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Il suicidio industriale dell’italia ha molti fans

finmeccanica-logoNell’articolo “Mosca rinuncia ai blindati “made in Italy“ abbiamo visto come il governo ha cancellato la commessa alla Russia dei carri leggeri Lince. In quello successivo, Veicolo Blindato Anfibio di Iveco e Oto Melara abbiamo visto come sia in pericolo la commessa agli USA dei blindati leggeri anfibi. La domanda che si si pone è : chi ha interesse a uccidere l’industria italiana?
I beneficiari di quello che pare in realtà più un “suicidio” di quel che resta dell’apparato industriale italiano competitivo nel mondo e ancora in grado di sconfiggere nelle gare internazionali i “big players” statunitensi, russi ed europei sono davvero tanti.
Senza voler entrare nel merito delle inchieste giudiziarie che coinvolgono i vertici di Saipem/Eni e Finmeccanica accusati di corruzione o che hanno determinato la chiusura delle acciaierie Ilva a Taranto è evidente che i guai dei grandi gruppi italiani avvantaggiano i rivali stranieri e Paesi che in modo spregiudicato, tenendo sempre ben presenti gli interessi nazionali, hanno gestito in passato con molta disinvoltura scandali e mazzette.
Solo negli ultimi dieci anni le aziende francesi sono state coinvolte in affari di corruzione per vendere navi da guerra a Taiwan e sottomarini al Pakistan, quelle britanniche per piazzare aerei da guerra in Arabia Saudita e altri prodotti in alcuni Paesi africani, per non parlare dello scandalo Lockheed che coinvolse leader politici in Europa e Giappone negli anni’70 e di quello della svedese Bofors che negli anni’80 venne coinvolta in un affare di mazzette per fornire cannoni all’India.
In tutti questi casi la politica intervenne a salvaguardia degli affari e delle aziende, Tony Blair bloccò addirittura le inchieste su Bae Systems adducendo il supremo interesse della nazione e i colossi del settore Difesa sono sempre sopravvissuti agli scandali.
Le difficoltà di Finmeccanica potrebbero invece rivelarsi fatali per il gruppo italiano già in difficoltà finanziarie e alle prese con la riduzione delle commesse nazionali ed europee dovute ai tagli ai bilanci della Difesa.
Nella vicenda Finmeccanica, azienda pubblica controllata dal Ministero del Tesoro, è stata proprio l’assenza dello Stato a peggiorare la situazione venutasi a creare in seguito alle inchieste della magistratura.
Perché il governo non ha sostituito Orsi al vertice del gruppo  fin dall’inizio dell’inchiesta sulle tangenti indiane? Un provvedimento da assumere per salvaguardare l’azienda e certo a titolo temporaneo, considerato che in Italia molte inchieste esplosive si sono concluse con archiviazioni e assoluzioni, ma forse necessario già alcuni mesi or sono per impedire il rischio di gravi ripercussioni sul titolo quotato in Borsa e sulla credibilità e affidabilità del gruppo.
La “latitanza” del governo Monti, che ha lasciato Orsi in un limbo senza togliergli la poltrona ma di fatto sfiduciandolo, sta facendo il gioco dei concorrenti di Finmeccanica (e dell’Italia) che oggi possono ragionevolmente sperare di liberarsi di un importante competitor o di poterne acquisire le aziende.
L’arresto di Orsi e la minaccia indiana di inserire Finmeccanica nella “black list” estromettendola da gare e commesse coincide per ironia della sorte con la visita del presidente francese Francois Hollande a Nuova Delhi per la firma di contratti che riguardano la vendita di reattori nucleari, cacciabombardieri Rafale ed elicotteri.
La tedesca Siemens sembra avere molte chanches di acquisire Ansaldo Energia, la francese Thales punta su Ansaldo STS e Selex mentre da almeno un anno sono “sotto attacco” anche le aziende del settore strettamente militare.
I francesi vorrebbero rilevare Oto Melara (armamenti terrestri) e WASS (siluri) e forse la quota italiana (25 per cento) della società missilistica MBDA ma sembrano interessati anche alle attività spaziali.
I britannici, partner in Agusta Westland, soffrono i condizionamenti e i rischi sui mercati determinati dall’attuale situazione e il colosso Bae Systems potrebbe essere tentata dal riprendere il controllo dell’azienda elicotteristica britannica.
Gli statunitensi sembra invece che puntino a ricomprare DRS (elettronica), acquisita dal gruppo italiano nel 2008 con l’amministrazione Bush, ma stanno facendo di tutto per mettere in difficoltà anche Alenia Aermacchi con la cancellazione improvvisa di due ordini per aerei da trasporto C-27 e G-222 destinati alle forze aeree a stelle e strisce e a quelle afghane.

Del resto il rischio che le aziende hi-tech italiane attive nei settori strategici (energia, difesa, farmaceutico, elettronica…) possano venire acquisiti a prezzi di saldo, complice anche la crisi di liquidità e il crollo dei valori azionari, era stato evidenziato l’anno scorso anche da un rapporto dell’intelligence trasmesso ai governo.
Solo la politica sembra non essersene accorta o comunque non ha fatto molto per scongiurare questo rischio.
A meno che svendere le nostre aziende non rientri in quel processo di “cessione di quote di sovranità nazionale” di cui spesso parlano negli ultimi tempi i massimi vertici istituzionali.
Forse dovremmo indagare un pò più a fondo su certi viaggetti a Berlino, Parigi, Bruxelles e Washington di certi nostri politici.

http://www.lanuovabq.it/it/home.htm

Sulla destra sociale

Roma fu «la chiamata di genti diverse ed inizialmente ostili a fare qualcosa di grande assieme» (Ortega y Gasset)
Roma fu «la chiamata di genti diverse ed inizialmente ostili a fare qualcosa di grande assieme» (Ortega y Gasset)

Il lettore Fabio A. mi scrive dalla Svizzera a proposito della diatriba con Giulietto Chiesa:
«Tale ‘scontro di penne’ mi ha posto in una inizialmente scomoda situazione: Conosco Giulietto Chiesa da anni, come giornalista e scrittore, da quando militavo nella sinistra radicale e lo stimavo parecchio, mentre lei direttore é ‘entrato’ nella mia vita molto dopo, quando le mie vedute hanno cominciato ad abbandonare il dogma sovietico per guardarsi intorno alla ricerca di qualcosa di migliore, di più umano e completo.
Ed ecco spuntare Blondet con la sua ‘destra sociale’ (mi piace identificare cosi il suo pensiero, mi smentisca se non é d’accordo) che, devo ammettere, mi ha rapito parecchio soprattutto sui temi economici e di politica estera in generale e che non può assolutamente essere identificata col pensiero di forzanuova come suggeriva un seguace di Chiesa che, evidentemente, non la conosce affatto…
».
Taglio qui la lettera, di cui ringrazio perché mi dà il modo di chiarire meglio, contro le accuse che mi sono state mosse, la mia posizione.
Per quel che vale, si capisce: non pretendo di contare nulla.
Voglio solo dichiarare apertamente, agli avversari ed amici, dove mi pongo.
E spiegare perché non posso accettare facilmente di essere messo in una casella riassuntiva («reazionario», «destra», «razzista») che, anche quando non intende bollare e diffamare, tradisce la complessità di una posizione a lungo pensata e vissuta.

