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X Angelo e Diego

Operatori del Gruppo "Gamma"  ripresi al termine di una esercitazione. Al centro della foto il C.te Birindelli ed il suo vice C.te Straulino
Operatori del Gruppo “Gamma” ripresi al termine di una esercitazione. Al centro della foto il C.te Birindelli ed il suo vice C.te Straulino

L’armistizio dell’8 settembre 1943 sorprese la Decima Flottiglia Mas al massimo del suo sviluppo e delle sue capacità.
Gli avvenimenti che seguirono quei giorni sono noti a tutti: furono momenti difficili, vissuti nel dilemma di una non facile scelta .Basti però ripensare alle parole con le quali il Grande Ammiraglio Paolo Thaon di Revel confortò l’allora Capo di Stato Maggiore della Marina, Amm.Raffaele De Courten, che nel dilemma del momento a lui aveva chiesto consiglio:  ”… In momenti così delicati è doveroso lasciare massima libertà alle coscienze, purché esse siano sinceramente rivolte al bene del Paese”Nelle grandi difficoltà e nella confusione di quel tempo ognuno, quindi, agì nella consapevolezza di una scelta pertinente, che giudicava nell’interesse del proprio Paese dilaniato da opposte fazioni.

Operatori Gamma con la mascotte
Operatori Gamma con la mascotte

Al nord proseguì la sua attività la Decima Flottiglia Mas (C.te J.V.BORGHESE), mentre al sud venne costituito MARIASSALTO (C.V. E. FORZA).Tutti, dunque, continuarono a compiere quello che era ritenuto il loro dovere e a tutti, indistintamente, deve andare il nostro incondizionato rispetto.Al termine del conflitto la Marina Militare, afflitta da tanti problemi, ma consapevole del patrimonio umano pazientemente coltivato, continuò a seguire con attenzione questi suoi elementi , in attesa di tempi migliori.E i tempi migliori non si fecero attendere a lungo; infatti, già nel 1947, riunendo il personale proveniente da MARIASSALTO  con il personale della Scuola Sommozzatori e della Scuola Palombari di Livorno,  si insediò al Varignano MARICENTROSUB (Foglio d’Ordine n° 66 del 15 Ottobre 1947), il quale diede vita al suo interno al Gruppo GAMMA (1950) ed ai Nuclei SDAI (1951).

Il Gruppo Arditi Incursori in "assemblea" con il C.te Massarini
Il Gruppo Arditi Incursori in “assemblea” con il C.te Massarini

I GAMMA erano un piccolo nucleo di nuotatori Guastatori (la lettera -G- di -guastatore-  nell’alfabeto fonetico del vecchio libro dei segnali si pronunciava appunto “gamma”) con compiti di attacco contro obiettivi navali, mentre gli SDAI erano impegnati soprattutto nell’ingrato compito di bonificare porti e coste dagli innumerevoli relitti e ordigni disseminati lungo la penisola. Un giorno di gennaio 1952 il T.V. Aldo MASSARINI, reduce della Xa Flottiglia Mas e di MARIASSALTO,  venne convocato a Roma dal Capo di Stato Maggiore della Marina, Ammiraglio PECORI GIRALDI, per discutere sulle capacità di organizzare un nucleo di incursori, sul modello di analoghe organizzazioni operanti all’epoca presso altre nazioni.“Ci pensi – disse l’Ammiraglio al T.V. MASSARINI – e mi faccia conoscere le sue decisioni”.

 I compiti che lo Stato Maggiore aveva previsto per questa nuova figura di “incursore” erano decisamente più ampi di quelli che tradizionalmente avevano visto impegnati gli eroi delle due guerre mondiali: ad un ruolo prettamente subacqueo si intendeva affiancare capacità di combattimento terrestre, appoggio ad operazioni anfibie, eliminazione di ostacoli subacquei.
In sintesi, si trattava di un vero e proprio salto qualitativo, poiché  si passava dal combattere la “battaglia navale” a combattere la “guerra marittima”, allargando la gamma dei bersagli dalla nave a tutte le infrastrutture, in acqua o a terra, che in qualche modo concorrevano alla condotta delle operazioni navali.

Varignano - Alcuni Operatori Incursori del 9° Corso
Varignano – Alcuni Operatori Incursori del 9° Corso

Non senza difficoltà il C.te MASSARINI riuscì a radunare una dozzina o poco più di volontari tra Sottufficiali, Sottocapi, Comuni e due Ufficiali (T.V. A. BENEDETTI e T.V. L. BOTTI).
Questo piccolo gruppo di persone, vestite ed armate sommariamente, venne inviato alla Scuola del Genio Pionieri della Cecchignola, per un corso di addestramento al combattimento terrestre ed all’impiego degli esplosivi.

Nel frattempo il T.V. MASSARINI era riuscito ad ottenere alcuni locali per l’accasermamento del gruppo presso il Varignano, già sede di
MARICENTROSUB, e proprio qui il 1 maggio 1952 (con il Foglio d’Ordine n° 44 del 30 Maggio 1952), con il rientro a La Spezia degli operatori dalla Cecchignola, nacque il Gruppo Arditi Incursori della Marina Militare (GRUPPARDIN).
Quale esattamente avrebbe dovuto essere la “missione” di questo reparto e, di conseguenza, di quali armi, equipaggiamenti e mezzi avrebbe dovuto essere dotato, con quale addestramento gli uomini dovevano essere preparati e con quale criterio scelti, era un panorama tutto da definire ed esplorare.

Varignano - Cerimonia di consegna brevetto  da Incursore ad un Ufficiale Parà
Varignano – Cerimonia di consegna brevetto da Incursore ad un Ufficiale Parà

In un tempo straordinariamente breve, tuttavia, il “gruppo”, cui non mancavano certo entusiasmo e dedizione, acquisì le conoscenze ed esperienze necessarie a risolvere gli interrogativi precedenti.
In questa impresa vennero trascinati anche enti come Maricommi La Spezia, che realizzò la prima tenuta da combattimento, Marimuni Aulla, che approntò i primi zainetti esplosivi e i vari artifizi, ed alcune ditte, che approntarono mezzi, materiali, armi, equipaggiamento subacqueo su specifiche richieste del “gruppo”; inoltre particolari studi vennero dedicati al programma addestrativo, e alla ricerca di quanto ci fosse di più adatto alla formazione di un incursore polivalente.

Allo scopo di allargare quanto più possibile le esperienze del Reparto, alcuni Ufficiali e Sottufficiali vennero inviati a frequentare corsi specialistici presso gli istituti di formazione di analoghi reparti negli Stati Uniti, Francia ed Inghilterra.
Forte di queste nuove esperienze, il 1 maggio 1953 fu costituito il Centro Arditi Incursori (MARICENTARDIN con il Foglio d’Ordine n° 54 del 23 giugno 1953  il fregio metallico sul basco di colore verde divenne ufficiale), alle dirette dipendenze di Maristat. quell’epoca, quindi, al Varignano si trovarono a convivere tre Comandi diversi, con missioni non interdipendenti: MARIDIFE (Com. Difesa  Costiera), il già citato MARICENTROSUB ed il nuovo MARICENDARDIN.

1945 - Ripresa aerea del Golfo del Varignano e di S.Maria
1945 – Ripresa aerea del Golfo del Varignano e di S.Maria

I tre Comandi coabitavano, condividendo in parte alcune strutture.
Per consentire al nuovo Comando una maggiore indipendenza logistica, venne deciso di assegnargli le strutture della vecchia batteria di Santa Maria, opportunamente ristrutturata.
Quasi contemporaneamente, il Comando del MARICENTROSUB venne assunto dal C.V. Gino BIRINDELLI, Medaglia d’Oro al V. M. della Decima Flottiglia Mas, al quale venne affidata anche l’alta direzione delle attività del Centro Arditi Incursori: era nato in questo modo MARISUBARDIN (Foglio d’Ordine n° 83 del 20 settembre 1955), che ebbe però vita molto breve.
Infatti, nel 1956, il C.te BIRINDELLI propose (ed ottenne da Maristat) la fusione del MARICENTROSUB e del MARICENTRARDIN nell’omnicomprensivo MARICENSUBIN, articolato in un Comando Base, un Gruppo Scuole ed un Reparto Operativo, nel quale confluirono i “GAMMA” del MARICENTROSUB e gli “Arditi Incursori”.

Stemma del COMSUBIN
Stemma del COMSUBIN

La componente operativa del MARICENSUBIN assunse la denominazione di “Gruppo Incursori” (perdendo così l’aggettivo “Arditi”), che venne diviso in due aliquote, denominate “Incursori Navali”e “Incursori Costieri”.
Questa divisione, all’inizio, non venne bene accolta da tutti, soprattutto fra gli Arditi Incursori che si sentirono “declassati” a Costieri.
Tuttavia gli stimoli e le esperienze di quel tormentato periodo del 1956 furono fondamentali per il successivo sviluppo dei reparti incursori e gettarono le basi per l’evoluzione verso l’attuale Incursore (senza aggettivi).
Nel 1957 MARICENSUBIN incorporò anche la Sezione Tecnica Autonoma di Bacoli (NA), ove, nel 1949, erano stati accentrati i mezzi speciali residuati del conflitto e, alla guida del C.V.Ernesto NOTARI, era stata posta la base per la rinascita dei Mezzi d’Assalto.
Con questa nuova configurazione, a coronamento di tutto il percorso fatto fino ad allora, nel 1961 venne costituito il Raggruppamento Subacquei e Incursori “Teseo Tesei”, telegraficamente chiamato  COMSUBIN .
Molta strada era stata  fatta, ma molta ancora ne rimaneva da compiere, il COMSUBIN non fu certamente il traguardo ma, semmai, un punto di partenza per una nuova vita di un nuovo tipo di soldato e di uomo: l’Incursore moderno.
Il resto è storia di oggi.
Viene  riportata la dichiarazione dell’Amm. di Sq. Gino Birindelli sulla  effettiva data  e sul luogo della costituzione del Gruppo Operativo Incursori.

dichiarazione dell'Amm. di Sq. Gino Birindelli
dichiarazione dell’Amm. di Sq. Gino Birindelli

In qualità  di suo primo Comandante, certifico  che il Gruppo Operativo Incursori della Marina Militare  fu costituito a Bocca di Serchio  il 5 Settembre 1939. Inizialmente era stato inquadrato  nella I Flottiglia MAS e, in tempi successivi, nella X Flottiglia MAS, in Mariassalto Taranto, nel Raggruppamento Teseo Tesei, assumendo struttura  e denominazioni diverse a seconda degli impieghi operativi assegnati.
F.to  Amm. Gino Birindelli

Tanto per la verità storica – Nel 63° anniversario della costituzione del G.O.I. – M.M. Varignano , lì 25 Ottobre 2002

http://www.youtube.com/watch?v=rZOwEHGu9Nc
Immigrati e Cittadini

Un pò di storia : La battaglia di Kasserine

La guerra d’Africa non fu solo l’epopea di El Alamein ma anche i successivi e ultimi sei mesi dove i nostri soldati sostennero durissimi combattimenti in Tunisia, su due fronti: l’8^ armata britannica e le forze anglo americane sbarcate in Nord Africa nell’autunno del 1942 (operazione Torch).
Alla fine di dicembre del 1942 le forze italo tedesche potevano contare su circa 100.000 uomini e avevano ricevuto qualche rinforzo corazzato (carri Tigre tedeschi). Il comando della 1^ armata italo tedesca fu affidato al Generale Messe che ricevette precisi ordini di Mussolini mirati ad arrestare le forze avversarie e successivamente prendere l’iniziativa per un’auspicata riconquista della Libia.
Considerata la gravità della situazione, l’esiguità delle forze e degli armamenti, Messe comunicò a Mussolini i suoi dubbi.
La risposta del Duce fu semplice e ovvia:
“Resistere comunque ad ogni costo allo scopo di ritardare, dopo la perdita dell’Africa, il conseguente attacco all’Italia”.

Il 6 febbraio 1943 le forze italo tedesche reduci da El Alamein completarono il dispiegamento lungo il confine libico tunisino. Le unità tedesche agli ordini di Messe comprendevano la 90^ divisione leggera, la 164^ divisione di fanteria, la 15^ panzer e la brigata paracadutisti Ramcke (dal nome del suo comandante). Le truppe italiane comprendevano le divisioni “Giovani Fascisti” (tutti ragazzi volontari con meno di vent’anni),  Pistoia, Centauro, Trieste e La Spezia. Interessante leggere la valutazione delle truppe (nel loro complesso) che Messe inviò al comando supremo l’8 febbraio 1943:
“provati nel fisico e turbati nello spirito. Logori ne sono usciti i materiali. In tutti è entrata la convinzione che la lotta non può essere decisa dal valore degli uomini, ma dall’avere disponibilità di mezzi non inferiore a quelli dell’avversario. Resta ben fermo che tutti osserveranno la consegna di compiere il proprio dovere fino all’estremo”.

I superstiti della Folgore furono radunati il 7 dicembre 1942, a Breviglieri, al Centro di Istruzione di Fanteria della Libia. Il reparto di formazione, denominato 285° battaglione paracadutisti “Folgore”, fu posto al comando del capitano Carlo Lombardini, già comandante della 20^ compagnia del VII° battaglione.

Questo grande soldato scrisse dopo la guerra:
“Sulla campagna di Russia sono stati scritti volumi e volumi, sulla campagna in Africa Settentrionale solo qualche volume e non sempre veritiero. Ufficiali portano sulle divise la placca della Campagna di Russia, la medaglia commemorativa per l’Africa Settentrionale, invece, fu abolita nel 1946 dal ministro della Difesa. A coloro che non si piegarono alle lusinghe russe diedero la Medaglia d’Oro al Valor Militare; a quelli che fecero la stessa cosa con gli Alleati, sanzioni disciplinari”.

Il 285° si articolava su cinque compagnie:
107^ – Compagnia Comando – agli ordini del capitano Riccardo Caroli, già comandante la 5^ compagnia del II° battaglione.
108^ – tenente Rolando Giampaolo, già comandante della 28^ compagnia del X°, poi IX° battaglione.
109^ – tenente Lodovico Artusi, uno dei volontari nel battaglione Curtatone e Montanara nel 1935-1936, che aveva comandato la 26^ compagnia del IX° battaglione Folgore.
110^ – tenente Vittorio Raffaelli
111^ – tenente Enrico Bosco Corradini, che aveva comandato la 3^ batteria-2° Gruppo-185° Reggimento Artiglieria “Folgore”.
Il 285° si schierò a Buerat a difesa della Via Balbia.

Dopo una sosta a Tavorga, il battaglione fu inviato a nord di Kussabat, sbarrando le piste provenienti da Beni Ulid. Mentre si trovava ad Ain Zara, il battaglione ricevette l’ordine, il 22 gennaio 1943, di schierarsi a sud dell’aeroporto di Castelbenito. Si doveva resistere ad oltranza, per permettere alle divisioni italiane e tedesche di ripiegare lungo la litoranea.Con la Folgore vi era anche un battaglione di paracadutisti tedeschi.

Il 23 gennaio si scontrò col nemico. La stessa sera, dopo la caduta di Tripoli, ricevette l’ordine di prendere posizione a sud del castello di Zuara. Dopo un nuovo ripiegamento il battaglione raggiunse la linea fortificata del Mareth, in Tunisia.

