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Le vittime italiane dei gulag di Tito

Questo articolo è il seguito di quelli già fatti sui gulag comunisti, buona lettura

Premessa

-Giuseppe Spano aveva 24 anni e molta fame. In poco più di un mese aveva perso oltre 20 chili ed era diventato pelle e ossa. Quel 14 giugno 1945 non resistette e rubò un po’ di burro. Fu fucilato al petto per furto.
-Ferdinando Ricchetti aveva 25 anni ed era pallido, emaciato. Il 15 giugno 1945 si avvicinò al reticolato per raccogliere qualche ciuffo d’erba da inghiottire. Fu fucilato al petto per tentata fuga.
-Pietro Fazzeri aveva 22 anni e la sua fame era pari a quella di centinaia di altri compagni. Ma aveva paura di rubare e terrore di avvicinarsi al reticolato. Il 15 luglio 1945 morì per deperimento organico.
In quale campo della morte sono state scritte queste storie? A Dachau, a Buchenvald oppure a Treblinka? No, siamo fuori strada: da uno di questi lager di Tito.
Borovnica, Skofja Loka, Osseh. E ancora Stara Gradiska, Siska, e poi Goh Otok, l’Isola Calva. Pochi conoscono il significato di questi nomi. Dachau e Buchenvald sono certamente più noti, eppure sono la stessa cosa. Solo che i primi erano in Jugoslavia e gli internati erano migliaia di italiani, deportati dalla Venezia Giulia alla fine del secondo conflitto mondiale e negli anni successivi, a guerra finita, durante l’occupazione titina.

I deportati dimenticati in nome della politica “atlantica”

Una verità negata sempre, per ovvi motivi, dal regime di Belgrado, ma inspiegabilmente tenuta nascosta negli archivi del nostro ministero della Difesa. Oggi il Borghese è entrato in possesso dei documenti segreti che, oltre a fornire l’ennesima prova dell’Olocausto italiano sui confini orientali, sono un terribile atto di accusa non solo nei confronti di Tito, ma soprattutto verso tutti i governi che si sono succeduti dal 1945 in poi. Partendo da quello di Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, per finire con gli ultimi di Silvio Berlusconi., Lamberto Dini e Romano Prodi. Perchè nessuno ha parlato? Perché nessuno ha tolto il segreto ai documenti che provano (con tanto di fotografie) il massacro e le torture di migliaia di italiani? Semplice: la verità è stata sacrificata alla ragion di Stato. Vediamo perché.

Belgrado, nell’immediato dopoguerra, si avvia sulla strada dello strappo con Mosca ed il nascente blocco occidentale vuole a ogni costo che quel divorzio si consumi. Ma il costo l’ha pagato solo il nostro Paese il cui governo, per codardia, accetta supinamente di sacrificare sull’altare della politica atlantica migliaia di giuliani, istriani, fiumani, dalmati. Colpevoli solo di essere italiani.

“Condizioni degli internati italiani in Jugoslavia con particolare riferimento al campo di Borovnica (40B-D2802) e all’ospedale di Skofjia Loka (11-D-2531) ambedue denominati della morte” titola il rapporto del 5 ottobre 1945, con sovrastampato “Segreto”, dei Servizi speciali del ministero della Marina. Il documento, composto di una cinquantina di pagine, contiene le inedite testimonianze e le agghiaccianti fotografie dei sopravvissuti, accompagnate da referti medici e dichiarazioni dell’Ospedale della Croce Rossa di Udine, in cui questi ultimi erano stati ricoverati dopo la liberazione, e da un elenco di prigionieri deceduti a Borovnica. Il colonnello medico Manlio Cace, che in quel periodo ha collaborato con la Marina nel redigere la relazione che, se non è stata distrutta, è ancora gelosamente custodita negli archivi del ministero della Difesa, lasciò fotografie e copia del documento al figlio Guido, il quale lo ha consegnato alle redazioni del Borghese e di Storia Illustrata.