Su «destra sociale», dunque, preciso: «io sono per l’interesse nazionale», il che può essere visto come «destra».
Ma secondo me, l’interesse nazionale è la sola guida possibile per l’azione politica «non ideologica».
Basta riflettere alle alternative.
Esiste un «interesse soprannazionale»?
Forse la solidarietà col proletariato mondiale: ma questa è ideologia, oltretutto confusa e irrealistica. E quando viene invocata, nasconde interessi oligarchici o imperiali: si pensi alla eurocrazia, a Kouchner, all’«aiuto fraterno» per cui l’URSS invase l’Ungheria.
Invece la nazione è un concetto abbastanza chiaro: è un destino comune, i suoi membri sono tutti nella stessa barca, e per questo «devono essere responsabili l’uno verso l’altro» e verso la sopravvivenza della comunità storica, della sua avanzata nel futuro.
Lo Stato deve organizzare questa responsabilità comune, per esempio con tasse ai ricchi che servano ad assistere i poveri, i malati e invalidi, i bambini, la vedova e l’orfano.
Ciò significa, in primo luogo, rifiutare le lobby (interessi particolari che si fanno prevalere dietro le quinte sull’interesse nazionale), e adottare un sistema penale efficacemente punitivo contro chi delinque, in quanto – come minimo – costui viene meno alla responsabilità che ha verso la nazione: per me, un lobbista e un rom stupratore sono, sotto il profilo criminale, eguali.

In vista del bene della nazione come comunità, lo Stato deve anche proteggere il dibattito intellettuale aperto e onesto – perché la circolazione delle idee fa bene alla nazione, la arricchisce di cultura e di prospettive.
E deve promuovere dirigisticamente la scienza e le tecniche di eccellenza, anche se ciò non porta profitto immediato e per questo – ad esempio – la ricerca viene abbandonata dai privati, che magari vendono aziende eccellenti agli stranieri per pagarsi lo yacht.
Sono anche per una misura seria di autarchia, oggi non a livello nazionale, ma possibile a livello europeo.
Se questa è «destra sociale», allora sia.
E difatti oggettivamente, come ho spesso ripetuto, è stato Bismarck (destra prussiana…) a inventare la prima forma di previdenza sociale per gli operai.
Si noti: previdenza generale e «obbligatoria», nel senso che il padronato fu obbligato a pagare i contributi pensionistici.
E Mussolini fu il primo a fare lo stesso in Italia, l’INPS.
I liberali se ne guardavano bene, era «un costo»…
I socialisti non ci avevano pensato, perché per loro non contava il bene nazionale, ma lotta di classe, ossia la distruzione di una classe della nazione per opera dell’altra.
Per Marx, peggio gli operai stavano, più si sarebbe accelerato il momento della rivoluzione: tanto peggio tanto meglio.
Ma la cosa peggiore di questa posizione di «sinistra», secondo me, è che essa nega alle classi non-proletarie – professionisti, imprenditori, docenti – il «diritto ad esistere».
Ritiene che siano meri ceti parassitari, illegittimi per definizione.
E che possano essere eliminate: fisicamente o socialmente, con la tassazione spoliatrice, riducendole a lavoro dipendente.

Per contro, la visione nazionale ritiene che la nazione abbia bisogno di «tutte» le classi: quelle che creano ricchezza, e quelle che creano scoperte e pensiero, quelle che fanno avanzare la scienza e quelle che garantiscono la difesa legale (gli avvocati), non meno di quelle che fabbricano e lavano i pavimenti.
Di conseguenza, «tutte sono legittime» e tutte hanno diritto di operare liberamente nel quadro legale. Di più: le esigenze che pongono, per esempio le richieste di denaro pubblico che avanzano per sè, vanno ascoltate e prese in considerazione.
Lo Stato deve però vegliare che le esigenze delle classi, specie di quelle potenti, vengano dichiarate «apertamente», non dietro le quinte; e discusse nel pubblico dibattito, il più vasto possibile: in modo che gli interessi contrari possano dire le loro obiezioni e farle ascoltare, e che le classi che chiedono favori debbano giustificarli dimostrando che esser servono l’interesse nazionale, non la loro sola casta.
Perciò la discussione va liberata, senza censure preventive.
Questo è il «dibattito politico», la cui libertà ha però un limite: istanze private o capricciose (come le pretese dei gay o dei trans) non hanno dignità politica, perché possono essere soddisfatte privatamente, senza chiedere denaro pubblico che deve andare – prima – ai bisogni «della vedova e dell’orfano», dei vecchi, dei malati, dei bambini, e dei poveri onesti.

Per questo sono contro il deputato Vladimir Luxuria: non per moralismo di destra, ma perché oscura e falsa il dibattito sull’interesse nazionale.
Tale dibattito politico deve avvenire alla presenza di uno Stato che sia capace non di «mediare», come usa oggi, ma di valutare quali esigenze vadano soddisfatte prima, e quali dopo o per niente – e di assumersi la responsabilità di decidere in base alle priorità.
E qui viene il difficile.
Qualunque decisione, anche la migliore, ha degli effetti collaterali negativi per qualche membro, o classe, della comunità nazionale.
Se una scelta fosse completamente buona, fare politica sarebbe facilissimo: ma non è mai così.
Qualunque decisione è anche un azzardo e richiede qualche sacrificio: per esempio, fino a che punto non aumentare le pensioni minime per dare più fondi alla ricerca?
Il futuro non dimostrerà che si è presa la decisione sbagliata?
E’ possibile.
E il popolo – il sovrano – deve essere ben cosciente che «ogni» scelta può essere sbagliata («opinabile»), e ognuna può essere discussa all’infinito.
E che esistono diverse visioni dell’interesse nazionale, anche opposte, ma legittime nella misura in cui non siano particolariste o all’opposto sovrannazionali-ideologiche.