LA BATTAGLIA DI KASSERINE

Dopo aver raggiunto la linea del Mareth, l’8^ armata inglese di Montgomery era a corto di fiato e di rifornimenti e quindi incapace temporaneamente di offendere.
Rommel cercò subito la rivincita attaccando sul fronte occidentale tunisino. Egli prevedeva un attacco sui due settori delle forze alleate, inglese e americano, in direzione del colle di Kasserine per poi proseguire verso ovest in direzione di Tebessa dilagando nella pianura algerina e accerchiando le truppe alleate che minacciavano la 5^ Armata di von Arnim.
Quest’ultimo disponeva di circa 150 carri armati, Rommel solamente 50; vi era la disponibilità di una ventina di cannoni da 88mm.

Il 14 febbraio le unità corazzate di Rommel (10^ e 21^ Panzer Divison) si lanciarono all’attacco travolgendo le avanzanti formazioni americane; in prossimità di Sidi Bou Zid e in poche ore vennero distrutti una cinquantina di carri statunitensi.
Nel settore di Gafsa, le truppe americane del generale Robinett, dopo essersi ritirate su Feriana, il 15 febbraio contrattaccarono. bloccati prima dal potente fuoco di sbarramento degli 88 tedeschi e poi dai reparti corazzati, gli americani persero un altro centinaio di carri. A Gafsa finirono nelle mani di Rommel circa 1.400 prigionieri americani.
Il 20 febbraio, reparti della 10^ e 15^ Panzer conquistarono il passo di Kasserine, travolgendo le truppe americane a difesa della posizione.
Nella disperata battaglia si distinsero per valore e combattività i bersaglieri del 7° Reggimento, impegnati in durissimi scontri corpo a corpo contro le truppe alleate. il Comandante del reggimento, Colonnello Bonfanti, cadde in combattimento alla testa dei suoi bersaglieri, mentre li guidava all’assalto delle posizioni nemiche.
Il 28 febbraio 1943 il feldmaresciallo Rommel stabilì di scagliare un’offensiva contro il nemico, che denominò Azione Capri. Scopo dell’operazione era l’annientamento delle truppe nemiche che stavano posizionandosi tra il Mareth e Medenine. Si iniziò alle ore 06.00 del 6 marzo 1943, ma non si raggiunse il risultato sperato. Il giorno successivo il comando della 1^ Armata ordinava di rientrare alle posizioni di partenza.

Sulla linea del Mareth si distinse il sottotenente paracadutista Cesare Cristoforetti, che guadagnò la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria, con questa motivazione:
“Comandante di plotone paracadutisti a protezione di un nucleo di genieri d’arresto che di notte stavano costruendo un campo minato, mortalmente colpito da numerose schegge di granata che gli amputavano completamente le gambe e lo ferivano in tutto il corpo dava prova di grande serenità. Mentre era trasportato al posto di medicazione, conscio del grave stato in cui si trovava, incitava i portaferiti a compiere sempre il loro dovere e a testimoniare ai suoi genitori che moriva serenamente dopo aver dato tutto alla Patria. Negli ultimi istanti di vita trovava ancora la forza di intonare l’inno dei paracadutisti italiani”.
Questo non bastò a fermare l’avanzata alleata.

Alla fine, tra contrattacchi e ripiegamenti, il gruppo Armate Afrika vedeva restringersi sempre di più il proprio spazio di manovra. Lo schieramento delle forze della 1^ Armata sulla linea di Enfidaville era il seguente (dal mare verso l’Interno):
XX° Corpo d’Armata(90^ Leichte Division, Divisione Giovani Fascisti, Divisione Trieste),
XXI° Corpo d’Armata (Divisione Pistoia, 164^ Leichte Division).
In riserva si poteva contare sulla 15^ Panzer Division con solo 15 carri, il Raggruppamento Piscicelli, un battaglione della Pistoia e due battaglioni di avieri.

La notte del 23 marzo, truppe scozzesi espugnarono alcuni nostri avamposti a El Harran.

Il 23 marzo stesso, il comandante del 66° reggimento di fanteria, di cui il Folgore costituiva il III° battaglione, ordinava il contrattacco alla compagnia che fungeva da caposaldo arretrato del battaglione, cioé quella del tenente Lodovico Artusi, la 109^. Ricevuti gli ordini dal comandante, Artusi disse:
“Vinco o non torno!”
Divise il reparto in due gruppi e si lanciò all’assalto gridando “Folgore”, alla testa dei suoi uomini. Molti furono i feriti e gli uccisi. Egli fu gravemente ferito ed accecato. lo stesso tenente Artusi, soccorso dai suoi uomini ebbe ancora la forza di dire:
“Abbiamo vinto, Folgore!. Viva l’Italia!”.

Per il suo valore gli fu conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:
“Comandante di una compagnia inviata in rinforzo ad un battaglione per rioccupare una posizione raggiunta dall’avversario, impavido, alla testa dei suoi uomini, sotto intenso fuoco li trascinava in un travolgente vittorioso contrassalto che permetteva di rioccupare di slancio la posizione perduta. Rimasto gravemente ferito alla testa, rifiutava ogni soccorso ed additando ai suoi uomini le posizioni avversarie, gridava con le forze residue “Folgore, abbiamo vinto. Viva l’Italia”.

Montgomery subisce gravi perdite. Egli invia a Londra messaggi drammatici “ferma, disperata resistenza”. (soprattutto con i tedeschi della V Armata di Arnim che ha ancora mezzi efficienti e non è appiedato come Messe.
Churchill fu costretto ad ammettere la parziale  sconfitta e Montgomery chiese due settimane di tregua.
La spaventosa lotta era durata sei giorni.
“Ammucchiati i cadaveri inglesi di fronte ai nostri capisaldi”; annientate Unità famose, come la “Brigata Guardie”, i Btgg. “Black Watch” e “Durham Light” della 30° e 51° Div. ; ridotti in briciole I 50 carri della 23° Brigata Corazzata.

Messe, commentando la sconfitta inglese scrive: le Divisioni combatterono con grande valore e magnifico slancio, superando in bravura i tedeschi…. Ben diverso epilogo avrebbe potuto avere l’azione (contrattacco della 15° Div. Cor. tedesca) se questa incrollabile barriera di punti di appoggio fosse caduta in mano al nemico… Tutte le truppe italiane tennero meraviglioso contegno, ma una parola di particolare elogio va all’eroico 8° Bersaglieri che superò se stesso”. E accennando al comportamento della truppa soggiunse: “Durante il furibondo attacco inglese alla posizione di resistenza della Div. “Giovani Fascisti”, episodi epici hanno perfino indotto l’Ufficiale di collegamento germanico a segnalare l’ammirazione dei reparti tedeschi che ne erano stati testimoni”

Sulla battaglia del Mareth, giunse una lunga relazione di Messe a Mussolini, che il duce più tardi così commentò “…in quella relazione distribuiva più elogi agli inglesi che non alle forze italiane; eccessivi tali riconoscimenti ai nemici che si rifrangevano anche sugli italiani, in quanto dimostravano che i nostri soldati avevano combattuto contro soldati non di seconda classe ma di prima classe.

Quando Messe venne catturato a fine conflitto e trattato da Re dagli inglesi Mussolini ebbe a dire: “Oggi, alla luce del tradimento particolarmente obbrobrioso di Messe, ci si domanda se tutto ciò non fu calcolato e intenzionale, in vista di una cattività che Messe non poteva escludere dal novero delle possibilità. E’ altresì indubbio che Messe, attraverso la sua relazione, godé di una immediata buona stampa in Inghilterra, ed è altresì documentato dalle fotografie che, giunto in volo nei pressi di Londra, il Messe fu accolto da uno stuolo di generali non come un prigioniero e italiano per giunta, ma come un ospite di riguardo” (Articolo di Mussolini, pubblicato sul Corriere della Sera del 1945, poi raccolti insieme ad altri  in “Il tempo del bastone e della carota”).

Il 30 marzo la “Folgore” si schierò di nuovo sulla linea dell’Uadi Akarit.

Il 9 marzo iI feldmaresciallo Rommel, viene richiamato in patria dopo la battaglia di Médenine, fa tappa a Roma e si incontra con Mussolini cui non nasconde la gravità della situazione. Ma Mussolini replica solennemente: “La Tunisia deve essere conservata ad ogni costo… Sono del parere del Fùhrer: bisogna conservare la Tunisia”. Il comando delle forze tedesche in Tunisia è affidato al gen. Jurgen Von Arnim, mentre il comando supremo delle truppe dell’Asse è tenuto dal gen. Giovanni Messe.

Dal diario dell’aiutante di campo di Rommel:  “… ha ottenuto dal Q.G. del Fuhrer l’atteso congedo, a sua domanda per gravi motivi di salute; lo sostituisce von Arnim nella V Armata, ma il Generale Messe assume il comando della I Armata e il comando dell’A. Korps in Africa. Il sig Mar. Rommel parte domani per il Reich, in aereo”
Su questa partenza sarà mantenuto il massimo segreto per volere del Comando Supremo della Wermacht e personalmente del Fuhrer.
Infatti il cambio della guardia rimane segreto per ragioni psicologiche; e di prestigio. Montgomery sarà sempre convinto di battersi contro Rommel, e saprà solo alla fine della battaglia che al Comando d’Armata c’era Von Armin.
Data l’urgenza di nominare in comandante di tutte le forze fu affidato a Messe il comando effettivo (il primo e unico caso di divisioni tedesche agli ordini di un generale italiano).

Montgomery, dopo le disfatte era titubante. Sospese l’azione chiedendo a Londra due settimane di tregua. Ma Londra insistette per riprendere l’offensiva immediatamente che riprese infatti, il 26 marzo, con le nuove forze corazzate provenienti dall’Egitto (altri 500 carriarmati).

Una manovra aggirante costringe Messe a ritirarsi verso la linea dell’Akarit, iniziando (scrive) una guerra di movimento (senza mezzi di movimento!). Poi si ritira (a piedi) fino ad Enfidaville (250 Km). Sono manovre inutili, perché gli avversari hanno una superiorità schiacciante.

ENFIDAVILLE

5 aprile. Nella notte l’8a armata del gen. Montgomery sferra un poderoso attacco alla linea dell’Akarit. A mezzanotte la 4a divisione indiana raggiunge quota 275 aggirando cosi da sud l’Akarit. Ma la linea non viene sfondata e le truppe dell’Asse possono retrocedere ancora verso nord, verso cioè la nuova linea difensiva di Enfidaville, una serie di rilievi che si estendono fino al Djebel Mansour e che rappresenta l’ultima protezione di Tunisi. Le perdite dell’Asse sono enormi: la divisione italiana Centauro è stata sciolta e quelle che sono rimaste non raggiungono il 50% degli effettivi.

Il 6 aprile gli inglesi sferrarono contro le forze dell’Asse, un forte attacco. Comincia alle ore 23, con il fuoco di 450 cannoni. Montgomeri mette in campo anche i suoi 500 mezzi corazzati, mentre la 15a divisione tedesca ne ha soltanto 16. La battaglia dura un giorno solo, ed è la battaglia più violenta e selvaggia dopo El Alamein, (scriverà Montgomery). La notte stessa le forze dell’asse si ritirarono verso Enfidaville.

Il battaglione dei parà era ridotto a circa 200 uomini, ripartiti tra la 108^ compagnia del tenente Rolando Giampaolo e la 112^ del tenente Orciuolo. All’Uadi Akarit era rifulso il valore del tenente Giampaolo.

– Questo eccezionale ufficiale che aveva combattuto nel 51° reggimento fanteria sul fronte occidentale, in Albania, Montenegro e Grecia, si arruolò volontario nei paracadutisti, e il 21 aprile 1942 conseguì il brevetto. Quando la divisione Folgore fu inviata in Africa Settentrionale fu comandante della 28^ compagnia, X° battaglione, 187° reggimento di fanteria paracadutisti. Dopo le perdite sanguinose subite dal IX° e X° battaglione nella battaglia di Alam el Halfa di fine agosto, primi di settembre 1942, i due reparti si fusero nel IX°. Dopo la fine delle ostilità in Tunisia, il tenente Giampaolo fu prigioniero nel famigerato Campo 305 in Egitto. Non cooperatore dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, subì angherie di ogni genere dal detentore inglese, che non gli risparmiò neppure il kalabush. Fu rimpatriato nel 1947. Fece parte delle ricostituite Nembo e Folgore, a Pistoia e a Belluno. Quando, nel 1952, presso la Scuola Militare di Paracadutismo fu ricostituito il 1° battaglione paracadutisti del dopoguerra, ne fu -col grado di maggiore- il primo comandante. Promosso colonnello nel 1962, fu nello stesso anno il primo comandante del 1° reggimento paracadutisti. Amato dai suoi soldati e dai suoi collaboratori, era affettuosamente chiamato “Papà Rolando”.  –

Per l’eroico comportamento all’Uadi Akarit fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione:
“Comandante di compagnia paracadutisti contrassaltava truppe avversarie che con l’appoggio di mezzi corazzati erano riuscite ad occupare in forze una nostra importante posizione e dalla quale minacciavano di aggirare tutto lo schieramento della divisione. Con azione decisa e violenta guidava i suoi uomini e, dopo rapido combattimento all’arma bianca, annientava il nemico, catturando numerosi prigionieri e distruggendo alcuni mezzi corazzati”.

Gli fu concessa la promozione in servizio permanente effettivo per merito di guerra, al posto di una seconda medaglia d’argento. Guadagnò tre croci al merito di guerra e riportò tre ferite in combattimento.
Anche il paracadutista Giovanni Battista Corlazzoli guadagnò una Medaglia d’Argento al Valor Militare. Ecco qui di seguito la motivazione:
“Paracadutista porta fucile mitragliatore, già distintosi in precedenti combattimenti, in azione di contrassalto, con calma, perizia e severo sprezzo del pericolo, infliggeva, con il fuoco della propria arma notevoli perdite all’avversario. Ferito da arma da fuoco alla gamba destra rifiutava di abbandonare il suo posto di combattimento fino a quando, una raffica d’arma automatica nemica non gli stroncava il braccio destro. Contribuiva così efficacemente a scoraggiare ogni ulteriore velleità nemica. Al proprio Comandante di Compagnia, si dichiarava fiero di aver donato alla Patria un braccio”.

I combattimenti a Enfidaville cominciarono il 19 aprile, con il solito bombardamento delle artiglierie alleate contro le nostre posizioni; furono prese di mira in particolare le posizioni sul Garci e sul Takrouna e su questi colli continuò l’eroica resistenza dei nostri soldati.

