta unica europea decidono al posto dei governi cosa si può fare e cosa non si può fare. È ancora democrazia questa? È ancora libertà?

Poi c’è l’altra grande questione: l’incapacità di guardare agli altri come altri, di dare un significato all’alterità. Così il russo è solo un euro-asiatico politicamente immaturo, che si è lasciato sedurre e manipolare dal proprio capo supremo. Liberiamo il minorenne russo, incline a credere a tutto ciò che la propaganda di Stato gli propina, dal suo tutore, e Mosca diventerà come Belgrado: una capitale di tradizione slavo-ortodossa desiderosa di omologarsi in tutto e per tutto ai canoni dell’Unione Europea.

milosevicIl paragone fra la Serbia di Milosevic e la Russia di Putin l’ho letto nelle pagine dell’autorevolissimo New York Times: secondo Roger Cohen bisogna trattare Putin come Milosevic, e la Russia farà lo stesso percorso che ha fatto la Serbia. Forse Cohen farebbe bene a ricordarsi come trattammo la Russia al tempo della crisi del Kosovo. A Mosca c’era Eltsin, che pur protestando molto di fatto dette il via libera ai bombardamenti Nato su Belgrado e sulle truppe serbe in Kosovo, perché non minacciò un intervento militare. Quando Belgrado capitolò, Mosca fece da mediatrice fra la Serbia e la Nato per le decisioni relative all’ingresso delle truppe euroatlantiche in Kosovo e chiese di potere avere un ruolo. Venne tenuta fuori come un lebbroso. Eltsin dovette mandare i suoi parà nottetempo all’aeroporto di Pristina, in una specie di blitz insensato – i parà russi erano un’isoletta circondata dai militari degli altri paesi- per dare al mondo l’impressione che la Russia stava sorvegliando le attività della Nato in Kosovo.

Con questi precedenti – oltre alle promesse tradite fatte a suo tempo a Gorbaciov di non accogliere nella Nato i paesi che uscivano dal Patto di Varsavia – non c’è da stupirsi della politica di Putin. L’ex ufficiale del Kgb ha fatto quello che qualunque altro presidente russo avrebbe fatto. Dopo avere rimesso un po’ in piedi la Russia dal punto di vista economico e del funzionamento delle istituzioni (al tempo di Eltsin c’era una bellissima libertà di parola e di stampa, ma più povertà che sotto il comunismo e la paralisi completa dei servizi pubblici) il nuovo leader ha cercato di restaurare la forza della Russia come grande potenza e di bloccare l’espansione della Ue e della Nato in direzione di Mosca.

In Ucraina sta perdendo la partita, come tutti capiscono sin dai giorni dell’occupazione della Crimea. Ma se Putin dovesse uscire di scena perché l’Ucraina scivola definitivamente verso Washington, le probabilità che a ciò corrisponda una democratizzazione e liberalizzazione della vita politica russa sono pari quasi a zero. Ha scritto George Friedman su Stratfor, il principale sito internet americano di geopolitica: «Coloro che pensano che Putin sia allo stesso tempo il più repressivo e il più aggressivo leader russo immaginabile dovrebbero riflettere che le cose non stanno così. Lenin, per esempio, faceva paura. Ma Stalin fu molto peggio. Potrebbe venire un tempo in cui il mondo guarderà a Putin come a un tempo di liberalità. Perché se la lotta di Putin per sopravvivere e dei suoi sfidanti interni per spodestarlo dovesse diventare più intensa, la disponibilità di tutti a diventare più brutali potrebbe ugualmente crescere».

isilLa Russia sta destabilizzando l’Ucraina, su questo non ci piove. Ma anche la Ue e la Nato stanno destabilizzando la Russia, consapevolmente o inconsapevolmente. Non stanno semplicemente osteggiando un leader autoritario: stanno mettendo in pericolo l’esistenza politica e istituzionale della Russia. Gli europei probabilmente sono in buona fede, e credono di poter fare della Russia un’altra Serbia, convertita all’europeismo dopo la caduta di Milosevic; ma gli americani pensano a una Russia serbizzata in un altro senso: un’entità politica smembrata di diritto o di fatto, gestita da oligarchi ai quali sarebbero affidati spazi territoriali specifici, la quale non costituirebbe più una minaccia geopolitica per gli Usa.

Insomma, all’amministrazione Obama non dispiacerebbe se la Russia andasse in pezzi, come ci stanno andando Siria e Iraq. Ai tempi di G.W. Bush la linea ufficiale consisteva nell’esportazione della democrazia, che avrebbe trasformato i nemici in amici. Al tempo di Obama, più realisticamente si mira a disintegrare dall’interno i nemici. Resteranno nemici, ma non nuoceranno più. Nella democrazia come sistema universale prima di tutto sembrano non crederci più gli americani, cioè quelli che l’hanno inventata.

densità popolazione

img1024-700_dettaglio2_Densita-popolazione-italiana-provinceQuando si pensa alla sovrappopolazione, di solito l’Italia, se paragonata all’America centrale e del sud, all’Africa e al Medio Oriente, non viene considerata fra i paesi più popolosi del mondo; anzi, stando ai mass-media l’Italia avrebbe una natalità in costante diminuzione.
Niente di più falso.

Stando ai dati dell’Atlante Geografico DeAgostini del 2003 (quindi la popolazione e la densità attuali saranno maggiori):

ITALIA
Superficie: 301.338 kmq
Popolazione: 57.056.000 ab.
Densità: 189 ab./kmq

Ora passerò in rassegna alcuni stati del mondo, tenete d’occhio il rapporto superficie/popolazione e la densità.

AMERICA DEL SUD

ARGENTINA
Superficie: 2.780.272 kmq
Popolazione: 36.695.000 ab.
Densità: 13 ab./kmq

CILE
Superficie: 756.096 kmq
Popolazione: 15.116.435 ab.
Densità: 20 ab./kmq

COLOMBIA
Superficie: 1.141.748 kmq
Popolazione: 43.616.000 ab.
Densità: 38 ab./kmq

L’Italia non avrebbe problemi a passare per una nazione fra le più popolose dell’America Latina.