Ma la discussione deve essere troncata ad un certo punto: e il popolo deve capire che, votando a maggioranza per un programma e un gruppo d’uomini che sostengono quel programma, ha delegato a loro – fino a scadenza del mandato – la «decisione» sulle priorità.
Il gruppo d’uomini scelto dal popolo (il sovrano) deve avere lealtà verso la nazione, deve avere «carattere» – non rimangiarsi la decisione per viltà alla prima opposizione – e deve imperativamente darsi le informazioni e le competenze necessarie per decidere al meglio possibile: per questo, chiamerà a sé altri uomini, i competenti, tecnici e i tecnocrati più stimati nel loro campo.
Lo farà con generosità – chiamando anche chi magari è di altre idee politiche generali, se è bravo – ma anche con attenta sorveglianza, perché i tecnici tendono a imporre la tecnocrazia, come forma di governo «oggettivo» e «scientifico», che è un mito ideologico dietro cui si nascondono interessi non dichiarati (vedi alla voce Eurocrazia, o Goldman Sachs).
Oggi, il liberismo globale e senza limiti legali è la forma più devastante di tecnocrazia, al servizio della finanza e dei suoi profitti.

Ma il danno peggiore che ha inferto all’Occidente è l’aver creato una classe politicante che, anche se volesse, manca della «cultura di governo» per dirigere la nazione in vista del suo bene comune. Ogni politicante ha per interesse il suo partito e le sue clientele, a volte minime, e questo da troppi decenni.
Non ci sono più scuole che insegnino la cultura dello Stato (ciò è bollato come «fascista») né l’arte della direzione governativa («dirigismo», «colbertismo»).
Eppure, negli Stati nazionali, con tutti i loro limiti, questa cultura veniva coltivata.
In Francia, l’Ecole Nationale d’Administration (ENA) prepara (preparava) i dirigenti ministeriali, custodi della nazione, necessari al ministro – politico, con il peso finale di decidere – con la sua competenza e lealtà.
Lealtà verso la nazione, non verso il politico che passa.
Questa cultura veniva formata, con metodi autoritari oppure pluralisti, in tutti i Paesi, dalla Germania all’Inghilterra.
Per incredibile che sembri, anche l’Italia aveva scuole di alta formazione pubblica, che imprimevano questa cultura.
Ne uscivano direttori generali, questori, prefetti magari autoritari ma ricchi di «carattere» e con una vera dedizione alla comunità nazionale; si pensi al prefetto Mori.
Il liberismo, attaccando lo Stato nazionale («residuo del passato, i confini non esistono più, sono un ostacolo al commercio») ha fatto sparire questa cultura.
In più come ha sancito la Thatcher, la sua ideologia sancisce che «non esiste la società, esistono solo individui».

Per questo abbiamo Mastella, o la Lega, o le rivoltanti «autonomie regionali» secessioniste di fatto. Per questo pulluliamo di particolarismi, dove ognuno pensa a sé, da vero «liberale assoluto», anche quando si proclama «comunista» o «fascista».
Per questo le università non producono più grandi giuristi: i confini di Stato sono anzitutto i limiti entro cui si applica il diritto nazionale, e «la sparizione dei confini ha fatto sparire il diritto», sostituito dai «regolamenti europei» da nessuno votati, da «direttive» suggerite da lobby anonime a Bruxelles.
Dalle università è scomparsa anche l’economia politica: i sedicenti economisti italioti d’oggi sono scopiazzatori dei dogmi del liberismo globale di Chicago.
Oppure loschi tecnocrati europei alla Padoa Schioppa.
Quando questa ideologia liberista cadrà – come è caduto il marxismo e per gli stessi motivi: perché è contraria alla vita umana – e avremo bisogno di gruppi capaci di dirigere la nazione ridotta all’autarchia, non li troveremo.
Mastella e Luxuria non ci serviranno a nulla.
Né la Lega, né Forza Nuova, né Forza Italia.
E visto che mi hanno bollato come «ideologo di Forza Nuova», è il caso di parlarne.

Forza Nuova riprende e posta i miei modesti articoli: dichiaro che ne sono felicissimo, perché le idee che esprimo non sono nemmeno tutte mie – anzi sono una elaborazione di idee che ho imparato da altri, migliori – e una volta espresse, è bene (per la nazione) che le idee circolino il più possibile, senza brevetti di proprietà.
Se il Manifesto o Indymedia riprendessero i miei articoli, persino senza la mia firma, ne sarei ugualmente felice.
E’ un guaio che non lo facciano e si trincerino nel loro ideologismo fondamentalista; lo ritengo un segno di debolezza e paura, oltrechè di rozzezza intellettuale.
Mi invitano più spesso gruppi di destra: non è colpa mia.
Quando mi ha invitato «Faremondo», i rossi intelligenti di Bologna, ne sono stato felice, ho apprezzato il coraggio di Emanuele Montagna che mi ha invitato (e che avrà i guai suoi con i compagni, per questo «infiltrato») – anche se su tante questioni mi ha espresso il suo disaccordo
– e sono onorato di chiamarmi suo amico personale, come spero sia per lui.
Certamente abbiamo visioni diverse dell’interesse nazionale, magari opposte.
Ma Montagna è inoltre un uomo buono, più buono di me (ci vuol poco).
Quando mi rimprovera i miei impulsi «di destra», lo fa con argomenti su cui spesso debbo dargli ragione.

Sono amico anche di Roberto Fiore, il capo di Forza Nuova.
Non sapevo nulla di lui fino a qualche anno fa.
Ricevetti un invito ad andare a Londra a parlare ad una piccola società che in Inghilterra trovava stanze e posti-letto per studenti italiani d’inglese.
Era la ditta di Roberto Fiore e di Massimo Morsello, allora entrambi latitanti perché accusati falsamente di un numero di «stragi fasciste» mai commesse, e di cui sono stati assolti con formula piena.
Per non aver commesso il fatto.
Trovai che Fiore era una persona ragionevole (ai tempi, come me, aveva speranze in Berlusconi: speranze tradite, ma non per colpa nostra), simpatica e molto ben informata sulle questioni internazionali.
Trovai che era tornato al cattolicesimo, ed ha dieci figli, dieci (da un’unica donna, sua moglie legittima…).
Ora che è tornato in Italia ed ha organizzato la sua Forza Nuova, sono in disaccordo con lui sui metodi, le tattiche e molte delle sue idee, e gliel’ho detto.
Lasciamo da parte le etichette: «fascismo», «teppismo», «skinhead».
La mia obiezione principale è un’altra.
La visione nazionale non è nazionalismo ottocentesco.
Se vogliamo, è una visione antichissima: si rifà a Roma imperiale.
Ed ora sottolineo il perché, a beneficio di chi mi accusa continuamente di razzismo.