TAKROUNA

Il 20 aprile i Neozelandesi attaccarono, sopraffacendolo, il caposaldo di Gebel Takrouna, villaggio berbero posto su una grossa rupe che chiudeva la pianura di Enfidaville. Il caposaldo era presidiato dal 1° battaglione del 66° reggimento fanteria della Divisione Trieste, e da un plotone di avieri tedeschi. Alle 09.00 del 20 aprile fu dato l’ordine di contrattaccare.
I granatieri, comandati dal tenente Diletti, dopo due ore furono decimati dal fuoco nemico. Un granatiere portò al comando del 285° Folgore la notizia del disastro. Il colonnello Pettinau, comandante di settore, ordinò al 285° di riprendere Takrouna. Le due compagnie del battaglione, la 108^ del tenente Giampaolo, e la 112^ del tenente Orciuolo, iniziarono il movimento cantando l’Inno dei Paracadutisti. Per percorrere i quattro km che separavano le nostre linee avanzate da Takrouna, ebbero l’ordine tassativo di non correre sul terreno scoperto, ma di camminare, per non essere individuati. Per fortuna dopo il costone di Deblijate il terreno era pieno di cespugli.
I circa 170 paracadutisti erano stati divisi in due gruppi: un gruppo doveva dirigersi verso il costone orientale (tenente Giampaolo), l’altro verso quello occidentale (tenente Orciuolo). In appoggio vi erano le mitragliatrici dei granatieri.
I primi paracadutisti a cadere furono il sergente maggiore Cubelli e il sergente Ghetti, il quale prima di morire ebbe la forza di gridare :
“La Folgore é sempre la Folgore”.
Verso sera le perdite erano di circa 40 paracadutisti, tra morti e feriti ma la prima parte dell’attacco era riuscita.

Il capitano Lombardini tenne un consiglio di guerra e dopo aver studiato a fondo la situazione, decise di fare effettuare una scalata dalla parte più impervia, che risultava meno presidiata dal nemico. Occorrevano però paracadutisti provenienti dagli alpini. Il sergente maggiore Donato Sanità si offrì volontario per comandare la pattuglia di scalatori. Egli proveniva dalla Guardia alla Frontiera ed era un soldato di grande coraggio. Lombardini, che era appartenuto al corpo degli alpini, spiegò come comportarsi per scalare questo “canalone” di una quarantina di metri. La compagnia del tenente Giampaolo ricevette l’ordine di compiere un’azione diversiva, aprendo un fuoco violento di armi automatiche. I paracadutisti del sergente maggiore Sanità iniziarono la scalata in silenzio; lo sforzo era notevole, non bisognava fare rumore. Dall’alto, all’improvviso, sentirono gridare: “Folgore. Folgore”; si udirono crepitare i mitra e scoppiare le bombe a mano. Contemporaneamente, il plotone del sottotenente Andreolli, della compagnia Giampaolo, si era spinto in alto verso la moschea, catturando molti prigionieri maori.

Alle 20.00 potettero informare il comando della Divisione Trieste che su Takrouna sventolava il Tricolore.

L’azione era stata sanguinosa, circa settanta paracadutisti erano morti o feriti. Il tenente Giampaolo mandò un portaordini con un messaggio di richiesta di rinforzi, perché non si avevano più notizie del sottotenente Andreolli e del suo plotone. Dopo la fine della guerra e il rimpatrio dalla prigionia, il sottotenente Andreolli dichiarò che dei suoi 25 uomini ne furono uccisi 20. Due, feriti, furono evacuati; due scortarono i prigionieri al Comando, e un altro fu catturato mentre rastrellava l’abitato. Egli stesso, rimasto ferito, si era asserragliato in una casa con quattro o cinque paracadutisti feriti. Quando finirono le munizioni, furono vigliaccamente uccisi dai Neozelandesi. Al sottotenente Andreolli fu conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:
“Comandante di plotone paracadutisti, impegnato in accanito contrattacco per la rioccupazione di importante posizione, si distingueva per coraggio. Alla testa del suo reparto, duramente provato dal fuoco avversario, penetrava arditamente in un abitato presidiato dal nemico impegnandolo in combattimento all’arma bianca. Caduti uccisi quasi tutti i suoi paracadutisti, si asserragliava con i pochissimi superstiti fra i ruderi di una casa e, sebbene ferito, resisteva ai ritorni offensivi di truppe fresche nemiche finché esaurite le munizioni e sfinito dal sangue perduto, era catturato dopo che tutti i suoi uomini erano caduti uccisi”

Sul Takrouna si distinsero i reparti della Trieste e dei paracadutisti della Folgore; il presidio della posizione era stato affidato al 1° battaglione del 66° Reggimento fanteria agli ordini del Capitano Politi, rinforzato da un plotone tedesco del 47° Reggimento fanteria, da un plotone mortai da 81 e da due batterie di artiglieria. A sinistra del Takrouna c’era un altro colle, il Dj Bir, difeso da una compagnia del 47° Reggimento tedesco. Il pesante bombardamento dell’artiglieria nemica colpì duramente queste due posizioni.
Sul caposaldo di Dj Bir, i germanici pur opponendo una forte resistenza furono sopraffatti, lasciando aperta la strada per il Takrouna. Gli assalti nemici furono fermati dai fanti della Trieste a costo di gravissime perdite: particolarmente impegnati in furiosi combattimenti corpo a corpo gli uomini della 2^ compagnia, che dopo aver difeso strenuamente la loro posizione furono costretti a cedere. La scalata del nemico verso la cima del Takrouna fu bloccata all’ultimo momento dai tedeschi del 47° Reggimento.
Il capitano Politi guidò personalmente un travolgente contrattacco per respingere le fanterie nemiche che dilagavano ormai da tutte le direzioni. Per mantenere la posizione dovettero intervenire le forze tenute in riserva: due compagnie di parà della Folgore agli ordini del capitano Lombardini ed una compagnia di Granatieri di Sardegna, agli ordini del sottotenente Delfo Filetti.
Grazie ai rinforzi il capitano Politi potè riprendere l’iniziativa contrattaccando ferocemente il nemico: i paracadutisti della Folgore assalirono le posizioni nemiche, ricacciando i neozelandesi dalle pendici est del colle e riconquistando il caposaldo della 2^ compagnia. Furono fatti 150 prigionieri, tutti appartenenti alla 2^ Divisione neozelandese. A tal riguardo il Generale Messe scrisse:
“sul Takrouna la lotta è veramente epica; i centri di fuoco sulle falde dell’altura continuano a fulminare i reparti nemici che sono letteralmente decimati; anche i nostri elementi sono assoggettati al fuoco concentrico nemico e al tiro di cecchinaggio da parte di elementi annidatisi nelle case sulla vetta del cocuzzolo, vero torrione quasi inaccessibile. Contro questi partono all’attacco, col classico slancio dei paracadutisti, le compagnie del battaglione di formazione Folgore. Per tutto il pomeriggio fino a sera e nella notte è una vera caccia di casa in casa, di sasso in sasso; le perdite sono micidiali per entrambi i contendenti “.

Da radio Londra, gli inglesi tentarono di giustificare il loro insuccesso, giungendo ad affermare:
“Sul Takrouna l’Italia ha fatto affluire i suoi migliori soldati”.
Un grande riconoscimento al valore dei nostri militari.

Il 21 furono rinnovati gli attacchi contro il colle; i primi a essere investiti furono i parà della Folgore, che occupavano ancora il caposaldo della 2^ compagnia. Dopo aver respinto numerosi assalti nemici, i parà, alla fine, furono travolti. Anche sugli altri capisaldi la situazione era gravissima. Nel primo pomeriggio il capitano Politi inviò al comando della Trieste il seguente messaggio via radio:
“Situazione criticissima, disperata. Abbiamo sparato le ultime cartucce. Le perdite sono ingenti. Il nemico ha occupato quasi totalmente le nostre posizioni. Moltissima la fanteria nemica che aumenta sempre. In basso moltissimi carri armati. Situazione disperata. Fare presto fare presto Politi”.
Il generale Messe inviò in soccorso di Politi la 103^ compagnia arditi, che, però non riuscì a raggiungere la posizione a causa del potente fuoco di sbarramento nemico. Verso le 17.00 di quella stessa giornata, fu captato dal comando della divisione Trieste un ultimo messaggio proveniente dal Tkrouna:
“La stazione è assalita da elementi nemici”.
Dopo la mezzanotte si scatenò l’inferno. Fuoco intenso di armi automatiche, fuoco violento di artiglieria, tiri di carri armati. Paracadutisti e granatieri si batterono con grande determinazione. Poi fu il silenzio.

Il 21 aprile, verso le 16.00, il nemico si impadronì della cima del roccione.

Il sergente maggiore Sanità calò i feriti dal monte, e ripiegò per sottrarsi alla cattura. Nella serata, la posizione del Takrouna poteva considerarsi perduta, tranne qualche piccolo focolaio di resistenza che continuò a respingere gli assalti nemici fino il giorno dopo. Si concludeva così una delle pagine più belle ed epiche della storia militare italiana, scritte con il sangue dei nostri valorosi combattenti, che avevano ripercorso le gesta degli eroi di Cheren, Bir El Gobi e di El Alamein.

Bollettino di guerra N. 1062 del 22 aprile 1943

” Nella tenacissima difesa di un elemento avanzato della nostra linea si è particolarmente distinto il I° battaglione del 66° Reggimento Fanteria Trieste che, al comando del capitano Mario Politi da Sulmona, ha inflitto ingenti perdite alle unità neozelandesi attaccanti “.

Sempre il 22 l’attacco nemico si spostò lungo la fascia costiera impegnando duramente i reparti della divisione Giovani Fascisti e della Trieste. Sul Gerbi, furono i fanti della Pistoia a respingere i furiosi attacchi nemici. Tra il 27 e il 29 aprile, le forze alleate tentarono ancora di sfondare lungo la costa: ancora una volta i nostri soldati mantennero saldamente le posizioni.

Il 30 aprile la prima battaglia di Enfidaville poteva ritenersi conclusa.

Alle 18.00 del 30 aprile, il comando di reggimento convocò il capitano Lombardini che al suo arrivo trovò un ufficiale superiore che lo accompagnò al comando del XX° Corpo d’Armata. Il generale Orlando Taddeo, comandante del XX°, gli consegnò la medaglia d’argento al valor militare sul campo dicendogli:
” La dò a Te per il Tuo eroico battaglione”.

Ecco la motivazione:
“Battaglione di paracadutisti, con impeto travolgente contrattaccava il nemico che in forze preponderanti, aveva occupato gran parte di una nostra importante posizione montagnosa, snidandolo di roccia in roccia e ricacciandolo con gravissime perdite. Nuovamente attaccato da altre forze nemiche, resisteva a lungo sotto l’incessante fuoco dell’artiglieria avversaria, assolvendo sino al limite estremo di ogni energia e di ogni possibilità il compito affidatogli”.

LA SECONDA BATTAGLIA DI ENFIDAVILLE

Nonostante la strenua resistenza delle forze italo tedesche, la morsa si stava inesorabilmente stringendo intorno a loro. Dopo la caduta di Tunisi e di Biserta, avvenuta il 7 maggio, in mano alle forze dell’Asse restava solo la penisola di Capo Bon.
La seconda battaglia di Enfidaville iniziò il 9 maggio: dopo solo due giorni, l’11, la 5^ Armata di Von Arnim depose le armi (intanto Rommel, quasi alla chetichella aveva da tempo lasciato l’Africa). I reparti italiani in forza alla 5^ Armata tedesca che operavano nell’estremo nord (5° e 10° bersaglieri, battaglione Bafile del Rgt. San Marco della Marina) continuarono a combattere anche dopo la resa dei tedeschi fino al completo esaurimento delle munizioni.

Nella serata dell’11 maggio, Mussolini inviò al generale Messe il seguente messaggio:
“Tutti gli italiani seguono ammirati e fieri le pagine di storia che la Prima Armata sta scrivendo. Il Paese sarà superbo nei secoli della gloria che irradia, per virtù di capi e di gregari, dall’ultimo lembo d’Africa oggi in nostro possesso. Con soldati come quelli della Prima Armata la Patria può contare sicuramente sul suo avvenire “.
Nella mattinata del 12 maggio, Messe a sua volta inviò un messaggio al Comando Supremo italiano, sottolineando che la sua Armata non poteva resiste più a lungo:
“La Prima Armata, cui la sorte ha serbato il privilegio di restare ultima e sola a difendere il tricolore in terra d’Africa, continuerà fino all’estremo. Il nemico ormai preme da tutte le direzioni: La situazione generale, l’enorme sproporzione delle forze ed il progressivo esaurimento delle munizioni di artiglieria, lasciano prevedere che la resistenza non potrà protrarsi a lungo “.

Alle 11,15 del 12 maggio 1943, Mussolini inviò un nuovo messaggio per lasciargli carta bianca ed eventualmente trattare la resa:
“Poiché gli scopi della resistenza possono considerarsi raggiunti, lascio V.E. libera di accettare onorevole resa. A voi e agli eroici superstiti della Prima Armata rinnovo il mio ammirato vivissimo elogio “.

Subito dopo, Messe via radio inviò al comando alleato la richiesta di resa con gli onori delle armi. Gli alleati risposero che avrebbero accettato solo una resa incondizionata. Messe prese tempo. Solo quando nella serata giunse da Roma l’ordine di cessare il combattimento (insieme alla nomina di Messe a Maresciallo d’Italia), Messe inviò suoi emissari al comando alleato per ricevere le condizioni di resa. Nello stesso tempo, il neo Maresciallo d’Italia ordinò la distruzione di tutte le armi pesanti e automatiche, per evitarne l’utilizzo da parte del nemico.

Il 13 maggio 1943 la 1^ Armata Italo-Tedesca si arrendeva a Capo Bon.

Gli ultimi colpi prima della resa, furono sparati dai “Giovani Fascisti” e dai paracadutisti, a Nabeul.

Alle 12,30 del 13 maggio, Messe comunicò al comando alleato l’accettazione delle condizioni di resa e a Roma la fine delle ostilità. Prigioniero, prima di essere portato via, una fonte americana definì il Maresciallo Messe “triste e serio” mentre in piedi su un’autovettura scoperta alleata salutava per l’ultima volta i suoi soldati che avevano combattuto e difeso strenuamente l’ultimo lembo d’Africa. Ben gli si attaglia il detto: “I vecchi soldati non muoiono mai”.

Per alleviargli il dolore della cattura Mussolini promuove Messe Maresciallo d’Italia per meriti di guerra. Ma lui non segue i prigionieri, vola a Londra come ospite di riguardo degli inglesi, mentre i suoi soldati furono scaraventati nel Sud Africa, in Rhodesia e torneranno dalla prigionia nel 1946. Umiliati perché avevano perso, offesi perché si erano arresi, disprezzati perché gli onori in quel periodo (1946 e successivi) erano riservati tutti ai partigiani che invece di combattere per la Patria erano scappati dalle caserme per tornare a casa e poi sui monti.

Qui potete trovare la stessa storia raccontata dai reduci neozelandesi. C’è anche una bellissima bacheca fotografica.