Orrore: il carabiniere Damiano Scocca, classe 1921 fotografato all’ospedale di Udine nell’agosto del 1945 dopo la liberazione dal lager jugoslavo.

 

Manca il cibo ma abbondano le frustate.

“Le condizioni fisiche degli ex internati”, premette il rapporto, “costituiscono una prova evidente delle condizioni di vita nel campi Jugoslavi ove sono ancora rinchiusi numerosi italiani, molti dei quali possono rimproverarsi solamente di aver militato nelle fila dei partigiani di Tito in fraterna collaborazione con i loro odierni aguzzini…”

Ai primi di maggio del ’45, dopo la capitolazione tedesca, i partigiani di Tito controllano l’intera Istria, giungendo a Trieste e Gorizia prima degli anglo-americani. Sono i giorni del terrore, del calvario delle foibe, ma anche dell’altra terribile faccia della “pulizia etnica”: le deportazioni. Sono migliaia gli italiani internati nei lager jugoslavi e poche centinaia faranno ritorno a casa, dopo aver subito terribili sofferenze.

“Il vitto era pessimo e insufficiente”, racconta nel rapporto il carabiniere Damiano Scocca, 24 anni, preso dai titini il 1° marzo 1945 nella caserma del Cln di Trieste, “e consisteva in due pasti giornalieri composti da due mestoli di acqua calda con poca verdura secca bollita… A Borovnica non si faceva economia di bastonate; durante il lavoro sul ponte ferroviario nelle vicinanze del campo chi non aveva la forza di continuare a lavorare vi veniva costretto con frustate … “.

Il soldato Elio Sandri fotografato all’ospedale di Udine.

“…Durante tali lavori”, afferma il finanziere Roberto Gribaldo, in servizio alla Legione di Trieste e “prelevato” il 2 maggio, “capitava sovente che qualche compagno in seguito alla grande debolezza cadesse a terra e allora si vedevano scene che ci facevano piangere. lì guardiano, invece di permettere al compagno caduto di riposarsi, gli somministrava ancora delle bastonate e tante volte di ritorno al campo gli faceva anche saltare quella specie di rancio”.
Le mire di Tito sul finire del conflitto sono molto chiare: ripulire le zone conquistate dalla presenza italiana e costituire la settima repubblica jugoslava annettendosi la Venezia Giulia e il Friuli orientale fino al fiume Tagliamento.

Il soldato Mario Palmarin (estate 1945).

Notare il particolare del braccio

martoriato (a destra).

Antonio Garbin, classe 1918, é soldato di sanità a Skilokastro, in Grecia. L’8 settembre 1943 viene internato dai tedeschi e attende la “liberazione” da parte delle truppe jugoslave a Velika Gorica. Ma si accorge presto di essere nuovamente prigioniero. “Eravamo circa in 250. Incolonnati e scortati da sentinelle armate che ci portarono a Lubiana dove, dicevano, una Commissione apposita avrebbe provveduto per il rimpatrio a mezzo ferrovia. Giunti a Lubiana ci avvertirono che la commissione si era spostata…”. I prigionieri inseguono la fantomatica commissione marciando di città in città fino a Belgrado.

Prigionieri uccisi perché incapaci di rialzarsi.

“In 20 giorni circa avevamo coperto una distanza di circa 500 chilometri, sempre a piedi”, racconta ancora Garbin ai Servizi speciali della Marina italiana. “La marcia fu dura, estenuante e per molti mortale. Durante tutto il periodo non ci fu mai distribuita alcuna razione di viveri. Ciascuno doveva provvedere per conto proprio, chiedendo un pezzo di pane ai contadini che si incontravano… Durante la marcia vidi personalmente uccidere tre prigionieri italiani, svenuti e incapaci di rialzarsi. I morti però sono stati molti di più… Ci internarono nel campo di concentramento di Osseh (vicino Belgrado, ndr). Avevamo già raggiunto la cifra di 5 mila fra italiani, circa un migliaio, tedeschi, polacchi, croati…”.
Chi appoggia Tito nel perseguire il suo obiettivo di egemonia sulla Venezia Giulia? Naturalmente il leader del Pci Palmiro Togliatti, che il 30 aprile 1945, quando i partigiani titini sono alle porte di Trieste, firma un manifesto fatto affiggere nel capoluogo giuliano:

Lavoratori di Trieste, il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con loro nel modo più assoluto“.