Roma fu la più grande integratrice di popoli diversi, che chiamò a partecipare al suo potere barbari e nordafricani, li civilizzò, addossando loro il peso di corresponsabilità nel governo, offrendo ad essi di «fare le cose insieme».
Settimio Severo era stato un bravo generale bèrbero, e fece una certa carriera nello Stato: diventò imperatore.
Quella è civiltà: siccome «c’è da fare» e tanto – governare un impero, sollevare le condizioni di vita e di cultura generali, più gente si guadagna a condividere il compito (e migliori si rendono quei collaboratori) meglio si fanno le cose, meglio avanza il progetto comune.
Lo stesso fece la Spagna, quando ebbe il suo impero: quando il re dovette decidere se stanziare i fondi per mandare Colombo nell’oceano, impresa mai tentata prima, il fatto che Colombo non fosse iberico, «dei nostri», non entrò nemmeno per un istante nella valutazione dei pro e dei contro.
Anche l’impero americano ha fatto qualcosa di simile, fino a quando non è caduto sotto il colpo di Stato di Bush e dei neocon.
Come applicare la lezione di Roma, senza retorica, nella attuale situazione italiana, ahimè ben poco imperiale?
Verso gli immigrati, direi questo: essi devono essere soggetti alle leggi nazionali con rigore eguale a quello usato per i cittadini; senza privilegi sui cittadini di nascita, senza mutui agevolati ed esenzioni dal ticket che sono negati ai cittadini nati qui.
Ci dev’essere anche la coscienza che i cittadini nati e cresciuti italiani hanno qualche «precedenza» nella divisione dei fondi, perché pagano le tasse da molto più che gli immigrati ed hanno contribuito di più alla nazione.
I poveri, specialmente: abbiamo un obbligo primario verso i «nostri» poveri, prima che verso i loro.

Oggi il problema politico primario italiano è che ci opprime la Casta inadempiente e costosissima, il ceto parassitario che – in altre condizioni – suscitò contro di sé la rivoluzione francese.
E’ quello il nemico principale, contro cui non bisogna distrarsi né perdere tempo scontrandosi con nemici secondari o fantastici.
Per questo, occorre radunare il numero maggiore possibile di italiani onesti, renderli coscienti del problema primario, organizzarli nella protesta efficace.
Ci sono, sono a «sinistra» come «a destra», etichette ormai truffaldine.
Orbene: se per questo scopo altamente nazionale si deve rinunciare a simboli che ricordino il fascismo e perciò suscitano il rifiuto istintivo a «sinistra», se certe tattiche dividono quando è necessario unire, si rinunci ai simboli.

L’attaccamento a simboli passatisti, e perdenti verso l’opinione pubblica per giunta (data la schiacciante propaganda contraria) non indica solo che non si sa distinguere l’essenziale dal superfluo.
Indica, temo, un ritrarsi «identitario» – e le «identità etniche» o gli etnicismi sono contrari all’interesse nazionale – un rimpicciolimento, un volontario rinchiudersi in un ghetto.
Non lo fa solo Forza Nuova, lo fanno tutti i partiti.
Quando ciò avviene, vuol dire che «non c’è tanto da fare», o non lo si vuol fare: ci si contenta di difendere la propria «identità», gridando nel vuoto, invece di «chiamare a raccolta genti diverse a fare qualcosa di grande insieme».
Vuol dire che non si ha nessun progetto per la comunità, né l’energia e la volontà di realizzarlo.
Un simile movimento politico, qualunque sia l’etichetta che si dà, è secondo me «inautentico» (1): non coglie la situazione autentica, si rifugia in nostalgie, simboli e mondi fantastici, situati in qualche plaga lontana tra la Luce del Nord e il paese di Tolkien, e molta tifoseria.
Ma qui non si sta recitando la parte dei guerrieri antichi.
Qui ci sono le tasse che colpiscono i piccoli e i deboli, ci sono le corruzioni scandalose a spese dei pensionati minimi, c’è lo spreco del denaro dei contribuenti che l’hanno guadagnato col sudore della fronte.
C’è la prosaica realtà del degrado generale della nazione, della sua incultura e ignoranza crescente, dei suoi particolarismi trionfanti (questi sì illegittimi): e purtroppo, né Tolkien né Evola sono di aiuto come manuali sul «cosa fare» oggi, subito, per i pensionati e i malati e gli immigrati che lavorano, ed hanno diritto alla protezione della legge come tutti noialtri.

La stessa cosa avviene a «sinistra»: il sogno bolscevico, la rifondazione del comunismo, non sono meno irrealisti e inautentici.
Compagni, basta sognare!
Le Officine Putilov non esistono più, e non esiste più la Breda, la Falck, la Pirelli.
Quelli che avete votato ve le hanno vendute, saccheggiate, e mandate in Cina.
La prima cosa che ha fatto Veltroni per avere una chance di governare è «farsi una banca», Montepaschi-Antonveneta: capitalismo finanziario-parassitario, a spese dei risparmiatori, ma purtroppo questa è la realtà attuale.
Rileggete la vera lezione di Marx: anzitutto, partire dall’analisi della società così com’è, dei rapporti economici reali e spietati.
Mai perdere il contatto con la realtà, anche se è complessa come oggi.
Questo direi anche a quelli del Manifesto, se mi invitassero a parlare.
Non mi invitano, e allora sono «di destra».

Ma non avete ancora capito chi è il «nemico principale»?
Perché perdete anche voi tempo con nemici secondari e creati dalla vostra fantasia, dai vostri incubi?
E’ una scusa, secondo me.
Per nascondere che ritenete «non ci siano cose da fare», o che non siete capaci di farle.
In questo, siete identici a Berlusconi.
Eh sì.
Anche lui annuncia continuamente che il governo Prodi cade, sta per cadere, cadrà da solo: bella scusa per non fare niente, per non radunare forze reali allo scopo.
Dicono che si sia stufato della politica: benissimo, ma allora perché non se ne va?
Incoroni Tremonti, gli passi l’elettorato di Forza Italia e tolga l’ingombro.
Tremonti forse ha il «carattere» che serve, ha una visione per la nazione.
Perché il problema italiano così tragicamente urgente è aggravato dall’ingombro di personaggi che «non hanno più niente da fare», non sanno «cosa fare», e si ostinano a non togliere il disturbo, a restare sulla scena confondendo le acque torbide.
Luxuria protesta perché un parroco l’ha rifiutata (rifiutato?) come testimone di nozze religiose: scusate, vogliamo seriamente spaccarci su questo, sul «diritto» del trans a fare il testimone di nozze?
E’ da qui che si distingue chi è di «destra» da chi è «di sinistra»?
E gli operai meno pagati d’Europa, devono aspettare che, prima, siano soddisfatti i «diritti» del trans?
E’ questa la priorità nazionale?
L’individualismo edonista è di sinistra?