NOTA:
Il Generale CAVALLERO, rimosso come Capo di Stato Maggiore, finirà in galera prima dell’8 settembre 1943, accusato da Badoglio di essere antiamericano. Si difese con un memoriale affermando che era stato invece sempre anti-tedesco. Ma lasciato libero l’8 settembre (prima della fuga di Badoglio e il Re) il memoriale finì in mano tedesca (Badoglio lo lasciò sulla sua scrivania). Ovviamente seguì l’arresto immediato di Cavallero che dopo 24 ore era già morto con un colpo di pistola alla tempia destra. Peccato che lui fosse mancino.
Cavallero aveva sostituito sul fronte greco Badoglio che fu radiato dal comando per incapacità manifesta sul campo. Cioè fu allora stroncata la carriera di Badoglio. Non ebbe più nessun incarico. Si prese la rivincita su Cavallero il 25 luglio ’43
.
Il Generale MESSE, rimosso dal comando dell’Armir in Russia, successivamente fu inviato in Africa dopo la partenza di Rommel (Assumendo prima il comando delle truppe italiane poi – con la partenza di Rommel- anche quelle tedesche. Dopo la sua cattura in Tunisia e dopo l’8 settembre ’43, rientrò dalla prigionia dall’Inghilterra (Sic!) in Italia nel novembre del ’43. Unitosi al Re e a Badoglio fu nominato Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Italiane fino al 1945. Una carriera splendida per un nemico degli Alleati e prigioniero di guerra dopo una resa! Infatti, Messe, dopo la resa, volò a Londra a raccogliere onori, e dopo l’8 settembre fu nominato da Badoglio Capo di Stato Maggiore (ovviamente per combattere i tedeschi, e unirsi agli anglo-americani). Quando lo vennero a sapere nei campi di concentramento, furono molti a capire tante cose. E che il suo fono a Mussolini, con la frase “condividerò la sorte dei miei soldati, anche con la prigionia se necessario” era una gran balla. A Londra si stava meglio che a Bulawajo!

Ancora : quando chiesero un’opinione sull’armistizio firmato dall’Italia, Montgomery: rispose semplicemente “Il più grande voltafaccia della storia”. Allora gli spiegarono pazientemente che gli italiani, diventavano un’altra cosa, che non erano più nemici. Lui se ne uscì con una battuta lapidaria “Cobelligeranza? Che roba è?”

Come potete vedere la classe dirigente di allora non era molto diversa da quella di oggi mentre i militari, quelli “veri” non i “politicanti” hanno conservato tutto l’antico latino valore.

Tornerà  Attilio Regolo?

Dopo quanto accaduto per la liberazione del giornalista di repubblica, sequestrato in Afganistan come altri suoi colleghi tutti di sinistra (guarda caso tutti tornati in perfetta forma non come Stefio & C, per non parlare di Quattrocchi morto sfidando i suoi esecutori), mi sono fatto un giro in internet per avere un’idea delle opinioni circolate nelle altre nazioni. Ecco i risultati :

Brendan Caron  from Vancouver, Canada
Trust the Italians to save their own butts even if it means the death of others because of their lifesaving techniques. For one Italian journalist they trade five killers that are now free to roam and kill. Way to go Italy. You are showing your true colours again. Disgusting. And these guys are on our side? Guess they are blowing in the wind and will go whichever way that the wind takes them. I take it their lives are worth more than any other human beings’ lives.

Carson’s Army  from United Kingdom
In WW2 the Italians changed teams more than a 4th line hockey player. Nice to see 60 years later the country that brags about ‘machismo’ still has the spinal column of a jellyfish. If America really wants to be pricks over this either stop trade with Italy or tariff their products so deeply no one buys them.

James Clost  from chaozhou, guangdong, China
carson’s army, the etymology of the word ‘machismo’ is spanish. at any rate, i agree with you on italian military behaviour. their recent history isnt much to brag about. This kind of policy (exchanging taliban prisoners for hostages) has to be one that all countries with military forces and civilian workers in afghanistan follow, or none of them. deals like this by the italians, particularly when the country making the deal doesn’t consult their allies, will undermine this mission even further. just more proof that some politicians and some countries aren’t very interested in success in afghanistan.

Johnna Public  from Toronto, Canada
I think Carson’s Army has it right when he says that ‘…In WW2 the Italians changed teams more than a 4th line hockey player. Nice to see 60 years later the country that brags about ‘machismo’ still has the spinal column of a jellyfish…’
I am not arguing with the notion of Italy’s right to do what it wishes, nor can one argue with Carson’s Army fopr pointing out that what Italy wishes has remained rather consistent throughout the last 80 years or so. If one is supposed to ‘learn from the past’, this should be confirmation that notions of ‘Italian loyalty’ should be reserved to ‘movies about the Mafia’ since we KNOW that Italy cannot be counted upon politically on the international stage.

Sam Patel  from victoria, Canada
Hey Jeff Risi, what do you call 100,000 men with no weapons walking towards you slowly with their hands held above their heads begging for food? An ‘Italian Military Offensive.’

Steve allan  from Welland, Ontario, Canada
Italy has become a preferred target for kidnappers the world over. Seldom does a month go by that an Italian isn’t kidnapped somewhere in the world.
There’s a simple reason for it – the word is out that Italy sells out quickly for cash or tradeoffs. It’s a shameful policy but it shouldn’t surprise anyone who knows how Italian politics work.

T W  from Ottawa, Canada
Bad move: Letting the hostage die – he knew what he was getting into after all…
Worse move: Trade 1 hostage for 5 Taliban, freeing them up to do more dirty work themselves and also encouraging more kidnappings.
Better move: Trade 1 hostage for 5 Taliban, then wipe out the 5 Taliban and the kidnappers at the first available chance.
Message: Don’t kidnap our people or you’ll get what’s coming to you. However, your word then cannot be trusted when YOU need to negotiate for something.

Questi sono alcuni commenti ed opinioni. Non vi dico come mi si è fatto piccolo il cuore. Naturalmente chi non è abituato a girare il mondo per lavoro non ha alcun interesse a sapere che la considerazione sugli Italiani è pessima. Nel loro modo piccino e provinciale di pensare non capiscono che un atteggiamento così prevenuto nei nostri confronti rende le relazioni internazionali e commerciali molto più difficili. La diffidenza nei confronti di un interlocutore considerato inaffidabile rende i rapporti di lavoro o le contrattazioni o le relazioni politiche molto ma molto più complicate che non con un rapporto di fiducia stabile. Inutile dire che i rapporti personali non subiscono differenze anche se  si è costretti a subire il sarcasmo che inevitabilmente viene usato per sottolineare la nostra storia moderna fatta di alleanze disattese e tradimenti.

Addirittura c’è stato chi mi ha suggerito di cambiare nazionalità visto che sono considerato una mosca bianca al confronto della massa degli Italiani. Questo senso di d’isolamento è terribile, sento su di me la responsabilità di questo governo di imbelli e non riesco a trovare una motivazione che ne giustifichi il comportamento da veri vigliacchi. Vorrei poter salvare la faccia di tutti gli Italiani orgogliosi di esserlo e sopratutto orgogliosi di essere alleati ma mi rendo conto che il danno fatto è irreparabile. Si fa presto a scendere nella considerazione ed è difficilissimo, poi, riguadagnare le posizioni perdute. Basta guardare come i cinque anni di governo Berlusconi non sono serviti a cancellare l’onta del tradimento, con il cambiamento di alleanze, avvenuto con Badoglio nella seconda guerra mondiale.

Non c’è nulla da fare, il salto della barricata non è giustificato, mai, non dagli alleati e tantomeno dai nemici. Se tradisci una volta puoi sempre farlo la seconda, questo è il messaggio che entra nella testa di chi osserva. I latini dicevano che gli avversari restavano più disgustati dalla diserzione che dal massacro. E’ vero, verissimo, il combattente che resta sul campo diventa motivo d’orgoglio e guadagna un rispetto illimitato, non si può dire la stessa cosa di quello che ti volta le spalle e fugge. Questo è il motivo per il quale noi occidentali siamo considerati malissimo da quelli che si definiscono martiri e combattono per un ideale che noi abbiamo dimenticato.

Annibale, a Canne, si rese conto che non cera possibilità di vittoria finale contro i Romani. La determinazione, il sacrificio ma sopratutto l’orgoglio romano di non scendere a nessun patto con l’avversario, lo convinse che avrebbe potuto vincere le battaglie ma mai la guerra. Fino a quando i Romani si comportarono da Romani il sentimento nei loro confronti da parte degli avversari è sempre stato d’ammirazione. Spesso il solo apparire della prima linea delle legioni, con gli scudi rossi allineati e compatti come un solo uomo così ben disciplinata e determinata, costituiva il deterrente ad intraprendere qualsiasi azione contro il territorio romano e si evitavano sanguinose guerre. La fermezza del senato e quella del popolo romano erano lo strumento migliore per conservare la pace.

Poi, quando la politica degli imbelli prese il sopravvento, quando invece di difendere il terrirtorio ed i cittadini con una politica di fermezza e le armi si preferì pagare il riscatto della libertà, in oro, le cose precipitarono e della gloria di Roma e dell’orgoglio latino, oggi, restano solo le rovine ed il ricordo.

Non mi stancherò mai di dire che non si scambia una vita con un’altra, peggio se con altre cinque. La vita è sacra e lo scambio, se proprio necessario, o è alla pari o non si fa perchè altrimenti dimostrando debolezza si autorizza l’avversario a continuare a usare le vite umane per i propri scopi, forti dell’impunità.

Gli Italiani non si toccano e tutti dovrebbero saperlo bene e tenerne conto ma questo è un atteggiamento riservato a governi che hanno dignità ed un rispetto per la propria popolazione che forse noi non avremo mai più e tantomeno da questo fatto da chiacchieroni calabraghe ed ex terroristi.

Tornerà Attilio Regolo?

Aggiornamentoquesti sono quelli che i nostri sinistri difendono a spada tratta.

Prodi verso la dictatorship

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stalin

Volevo scrivere qualcosa sugli ultimi avvenimenti legati a questo governo ma sinceramente oltre agli insulti non mi è venuto in mente nulla di positivo o di costruttivo.
Quindi?
Quindi ho trovato questo articolo di Paolo della Sala che riporto integralmente :
Aspetti dimenticati di questa crisi: Scalfari, lo Scalfari di Roma Fascista, non molte settimane fa, invocava una soluzione alla Hugo Chavez per Prodi, una “dictatorship“.
I giornalisti politici lasciarono cadere l’infamia della proposta, etichettandola in genere come “goliardia senile”. Non era così, ce ne accorgiamo oggi.
Il nuovo incarico a Prodi (con Sircana sempre più in ascesa come vero Uomo ombra) nasce da una road map precisa. Molte sono state le cause interne della crisi di governo, ma non si sono evidenziate le cause internazionali. Cerco di ripercorrerne i passaggi centrali.
Negli ultimi mesi si sono evidenziati tre punti conflittuali:

– Iran;

– Israele, con la Siria pronta a una ritorsione militare nel caso di un attacco a Teheran;

– Londra, con la crisi del caso Litvinenko e il ruolo autonomo della Russia, fuori dal tentativo di collegarla alla UE, e sempre più concorrenziale nei confronti degli USA. Una Russia che si volge al nazionalismo e ai profitti geopolitici: vendita di armi ed energia, alleanza con la Cina, ruolo di tutore in Medio oriente.

Venezuela e Africa sono altri nodi, collegati ai precedenti.

Occorre precisare che la UE, nonostante le sue parole, vede come il fumo negli occhi le sanzioni economiche contro l’Iran, cui potrebbe quasi preferire l’opzione militare, anche se non si esprimerà  mai ufficialmente in tal senso a causa della opinione pubblica europea, condizionata dal culto pseudopacifista.

presidente-fausto-bertinotti-incontra-presidente-chavez
presidente fausto bertinotti incontra presidente chavez

Di fronte a un contesto delicato e potenzialmente prebellico, alcune cancellerie europee, il governo degli Stati Uniti e la Gran Bretagna di Tony Blair hanno considerato rischiosa la presenza del governo italiano nella stanza dei bottoni della Nato. I motivi sono due: all’estero ci si preoccupa anche per le sole ipotesi, e Romano Prodi è accusato di essere stato un doppiogiochista a favore dell’Unione Sovietica. Inoltre la sua leadership si è sempre fondata sull’alleanza organica con i comunisti (entrata in crisi solo per la concomitante presenza della sinistra riformista nel suo governo).

L’Occidente atlantista non poteva tollerare la presenza di un Bertinotti amico di Chavez, di un Diliberto amico di Hezbollah, di un Prodi coinvolto in uno scandalo sovietico, nella stanza dei bottoni.

Tony Blair forse non ha lavorato di concerto con Massimo D’Alema, ma certo i servizi inglesi hanno contribuito a incrinare l’immagine internazionale di Romano Prodi.

Si noti inoltre che nel corso di questi mesi non ci sono state relazioni dirette tra Prodi ed esponenti dei governi americano e inglese.

diliberto-hezbollahAl contrario D’Alema ha incontrato Condoleeza Rice a più riprese. Di questa esclusione la stampa italiana non ha fatto cenno, ma si tratta segnali precisi, nel linguaggio diplomatico, non spiegabili col solo fatto che D’Alema era titolare del ministero degli Esteri.

Pertanto è lecito pensare che la caduta di Prodi sia stata apprezzata sia dagli atlantisti conservatori (Bush), sia dagli atlantisti di sinistra (Blair), con D’Alema impegnato in un difficile gioco alla Badoglio.

Il fatto è che Prodi e i suoi tutori nazionali ed esteri non sono rimasti a guardare. Se otterrà  la fiducia delle Camere, il suo governo sarà  molto rigido, con il profilo “dittatoriale” suggerito dall’ineffabile giacobino di La Repubblica. La decisione di avere il solo Sircana autorizzato ai rapporti con la stampa va in questo senso. Ogni iniziativa politica sarà  blindata, crescerà  il potere ricattatorio contro i dissidenti della sinistra antiliberale e della sinistra cattocomunista. Questo esecutivo nasce dopo un tentativo di allontanare politici considerati all’estero potenziali doppiogiochisti e traditori della Alleanza atlantica.

Se supererà  la Fiducia e i primi scogli, il Prodi ter sarà , alla lettera, un governo reazionario, con una azione politica militarizzata.

Friuli 1945: partigiani della Osoppo Fucilati da comunisti

partigiani Del Battaglione Osoppo
partigiani Del Battaglione Osoppo

Friuli 1945: partigiani comunisti fucilano una formazione della Brigata Osoppo, costituita da partigiani cattolici, azionisti e indipendenti. Il motivo? Ancora in discussione.

STRAGE DI PORZUS, UN’OMBRA CUPA SULLA RESISTENZA

7 febbraio 1945, mercoledì, alle 14.30. Nelle malghe di Porzus, due casolari sopra Attimis, in provincia di Udine, ha sede il comando Gruppo brigate est della divisione Osoppo, formata dai cosiddetti “fazzoletti verdi” della Resistenza, partigiani cattolici, azionisti e indipendenti. Giungono in zona cento partigiani comunisti, agli ordini di Mario Toffanin (nome di battaglia Giacca) sotto le false spoglie di sbandati in cerca di rifugio dopo uno scontro con i nazifascisti. In realtà, è una trappola: alla malga vengono uccisi il comandante della Osoppo, Francesco De Gregori (nome di battaglia Bolla), il commissario politico Enea, al secolo Gastone Valente, una giovane donna sospettata di essere una spia, Elda Turchetti e un giovane, Giovanni Comin, che si trovava a Porzus perché aveva chiesto di essere arruolato nella Osoppo. Il capitano Aldo Bricco, che si trovava alle malghe perché doveva sostituire Bolla, riesce a fuggire e salva la vita perché i suoi inseguitori, dopo averlo colpito con alcune raffiche di mitra, lo credono morto.
Altri venti partigiani osovani vengono catturati e condotti prima a Spessa di Cividale e poi nella zona del Bosco Romagno, sopra Ronchi di Spessa, una ventina di chilometri più a valle. Due dei prigionieri si dichiarano disposti a passare tra i garibaldini. Gli altri saranno tutti uccisi e sbrigativamente sotterrati tra il 10 e il 18 febbraio. Della cosa si cercò di non far trapelare nulla. Ancora un mese dopo c’era chi assicurava che i capi Bolla ed Enea erano tenuti prigionieri dai garibaldini o dagli sloveni.