AMERICA CENTRALE E DEL NORD

MESSICO
Superficie: 1.958.201 kmq
Popolazione: 101.223.000 ab.
Densità: 52 ab./kmq

CANADA
Superficie: 9.970.610 kmq
Popolazione: 30.277.000 ab.
Densità: 3 ab./kmq

Il Messico, che è circa sei volte l’Italia, ha una popolazione poco più del doppio di quella Italiana! Per non parlare del fatto che ci sono più italiani in Italia che canadesi in Canada, tenendo presente che il Canada e circa trentatre volte l’Italia…

AFRICA

CONGO
Superficie: 342.000 kmq
Popolazione: 3.205.000 ab.
Densità: 9 ab./kmq

ETIOPIA
Superficie: 1.133.882 kmq
Popolazione: 66.039.000 ab.
Densità: 58 ab./kmq

MAROCCO
Superficie: 458.730 kmq
Popolazione: 29.355.000 ab.
Densità: 64 ab./kmq

Si parla tanto dell’Africa come se fosse “la regina indiscussa della sovrappopolazione” quando in realtà l’Italia non è da meno, anzi…

MEDIO ORIENTE

ARABIA SAUDITA
Superficie: 2.248.000 kmq
Popolazione: 23.102.000 ab.
Densità: 10 ab./kmq

IRAN
Superficie: 1.645.258 kmq
Popolazione: 64.540.000 ab.
Densità: 40 ab./kmq

PAKISTAN
Superficie: 796.096 kmq
Popolazione: 143.768.000 ab.
Densità: 181 ab./kmq

Anche nei confronti dei paesi arabi, che hanno la fama di essere super-affollati, l’Italia non sfigura.

EUROPA

FRANCIA
Superficie: 543.965 kmq
Popolazione: 59.183.000 ab.
Densità: 109 ab./kmq

SVEZIA
Superficie: 449.964 kmq
Popolazione: 8.925.000 ab.
Densità: 20 ab./kmq

POLONIA
Superficie: 312.685 kmq
Popolazione: 38.626.000 ab.
Densità: 124 ab./kmq

Anche in Europa siamo in “buona” posizione.

SUD EST ASIATICO E ESTREMO ORIENTE

MYANMAR (BIRMANIA)
Superficie: 676.577 kmq
Popolazione: 46.298.000 ab.
Densità: 68 ab./kmq

VIET NAM
Superficie: 331.690 kmq
Popolazione: 79.759.000 ab.
Densità: 240 ab./kmq

GIAPPONE
Superficie: 372.824 kmq
Popolazione: 127.435.000 ab.
Densità: 342 ab./kmq

Se siete stati attenti, il Viet Nam e il Giappone sono gl’unici paesi che hanno una densità superiore a quella italiana. Nel caso del Giappone, la sua densità supera perfino quella della Cina (134 ab./kmq) e dell’ India (317 ab.kmq). Questo significa che se il Giappone fosse grande come la Cina sarebbe circa tre volte più popoloso.

OCEANIA

AUSTRALIA
Superficie: 7.703.429 kmq
Popolazione: 19.704.500 ab.
Densità: 3 ab./kmq

NUOVA ZELANDA
Superficie: 268.021 kmq
Popolazione: 3.942.000 kmq
Densità: 15 ab./kmq

PAPUA NUOVA GUINEA
Superficie: 462.840 kmq
Popolazione: 5.491.000 ab.
Densità: 12 ab./kmq

Dopo questo mastodontico post, sfido chiunque a dire che la sovrappopolazione è “un problema dei paesi poveri” o “del Terzo Mondo” e non italiano.