Non faccio moralismo.
Lo so, si ride molto sui giornali del «decalogo della Mafia» scoperto dopo gli ultimi arresti: com’è moralista, com’è vecchio-cattolico!
Rispetta tua moglie, non guardare le donne dei compagni mafiosi, mantieni la parola data, è vietato drogarsi.
Siamo così stupidi, che ne ridiamo.
Senza capire il perché i capi-bastone abbiano stilato un decalogo e ci tengono tanto, da minacciare di morte chi lo viola: perché quelli hanno «cose da fare».
Le stanno facendo.
E sono tante le cose da fare, che hanno bisogno di uomini veri, duri, di carattere, che non perdano tempo a toccare il culo alle donne, che arrivino di corsa quando li si chiama («anche se tua moglie sta partorendo»), e che non arrivino strafatti di coca: abbiamo da fare, mica giochiamo qui, mica possiamo permetterci un senatore a vita di 82 anni cocainomane, o di imbucare nei posti alti un cugino scemo e fumato tanto per dargli un reddito.
Se no l’impresa va a catafascio, il progetto generale crolla, e la mafia cinese – albanese, ebraica, fate voi – ci rosicchia il nostro impero.
In breve, quello non è il codice della Mafia: è il codice del «comando».
Chiunque comandi davvero, e abbia qualcosa di autentico da fare, impone un codice simile a sé e ai suoi sottoposti.
Devo dire che solo i siciliani hanno il carattere del comando, oggi, purtroppo guastato dal particolarismo, dalla secessione etnicista.
Ed è un peccato – uno spreco per la nazione – che lo Stato, lo staterello, non sia stato capace di attrarre simili caratteri, simili uomini di «comando», duri e laconici.
Più precisamente, non ha voluto: perché si può immaginare cosa farebbero questi «comandanti» a Mastella e a Luxuria, se lo Stato fosse in carico a loro, con tante cose da fare per raddrizzarlo.
Il prefetto Mori era uno così infatti, siciliano.

Definitivamente, questo fa di me uno «di destra».
Eppure – strano – Fini, Alemanno, Storace, non mi hanno mai chiamato a parlare ai loro ragazzi. Non sono abbastanza «di destra», per loro.
Allora, in che casella sto?
Qual è l’etichetta che mi spetta?
Lasciamo perdere le etichette, o almeno troviamone di nuove.

Maurizio Blondet


Note

1) Un esempio patente di inautenticità è stato dato dalla «caccia al romeno» scatenata da giovani di Roma.
Questi giovani si richiamano in qualche modo al fascismo.
Ma nel fascismo, che al suo apice fu una realtà internazionale, la Romania era un Paese-fratello.
Decine di migliaia di soldati romeni seguirono i nostri alpini nella tragica ritirata di Russia: i nostri padri soffrirono insieme.
Per di più, come ha notato anche Il Secolo di Fini, questi giovani «neri» di oggi rievocano Codreanu, il capo del movimento nazionale romeno… ma poi danno la caccia ai romeni. Che cosa significa?
Che la memoria storica nazionale di questi «fascisti» è una tradizione morta, inoperante.
La «tradizione» che vive in loro è quella della tifoseria calcistica, il «noi» contro «loro», la xenofobia incivile, e molto americana.

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Della serie : invecchiando si rinsavisce?

In Ricordo di uomini fedeli al patrio suolo

Un uomo d'onore arruolatosi nella Decima per difendere la Patria
Un uomo d’onore arruolatosi nella Decima per difendere la Patria

Alle ore 19.42 del giorno 8 settembre 1943 un breve messaggio diffuso via radio precipitò l’Italia e le sue forze armate, già provate da oltre tre anni di guerra, nella più grave crisi della loro storia. Il maresciallo e capo del governo Badoglio annunciò alla nazione:

Il Governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al gen. Eisenhower, comandante in capo delle Forze alleate angloamericane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto d’ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza“.

In altri termini, era avvenuto all’insaputa di tutti un salto di barricata. L’Italia, anziché porre semplicemente termine alle ostilità per la grave situazione interna, continuava a combattere accodandosi a quello che era lo schieramento più forte. Poco dopo la famiglia reale, e le massime gerarchie abbandonavano Roma, e cercavano rifugio al sud. Le forze armate italiane schierate in tutta l’Europa ed affiancate a quelle tedesche non avevano alcuna disposizione preventiva, e neppure sarebbe loro giunto alcun ordine. Iniziò così un processo di disfacimento che portò in poche ore al quasi totale sbandamento dell’Esercito, e che divise Marina ed Aeronautica.La flotta navale, in ossequio alle norme armistiziali, per la massima parte si consegnò senza combattere a Malta, dove fu disarmata. I superstiti reparti aerei si divisero tra il nord ed il sud, mentre l’esercito si sbandò. Nello stesso tempo a sud forze alleate sbarcarono nella zona di Salerno, ed a nord l’esercito tedesco si precipitò ad occupare il resto della penisola.A La Spezia, alla caserma del Muggiano, aveva sede il comando della Decima Flottiglia MAS; era questo il nome di copertura dei reparti navali subacquei e di superficie che nel corso del conflitto, pur essendo composti da poche centinaia d’uomini, avevano affondato con armi del tutto innovative per l’epoca 72.190 tonnellate di naviglio da guerra e 130.572 tonnellate di naviglio mercantile, ossia nove unità da combattimento e ventidue altre navi. Il suo comandante era la Medaglia d’Oro al Valore Militare C.F. Junio Valerio Borghese.
Questi apprese casualmente dalla radio dell’armistizio. Cercò invano d’avere ordini dai superiori, ed infine dovette arrendersi ad una realtà durissima.

Io, l’8 settembre, al comunicato Badoglio, piansi. Piansi e poi non ho più pianto… Perché quello che c’era da soffrire, lo soffrii allora. Quel giorno io vidi il dramma che si andava ad aprire per questa disgraziata Nazione che non aveva più amici, che non aveva più alleati, non aveva più nessuno, non aveva più l’Onore, era additata al disprezzo di tutto il mondo per essere incapace di battersi anche nella situazione avversa: non ci si batte solo quando tutto va bene.