“… La propaganda clericale del tempo descriveva i partigiani comunisti, inquadrati nelle Brigate Garibaldi, come dei Satana spergiuri che volevano consegnare il Friuli alla Jugoslavia. Furono del resto pure inglobati nella Osoppo molti fascisti, come il Reggimento Alpini Tagliamento (formazione della Repubblica di Salò) che operava nella zona con il compito di combattere i “comunisti jugoslavi” e questo avvenne con la mediazione dell’Arcivescovado di Udine (Arcivescovo Nogara). Lo scopo della Osoppo e della Tagliamento infatti coincideva, l’obiettivo comune era quello di criminalizzare i partigiani delle Garibaldi.
In molte zone facevano persino presidi misti, cioè repubblichini e osovani.
Quelli della Osoppo, si appropriavano delle forniture inglesi che spettavano alle Garibaldi, l’accordo con gli inglesi era che il 30% di ogni lancio fatto alla Osoppo doveva essere destinato alle Garibaldi. Quelli della Osoppo non rispettarono mai l’accordo ed i Garibaldini per approvvigionarsi e procurarsi armi dovevano assaltare i presidi tedeschi e fascisti… “
(da un’intervista rilasciata nel 1996 dal comandante partigiano Mario Toffanin, Giacca)
“… La Grande Slovenia, volevano i partigiani comunisti. Noi volevamo solo combattere per la libertà, non per il comunismo, ed eravamo favorevoli a lasciare ad un referendum dopo la liberazione la scelta sui confini… Bolla, il comandante, alzava la bandiera, bandiera italiana, bandiera con lo stemma sabaudo. Io lo mettevo in guardia: attento, gli dicevo, la vedono i comunisti e i partigiani sloveni, quello stemma a loro ricorda il fascismo, toglila. E lui no, cocciuto, perché credeva sopra ogni cosa all’Italia, senza compromessi, senza tante prudenze politiche… Avevamo sempre operato insieme, anche se noi cattolici ci preoccupavamo, oltre che della onestà dei fini, anche della onestà dei mezzi. Ci furono discussioni assai accese con i comandanti comunisti sulla necessità di azioni che comportavano sacrifici di vite umane”.
(da un’intervista rilasciata nel 1997 da Monsignor Aldo Moretti, Lino, Medaglia d’Oro al valor militare, uno dei fondatori della Divisione Osoppo).
Quando nel 1997 il regista Renzo Martinelli doveva girare gli esterni del suo film Porzus, si trovò alle prese con i divieti di diversi sindaci, che non consentirono le riprese sui loro territori. Erano passati più di cinquant’anni, ma di Porzus molti non volevano neppure parlare; non mancò chi chiese di vietare la presentazione del film a Venezia. Cattive coscienze, risentimenti, fanatismo ideologico duro a morire, uniti ad una insopprimibile abitudine a riscrivere la storia con ottica di parte, hanno fatto sì che a tutt’oggi restino dei punti interrogativi su quella cupa vicenda. Non abbiamo la pretesa di poter fornire tutte le risposte; confidiamo solo che una rilettura seria e serena sia possibile, a passioni sopite e senza nessuna preconcetto. E speriamo che cinquantasei anni di distanza siano sufficienti, non foss’altro per rendersi conto che non esiste causa, per nobile che sia, che possa trarre giovamento dalle falsificazioni della realtà.
Molti segreti se li portò nella tomba Mario Toffanin, Giacca. A differenza di altri, Giacca su Porzus aveva parlato molto, dando tante versioni diverse, con una sola costante: “se li avessi di nuovo davanti, li accopperei ancora tutti”. Morì, ottantaseienne, venerdì 22 gennaio 1999, nell’ospedale della cittadina di Sesana, in Slovenia. Era lui il comandante dei reparti che compirono l’eccidio. Il protagonista della vicenda, almeno il più visibile; non necessariamente il più consapevole.
Partigiani contro partigiani, con accuse reciproche, fino al tragico epilogo di sangue. Nella vicenda di Porzus si materializza violentemente quello che fu il problema centrale della Resistenza: la competizione, più che la collaborazione, tra i diversi gruppi ideologici. In più si aggiunsero le rivendicazioni territoriali slovene, che avevano una loro legittimità storica, ma che contribuirono ad arroventare una situazione già calda.
Ma non possiamo leggere queste vicende, accadute in quell’estremo lembo di territorio italiano tra le provincie di Udine e Gorizia, se prima non accenniamo brevemente alla nascita della Resistenza in Italia e ai suoi sviluppi.
Una storiografia oleografica ci ha spesso presentato la Resistenza come un movimento di popolo, una spontanea ribellione di massa contro l’oppressione fascista e nazista. Se vogliamo guardare più realisticamente ai fatti, partiamo da una data fondamentale: 25 luglio 1943. Il Gran Consiglio del Fascismo vota a maggioranza un ordine del giorno presentato da Dino Grandi, che, chiedendo il ripristino dei poteri degli organi costituzionali (Parlamento, Corona), di fatto sfiducia Mussolini, mettendo fine a diciotto anni di una dittatura che, se negli anni precedenti aveva goduto di un grande seguito popolare, aveva poi gettato l’Italia nella tragedia della seconda guerra mondiale. Il Re Vittorio Emanuele III fa arrestare Mussolini e nomina Primo Ministro il Maresciallo Pietro Badoglio. Sul 25 luglio, sulle effettive intenzioni degli uomini che causarono la caduta del Duce, si discute e si discuterà ancora a lungo. Ma resta un dato di fatto: il fascismo fu liquidato dai fascisti e dal Re, né le attività clandestine di gruppi antifascisti ebbero alcun peso sull’estromissione di Mussolini dal potere.
Le ambiguità di Badoglio, l’illusione di poter tenere a bada contemporaneamente gli Alleati e i tedeschi, le incertezze di un Re più preoccupato delle sorti della Corona che di quelle della Patria, si tradussero in un mese e mezzo di politica ambivalente e pasticciona, col solo risultato di consentire ai tedeschi, che avevano ben poca fiducia nella lealtà del nuovo governo italiano, di rinforzare massicciamente la propria presenza militare nella penisola (limitata, al 25 luglio, a quattro divisioni). Quando l’otto settembre di quel tragico 1943 fu reso noto l’armistizio firmato unilateralmente cinque giorni prima dall’Italia con gli Alleati, le truppe tedesche furono pronte a disarmare numerosi reparti dell’esercito italiano e ad arrestare e deportare centinaia di migliaia di militari dell’ex alleato, ora considerato traditore. Lo sbandamento delle forze armate in quei terribili giorni fu quasi totale, anche se non mancarono episodi di resistenza eroica da parte di unità che non accettarono supinamente il disarmo. La nascita di quell’ombra di stato che fu la Repubblica Sociale e la conseguente divisione dell’Italia tra repubblica fascista al Nord, e Regno del Sud (nei territori che via via venivano conquistati dagli Alleati risalendo la penisola), segnarono l’inizio della guerra civile in Italia.
Le prime bande che si costituirono in funzione antitedesca e antifascista erano formate perlopiù da militari che erano riusciti a sottrarsi ai rastrellamenti massicci che le truppe germaniche iniziarono subito dopo l’otto settembre, o che non accettarono di servire nella Repubblica Sociale, considerata, a ragione, poco più che un paravento dei veri padroni, i tedeschi. Si trattava di unità isolate, senza collegamenti tra loro e senza una strategia definita, generalmente guidate da ufficiali che si sentivano comunque vincolati dal giuramento di fedeltà al Re. Ma la Resistenza assunse ben presto caratteristiche marcatamente politiche; l’armistizio preludeva inevitabilmente a uno sganciamento dell’Italia dall’alleanza con la Germania, con le inevitabili ritorsioni che sarebbero venute (come vennero) da quest’ultima. I partiti politici antifascisti, che iniziavano a ricomparire dalla clandestinità al passo dell’avanzata degli Alleati sul territorio italiano, non potevano rischiare un altro “25 luglio”, restando tagliati fuori dal gioco; le sorti della guerra erano segnate, la sconfitta della Germania era considerata inevitabile (anche se nessuno credeva che ci sarebbero voluti ancora quasi due anni di guerra) e si trattava di prepararsi per il futuro assetto che l’Italia avrebbe dovuto assumere al termine del conflitto. Il primo CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) sorse a Roma, già il 9 settembre 43. Lo fondarono Ivanoe Bonomi, indipendente, Alcide De Gasperi (Democrazia Cristiana), Alessandro Casati (partito liberale), Pietro Nenni (partito socialista), Mauro Scoccimarro (partito comunista) e Ugo La Malfa (partito d’azione). Aderì poi al CLN anche Meuccio Ruini, in rappresentanza della democrazia del lavoro. Al CLN Bonomi rivendicò il diritto di essere considerato come “l’unica organizzazione capace di assicurare la vita del paese”. Era un’affermazione perlomeno ottimistica, se non poco realistica, considerando che al momento il CLN rappresentava poco più che sé stesso, in una situazione nazionale di estrema confusione. Ma era stato gettato il seme, e l’incitamento “per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza e per riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni” veniva da un organismo politico e si sarebbe concretizzato nella costituzione di bande partigiane che esplicitamente si richiamavano agli ideali politici dei partiti di riferimento. I partigiani di Italia Libera aderivano al partito d’azione, una formazione d’élite che si sarebbe dissolta molto presto dopo la guerra, ma che raccoglieva uomini di grande valore come Parri, Lussu, Valiani, Garosci. Le Fiamme Verdi erano i partigiani di ispirazione cattolica, forti soprattutto nel Bresciano e nell’Udinese; con loro si unirono anche molti liberali e indipendenti. Le Brigate Garibaldi, braccio armato del partito comunista, furono il primo gruppo partigiano a darsi una struttura organica, istituendo a Milano, all’inizio del novembre 43, un Comando Generale, con Luigi Longo comandante generale e Pietro Secchia commissario politico.
Sarebbe qui interessante anche approfondire le differenze tra Resistenza al Nord e al Sud, ma non vogliamo esulare troppo dal nostro tema. Da quanto finora esposto appare già evidente che il movimento partigiano ebbe, aldilà del denominatore comune della lotta contro fascisti e nazisti, la caratteristica di raccogliere gruppi politici tra loro antitetici, riflettendo quell’innaturale alleanza tra Unione Sovietica e mondo capitalista, resa inevitabile dalla comune lotta contro il nazismo. Tuttavia ci sono alcuni punti che è importante sottolineare, perché ci aiuteranno a capire meglio la genesi di eventi come la strage di Porzus.