Gli USA prima potenza petrolifera

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Gli Stati Uniti diverranno nei prossimi anni i maggiori produttori mondiali di petrolio e gas, materie prime di cui saranno presto anche esportatori.
La notizia, destinata a modificare radicalmente gli equilibri geopolitici internazionali e probabilmente la percezione stessa dell’America nel mondo, è stata ufficializzata dal recente rapporto World Energy Outlook redatto dall’Agenzia Internazionale dell’Energia. “Il Nord America è in prima linea di una trasformazione radicale della produzione di petrolio e gas che interesserà tutte le regioni del mondo“ ha dichiarato il direttore esecutivo dell’AIE, Maria van der Hoeven.
L’analisi evidenzia il culmine di un mutamento che in vent’anni ha visto Washington passare dal top della classifica mondiale dei consumatori di energia e importatori di petrolio al primo posto tra i produttori, anticamera della piena autosufficienza energetica.
I primi a vedersi sorpassare dagli americani saranno i russi che nel 2015 scenderanno al secondo posto tra i produttori mondiali di gas ma due anni dopo toccherà ai sauditi perdere il primato tra i produttori di greggio.
“Attorno al 2017, gli Stati Uniti diventeranno il principale produttore di petrolio, superando l’Arabia Saudita – ha sottolineato Fatih Birol, economista dell’agenzia.
Le previsioni indicano che nel 2030 gli Stati Uniti produrranno petrolio sufficiente a soddisfare il fabbisogno interno e ne diventeranno esportatori.
A premiare gli sforzi statunitensi sul fronte energetico non contribuiscono solo l’aumento della produzione interna e le tecniche estrattive improntate alla massima efficienza ricavando il metano dalle argille (shale gas) e combinando la perforazione orizzontale con la fratturazione idraulica.
Anche le politiche di contenimento dei consumi e l’adozione di misure concrete per il risparmio energetico e lo sviluppo di biocarburanti per veicoli e aerei contribuiscono a ridurre il fabbisogno e la dipendenza dalle importazioni.
I dati di oggi rivelano la tendenza definita dal rapporto: nei primi nove mesi di quest’anno  gli Stati Uniti hanno estratto circa 6,2 milioni di barili di greggio, 1,2 milioni in più del 2008.
“Nel 2011, per la prima volta dal 1949, gli Stati Uniti sono divenuti esportatori netti di prodotti raffinati, mentre la dipendenza dalle importazioni di petrolio greggio ha conosciuto un’inattesa inversione, scendendo in cinque anni dal 60 al 42 per cento grazie all’aumento della produzione (20 per cento dal 2008) e al declino dei consumi dopo il picco toccato nel 2007 ” ha scritto su “Affari Internazionali”  Alberto Clò, professore ordinario di Economia industriale all’Università di Bologna e Direttore della Rivista Energia.
“L’aumento della produzione di shale gas, salita al 40% della complessiva offerta, ha reso il paese sostanzialmente indipendente, creando oltre un milione di posti di lavoro e generando un surplus d’offerta che ha fatto crollare i prezzi interni del metano a livelli 3-4 volte inferiori a quelli del 2008 e a quelli oggi praticati in Europa” ha aggiunto Clò.”
La produzione americana di greggio è prevista aumentare entro il 2020 da 9,0 sino a quasi 16,0 milioni barili/giorno e quella di gas metano da 575 sino a 709 miliardi metri cubi nel 2030.
Citigroup ne stima il complessivo impatto incrementale sulla ricchezza americana nell’ordine di 2-3 punti percentuali, con un drastico taglio dell’energy bill con l’estero, che conta per oltre la metà delle complessive importazioni; un ulteriore rafforzamento del dollaro; forte crescita dell’industria e dell’occupazione.”
Nello stesso periodo in cui gli Stati Uniti raggiungeranno la piena autosufficienza energetica, l’AIE prevede che l’Asia continui a sostenere la domanda globale di petrolio, destinata a crescere di 7 milioni di barili al giorno entro il 2020 e a raggiungere i 100 milioni di barili al giorno nel 2035 contro  gli 87 milioni di barili del 2011.
I cambiamenti sul mercato dell’oro nero indicati dall’agenzia non riguardano solo gli Stati Uniti. L’Iraq ad esempio è destinato ad aumentare del 45 per cento la sua produzione entro il 2035 superando la Russia per livello di esportazioni.
Difficile valutare l’impatto sui prezzi poiché i fattori che lo determinano possono variare rapidamente e non dipendere solo dal nuovo ruolo degli Stati Uniti,  ma secondo l’AIE il costo del greggio salirà dai 108 dollari al barile di oggi a circa 125 dollari  (in termini di valore costante al netto dell’inflazione, pari a 215 dollari in termini reali) anche se negli ultimi tempi gli sbalzi sono stati vertiginosi: da un dollaro e mezzo al barile del 1970 agli 8 dollari del 1974,  dai 147 dollari del 2008 ai 50 dell’anno successivo.
Le stime sui prezzi dei prossimi 20 anni non tengono conto infatti delle variabili rappresentate da conflitti e tensioni nelle aree di maggior produzione di petrolio e gas che, dal Medio Oriente all’Asia Centrale all’Africa, sono in buona parte ben poco stabili o già destabilizzate.
Sui prezzi dipenderà inoltre il mantenimento di accordi tra i produttori come quelli in vigore oggi nell’ambito dell’Organizzazione dei Paesi produttori di petrolio (OPEC) o quello stipulato tra Stati Uniti e Arabia Saudita per garantire stabilità nelle forniture e nei prezzi ai mercati internazionali.
Il primato statunitense potrebbe cambiare radicalmente gli equilibri del mercato energetico portando i produttori a dirigere i flussi sempre di più verso l’Asia che con i suoi colossi economici e industriali avranno sempre più bisogno di energia.
L’AIE valuta che Cina, India e Medio Oriente assorbiranno oltre il 60 per cento dell’aumento del fabbisogno di energia nei prossimi anni. Un processo del resto previsto da tempo e in parte già in atto mentre il ruolo degli Stati Uniti tra i produttori di gas e petrolio potrebbe rendere più improbabile il distacco delle quotazioni energetiche dal dollaro propugnato oggi da Iran e Cina.
Al di là dell’impatto benefico sull’economia nazionale e sulla bilancia dei pagamenti, l’autonomia energetica potrebbe influire pesantemente sulle priorità strategiche di Washington e sulla percezione e difesa dei suoi interessi nazionali.