Nella notte fra l’otto ed il nove settembre la flotta salpò da La Spezia credendo d’andare in battaglia, ed essendo destinata invece a perdere l’ammiraglia per poi consegnarsi intatta agli inglesi. La Decima s’asserragliò in buon ordine e con perfetta disciplina nella sua caserma, sempre con la bandiera italiana a riva, mentre davanti passavano le colonne germaniche. Ogni tentativo tedesco d’impadronirsi della caserma fu respinto con fermezza, ma senza ricorrere alla violenza. Alla fine, rimase un gruppo di volontari che, sentendosi sciolti dal giuramento per l’ignominioso atto dell’armistizio, intendevano continuare la lotta da italiani ed a fianco del vecchio alleato. Dopo una breve trattativa il 13 settembre 1943 un ufficiale della marina germanica sottoscrisse con Borghese un vero trattato d’alleanza, in cui alla Decima erano riconosciute tutte le prerogative di sovranità e d’autonomia.
La caserma cominciò quindi ad essere un punto di riferimento a cui si rivolgevano sia sbandati in cerca di protezione, che volontari decisi a riprendere le armi.
Tra essi v’erano nomi di rilievo, come le medaglie d’oro Mario Arillo e Luigi Ferraro, il comandante del reparto d’incursori della Regia Marina Nino Buttazzoni con grossa parte dei suoi uomini, numerosi piloti ed assaltatori della vecchia Decima. In un breve intervallo, poterono essere rimesse in piedi tutte le scuole delle specialità navali; crescendo il numero dei volontari, fu deciso di inquadrarli in reparti di fanteria di marina.

reclute della marina RSI
reclute della marina RSI

Il battaglione “Barbarigo”, inizialmente denominato “Maestrale”, fu il primo reparto di Fanteria di Marina della “Decima” ad essere costituito. Nacque a La Spezia, nella caserma di San Bartolomeo, nel novembre del 1943. Ne assunse il comando il capitano di corvetta Umberto Bardelli. Nel gennaio ‘44, nel ricordo del sommergibile del comandante Enzo Grossi, gli fu attribuito il nome di “Barbarigo”. Delle quattro compagnie su cui era ordinato, la 2° e la 4° erano state addestrate a San Bartolomeo, mentre la e la 3° erano state trasferite per l’addestramento a Cuneo, alla caserma San Dalmazzo. Alla metà di febbraio il battaglione si riunì nuovamente a La Spezia. Il 19 ricevette dal comandante Borghese la bandiera di combattimento e il giorno 20 partì per il fronte di Anzio-Nettuno, dove gli angloamericani avevano creato una testa di ponte dopo lo sbarco avvenuto il 22 gennaio. A bordo di torpedoni, seguendo l’itinerario: La Spezia-Firenze-Arezzo-Orvieto-Viterbo-Roma, i marò raggiunsero la capitale dopo aver superato le previste difficoltà dei bombardamenti aerei e dei mitragliamenti a bassa quota degli Spitfire. A Roma sosta di alcuni giomi presso la caserma “Graziosi Lane”. Un capitano dei granatieri, Alberto Marchesi, diede modo al comandante Bardelli di completare l’equipaggiamento e l’armamento del battaglione attingendo ai magazzini della caserma “Ferdinando di Savoia’.

LO SBARCO DI ANZIO

postazione di Breda 37 del Barbarigo a Nettuno
postazione di Breda 37 del Barbarigo a Nettuno

L’operazione “Singole” (nome in codice dello sbarco ad Anzio e a Nettuno) avvenne il 22 gennaio 1944. A mezzanotte, dopo ventidue ore di attività, unità della Marina americana e della “Rayon Navy” (contrammiraglio Frana I. Locri e Tomai H. Troubridge) avevano fatto sbarcare 36.034 uomini, 3.069 automezzi e quasi tutti i mezzi d’assalto del 6° Corpo d’Armata statunitense, comprendente la divisione britannica (gen. W. Penny), un reggimento e un battaglione paracadutisti, tre battaglioni di “Ranger” e una brigata di “Commandos”. Scarsa l’opposizione tedesca e modeste le perdite subite: 13 morti, 44 dispersi e 87 feriti. La flotta di protezione era costituita da quattro incrociatori leggeri e 24 cacciatorpediniere. Le perdite tedesche erano state più rilevanti: due batterie costiere distrutte e due battaglioni decimati.

Ma gli angloamericani badarono solo a consolidare la testa di ponte e a far sbarcare le altre divisioni del Corpo d’Armata, cioè la 45° di fanteria (gen. W. Eagles) e la divisione corazzata (gen. EN Armoni), in tutto 34.000 uomini e 15.000 automezzi. I temporeggiamenti e l’eccessiva prudenza del generale Lucca (comandante del Corpo d’Armata angloamericano), diedero il tempo al Feldmaresciallo Kesselring (comandante del Gruppo d’armare “C”) di eseguire i piani predisposti in caso di sbarco a Ravenna, ad Anzio, Civitavecchia, Livorno o Viareggio.

Le divisioni tedesche si misero in moto per convergere sulla testa di ponte di Anzio. La divisione corazzata “Hermann Goering” lasciò la zona di Frosinone: la 4° divisione paracadutisti quella di Terni; dal fronte del Garigliano la 29° divisione granatieri motocorazzata. Dall’Italia settentrionale, lo Stato Maggiore della 14’ Armata e la 65° e 362° divisione di fanteria. Fu perfino disposto, da parte dell’O.K.W. (il Comando generale della Whermacht), l’invio ad Anzio della 715° divisione di fanteria dislocata nella regione di Marsiglia e della 114° divisione cacciatori di stanza nei Balcani. Una conversione di truppe così decentrate non poteva avvenire in un giorno, sicché il 23 gennaio, tra Roma ed Anzio, vi era soltanto un distaccamento della divisione corazzata “Hermann Goering”, con un assortito campionario di pezzi d’artiglieria (qualche pezzo anticarro da 88 mm, cannoni da campagna italiani, francesi e jugoslavi). Passarono sette giorni prima che la 14° Armata tedesca potesse assumere una consistente sistemazione offensiva.