La Resistenza non ebbe in Italia un peso militare determinante, né lo avrebbe potuto avere, perché restò sempre un fenomeno elitario e comunque in buona parte legato, per la sua sopravvivenza, ai rifornimenti di armi, viveri, materiale, che gli Alleati iniziarono ad effettuare alla fine del 1943, dopo un primo incontro avuto in Svizzera da Ferruccio Parri con Allen Dulles, capo dei servizi segreti americani. Gli angloamericani del resto avevano interesse a mantenere il contatto e, per quanto possibile, il controllo sui gruppi partigiani, sia per operazioni di sabotaggio, di appoggio, di informazione, sia perché questi costituivano comunque la longa manus di quei partiti politici che avrebbero determinato la politica italiana del dopoguerra. E l’alleanza tra gruppi che sopra definivamo antitetici fece sì che nel movimento partigiano si trovassero contemporaneamente monarchici e repubblicani, liberali e comunisti, militari gelosi delle propria apoliticità contrapposti a quanti invece consideravano la Resistenza anzitutto un fenomeno politico. Una posizione del tutto peculiare era poi quella del partito comunista, che fu il partito che diede più combattenti di tutti gli altri alle forze partigiane, ma che era guardato con sospetto dai gruppi “alleati” per i suoi mai recisi legami con Mosca, e che a sua volta ricambiava con sospetto gli altri gruppi, ai quali via via attribuiva simpatie monarchiche, badogliane, capitaliste, se non addirittura tout court fasciste.
Se formalmente i gruppi partigiani dipendevano dal CLN e, per l’alta Italia, dal CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, costituito alla fine del 1943), delegato del CLN romano, di fatto la gran miscela di gruppi diversi generò anche due visioni ben diverse dello stesso concetto di lotta partigiana. I gruppi che facevano capo alla democrazia cristiana e che raccoglievano tra loro anche la maggior parte delle prime bande autonome (di origine, come vedevamo, perlopiù militare), nonché liberali e spesso anche azionisti, furono sovente accusati di attendismo dai comunisti quando decidevano di evitare scontri diretti con le truppe tedesche, se la disparità di forze faceva presumere l’inutilità militare dello scontro. Viceversa furono una creatura comunista i GAP (Gruppi di Azione Patriottica), piccoli gruppi di non più di cinque – dieci elementi, che agivano soprattutto nelle città, con azioni veloci contro tedeschi e fascisti. Le azioni dei GAP spesso non avevano alcun peso dal punto di vista militare, ma il loro scopo era dichiaratamente quello di mantenere una tensione contro l’occupante e di mantenere sempre vivo lo spirito di lotta del combattente partigiano, nonché quello, meno dichiarato, di mostrare a nemici e alleati che il partito comunista sapeva colpire con decisione e durezza.
Alle accuse di attendismo spesso veniva controbattuto, accusando i comunisti di inutile spietatezza e cinismo, perché le azioni dei GAP provocavano poi l’inevitabile rappresaglia tedesca. L’attentato di via Rasella, con la conseguente strage alle fosse Ardeatine, resta in questo senso emblematico. Ma, se vogliamo fare un altro esempio, un attentato come quello che costò la vita al filosofo Giovanni Gentile fu un’altra azione decisa autonomamente dal partito comunista ed attuata dai GAP, in un quadro di una lotta sempre più crudele.
Pensiamo di aver delineato abbastanza il quadro di frazionamento e di rivalità intestine che contraddistinse tanti momenti della lotta partigiana; ci scusiamo con gli amici lettori per la non breve digressione, peraltro indispensabile per inquadrare gli avvenimenti che andremo a rileggere.
La Divisione Osoppo era nata nella notte fra il 7 e l’8 marzo ’44, quando si erano incontrati al seminario di Udine don Ascanio De Luca, don Aldo Moretti e il parroco di Attimis, don Zani. In quella riunione era stata battezzata l’organizzazione clandestina con il nome del paese friulano, Osoppo, dove i patrioti risorgimentali combatterono gli austriaci. I partigiani che la componevano erano quasi tutti ex alpini, di tendenze democristiane, azioniste o liberali; i simboli della divisa erano il cappello con la penna d’aquila e il fazzoletto verde, “colore della speranza e delle nostre montagne, che ci distinguerà chiaramente dai fazzoletti rossi”, come disse uno dei fondatori, Don De Luca.
La base per il reclutamento e le prime azioni fu l’eccentrico e disabitato castello Ceconi a Pielungo, nella val d’Arzino. I due capitani Grassi (Verdi) e Cencig (Manlio), e don De Luca (Aurelio) formarono i primi reparti, rifornendosi di armi attraverso i lanci aerei organizzati dalle missioni alleate. Si presentò subito la questione dei rapporti con le formazioni garibaldine. Se comune appariva la guerra all’occupante tedesco, diverse erano le posizioni relative al “dopo” e cioè alla sistemazione dei confini a conflitto concluso. I trattati del 1924 avevano inserito nel territorio italiano ampie regioni miste o a maggioranza slava; correzioni e rettifiche apparivano ovvie; ma le rivendicazioni slovene erano inaccettabili per gli osovani. La comunanza ideologica tra sloveni e garibaldini alimentava il sospetto che questi ultimi volessero realizzare un’annessione “di fatto”. Le formazioni comuniste a loro volta ricambiavano la diffidenza, sospettando gli osovani di atteggiamenti reazionari, accusandoli di avere come primo scopo non la lotta ai nazifascisti, bensì la lotta ai comunisti. In questo clima, i periodici tentativi (ve ne furono una ventina) di creare un comando unificato finirono sempre nel nulla.
In particolare, un comando unificato si sarebbe dovuto costituire dopo un’incursione tedesca nel castello di Pielungo. Nel vecchio maniero gli osovani avevano rinchiuso alcuni militari tedeschi catturati in uno scontro. Reparti tedeschi, con un’improvvisa azione di commando, riuscirono a liberare i loro commilitoni. L’episodio ebbe conseguenze immediate: CLN udinese e regionale veneto (CRV) intervennero destituendo i due principali responsabili dell’Osoppo, Grassi – Verdi e De Luca – Aurelio, accusati di comportamento imprudente, non avendo predisposto sufficienti servizi di guardia, e affidarono al maggiore Manzin-Abba il comando provvisorio. Per i due capi osovani, arresto “sulla parola”, in attesa di decisioni. Cosa per nulla gradita a quelli dell’Osoppo, anzi. Peggio ancora fu quando a metà agosto, in un incontro CLN-garibaldini-osovani a San Francesco, sopra Pielungo, fu stabilito il nuovo organigramma dell’Osoppo. Al comando militare Abba, del Partito d’Azione, suo vice il comunista Bocchi-Ninci, capo delle Garibaldi. Commissario il comunista Lizzero-Andrea, vice-commissario l’azionista Comessatti-Spartaco. In pratica il “comando unificato” era posto in mano ai comunisti e agli azionisti, considerati loro paravento. Le formazioni osovane reagirono con una specie di golpe, al quale CLN e garibaldini dovettero arrendersi. Destituiti gli azionisti Abba e Spartaco, i vecchi comandanti tornarono ai loro posti. Ribaltamento incruento per fortuna, ma che la diceva lunga, se gli uni e gli altri si fronteggiavano mitra in spalla.
D’altra parte difficilmente gli osovani potevano accettare quella che di fatto si sarebbe tradotta in un “inglobamento” nelle formazioni garibaldine, quando le stesse, poche settimane prima, in località Piancicco, avevano sottratto, mitra alla mano, un carico di armi destinate alla Osoppo, paracadutate dagli Alleati.
Pur in questa continua contrapposizione, garibaldini e osovani riescono a combattere insieme quando, il 27 settembre 1944, irrompono da Tarvisio 30.000 uomini tra tedeschi, fascisti e cosacchi, ben decisi ad eliminare due zone libere, comprendenti 55 comuni sulle montagne e territori pedemontani al di qua e al di là del Tagliamento. Quest’oasi di libertà, che durava da poco più di due settimane, viene devastata con artiglieria, carri armati e due treni blindati. In tre giorni di battaglia nel triangolo Tarcento – Bergogna – Cividale i partigiani perdono oltre 400 uomini tra morti e dispersi. Il 2 ottobre i tedeschi attaccano nuovamente su tutto il fronte partigiano, da Meduno a Bordano, lasciando mano libera alle truppe cosacche, che si abbandonano ad ogni tipo di violenza. Le forze partigiane devono ripiegare. Il gruppo Brigate est della Divisione Osoppo si porta nella zona di Attimis, ponendo il proprio comando alle malghe di Porzus. In zona è presente anche la brigata Garibaldi – Natisone, che ha il suo comando nel vicino villaggio di Canebola.
La fratellanza d’armi che ha visto garibaldini e osovani combattere assieme sta nuovamente svanendo, perché altri avvenimenti erano nel frattempo maturati.
Il 6 settembre le truppe sovietiche, occupata la Romania, si erano congiunte all’armata popolare di Josip Broz (Tito). Con grande delusione degli alleati (che al futuro maresciallo avevano sacrificato il generale Mihailovic, leader della resistenza monarchica) Tito attuò la “svolta stalinista”. La pressione per definire la linea di frontiera lungo il Tagliamento si fece via via più accentuata. Risale al 9 settembre il messaggio di Kardelj, capo delle forze di liberazione slovene e luogotenente di Tito, ai capi comunisti dell’Alta Italia. Kardelj parlava di una “comune presa di potere nella regione Giulia di comunisti italiani e sloveni”. Ad una prima missione segreta, a giugno, del plenipotenziario sloveno prof. Urban (Anton Vratusa) al CLNAI di Milano aveva fatto seguito una seconda trasferta a settembre, con precise richieste sulla delimitazione dei confini. Cadorna, comandante militare del CLNAI si era dichiarato contrario, mentre Longo era favorevole alle richieste slovene. Fu deciso un rinvio a guerra conclusa, ma le aspirazioni slovene e la disponibilità comunista non erano un segreto e il clima di diffidenza e sospetto ai confini orientali non poteva che aumentare. Contribuì poi a gettare benzina sul fuoco la lettera di Palmiro Togliatti, segretario del partito comunista, con la quale si ordinava al comando della brigata Garibaldi – Natisone di porsi alle dipendenze operative del IX Corpus sloveno; la lettera conteneva anche il testo dell’ordine del giorno da approvare: “I partigiani italiani riuniti il 7 novembre in occasione dell’anniversario della Grande Rivoluzione (rivoluzione russa del 1917; n.d.a.) accettano entusiasticamente di dipendere operativamente dal IX Corpus sloveno, consapevoli che ciò potrà rafforzare la lotta contro i nazifascisti, accelerare la liberazione del Paese e instaurare anche in Italia, come già in Jugoslavia, il potere del popolo”.
Parlavamo in precedenza del potere più formale che sostanziale del CLN sulla condotta della guerra partigiana: di fatto un ordine operativo come quello sopra citato avrebbe dovuto pervenire, al più, dal comando del CLNAI. Se è doveroso riconoscere al partito comunista il più alto contributo, in uomini e in sangue, alla lotta di liberazione, è altrettanto doveroso sottolineare come il partito comunista perseguì sempre e comunque la sua propria politica, che si sostanziava nella cooperazione con gli altri partiti democratici (la cosiddetta svolta di Salerno era la rassicurazione che il PCI seguiva una via italiana al socialismo) attuata da Togliatti nel Regno del Sud e contemporaneamente nell’atteggiamento “internazionalista” che significava di fatto l’acquiescenza ai progetti sovietici che, nel caso dei confini orientali italiani, erano ben chiari e facevano conto sul leader jugoslavo Tito, allora considerato un docile stalinista.
In questo clima non c’è da stupirsi che gli osovani respingano la proposta di integrarsi anch’essi nel IX Corpus: la proposta poteva avere un senso dal punto di vista operativo, per porre sotto un unico comando tutte le forze impegnate nella lotta contro fascisti e nazisti. Ma ormai l’ordine normale delle cose era stravolto: gli alleati erano tra loro avversari sempre meno il comune nemico poteva cementare una fiducia che non esisteva più. Il 7 novembre 1944, mentre a Canebola i garibaldini festeggiano l’adesione alle formazioni di Tito, a Porzus il capitano De Gregori (Bolla), che già si trovava a forza ridotta perché molti partigiani erano stati inviati in licenza per la sospensione invernale delle operazioni, convoca i suoi e fa presente la situazione di tensione che si è creata con la Garibaldi – Natisone. “Vogliono farci sloggiare. Chi vuole andarsene è libero di farlo. Io resto”. Restarono alle malghe in una ventina.
Chi volle l’eccidio del 7 febbraio? La risposta a tutt’oggi non è sicura. Di certo c’è l’esistenza di una lettera firmata da Kardelj, indirizzata a Vincenzo Bianchi, nome di battaglia Vittorio, rappresentante del Partito comunista italiano presso il IX Corpus, che era tornato da Mosca insieme con Togliatti, in cui lo si invita a liquidare le formazioni partigiane che, in Friuli, non accettano di porsi agli ordini del IX Corpus. Ed altrettanto certo è che, dopo il rifiuto degli osovani a integrarsi nel comando del IX Corpus sloveno, incominciano a circolare, sempre più insistenti, le voci di tradimento. Queste voci d’altra parte trovavano facile esca in alcuni contatti, peraltro mai negati dai partigiani osovani, sia con la Decima Mas, sia con il federale fascista di Udine, Cabai, che si fa latore di un’ambigua proposta dell’ SS Sturmbannfuhrer (tenente colonnello) Von Hallesleben, comandante della piazza di Pordenone. In entrambi i casi si propone agli osovani di formare un fronte comune contro i comunisti e, nel caso della Decima Mas, contro comunisti e nazisti, in nome della difesa dell’italianità del Friuli. Erano gli ultimi mesi di una guerra le cui sorti erano ormai chiare a tutti e nell’atmosfera un po’ surreale da si salvi chi può le proposte stravaganti non mancavano. Bisogna sottolineare che in entrambi i casi fu la Osoppo ad essere sollecitata alle trattative, che non furono una sua iniziativa; e in entrambi i casi le proposte furono respinte. Ma mentre le proposte tedesche furono dirette ed immediatamente rifiutate con due lettere (28 dicembre 1944 e 10 gennaio 1945) di don Aldo Moretti consegnate all’arcivescovo Nogara, che a sua volta le consegnò al federale Cabai, nelle proposte di Borghese, comandante la Decima Mas, non mancò chi vide lo zampino del maggiore Nicholson, che guidava la missione inglese in zona, e che avrebbe voluto così acuire, in chiave anticomunista, la divisione tra osovani e garibaldini. In questo groviglio ambiguo due cose sono certe: il comando della Osoppo non strinse alcun accordo con fascisti e nazisti, ma il fatto stesso degli avvenuti contatti servì ad alimentare il clima ormai avvelenato tra osovani e garibaldini. Più interessante, dal punto di vista sostanziale, ci sembra la vicenda di Elda Turchetti. Questa ragazza di Pagnacco, paese dove i tedeschi avevano depositi di carburante, viene segnalata da Radio Londra (probabilmente su analoga segnalazione del maggiore Nicholson) come spia al soldo dei nazisti. Spaventata, si rivolge a un amico partigiano garibaldino per protestare la propria innocenza. Questi l’accompagna da Mario Toffanin, Giacca, comandante dei GAP di Udine, che si comporta in modo decisamente strano. Se fosse stato sicuro che la Turchetti era una spia Giacca l’avrebbe senza dubbio uccisa; nel dubbio, l’avrebbe dovuta consegnare al proprio comando per gli accertamenti. Invece Elda Turchetti viene consegnata da Giacca a Tullio Bonitti, capo della polizia interna della Osoppo, che a sua volta conduce la ragazza a Porzus. Perché una sospetta spia veniva consegnata proprio alla formazione più volte accusata di mantenere ambigui rapporti col nemico? Ci fu chi disse che la Turchetti venne consegnata alla Osoppo per fare realmente la spia, per conto di Giacca contro la Osoppo. Difficile sapere la verità, perché la Turchetti fu uccisa a Porzus.
E siamo arrivati a parlare nuovamente di Mario Toffanin, Giacca. Padovano, nato il 9 novembre 1912, a tredici anni era già operaio ai Cantieri San Marco di Trieste. Iscritto dal 1933 al partito comunista clandestino; sei anni dopo, ricercato, riparava a Zagabria. Aderì al movimento partigiano di Tito fin dall’invasione delle forze dell’Asse nell’aprile del 1941. I compagni jugoslavi dovevano avere in lui molta fiducia perché lo inviarono in missione prima alla federazione comunista di Trieste, poi a quella di Udine per “dare la sveglia” ai compagni italiani. Giacca non fu mai un partigiano combattente vero e proprio: trovò la sua collocazione migliore nei GAP. Del resto, era poco propenso alla disciplina di tipo militare, ma in compenso era fedelissimo al partito. E dalla federazione comunista di Udine gli arrivò l’ordine di “liquidare” il problema della presenza osovana a Porzus, con la specifica che si trattava di un ordine del comando supremo. L’ordine è del 28 gennaio 1945. Il tempo di organizzare l’azione, radunando un centinaio di uomini dei GAP a Ronchi di Spessa e il 7 febbraio Giacca sale alle malghe di Porzus, coadiuvato dai suoi luogotenenti Aldo Plaino e Vittorio Iuri. Pare che gran parte degli uomini fossero all’oscuro degli scopi della missione; molti ignoravano anche dove si stesse andando.
Il comandante osovano Bolla non si allarma per le segnalazioni delle sentinelle, che vedono salire alle malghe la lunga fila di uomini: era atteso un battaglione di rinforzo, richiesto al comando divisione Osoppo proprio per l’acuirsi delle tensioni tra garibaldini e osovani. Gli uomini di Giacca ostentano un’aria dimessa, nascondono le armi sotto gli abiti, pochissimi portano il fazzoletto rosso. Spiegano alle sentinelle di essere partigiani sbandati dopo uno scontro con i nazifascisti; ma mentre in due parlamentano con le guardie della Osoppo, il grosso degli uomini inizia ad accerchiare la zona. Poi, è la strage. Il capitano Bricco si salva, come vedevamo in apertura, solo perché viene ritenuto morto. Tra i venti partigiani portati via, si salvano solo Leo Patussi e Gaetano Valente, il cuoco, che, per aver salva la pelle, chiedono di essere accettati tra i garibaldini. Per gli altri non c’è scampo. L’irruzione alle malghe non aveva portato alcuna prova del “tradimento” della Osoppo, salvo la presenza in luogo della Turchetti; ma vedevamo prima che era stato lo stesso Giacca a consegnare la presunta spia agli osovani.
Le uccisioni durano fino al 18 febbraio nel Bosco Romagno, dove poi verranno ritrovati i corpi, mal sotterrati.
Dopo l’azione a Porzus, Toffanin, Plaino e Iuri, i triumviri che avevano guidato i battaglioni di GAP, fecero una relazione scritta, indirizzata alla Federazione comunista di Udine e al Comando del IX Corpus Sloveno, nella quale si sottolineava che l’azione era stata effettuata “col pieno consenso della Federazione del partito”. La relazione (che, come si nota, non era indirizzata ad alcun organo della Resistenza) cercava di giustificare le uccisioni con affermazioni fantasiose (i comandanti Bolla ed Enea che al momento della fucilazione non trovano di meglio che gridare “viva il fascismo internazionale”, i partigiani osovani “figli di papà” che “giacevano in comodi sacchi a pelo ed erano provvisti di tutti i conforti”), ma non allegava alcuna prova concreta.
Quanto è accaduto alle malghe inizia a delinearsi. Quando Mario Lizzero, commissario politico delle brigate Garibaldi in Friuli viene a sapere dell’accaduto va su tutte le furie e chiede che Giacca e i suoi luogotenenti siano fucilati. Non riesce ad ottenerlo, riuscirà solo a farli destituire dalle loro cariche di comando nei GAP. Ostelio Modesti e Alfio Tambosso, segretario e vice segretario della federazione del PCI di Udine, forse iniziano a rendersi conto che è stata una grave imprudenza affidare la missione a Mario Toffanin, ottimo elemento per le azioni spicce e violente dei GAP, ma rozzo e violento e con un certificato penale già ben nutrito di reati, furto, rapina, omicidio, sequestro di persona, che nulla avevano a che vedere con azioni militari o politiche. Ma adesso è troppo tardi per i ripensamenti e viene scelta la linea di condotta peggiore, quella di gettare tutta la croce addosso a Giacca, (che avrebbe mal inteso gli ordini) favorendone peraltro l’espatrio in Jugoslavia, insieme ad altri implicati nella strage.
Dopo che un’inchiesta del Comando Regionale Veneto non è approdata a nulla, il CLN di Udine decide la costituzione di una commissione d’inchiesta, formata da un rappresentante della Osoppo, uno della Garibaldi e presieduta da un membro del CNL stesso. Ostelio Modesti, il segretario del PCI di Udine, ha continuato la sua politica dello struzzo, opponendo inerzia al Comando Regionale che gli chiedeva di incontrare i responsabili della spedizione alle malghe. Ora la commissione del CLN dovrebbe chiarire le cose, ma si fa ancora tutto il possibile per ritardare, finché si arriva al 25 aprile, all’ordine di insurrezione generale, che fa passare ovviamente in secondo piano qualsiasi altra questione.
Sarà la magistratura ordinaria ad occuparsi della strage di Porzus, in seguito alla denuncia presentata il 23 giugno 1945 al Procuratore del Re di Udine dal Comando Divisioni Osoppo. Il processo ebbe inizio solo sei anni dopo, nell’ottobre 1951, davanti alla Corte d’Assise di Lucca, dove era stato trasferito per “legittimo sospetto” e motivi di ordine pubblico e dopo un palleggiamento tra magistratura ordinaria e militare. Il dibattimento d’appello si svolse a Firenze tra l’1 marzo e il 30 aprile 1954. Dopo quasi un decennio dalla strage di Porzus veniva resa definitiva la sentenza che condannava Giacca e i suoi due luogotenenti all’ergastolo. Tutti e tre erano riparati da anni in Jugoslavia. Chi pagò un conto probabilmente non suo fu Ostelio Modesti, condannato a trent’anni, di cui nove scontati effettivamente. Parimenti conobbero il carcere altri imputati minori, che nessuno si era preoccupato di far espatriare, mentre per effetto di successive amnistie e indulti le condanne all’ergastolo vennero definitivamente cancellate il 15 maggio 1973. A questo punto Mario Toffanin avrebbe potuto tranquillamente tornare in patria; ma i suoi conti con la giustizia non si limitavano a reati politici o comunque connessi ad eventi della guerra partigiana. L’ex gappista, stabilì la Procura della Repubblica di Trieste, doveva scontare trent’anni per effetto di cumulo di pene definitive, irrogate per una serie impressionante di reati, dal sequestro di persona, alla rapina aggravata, all’estorsione, al concorso in omicidio aggravato e continuato. E Toffanin restò in Jugoslavia, rilasciando spesso interviste in cui rivendicava la legittimità della sua azione a Porzus, volta all’eliminazione di “spie e traditori”.
Le inchieste e l’interminabile processo avevano comunque lasciato irrisolto il problema centrale: chi aveva dato l’ordine dell’azione a Porzus? E l’ordine era di uccidere, o la parola liquidare andava diversamente intesa? Come dicevamo sopra, l’atteggiamento del PCI di Udine, nella persona del segretario Modesti, fu il peggiore, perché volle difendere a tutti i costi una causa persa, probabilmente temendo più gravi ripercussioni per tutto l’apparato di partito e per la stessa operatività delle brigate Garibaldi, che peraltro nulla autorizza a dire che fossero implicate coi loro comandanti nella strage. Modesti sbagliò con le sue mille reticenze, ma ebbe la dignità di farsi in silenzio anche il carcere, forse non meritato, ma subìto in nome di una disciplina di partito che si può disapprovare, ma che, laddove viene pagata di persona, è degna di rispetto.
Francamente ci appare incredibile pensare come mandanti della strage di Porzus lo stesso PCI o il comando della Garibaldi – Natisone; se esponevamo ampiamente tutti i contrasti profondi che dividevano garibaldini e osovani, non per questo crediamo che questi contrasti potessero sfociare in atti di selvaggia crudeltà, eseguiti a freddo e senza altra motivazione che l’odio ideologico. Piuttosto ci pare credibile l’opinione espressa da Alberto Buvoli, direttore dell’Istituto Friulano per la Storia del movimento di Liberazione, che in un’intervista del 30 luglio 1997 al Corriere della Sera diceva: “L’ordine di intervenire a Porzus venne dagli Sloveni. La responsabilità della federazione comunista di Udine è semmai di aver affidato il compito a Giacca, noto squilibrato, con una fedina penale già sporca. Quando Lizzero, commissario politico delle Brigate Garibaldi venne a sapere della strage, chiese che Giacca e i suoi venissero fucilati… ma Giacca era protetto dagli sloveni”. Ci permettiamo di aggiungere una notazione a quanto dichiarato da Buvoli: con ogni probabilità il comando del IX Corpus diede l’ordine dell’azione, imponendo anche che fosse compiuta dal Toffanin, che era comunque un loro uomo, da loro proveniva e da loro, non a caso, tornò. Giacca era il più qualificato per eseguire un ordine nello stile di chi, non scordiamolo, inventò le foibe come strumento di dialettica politica con gli oppositori. A poco vale obiettare che l’irrilevante numero di osovani non avrebbe potuto costituire alcun ostacolo all’eventuale dilagare fino al Tagliamento del IX Corpus. Se il pericolo non esisteva sotto il profilo militare, era comunque da eliminare una sacca di dissidenza, altrettanto pericolosa in un’ottica di cieco fanatismo politico. A questo punto la funzione del PCI di Udine sarebbe stata solo e unicamente quella di “passacarte”, perché neanche la scelta di Toffanin come esecutore era loro. Purtroppo, come dicevamo, una disciplina di partito rigida e assoluta impedì di fare piena luce. Ma riteniamo che la nostra ipotesi non sia del tutto priva di fondamento.
E qui potremmo chiudere questa breve rilettura di una delle pagine più tristi della nostra storia nazionale. Ma c’è un ultimo mistero, questo destinato a restare irrisolto. Cosa spinse Sandro Pertini nel luglio del 78, appena eletto Presidente della Repubblica, a concedere la grazia a Giacca? L’ex gappista, lo ricordavamo prima, aveva un pesante debito con la giustizia per reati ordinari, essendo estinte le pene per i fatti di Porzus da provvedimenti di successivi indulti e amnistie. Il settimanale L’Espresso pubblicò, il 25 settembre 1997, un’inchiesta al proposito, ma si scontrò con una diffusa epidemia di amnesia, malattia che aveva colpito il consigliere giuridico di Pertini, il segretario generale del Quirinale, perfino il funzionario della presidenza che si occupava all’epoca proprio delle pratiche di grazia. Quanto al guardasigilli dell’epoca, il professor Bonifacio, era già morto da diversi anni. Mistero. Tuttavia Mario Toffanin, comandante Giacca, nonostante la grazia restò in Slovenia. Forse perché la sentiva come la sua patria, forse perché temeva di fare qualche spiacevole incontro rientrando in Italia.