Guerra ai cristiani

Guerra ai Cristiani
la copertina del libro Guerra ai Cristiani

Anche se spesso buona parte dei media non ne dà adeguato risalto, perché intrisi delle logiche del «politicamente corretto», i cristiani nel mondo sono realmente vittima di persecuzioni e discriminazioni.
Ma per fortuna non tutti tacciono su questo fenomeno triste ed insieme degno di rilievo. Tra gli uomini più attivi e determinati nel denunciare questo stato di cose figura senz’altro l’europarlamentare del Pdl Mario Mauro, autore del bel nuovo saggio Guerra ai cristiani. Anche in qualità di rappresentante della presidenza dell’Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), l’alto esponente politico-istituzionale del movimento di Berlusconi si sta spendendo da anni per la difesa dei diritti umani, e portano la sua firma le due risoluzioni del Parlamento europeo in cui si prende atto e si condanna la situazione persecutoria nei confronti dei cristiani nel mondo. E’ proprio il cristianesimo quello che è preso di mira più di tutte le altre confessioni religiose. L’associazione Aiuto alla Chiesa che soffre, nei suoi ultimi rapporti, ha dimostrato come il 75% delle discriminazioni a base religiosa nel mondo sino proprio a danno dei cristiani. E l’agenzia Fides riporta che ci sono stati solo l’anno scorso ben 37 omicidi sulla base del mero odio anticristiano.
Sembra che non ci sia zona del globo terrestre in cui si risparmino i cristiani da attacchi, violenze, soprusi e vessazioni. Il fondamentalismo islamista in molti paesi arabi africani e del Medio Oriente asiatico ed il totalitarismo politico di matrice comunista in alcune aree dell’Estremo Oriente, non stanno lasciando scampo a persone e gruppi che intendono in qualche modo rendere una testimonianza pubblica e/o culturale della loro fede cristiana. Dalle vere e proprie crocifissioni in Sudan alla legge pakistana sulla blasfemia, dalla tendenza dell’amministrazione pubblica egiziana ad «islamizzare» i cittadini fin nei loro documenti d’identità agli arresti e torture in Iran, è evidente come l’islamismo radicale stia facendo di tutto per annientare la presenza cristiana in quei luoghi. La proposta culturale cristiana viene strumentalmente ed ingiustamente bollata come uno sfregio ed un oltraggio ad Allah ed alla religione maomettana, che si vuole appunto egemone e dominante. Chiese e villaggi bruciati e distrutti ci sono anche in India, in cui si contano anche atroci casi di cristiani arsi vivi. I cristiani vengono messi ai margini anche nell’isola di Cipro, dove l’occupazione turca ha provato già in passato a cancellare molti simboli e luoghi sacri. I cristiani devono porre massima attenzione alle attività che svolgono anche nella più «laica» Turchia. Nel Medio Oriente, come in Iraq, si attuano strategie per incrementare l’esodo dei cristiani dalla Terra Santa. Per non parlare dell’Estremo Oriente, della Cina ad esempio, dove i cattolici fedeli al pontefice romano sono perseguitati dalle forze dell’ordine statali e tendono ad essere qualificati come «agenti al servizio di una potenza straniera», e dunque si trovano a far parte della chiesa «sotterranea e clandestina», mentre quella «ufficiale» deve coercitivamente fare riferimento, più che al papa, al Partito comunista cinese.
Sempre in merito all’ostilità al cristianesimo, all’islamismo ed al comunismo presenti soprattutto in Africa ed Asia fa da complemento il relativismo laicista del continente europeo. Quella che va per la maggiore sembra essere una certa corrente neoilluministica, per cui vengono visti con diffidenza, quando non con disprezzo, i corpi intermedi naturali tra l’individuo e lo stato, mentre la religione (anzitutto quella cattolica) deve essere relegata nell’ambito strettamente individuale e privato, e non deve avere rilievo pubblico ed «influenzare» le scelte culturali e politiche. L’uomo è, invece, ontologicamente portato a cercare un significato ed un senso ultimo alla propria vita. E ciò non può non avere ripercussioni ed un rilievo nella società e di conseguenza nella cultura e nella politica.
Termini come pari opportunità, uguaglianza, democrazia, laicità, diritti e principio di «non discriminazione» subiscono una strumentalizzazione e servono in realtà a coprire un approccio ed atteggiamento delle istituzioni comunitarie e di forze politiche soprattutto di sinistra improntato all’indifferentismo religioso ed al nichilismo. Si ostacolano e marginalizzano politiche per la difesa della vita dal concepimento al suo termine naturale e per la promozione della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, e s’incentivano, al contrario, misure atte a favorire le unioni omosessuali con relative adozioni di bambini, l’aborto come contraccettivo, l’eugenetica come segno di «salute riproduttiva», ore di etica ed educazione alla cittadinanza al posto dell’ora di religione cattolica nelle scuole. E’ poi da ricordare come la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo abbia condannato l’Italia per la presenza per via legislativa del crocifisso nelle aule scolastiche. Ma il calo demografico ed il crollo dei matrimoni non sono che l’altra faccia della medaglia dell’attuale situazione di crisi e declino del Vecchio Continente, dove l’aborto è diventato statisticamente la più grande causa di mortalità.
Insomma, occorre fronteggiare il relativismo ed il fondamentalismo, e procedere alla difesa e promozione del cristianesimo, perché laddove c’è la presenza cristiana nella società si sviluppano anche la dimensione comunitaria (anche di opere ed imprese), la laicità delle istituzioni, una legislazione più rispettosa del diritto naturale, un allargamento della ragione ed una più autentica promozione della dignità della persona, dei diritti umani e della libertà. Ed è certamente a partire dall’Italia e dall’Europa che si deve condurre una proposta ed azione politica e culturale volta a difendere le nostre radici cristiane e la libertà religiosa. E da qui sviluppare anzitutto una cultura ed al contempo una politica mirate ad incentivare la natalità, la famiglia formata dall’unione stabile tra un uomo ed una donna aperti alla vita ed educazione dei figli, la solidarietà, lo sviluppo socio-economico, la pace, la giustizia e la libertà.
(di Mario Secomandi- dal sito “Ragionpolitica.it”)

Persecuzione dei cristiani : filmato

Persecuzione dei cristiani in Nigeria



Persecuzione dei cristiani in Pakistan

Persecuzione dei cristiani in palestina

Persecuzione dei cristiani in Libano


Persecuzione dei cristiani in Turchia


Delle persecuzioni in Indonesia ne abbiamo già parlato in Indonesia musulmana e gli altri. E parleremo delle persecuzioni in Egitto, del Pachistan, di nuovo del Libano, del Sudan … la lista è lunghissima

Islam – una religione che perde consensi

il prezzo da pagare
il prezzo da pagare : Se non si trattasse di una storia vera, questo racconto potrebbe essere qualificato come un romanzo mozzafiato, che ti prende dalla prima all’ultima pagina. In realtà si tratta di un racconto dal vero, dove l’autore, che non si presenta con il vero nome per motivi di sicurezza, narra la sua conversione dall’islamismo al cattolicesimo e le persecuzioni di cui è stato fatto oggetto

Frotte in fuga dall’islam cercano le chiese e si fanno cristiani 667 islamici all’ora, 16mila al giorno, 6 milioni all’anno.
Lo sceicco Ahmad al-Qataani esagererà pure, ma il fenomeno allarma le autorità musulmane. Che quindi inaspriscono la repressione. Ma non serve a nulla…
Il battesimo di Magdi Cristiano Allam ha fatto notizia, ma è solo la punta di un iceberg gigantesco, le cui dimensioni esatte sono in larga misura ignote. I gravi pericoli cui va incontro chi abbandona la fede islamica rendono difficili le stime, ma le notizie disponibili lasciano intuire un fenomeno rilevante, forse persino in grado di modificare clamorosamente il futuro del mondo.
Secondo il London Times, il 15% circa dei musulmani residenti in Europa hanno lasciato l’islam. In Gran Bretagna sono attorno alle 200mila unità e in Francia si calcola che ogni anno 15mila islamici diventino cristiani: più o meno 10mila cattolici e il resto protestanti.