IL “BARBARIGO” AL FRONTE

Stiscia Barbarigo - da petto o basco
Stiscia Barbarigo – da petto o basco

Il 28 gennaio la divisione britannica conquistò Aprilia, 17 Km. a nord di Anzio, ma, alla sua sinistra, la 3° divisione di fanteria americana fu respinta davanti a Cisterna. La 14° armata tedesca aveva concentrato le divisioni a semicerchio intorno alla testa di ponte, dal Fosso della Moletta fino al ramo occidentale del Canale Mussolini. Le due controffensive tedesche, quella da Aprilia (16-20 febbraio) e l’altra da Cisterna (28 febbraio – 1 marzo), non erano riuscite a sfondare le linee degli alleati. Il “Barbarigo” arrivò al fronte mentre era in corso la seconda controffensiva, e sostò per breve tempo a Sermoneta: dalla collina si vedevano le linee nemiche, pioveva, e il tempo rimase perturbato fino alla fine di marzo. Il terreno, piatto e paludoso, era percorso da un groviglio di canali, fossi di bonifica e di irrigazione. Il battaglione venne destinato al settore sud, tenuto dalla 715° divisione tedesca di fanteria, che aveva partecipato alle due controffensive di Aprilia e di Cisterna subendo ingenti perdite. Il Comando della divisione credette di poter impiegare i marò come complementi da aggregare alle compagnie. Bardelli ottenne invece, dopo una lunga discussione con i tedeschi, che il battaglione avesse il suo tratto di fronte. La compagnia fu schierata sul tratto alto del Canale Mussolini, la 3° tra il fosso del Gorgolicino e la Strada Lunga, la 4° di qui fino al margine delle paludi: la 2° fu rimandata a Sezze per un corso di addestramento all’uso del panzerfaust e della mitragliatrice MG 42. Il reparto nemico del settore assegnato al “Barbarigo” era il l° Distaccamento della Special Service Force, composto per due terzi da americani e per un terzo da canadesi, con un addestramento equivalente a quello dei “Rangers”. La prima ad essere attaccata fu la 3° compagnia. Gli americani impegnarono i marò con un attacco frontale, seguiti dai più aggressivi canadesi. La 2° compagnia diede il cambio alla 3°. Alla fine di marzo, il battaglione SS italiane “Degli Oddi” rilevò lungo il Canale Mussolini la 1° compagnia, spostata a Terracina per addestramento e sorveglianza costiera. La 3° compagnia tornò in linea davanti al Cerreto Alto, tra la strada Nascosa e la litoranea. Nel frattempo il “Barbarigo” provvedeva a dotarsi di una sua artiglieria, formando la 5° compagnia Cannoni, armata con pezzi da accompagnamento 65/17, prelevati dal Museo dei Granatieri. A La Spezia si stava costituendo il Gruppo Artiglieria “San Giorgio” dotato di pezzi someggiati da 75/13. Il comando della Decima inviò al fronte di Nettuno il tenente di vascello Carnevali, comandante del Gruppo “San Giorgio”, per organizzare un gruppo di artiglieria da campagna. Formarono il gruppo una batteria da 105/28, una da 105/32 e una da 75/27. Il 15 aprile ci fu un attacco di mezzi corazzati canadesi nel settore del fronte tenuto dalla 2° compagnia che perse i capisaldi “Erna” e “Dora”. Lo stesso giorno, al comando del tenente Giulio Cencetti, i marò riconquistarono i capisaldi persi nel precedente attacco. Il 19 aprile ci fu un altro attacco sul fronte della 2° compagnia. Ai primi di maggio nuovi cambi in linea: la 4° compagnia sostituiva la 2°, la 1° dava il cambio alla 3° che si trasferiva a Terracina per sorvegliare la costa. Il 26 aprile il comandante Bardelli venne richiamato a La Spezia per assumere un incarico superiore. Il tenente di vascello Vallauri sostituì Bardelli al comando del battaglione. Ancora un attacco americano al fosso del Gorgolicino, tenuto dalla 4° compagnia. I marò resistettero agli assalti e contrattaccarono il nemico. All’alba del 23 maggio gli angloamericani attaccarono dalla testa di ponte di Anzio in direzione di Cisterna, impiegando tre divisioni per tagliare la strada statale Casilina, principale via di ritirata della 10° Armata tedesca. Il 24 maggio il battaglione “Barbarigo” e il Gruppo d’artiglieria “San Giorgio” ricevettero l’ordine di ritirarsi. Le tre compagnie in linea si sganciarono in direzione di Sermoneta e Bassiano. La 2° fu attaccata da mezzi corazzati nei pressi di Cisterna, la 4° resistette agli attacchi nemici nell’abitato di Norma. Gli artiglieri del “San Giorgio”, dopo aver esaurito tutte le munizioni a loro disposizione, fecero saltare le bocche da fuoco. La 3° compagnia ripiegava da Terracina ricongiungendosi al resto del battaglione. La postazione del plotone comandato dal guardiamarina Alessandro Tognoloni (251 compagnia) venne accerchiata da carri Sherman americani. Al grido di “Decima! Barbarigo”, i marò andarono all’assalto dei carri. Tognoloni lanciò una bomba a mano e cadde colpito squarciato nel torace. Prima di perdere i sensi scaricò i colpi della sua pistola e, vuoto il caricatore, la lanciò contro il carro avanzante. Per gli atti di valore compiuti sul fronte di Nettuno gli fu concessa la Medaglia d’Oro. Il 31 maggio il “Barbarigo” giunse a Roma e si radunò nella caserma di Maridist, in Piazza Randaccio. La sera del 4 giugno le avanguardie della 5° Armata americana entrarono in città, primo fra tutti il l° Distaccamento della Special Service Force a cui il “Barbarigo” si era opposto strenuamente per tre mesi. La mattina del 5 giugno i resti del “Barbarigo” si inquadrarono e, divisi in piccoli gruppi, marciarono in direzione di La Spezia.