“Giacca” all’epoca della Resistenza di PAOLO DEOTTO

Bibliografia

Porzus, due volti della Resistenza, di Marco Cesselli – Ed. La Pietra, Milano 1975

Porzus, dialoghi sopra un processo da rifare, di Alexandra Kersevan – Ed. Kappa Vu, Udine 1997

L’Italia della guerra civile, di Indro Montanelli e Mario Cervi – Ed. Rizzoli, Milano 1983

L’esercito di Salò, di Giampaolo Pansa – Ed. Mondadori, Milano 1970

In Ricordo di uomini fedeli al patrio suolo

Un uomo d'onore arruolatosi nella Decima per difendere la Patria
Un uomo d’onore arruolatosi nella Decima per difendere la Patria

Alle ore 19.42 del giorno 8 settembre 1943 un breve messaggio diffuso via radio precipitò l’Italia e le sue forze armate, già provate da oltre tre anni di guerra, nella più grave crisi della loro storia. Il maresciallo e capo del governo Badoglio annunciò alla nazione:

Il Governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al gen. Eisenhower, comandante in capo delle Forze alleate angloamericane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto d’ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza“.

In altri termini, era avvenuto all’insaputa di tutti un salto di barricata. L’Italia, anziché porre semplicemente termine alle ostilità per la grave situazione interna, continuava a combattere accodandosi a quello che era lo schieramento più forte. Poco dopo la famiglia reale, e le massime gerarchie abbandonavano Roma, e cercavano rifugio al sud. Le forze armate italiane schierate in tutta l’Europa ed affiancate a quelle tedesche non avevano alcuna disposizione preventiva, e neppure sarebbe loro giunto alcun ordine. Iniziò così un processo di disfacimento che portò in poche ore al quasi totale sbandamento dell’Esercito, e che divise Marina ed Aeronautica.La flotta navale, in ossequio alle norme armistiziali, per la massima parte si consegnò senza combattere a Malta, dove fu disarmata. I superstiti reparti aerei si divisero tra il nord ed il sud, mentre l’esercito si sbandò. Nello stesso tempo a sud forze alleate sbarcarono nella zona di Salerno, ed a nord l’esercito tedesco si precipitò ad occupare il resto della penisola.A La Spezia, alla caserma del Muggiano, aveva sede il comando della Decima Flottiglia MAS; era questo il nome di copertura dei reparti navali subacquei e di superficie che nel corso del conflitto, pur essendo composti da poche centinaia d’uomini, avevano affondato con armi del tutto innovative per l’epoca 72.190 tonnellate di naviglio da guerra e 130.572 tonnellate di naviglio mercantile, ossia nove unità da combattimento e ventidue altre navi. Il suo comandante era la Medaglia d’Oro al Valore Militare C.F. Junio Valerio Borghese.
Questi apprese casualmente dalla radio dell’armistizio. Cercò invano d’avere ordini dai superiori, ed infine dovette arrendersi ad una realtà durissima.

Io, l’8 settembre, al comunicato Badoglio, piansi. Piansi e poi non ho più pianto… Perché quello che c’era da soffrire, lo soffrii allora. Quel giorno io vidi il dramma che si andava ad aprire per questa disgraziata Nazione che non aveva più amici, che non aveva più alleati, non aveva più nessuno, non aveva più l’Onore, era additata al disprezzo di tutto il mondo per essere incapace di battersi anche nella situazione avversa: non ci si batte solo quando tutto va bene.

Nella notte fra l’otto ed il nove settembre la flotta salpò da La Spezia credendo d’andare in battaglia, ed essendo destinata invece a perdere l’ammiraglia per poi consegnarsi intatta agli inglesi. La Decima s’asserragliò in buon ordine e con perfetta disciplina nella sua caserma, sempre con la bandiera italiana a riva, mentre davanti passavano le colonne germaniche. Ogni tentativo tedesco d’impadronirsi della caserma fu respinto con fermezza, ma senza ricorrere alla violenza. Alla fine, rimase un gruppo di volontari che, sentendosi sciolti dal giuramento per l’ignominioso atto dell’armistizio, intendevano continuare la lotta da italiani ed a fianco del vecchio alleato. Dopo una breve trattativa il 13 settembre 1943 un ufficiale della marina germanica sottoscrisse con Borghese un vero trattato d’alleanza, in cui alla Decima erano riconosciute tutte le prerogative di sovranità e d’autonomia.
La caserma cominciò quindi ad essere un punto di riferimento a cui si rivolgevano sia sbandati in cerca di protezione, che volontari decisi a riprendere le armi.
Tra essi v’erano nomi di rilievo, come le medaglie d’oro Mario Arillo e Luigi Ferraro, il comandante del reparto d’incursori della Regia Marina Nino Buttazzoni con grossa parte dei suoi uomini, numerosi piloti ed assaltatori della vecchia Decima. In un breve intervallo, poterono essere rimesse in piedi tutte le scuole delle specialità navali; crescendo il numero dei volontari, fu deciso di inquadrarli in reparti di fanteria di marina.

reclute della marina RSI
reclute della marina RSI

Il battaglione “Barbarigo”, inizialmente denominato “Maestrale”, fu il primo reparto di Fanteria di Marina della “Decima” ad essere costituito. Nacque a La Spezia, nella caserma di San Bartolomeo, nel novembre del 1943. Ne assunse il comando il capitano di corvetta Umberto Bardelli. Nel gennaio ‘44, nel ricordo del sommergibile del comandante Enzo Grossi, gli fu attribuito il nome di “Barbarigo”. Delle quattro compagnie su cui era ordinato, la 2° e la 4° erano state addestrate a San Bartolomeo, mentre la e la 3° erano state trasferite per l’addestramento a Cuneo, alla caserma San Dalmazzo. Alla metà di febbraio il battaglione si riunì nuovamente a La Spezia. Il 19 ricevette dal comandante Borghese la bandiera di combattimento e il giorno 20 partì per il fronte di Anzio-Nettuno, dove gli angloamericani avevano creato una testa di ponte dopo lo sbarco avvenuto il 22 gennaio. A bordo di torpedoni, seguendo l’itinerario: La Spezia-Firenze-Arezzo-Orvieto-Viterbo-Roma, i marò raggiunsero la capitale dopo aver superato le previste difficoltà dei bombardamenti aerei e dei mitragliamenti a bassa quota degli Spitfire. A Roma sosta di alcuni giomi presso la caserma “Graziosi Lane”. Un capitano dei granatieri, Alberto Marchesi, diede modo al comandante Bardelli di completare l’equipaggiamento e l’armamento del battaglione attingendo ai magazzini della caserma “Ferdinando di Savoia’.

LO SBARCO DI ANZIO

postazione di Breda 37 del Barbarigo a Nettuno
postazione di Breda 37 del Barbarigo a Nettuno

L’operazione “Singole” (nome in codice dello sbarco ad Anzio e a Nettuno) avvenne il 22 gennaio 1944. A mezzanotte, dopo ventidue ore di attività, unità della Marina americana e della “Rayon Navy” (contrammiraglio Frana I. Locri e Tomai H. Troubridge) avevano fatto sbarcare 36.034 uomini, 3.069 automezzi e quasi tutti i mezzi d’assalto del 6° Corpo d’Armata statunitense, comprendente la divisione britannica (gen. W. Penny), un reggimento e un battaglione paracadutisti, tre battaglioni di “Ranger” e una brigata di “Commandos”. Scarsa l’opposizione tedesca e modeste le perdite subite: 13 morti, 44 dispersi e 87 feriti. La flotta di protezione era costituita da quattro incrociatori leggeri e 24 cacciatorpediniere. Le perdite tedesche erano state più rilevanti: due batterie costiere distrutte e due battaglioni decimati.