Nel 2006 lo sceicco Ahmad al-Qataani, intervistato da Al-Jazeera, pronunciò parole allarmate: «L’islam è sempre stato la principale religione dell’Africa e un tempo c’erano 30 lingue africane che si scrivevano in caratteri arabi. Il numero dei musulmani africani è attualmente di 316 milioni, metà dei quali sono nordafricani di cultura araba. Nella parte dell’Africa non araba il numero dei musulmani non eccede i 150 milioni. Quando si pensa che l’intera popolazione africana è di un miliardo di persone, ci si rende conto che in proporzione il numero dei musulmani è diminuito notevolmente rispetto all’inizio del secolo scorso.
D’altra parte il numero dei cattolici è aumentato da un milione nel 1902 a circa 330 milioni e a questi si aggiungono 46 milioni di appartenenti ad altre confessioni cristiane.
Ogni ora 667 musulmani si convertono al cristianesimo. Ogni giorno 16000 (sedicimila) musulmani si convertono al cristianesimo. Ogni anno 6 milioni di musulmani si convertono al cristianesimo. Sono numeri enormi.

È probabile che al-Qataani abbia gonfiato i numeri per accrescere l’allarme tra i propri correligionari, ma le sue dichiarazioni rivelano un trend sempre più chiaro: malgrado le minacce di morte e le persecuzioni che subiscono gli “apostati, nel mondo le conversioni dall’islam al cristianesimo sono molto più numerose di quelle in senso contrario. La crescita numerica dell’islam, che di recente (come ha riconosciuto il Vaticano) ha superato il cattolicesimo come religione più praticata nel mondo, si deve infatti quasi esclusivamente all’alta natalità dei Paesi islamici, i cui tassi di mortalità infantile si sono enormemente ridotti rispetto al passato grazie alla medicina occidentale. La crescita del cristianesimo, invece, si basa soprattutto sulle conversioni degli adulti. Come ha scritto il leader cristiano evangelicale Wolfgang Simpson, «negli ultimi due decenni sono arrivati a Cristo più musulmani che in tutti i secoli precedenti».

Non diamo loro il femminismo…
Il personaggio che le autorità religiose islamiche temono di più è il sacerdote copto Zakaria Botros, definito dal giornale arabo al-Insan al-Jadid «il nemico pubblico numero uno dell’islam». I suoi programmi trasmessi via satellite dagli Stati Uniti, nei quali discute da un punto di vista cristiano gli aspetti più problematici del Corano (la guerra santa, l’inferiorità delle donne, la lapidazione e così via), hanno provocato conversioni clandestine di massa al cristianesimo. La sua perfetta conoscenza della lingua araba e delle fonti islamiche gli permette di raggiungere un vasto pubblico mediorientale, e gli spettatori rimangono colpiti dalla frequente incapacità degli ulema, che spesso scelgono il silenzio, di rispondere in maniera convincente alle sue osservazioni. La ragione ultima di questo successo è che, diversamente da certe controparti occidentali che criticano l’islam solo da un punto di vista politico, l’interesse principale di Botros è la salvezza delle anime.

Come ha scritto Raymond Ibrahim sul periodico conservatore statunitense National Review, «molti critici occidentali non capiscono che per disinnescare l’islamismo radicale occorre proporre al suo posto qualcosa di teocentrico e di spiritualmente soddisfacente, non il secolarismo, la democrazia, il consumismo, il materialismo o il femminismo. Le “verità” di una religione possono essere sfidate solo dalla Verità di un’altra religione. Padre Zakaria Botros combatte il fuoco con il fuoco».

In tutto il Medio Oriente la ripulsa per gli aspetti più deteriori legati al fondamentalismo islamico, come l’autoritarismo politico, l’intolleranza, la violenza e il terrorismo, hanno avvicinato milioni di uomini e di donne al cristianesimo. Pare infatti che in Iran un milione di persone si siano segretamente convertite al cristianesimo evangelicale negli ultimi cinque anni. Il pastore Hormoz Shariat sostiene di averne convertite 50mila con il suo programma in lingua farsi trasmesso via satellite. Hormoz fa notare che nel periodo 1830-1979, 150 anni di sforzi di evangelizzazione, i missionari erano riusciti a costituire una comunità evangelicale di sole 3mila persone. Oggi invece il parlamento iraniano, preoccupato per il crescente numero di giovani che abbandonano l’islam, sta lavorando per varare la pena di morte per gli apostati.

Non reggono più la violenza
Un fenomeno simile si sta ripetendo nell’Iraq in guerra, dove sempre più persone, stanche di subire le conseguenze del terrorismo di al Qaida e delle violenze dell’estremismo religioso, ascoltano con scetticismo crescente i discorsi dei loro capi religiosi. Secondo il pastore protestante Paul Ciniraj, 5mila islamici si sono convertiti al cristianesimo in Iraq, 10mila in India, altrettanti in Afghanistan, 15mila in Kazakistan, 30mila in Uzbekistan. Roman Silantyev, segretario esecutivo del Concilio Interreligioso di Russia, ha affermato che l’anno scorso nel suo Paese circa due milioni di musulmani “etnici” si sono convertiti al cristianesimo (100mila solo nel Kirghizistan). Il disgusto per la violenza islamista è fra le motivazioni principali, dato che il numero maggiore di conversioni si è avuto nell’area di Beslan, teatro del celebre quanto atroce attentato contro una scuola elementare.