IL “BARBARIGO” IN PIEMONTE

elmetto del barbarigo
elmetto del barbarigo

Nel giugno 1944 la “Decima” concentrò i suoi battaglioni nell’alto Piemonte. Il “Barbarigo” fu il primo reparto a giungere nella regione, si sistemò nella zona del lago di Viverone e successivamente fu trasferito a Pont Canavese. Nel pomeriggio dell’8 luglio, a Ozegna, una frazione a sud di Courgné (Torino), giunse nella piazza del paese un reparto motorizzato della Decima Mas, al comando del capitano di corvetta Umberto Bardelli. Si trattava di una quarantina di marò del battaglione “Barbarigo” reduci dal fronte di Nettuno. Nel paese operava una banda partigiana comandata da Piero Urati detto “Piero Piero”. Bardelli aveva saputo che i partigiani erano disposti a uno scambio di prigionieri e per questo motivo si era recato a Ozegna per iniziare le trattative. Gli uomini del “Barbarigo” scesero dagli automezzi e attesero l’arrivo dei partigiani. Bardelli, per dimostrare il carattere pacifico della sua missione, ordinò ai suoi uomini di estrarre i caricatori dai mitra; anch’egli si tolse la pistola dalla fondina e la gettò a terra. Il comandante Bardelli e i suoi ufficiali cominciarono a discutere con i rappresentanti della banda partigiana giunti nella piazza. L’atmosfera era apparentemente distesa e nulla lasciava presagire quanto sarebbe avvenuto nel volgere di qualche minuto. Il dialogo si svolse con toni pacati da entrambe le parti. Mentre i capi partigiani trattavano con gli ufficiali della “Decima”, circa duecento uomini della formazione di “Piero Piero” circondavano la piazza appostandosi nelle strade adiacenti. Quando la manovra di accerchiamento fu conclusa, i capi partigiani con un pretesto chiesero di allontanarsi dalla piazza con l’impegno di ritornare con i prigionieri fascisti da loro detenuti. Da parte sua, il comandante Bardelli promise sul suo onore di liberare, non appena rientrato a Ivrea, un uguale numero di partigiani. Dopo pochi minuti, mentre Bardelli e i suoi uomini attendevano il ritorno dei partigiani, nella piazza si abbatte sugli ignari marò una tempesta di fuoco. Nonostante un tentativo di resistenza organizzato da Bardelli, i partigiani ebbero il sopravvento sugli uomini della “Decima”. Il comandante Bardelli fu uno dei primi a cadere fulminato. L’imboscata tesa dai partigiani costò ai marò altri nove morti e numerosi feriti. Alla salma di Bardelli i partigiani strapparono due denti d’oro e gli altri marò uccisi vennero rinvenuti lordati di letame. Nei primi giorni dell’ottobre 1944, il “Barbarigo” mosse all’attacco dei partigiani attestati nella zona di Rimordono (Torino). I marò sbaragliarono le formazioni avversarie, costringendo le bande a riparare in territorio francese.

IL BARBARIGO SUL FRONTE ORIENTALE

Reparto NP
Reparto NP (nuotatori paracadutisti) Jesolo

Il 25 ottobre il battaglione lasciò Ponte Canavese per il fronte orientale. Il 29 giunse a Vittorio Veneto. Nella zona, la gravissima, situazione determinata dalla pressione esercitata contro la frontiera italiana e sulla città di Gorizia dai partigiani sloveni del “IX Corpus” appoggiati da bande comuniste italiane, richiese l’intervento del “Barbarigo”, affiancato dalla 2° e 3° compagnia del battaglione “Valanga”. I partigiani slavi erano penetrati sino nei boschi del Consiglio; i reparti della “Decima” rastrellarono la zona, infliggendo ingenti perdite alle bande di Tito. Alla fine di dicembre il “Barbarigo”, con altri reparti della divisione “Decima” fu inviato sul fronte dell’Isonzo per fronteggiare il “IX Corpus” che minacciava la città di Gorizia. Per contrastare le bande tutine, il comando operativo della “Decima” mise a punto con il comando dell’Adriatische-Kustenland il piano Adele Aktion (operazione aquila). Il “Barbarigo” fu il primo reparto ad essere impiegato contro gli slavi, risalì la Biasima occupando l’abitato malgrado la strenua resistenza opposta dai partigiani. Poi occupò Cal di Canale, Localizza e Chiappavano. Ai primi di febbraio ‘45 la divisione “Decima” lasciò Gorizia, ma il battaglione “Barbarigo” restò ancora qualche settimana nella zona a difesa dei confini orientali della Repubblica e sui monti San Marco e Spino respinse gli attacchi dei partigiani sloveni. Con un contrattacco, che impegnò tutte le compagnie del battaglione, ancora una volta i marò sconfissero il nemico.

IL BARBARIGO SUL FRONTE SUD

Il Barbarigo al fronte
Il Barbarigo al fronte

A metà marzo giunse al battaglione l’ordine di trasferimento sul fronte sud. Il reparto partì da Vittorio Veneto il giorno 20 diretto a Rovigo. Il giorno 26 passò da Ferrara, Argenta e Imola. Il giorno successivo entrò in linea alle dipendenze del comando “I° Gruppo di combattimento Decima”, comprendente oltre al “Barbarigo” il battaglione “Lupo”, il battaglione NP (Nuotatori Paracadutisti), il battaglione “Freccia” (Genio e Trasmissioni) e il Gruppo d’artiglieria “Colmino”. Nella zona di Imola, dal 28 marzo al 4 aprile, il battaglione fu impegnato in un’intensa attività di pattuglia catturando numerosi prigionieri, appartenenti al gruppo “Friuli” dell’esercito regio. Il 20 aprile, per l’arretramento del fronte, il battaglione iniziò il ripiegamento verso nord attraversando il fiume Po in località Oro. A Santa Maria Fornace, i marò sostennero un violento scontro con reparti della brigata “Cremona” del regio esercito del sud (in uniforme britannica). Il 27 aprile il “Barbarigo” toccò Pozzonovo giungendo in serata a Conselve. Il giorno dopo il reparto proseguì verso Albignàsego in direzione di Padova, affrontando presso il ponte del Bassanello una postazione partigiana che fu sgominata dai marò della 2° compagnia.

L’ONORE DELLE ARMI AL “BARBARIGO”

ritaglio di giornale con nota per il Barbarigo
ritaglio di giornale con nota dell’onore delle armi al Barbarigo

Nella notte del 29 aprile il “Barbarigo” si schierò per ascoltare le parole del comandante del “I° Gruppo di combattimento Decima”, capitano di corvetta Di Giacomo, e di un ufficiale di una brigata corazzata neozelandese che fece ascoltare il messaggio del Maresciallo Rodolfo Grazianti, registrato per invitare a deporre le armi, evitando ulteriori spargimenti di sangue. Gli uomini del “Barbarigo”, dopo una notte praticamente insonne, inquadrati dai loro ufficiali, la mattina seguente entrarono a Padova armati, passando fra i reparti di carristi inglesi e neozelandesi che resero loro l’onore delle armi.

Il 30 aprile il battaglione si concentrò nella caserma “Pra della Valle” e venne considerato disciolto.

I marò furono avviati al 209 PO Cap di Fragola presso Napoli, dove rimasero circa un mese; da qui il 5 giugno furono trasferiti a Taranto e imbarcati sulla Duchessa of Richmond diretta in Algeria, destinazione il 211 PO Cap di Cap Matifou ad una trentina di chilometri da Algeri, in prigionia.

 

ONORE AL BARBARIGO

Stemma del Barbarigo
Stemma del Barbarigo

Pochi tornarono in patria e quei pochi vissero il loro giorni nell’oblio e nella persecuzione perché rei di aver difeso il patrio suolo dai comunisti.