Ma gli angloamericani badarono solo a consolidare la testa di ponte e a far sbarcare le altre divisioni del Corpo d’Armata, cioè la 45° di fanteria (gen. W. Eagles) e la divisione corazzata (gen. EN Armoni), in tutto 34.000 uomini e 15.000 automezzi. I temporeggiamenti e l’eccessiva prudenza del generale Lucca (comandante del Corpo d’Armata angloamericano), diedero il tempo al Feldmaresciallo Kesselring (comandante del Gruppo d’armare “C”) di eseguire i piani predisposti in caso di sbarco a Ravenna, ad Anzio, Civitavecchia, Livorno o Viareggio.

Le divisioni tedesche si misero in moto per convergere sulla testa di ponte di Anzio. La divisione corazzata “Hermann Goering” lasciò la zona di Frosinone: la 4° divisione paracadutisti quella di Terni; dal fronte del Garigliano la 29° divisione granatieri motocorazzata. Dall’Italia settentrionale, lo Stato Maggiore della 14’ Armata e la 65° e 362° divisione di fanteria. Fu perfino disposto, da parte dell’O.K.W. (il Comando generale della Whermacht), l’invio ad Anzio della 715° divisione di fanteria dislocata nella regione di Marsiglia e della 114° divisione cacciatori di stanza nei Balcani. Una conversione di truppe così decentrate non poteva avvenire in un giorno, sicché il 23 gennaio, tra Roma ed Anzio, vi era soltanto un distaccamento della divisione corazzata “Hermann Goering”, con un assortito campionario di pezzi d’artiglieria (qualche pezzo anticarro da 88 mm, cannoni da campagna italiani, francesi e jugoslavi). Passarono sette giorni prima che la 14° Armata tedesca potesse assumere una consistente sistemazione offensiva.

IL “BARBARIGO” AL FRONTE

Stiscia Barbarigo - da petto o basco
Stiscia Barbarigo – da petto o basco

Il 28 gennaio la divisione britannica conquistò Aprilia, 17 Km. a nord di Anzio, ma, alla sua sinistra, la 3° divisione di fanteria americana fu respinta davanti a Cisterna. La 14° armata tedesca aveva concentrato le divisioni a semicerchio intorno alla testa di ponte, dal Fosso della Moletta fino al ramo occidentale del Canale Mussolini. Le due controffensive tedesche, quella da Aprilia (16-20 febbraio) e l’altra da Cisterna (28 febbraio – 1 marzo), non erano riuscite a sfondare le linee degli alleati. Il “Barbarigo” arrivò al fronte mentre era in corso la seconda controffensiva, e sostò per breve tempo a Sermoneta: dalla collina si vedevano le linee nemiche, pioveva, e il tempo rimase perturbato fino alla fine di marzo. Il terreno, piatto e paludoso, era percorso da un groviglio di canali, fossi di bonifica e di irrigazione. Il battaglione venne destinato al settore sud, tenuto dalla 715° divisione tedesca di fanteria, che aveva partecipato alle due controffensive di Aprilia e di Cisterna subendo ingenti perdite. Il Comando della divisione credette di poter impiegare i marò come complementi da aggregare alle compagnie. Bardelli ottenne invece, dopo una lunga discussione con i tedeschi, che il battaglione avesse il suo tratto di fronte. La compagnia fu schierata sul tratto alto del Canale Mussolini, la 3° tra il fosso del Gorgolicino e la Strada Lunga, la 4° di qui fino al margine delle paludi: la 2° fu rimandata a Sezze per un corso di addestramento all’uso del panzerfaust e della mitragliatrice MG 42. Il reparto nemico del settore assegnato al “Barbarigo” era il l° Distaccamento della Special Service Force, composto per due terzi da americani e per un terzo da canadesi, con un addestramento equivalente a quello dei “Rangers”. La prima ad essere attaccata fu la 3° compagnia. Gli americani impegnarono i marò con un attacco frontale, seguiti dai più aggressivi canadesi. La 2° compagnia diede il cambio alla 3°. Alla fine di marzo, il battaglione SS italiane “Degli Oddi” rilevò lungo il Canale Mussolini la 1° compagnia, spostata a Terracina per addestramento e sorveglianza costiera. La 3° compagnia tornò in linea davanti al Cerreto Alto, tra la strada Nascosa e la litoranea. Nel frattempo il “Barbarigo” provvedeva a dotarsi di una sua artiglieria, formando la 5° compagnia Cannoni, armata con pezzi da accompagnamento 65/17, prelevati dal Museo dei Granatieri. A La Spezia si stava costituendo il Gruppo Artiglieria “San Giorgio” dotato di pezzi someggiati da 75/13. Il comando della Decima inviò al fronte di Nettuno il tenente di vascello Carnevali, comandante del Gruppo “San Giorgio”, per organizzare un gruppo di artiglieria da campagna. Formarono il gruppo una batteria da 105/28, una da 105/32 e una da 75/27. Il 15 aprile ci fu un attacco di mezzi corazzati canadesi nel settore del fronte tenuto dalla 2° compagnia che perse i capisaldi “Erna” e “Dora”. Lo stesso giorno, al comando del tenente Giulio Cencetti, i marò riconquistarono i capisaldi persi nel precedente attacco. Il 19 aprile ci fu un altro attacco sul fronte della 2° compagnia. Ai primi di maggio nuovi cambi in linea: la 4° compagnia sostituiva la 2°, la 1° dava il cambio alla 3° che si trasferiva a Terracina per sorvegliare la costa. Il 26 aprile il comandante Bardelli venne richiamato a La Spezia per assumere un incarico superiore. Il tenente di vascello Vallauri sostituì Bardelli al comando del battaglione. Ancora un attacco americano al fosso del Gorgolicino, tenuto dalla 4° compagnia. I marò resistettero agli assalti e contrattaccarono il nemico. All’alba del 23 maggio gli angloamericani attaccarono dalla testa di ponte di Anzio in direzione di Cisterna, impiegando tre divisioni per tagliare la strada statale Casilina, principale via di ritirata della 10° Armata tedesca. Il 24 maggio il battaglione “Barbarigo” e il Gruppo d’artiglieria “San Giorgio” ricevettero l’ordine di ritirarsi. Le tre compagnie in linea si sganciarono in direzione di Sermoneta e Bassiano. La 2° fu attaccata da mezzi corazzati nei pressi di Cisterna, la 4° resistette agli attacchi nemici nell’abitato di Norma. Gli artiglieri del “San Giorgio”, dopo aver esaurito tutte le munizioni a loro disposizione, fecero saltare le bocche da fuoco. La 3° compagnia ripiegava da Terracina ricongiungendosi al resto del battaglione. La postazione del plotone comandato dal guardiamarina Alessandro Tognoloni (251 compagnia) venne accerchiata da carri Sherman americani. Al grido di “Decima! Barbarigo”, i marò andarono all’assalto dei carri. Tognoloni lanciò una bomba a mano e cadde colpito squarciato nel torace. Prima di perdere i sensi scaricò i colpi della sua pistola e, vuoto il caricatore, la lanciò contro il carro avanzante. Per gli atti di valore compiuti sul fronte di Nettuno gli fu concessa la Medaglia d’Oro. Il 31 maggio il “Barbarigo” giunse a Roma e si radunò nella caserma di Maridist, in Piazza Randaccio. La sera del 4 giugno le avanguardie della 5° Armata americana entrarono in città, primo fra tutti il l° Distaccamento della Special Service Force a cui il “Barbarigo” si era opposto strenuamente per tre mesi. La mattina del 5 giugno i resti del “Barbarigo” si inquadrarono e, divisi in piccoli gruppi, marciarono in direzione di La Spezia.

IL “BARBARIGO” IN PIEMONTE

elmetto del barbarigo
elmetto del barbarigo

Nel giugno 1944 la “Decima” concentrò i suoi battaglioni nell’alto Piemonte. Il “Barbarigo” fu il primo reparto a giungere nella regione, si sistemò nella zona del lago di Viverone e successivamente fu trasferito a Pont Canavese. Nel pomeriggio dell’8 luglio, a Ozegna, una frazione a sud di Courgné (Torino), giunse nella piazza del paese un reparto motorizzato della Decima Mas, al comando del capitano di corvetta Umberto Bardelli. Si trattava di una quarantina di marò del battaglione “Barbarigo” reduci dal fronte di Nettuno. Nel paese operava una banda partigiana comandata da Piero Urati detto “Piero Piero”. Bardelli aveva saputo che i partigiani erano disposti a uno scambio di prigionieri e per questo motivo si era recato a Ozegna per iniziare le trattative. Gli uomini del “Barbarigo” scesero dagli automezzi e attesero l’arrivo dei partigiani. Bardelli, per dimostrare il carattere pacifico della sua missione, ordinò ai suoi uomini di estrarre i caricatori dai mitra; anch’egli si tolse la pistola dalla fondina e la gettò a terra. Il comandante Bardelli e i suoi ufficiali cominciarono a discutere con i rappresentanti della banda partigiana giunti nella piazza. L’atmosfera era apparentemente distesa e nulla lasciava presagire quanto sarebbe avvenuto nel volgere di qualche minuto. Il dialogo si svolse con toni pacati da entrambe le parti. Mentre i capi partigiani trattavano con gli ufficiali della “Decima”, circa duecento uomini della formazione di “Piero Piero” circondavano la piazza appostandosi nelle strade adiacenti. Quando la manovra di accerchiamento fu conclusa, i capi partigiani con un pretesto chiesero di allontanarsi dalla piazza con l’impegno di ritornare con i prigionieri fascisti da loro detenuti. Da parte sua, il comandante Bardelli promise sul suo onore di liberare, non appena rientrato a Ivrea, un uguale numero di partigiani. Dopo pochi minuti, mentre Bardelli e i suoi uomini attendevano il ritorno dei partigiani, nella piazza si abbatte sugli ignari marò una tempesta di fuoco. Nonostante un tentativo di resistenza organizzato da Bardelli, i partigiani ebbero il sopravvento sugli uomini della “Decima”. Il comandante Bardelli fu uno dei primi a cadere fulminato. L’imboscata tesa dai partigiani costò ai marò altri nove morti e numerosi feriti. Alla salma di Bardelli i partigiani strapparono due denti d’oro e gli altri marò uccisi vennero rinvenuti lordati di letame. Nei primi giorni dell’ottobre 1944, il “Barbarigo” mosse all’attacco dei partigiani attestati nella zona di Rimordono (Torino). I marò sbaragliarono le formazioni avversarie, costringendo le bande a riparare in territorio francese.

IL BARBARIGO SUL FRONTE ORIENTALE

Reparto NP
Reparto NP (nuotatori paracadutisti) Jesolo

Il 25 ottobre il battaglione lasciò Ponte Canavese per il fronte orientale. Il 29 giunse a Vittorio Veneto. Nella zona, la gravissima, situazione determinata dalla pressione esercitata contro la frontiera italiana e sulla città di Gorizia dai partigiani sloveni del “IX Corpus” appoggiati da bande comuniste italiane, richiese l’intervento del “Barbarigo”, affiancato dalla 2° e 3° compagnia del battaglione “Valanga”. I partigiani slavi erano penetrati sino nei boschi del Consiglio; i reparti della “Decima” rastrellarono la zona, infliggendo ingenti perdite alle bande di Tito. Alla fine di dicembre il “Barbarigo”, con altri reparti della divisione “Decima” fu inviato sul fronte dell’Isonzo per fronteggiare il “IX Corpus” che minacciava la città di Gorizia. Per contrastare le bande tutine, il comando operativo della “Decima” mise a punto con il comando dell’Adriatische-Kustenland il piano Adele Aktion (operazione aquila). Il “Barbarigo” fu il primo reparto ad essere impiegato contro gli slavi, risalì la Biasima occupando l’abitato malgrado la strenua resistenza opposta dai partigiani. Poi occupò Cal di Canale, Localizza e Chiappavano. Ai primi di febbraio ‘45 la divisione “Decima” lasciò Gorizia, ma il battaglione “Barbarigo” restò ancora qualche settimana nella zona a difesa dei confini orientali della Repubblica e sui monti San Marco e Spino respinse gli attacchi dei partigiani sloveni. Con un contrattacco, che impegnò tutte le compagnie del battaglione, ancora una volta i marò sconfissero il nemico.

IL BARBARIGO SUL FRONTE SUD

Il Barbarigo al fronte
Il Barbarigo al fronte

A metà marzo giunse al battaglione l’ordine di trasferimento sul fronte sud. Il reparto partì da Vittorio Veneto il giorno 20 diretto a Rovigo. Il giorno 26 passò da Ferrara, Argenta e Imola. Il giorno successivo entrò in linea alle dipendenze del comando “I° Gruppo di combattimento Decima”, comprendente oltre al “Barbarigo” il battaglione “Lupo”, il battaglione NP (Nuotatori Paracadutisti), il battaglione “Freccia” (Genio e Trasmissioni) e il Gruppo d’artiglieria “Colmino”. Nella zona di Imola, dal 28 marzo al 4 aprile, il battaglione fu impegnato in un’intensa attività di pattuglia catturando numerosi prigionieri, appartenenti al gruppo “Friuli” dell’esercito regio. Il 20 aprile, per l’arretramento del fronte, il battaglione iniziò il ripiegamento verso nord attraversando il fiume Po in località Oro. A Santa Maria Fornace, i marò sostennero un violento scontro con reparti della brigata “Cremona” del regio esercito del sud (in uniforme britannica). Il 27 aprile il “Barbarigo” toccò Pozzonovo giungendo in serata a Conselve. Il giorno dopo il reparto proseguì verso Albignàsego in direzione di Padova, affrontando presso il ponte del Bassanello una postazione partigiana che fu sgominata dai marò della 2° compagnia.

L’ONORE DELLE ARMI AL “BARBARIGO”

ritaglio di giornale con nota per il Barbarigo
ritaglio di giornale con nota dell’onore delle armi al Barbarigo

Nella notte del 29 aprile il “Barbarigo” si schierò per ascoltare le parole del comandante del “I° Gruppo di combattimento Decima”, capitano di corvetta Di Giacomo, e di un ufficiale di una brigata corazzata neozelandese che fece ascoltare il messaggio del Maresciallo Rodolfo Grazianti, registrato per invitare a deporre le armi, evitando ulteriori spargimenti di sangue. Gli uomini del “Barbarigo”, dopo una notte praticamente insonne, inquadrati dai loro ufficiali, la mattina seguente entrarono a Padova armati, passando fra i reparti di carristi inglesi e neozelandesi che resero loro l’onore delle armi.

Il 30 aprile il battaglione si concentrò nella caserma “Pra della Valle” e venne considerato disciolto.

I marò furono avviati al 209 PO Cap di Fragola presso Napoli, dove rimasero circa un mese; da qui il 5 giugno furono trasferiti a Taranto e imbarcati sulla Duchessa of Richmond diretta in Algeria, destinazione il 211 PO Cap di Cap Matifou ad una trentina di chilometri da Algeri, in prigionia.

 

ONORE AL BARBARIGO

Stemma del Barbarigo
Stemma del Barbarigo

Pochi tornarono in patria e quei pochi vissero il loro giorni nell’oblio e nella persecuzione perché rei di aver difeso il patrio suolo dai comunisti.