Un sandwich particolare
In Algeria la conversione di circa 80mila persone ha spinto le autorità governative a emanare di recente leggi che puniscono severamente il “proselitismo” cristiano. In Marocco numerosi articoli di giornale hanno lamentato la conversione di 25-40mila musulmani, soprattutto tra le popolazioni berbere. In Sudan ben 5 milioni di persone hanno accolto Cristo a partire dai primi anni Novanta, malgrado le terribili persecuzioni messe in atto dal governo. Quali le ragioni di queste conversioni in massa? Secondo un leader evangelicale sudanese, «la gente ha visto com’è l’islam, e al suo posto vuole Gesù».

Dopo decenni di guerra islamista, migliaia di conversioni clandestine al cristianesimo sono avvenute anche nelle aree rurali del Kashmir, dove un fedele ha dichiarato: «M’interessa la religione, ma odio la violenza. Odio i fondamentalisti dell’islam. Vengo in chiesa per cercare la pace». Il muftì di Perak, in Malesia, valuta in circa 250mila il numero di chi ha abbandonato l’islam facendo domanda ufficiale di apostasia allo Stato, un diritto che è concesso solo ai cittadini malesi appartenenti a minoranze etniche.

Colpisce che ad attivarsi siano però soprattutto le Chiese protestanti, evangelicali e pentecostali. Nel 1996 la Società Biblica Egiziana vendette solo 3mila copie di un film su Gesù, ma 600mila nell’anno 2000. Conversioni segretissime sembrano verificarsi addirittura tra i palestinesi. Un pastore evangelicale ha dichiarato: «Ho lavorato tra queste persone per 30 anni, e dovete credermi se vi dico di non aver mai visto nulla di simile». Ma vi è di più: come riporta il sito backtojerusalem, un gran numero di missionari predicano il Vangelo lungo la strada che dalla Cina giunge a Gerusalemme; e gli evangelicali della Nigeria vogliono fare l’analogo, con 50mila missionari pronti a battere tutto il Nordafrica per giungere ancora, sempre, ovvio, a Gerusalemme. Un sandwich, con l’Arabia Saudita wahhabita nel mezzo…

Più timida è invece l’attività missionaria di diversi cattolici. Il padre gesuita Samir Khalil Samir, uno dei massimi esperti cattolici dell’islam, consigliere del Papa, testimonia, per esperienza personale, che nei Paesi islamici molto clero cattolico, per paura o per un malinteso “ecumenismo”, cerca di dissuadere le conversioni.

Niente olimpiadi per il Darfur

di Giulio Meotti
da Il FOGLIO dell’8 agosto 2008

Il villaggio di Mazkhabad era immerso nella quiete. Halima Bashir vede avvicinarsi un nugolo di uomini a cavallo, trascinavano delle bambine. “Erano le bambine della scuola”. Halima si trovava in quel villaggio da due mesi come medico. I Janjaweed avevano fucili, coltelli e frustini per cavalli. “Ci gridavano contro. ‘Siamo venuti ad uccidervi’, ‘Vi finiremo tutti’, ‘Schiavi neri’, ‘Siete peggio dei cani’, ‘Non ci saranno più schiavi neri qui’.
Abusarono delle ragazze davanti a tutti, costringendoli a guardare. Ci urinarono addosso. E poi dissero: ‘Vi lasciamo vive per dire ai vostri padri e fratelli che la prossima volta non ci sarà  pietà . Lasciate questa terra. Il Sudan è degli arabi. Non per i cani neri. Anche Halima fu violentata. I miliziani arabi gridavano: “Uccidete le scimmie nere, uccidete i cani neri, uccideteli tutti”. Il suo racconto, che un giorno troverà  posto accanto alla migliore memorialistica sui khmer rossi, si intitola “Le lacrime del deserto”, e ne ha parlato il Sunday Times.
Halima è una delle possibili testimoni se un giorno il Tribunale penale internazionale dell’Aia riuscirà a processare il presidente sudanese Omar al Bashir, ricercato per genocidio e crimini di guerra.
Se il leader serbo- bosniaco Radovan Karadzic è già entrato nella galleria degli orrori del Novecento, per il Darfur non si è avuta la stessa partecipazione di piazza, emotiva, intellettuale, militare e politica. E’ una gigantesca Srebrenica dimenticata.

L’anomalia è presto spiegata: il teatro della tragedia non è l’Iraq occupato dagli angloamericani, non è l’Afghanistan, non è la piccola cittadina bosniaca lacerata dai serbi cristiani.
E’ il Darfur musulmano su cui non si è alzata alcuna voce scandalizzata su al Jazeera o su al Arabiya, nessuna denuncia da parte di leader musulmani nelle sedi internazionali.
Il Darfur è  jihad più export cinese. La Cina alimenta il conflitto garantendo forniture di armi e addestrando i piloti dei cacciabombardieri usati negli attacchi. Un’inchiesta della Bbc ha individuato autocarri carichi di armi nella regione occidentale del Sudan e si parla da mesi di piloti addestrati da Pechino per guidare i caccia cinesi Fantan A5. La Bbc ha accertato l’utilizzo di cacciabombardieri cinesi negli attacchi aerei che di solito precedono l’assalto dei Janjaweed ai villaggi del Darfur. Gli aerei cinesi precedono la pulizia etnica. Due fotografie satellitari mostrano caccia cinesi Fantan presenti all’aeroporto di Nyala, capitale del Darfur del sud, il 18 giugno scorso.

Una madre di sette figli, Kaltam Abakar Mohammed, ha visto tre dei suoi bambini fatti a pezzo dopo un attacco lanciato da questo genere di velivolo. La scoperta di importanti giacimenti petroliferi ha trasformato la repressione di Khartoum in uno sterminio “protetto” dalla connivenza cinese e liberal occidentale. Un rapporto dell’Unione africana, organizzazione famosa per evitare posizioni che possano essere sgradite a questo o a quel governo, denuncia che la tecnica preferita dai janjaweed prevede di incatenare e bruciare vivi gli abitanti di sperduti villaggi.

L’affarismo cinese si innesta su un atavico razzismo a sfondo religioso. Dal 1983, il governo islamista di Bashir ha dichiarato una guerra santa contro gli africani del sud, i Dinka, i Nuba e Neur. Oltre due milioni le vittime decimate.

Nabil Kasseem, amica e collaboratrice del dissidente iracheno Kanan Makiya, ha girato un documentario sul “jihad a cavallo” in Darfur. Vi riporta scene di inaudita violenza e brutalità, testimonianze dirette di rifugiati e di donne stuprate davanti ai propri figli, immagini di interi villaggi distrutti dai janjaweed, il segmento audio di un dialogo tra alcuni piloti delle forze aeree dal quale si evince una strategia di coordinamento degli attachi ai villaggi. Il racconto di Halima fa il paio con quello di Dily, l’arabo sudanese che ha combattuto la guerra al grido di “uccidi gli schiavi, uccidi gli schiavi”.
La sua storia, raccontata alla Bbc, è il primo comprovato resoconto delle stragi pagate, ordinate, commissionate dal governo sudanese ai janjaweed, i predoni arabi terrore del Darfur, e spesso sostenute da Pechino. Il primo e unico racconto autentico sui “demoni a cavallo” che, in tre anni, hanno massacrato decine di migliaia di loro simili in nome di una pulizia etnica imbevuta di guerra agli apostati fomentata dagli imam di Khartoum.
“Avrò attaccato trenta villaggi, arrivavamo a cavallo o con i cammelli, ammazzavamo donne, uomini, bambini, bruciavamo le capanne, se alla fine qualcuno non era ancora morto, lo lasciavamo agonizzare, se non lo finivano le ferite ci pensavano fame e sete… Se sopravviveva il suo racconto diffondeva ancor più paura”.
I soldati di Khartoum ci hanno messo una ventina di giorni per spiegargli come si spara con un kalashnikov, come si bruciano villaggi e vite umane. “Distruggiamo, sterminiamo, in poche ore ce ne andiamo… Se ci sono uomini armati dobbiamo fare più attenzione, studiare l’assalto, nel caso chiedere l’appoggio di Khartoum”.
Succede spesso, è fra le prove a carico di Bashir. “Noi così facciamo, entriamo in groppa ai cammelli spariamo su chiunque si muova, gridiamo ‘morte agli schiavi, morte agli schiavi’, svuotiamo i caricatori nelle schiene, le maciulliamo sotto gli zoccoli dei cammelli… Sono quasi sempre donne, quasi sempre bambini, tutti civili”.

Non tutti muoiono subito.

“Le ragazze le portano dietro le tende, le violentano una a una, se si rifiutano le uccidono subito, altrimenti dopo”. Recentemente nuove prove degli attacchi sono emerse in 500 disegni fatti dai bambini rifugiati nel Ciad. Sono in mano alla Corte penale internazionale dell’Aia, chiamata a giudicare i responsabili dei crimini di guerra e contro l’umanità compiuti durante gli oltre quattro anni di conflitto nella regione occidentale del Sudan.

I disegni mostrano case date alle fiamme in villaggi distrutti, decapitazioni, corpi senza vita in pozze di sangue, donne incatenate tra loro per essere trascinate via e decine di fosse comuni. Si vedono elicotteri, carri armati con la bandiera sudanese, militari in divisa affiancati dai janjaweed a bordo di veicoli con le mitragliatrici.

Gli aggressori hanno la pelle chiara, sono arabi, le vittime hanno la pelle scura, sono africani.

Sono almeno 400mila i morti e oltre 2,5 milioni di profughi e sfollati. Orde di arabi del nord e del centro del paese hanno operato razzie, distrutto villaggi, pozzi, piantagioni, allevamenti e ucciso famiglie, dilaniando vecchi, stuprando donne, abusando di bambini e bambine per poi rivenderli come schiavi nei mercati del Sudan e del medio oriente. Le prove del genocidio continuano ad affiorare. Annientamento totale della popolazione in nome di un suprematismo arabo islamista. Lo chiamano “disastro umanitario” per non voler nominare le cose.
Guerra fra musulmani, razzismo arabista contro i neri. Le testimonianze raccolte da gente fuggita all’eccidio parlano di villaggi messi a ferro e fuoco e di ragazzi uccisi per difendere le mandrie. La gente si difende a mani nude o con vecchi fucili; i Janjaweed hanno mezzi sofisticati: kalashnikov, telefoni satellitari, divise, automobili, spesso fornite da Pechino.
Ma il loro modo di uccidere è tipico di tutte le barbarie: donne dai seni recisi, vecchi con la testa fracassata, bambini sbattuti contro i muri. E centinaia di donne violate, deflorate con lunghi coltelli e marchiate a fuoco sulle mani. Il 27 febbraio 2004 a Tawila, in un solo giorno, i Janjaweed hanno ucciso 67 persone; 41 ragazze, assieme alle loro maestre sono state stuprate, alcune fino a quattordici volte, di fronte ai propri parenti.
I Janjaweed attaccano le piccole carovane di profughi, li derubano di animali, coperte, cibo, decretano la loro morte per fame o per sete; avvelenano i pozzi e bombardano i rigagnoli d’acqua perchè la sete uccida uomini e bestie.
Si aggiunge l’islamizzazione forzata del paese, retto dalla sharia, che fustiga i cristiani che bevono vino, anche quello per la messa, arresta sacerdoti, perseguita vescovi, distrugge le chiese.
Ovunque le donne recano sul corpo sfregi da machete. Human Rights Watch fornisce tre capi d’accusa contro Bashir: fucilazioni di massa da parte dell’esercito e della milizia; attacchi coordinati dove i governativi e i miliziani hanno un ruolo eguale; attacchi in cui le forze governative sono di supporto.
Il 30 agosto 2003 i Janjaweed attaccano Mororo. “Dobbiamo spazzar via questa gente” dicono i comandanti. Iniziano le fucilazioni, come a Srebrenica. Il 9 ottobre del 2003 i villaggi dell’area di Murnei sono scenario della fucilazione di 82 persone. A Urm lanciano razzi su una moschea sufi mentre era in corso un funerale. 42 vittime. Inseguirono l’imam, Yahya Warshal, e lo uccisero sotto gli occhi del figlio. Prima di abbandonare il villaggio, i miliziani presero tutte le copie del Corano e le gettarono nel fuoco.
Nessuna piazza araba si è mobilitata per il jihad nel Darfur. Human Rights Watch documenta 62 attacchi alle moschee nella sola zona di Dar Masalit. In Darfur, regione orientale del Sudan grande quasi come la Francia e abitata da sette milioni di persone, gli autori degli eccidi sono musulmani come le vittime, ma soprattutto sono arabi per lingua e cultura. Sono musulmani i fur, gli zaghawa e i massaleit che formano la spina dorsale dell’Esercito di liberazione del Sudan e del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza, i due gruppi armati che hanno iniziato la ribellione con assalti alle installazioni militari nel febbraio 2003, come sono musulmani quasi tutti i soldati delle forze governative e i janjaweed.
Dagli anni ’80 è in corso una rivolta contro l’arabizzazione. I vincitori sono le tribù arabe, i perdenti sono gli zurga, i “neri” africani. Anche le tribù arabe spesso sono formate da neri, ma a differenza delle altre parlano l’arabo come lingua madre.
Le vittime sono quasi sempre musulmani pietisti, non fondamentalisti, la loro fede è devota, indomita, tollerante, contaminata da animismo. Sono carne da macello. Assassini e vittime in Darfur pregano tutti rivolta alla Mecca.
Bashir appena eletto cacciò i giudici non musulmani e applicò la sharia in molte parti del paese.
Ha definito “jihad” la campagna contro il Darfur. Mahgoud Hussein, portavoce dei ribelli del Sudan Liberation Movement, ha detto che uno dei loro obiettivi è la separazione di stato e moschea. “Sono musulmano anch’io, ma vogliamo che la religione sia un fatto privato e che ciascuno abbia la libertà di praticarla”.
Gli ha risposto Abdul Zuma del governo di Khartoum. “La sharia si applica anche al Darfur”.
All’Aia per la prima volta c’è la possibilità di giudicare la fitna, la guerra civile, interna al mondo islamico. Perchè il Darfur viene dopo l’Algeria e prima dell’Iraq. E’ un litmus test
.
I nomi dei villaggi demoliti sono spilli doloranti. Kondoli, 44 morti; Nouri, 136 morti; Kenyu, 57 morti; Tunfuka, 26 morti; Millebeeda, 59 morti. A Mukjar, definito il “Ground Zero del Darfur”, sono state scoperte dozzine di fosse comuni. Ovunque le moschee sono state distrutte. Il jihad di Khartoum ha cercato di spazzar via il culto sufi della setta Tijaniya. Queste confraternite sufi accarezzano la santità del Profeta senza velleità teocratiche e non a caso costituiscono, oggi più che mai, la bestemmia del panarabismo armato.
Sufi è una parola che rinvia alla lana (sa»f) indossata dai viandanti lungo la strada che conduce alla purezza dello spirito (safà¢). E’ un islam scienza del divino coltivata nell’involucro terrestre, perchè nella legge religiosa individua una “scorza” (al qishr) che protegge l’essenziale, il “nocciolo” (al lubb) rappresentato dal cammino interiore verso il trono di Allah. Un antidoto alle seduzioni totalitarie del monoteismo. Gli imam di Khartoum la chiamano “apostasia”.
Nel 1992 sei imam pro governativi emisero una fatwa che bollava come “infedeli” i sufi e gli animisti. “L’islam ha garantito di uccidere entrambi”. Con la stessa accusa, apostasia, fu messo a morte il riformatore islamico Muhammad Taha, nemico di Bashir e del suo ideologo Hassan al Turabi. Taha auspicava il ritorno al messaggio profetico originale dell’islam, fondò il movimento dei Fratelli repubblicani in opposizione ai fondamentalisti Fratelli musulmani che hanno ispirato le bande janjaweed. Taha è l’anti Qutb, padre fondatore del moderno jihadismo. Taha fu giustiziato per aver protestato contro l’imposizione della sharia da parte del presidente Jafar al Nimeiri.
Il suo libro più importante, “Il secondo messaggio dell’islam”, uscì nel 1967 con la dedica “all’umanità”. Taha vi afferma la visione dei “primi musulmani” che proposero “un islam devoto, caritatevole e coesistente con gli altri”. Durante gli anni roventi dell’islamismo, Taha formulò un messaggio coraggioso e di quietas. Si è anche scritto che se fosse prevalsa la sua visione teologica e non quella di Qutb, non ci sarebbe stato l’11 settembre. Di certo, non avremmo avuto il genocidio in Darfur.

Quando la botola si aprì sotto i piedi di Taha, la folla gridò “Allahu Akbar! Islam huwa al hall”, Allah è grande e l’islam è la soluzione.

I suoi libri furono bruciati in piazza. Come le copie del Corano in Darfur. Aveva osato dire che la sharia è un’”alterazione del vero islam”, la sua uccisione innescò quel gorgo di violenza di cui sono espressione i janjaweed. La verità di questa Srebrenica dimenticata, insieme a tutte le sue fosse comuni, è tutta da scoprire. Bisognerebbe cominciare dagli scritti e dalla vicenda di Mohammed Taha. Il Gandhi dell’islam. Lì forse c’è la chiave per capire.