A confermare che la pulizia etnica é continuata anche a guerra finita sono le affermazioni di Milovan Gilas, segretario della Lega comunista jugoslava, che, in un’intervista di sei anni fa a un settimanale italiano, ammette senza giri di parole: “Nel 1946 io ed Edvard Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana… bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo. Cosi fu fatto”.

Il soldato Mario Cena,

classe 1924.

Skofja Loka, l’ospedale chiamato “cimitero”.

E nei campi di concentramento finiscono anche i civili, come Giacomo Ungaro, prelevato dai titini a Trieste il 10 maggio 1945. “Un certo Raso che attualmente trovasi al campo di Borovnica”, è la dichiarazione di Ungaro, “per aver mandato fuori un biglietto è stato torturato per un’intera nottata; è stato poi costretto a leccare il sangue che perdeva dalla bocca e dal naso; gli hanno bruciacchiato il viso e il petto così che aveva tutto il corpo bluastro. Sigari accesi ci venivano messi in bocca e ci costringevano ad ingoiarli”.
I deperimenti organici, la dissenteria, le infezioni diventano presto compagni inseparabili dei prigionieri. “…Fui trasferito all’ospedale di Skotja Loka. Ero in gravissime condizioni”, è il lucido resoconto del soldato di sanità Alberto Guarnaschelli, “ma dovetti fare egualmente a piedi i tre chilometri che separano la stazione ferroviaria dall’ospedale. Eravamo 150, ammassati uno accanto all’altro, senza pagliericcio, senza coperte. Nella stanza ve ne potevano stare, con una certa comodità, 60 o 70. Dalla stanza non si poteva uscire neppure per fare i bisogni corporali. A tale scopo vi era un recipiente di cui tutti si dovevano servire. Eravamo affetti da diarrea, con porte e finestre chiuse. Ogni notte ne morivano due, tre, quattro. Ricordo che nella mia stanza in tre giorni ne morirono 25. Morivano e nessuno se ne accorgeva…”.

il soldato Ezio Vito.

“Non dimenticherò mali maltrattamenti subiti”, è la testimonianza del soldato Giuseppe Fino, 31 anni, deportato a Borovnica ai primi di giugno 1945, “le scudisciate attraverso le costole perché sfinito dalla debolezza non ce la facevo a lavorare. Ricorderò sempre con orrore le punizioni al palo e le grida di quei poveri disgraziati che dovevano stare un’ora o anche due legati e sospesi da terra; ricorderò sempre con raccapriccio le fucilazioni di molti prigionieri, per mancanze da nulla, fatte la mattina davanti a tutti…”.
“Le fucilazioni avvenivano anche per motivi futili…”, scrive il rapporto segreto riportando il racconto dei soldati Giancarlo Bozzarini ed Enrico Radrizzali, entrambi catturati a Trieste il 1° maggio 1945 e poi internati a Borovnica.

Per ore legati ad un palo con il filo di ferro.

«La tortura al palo consisteva nell’essere legato con filo di ferro ad ambedue le braccia dietro la schiena e restare sospeso a un’altezza di 50 cm da terra, per delle ore. Un genovese per fame rubò del cibo a un compagno, fu legato al palo per più di tre ore. Levato da quella posizione non fu più in grado di muovere le braccia giacché, oltre ad avere le braccia nere come il carbone, il filo di ferro gli era entrato nelle carni fino all’osso causandogli un’infezione. Senza cura per tre giorni le carni cominciarono a dar segni di evidente materia e quindi putrefazione. Fu portato a una specie di ospedale e precisamente a Skoija Loka. Ma ormai non c’era più niente da fare, nel braccio destro già pul­lulavano i vermi… Al campo questo ospedale veniva denominato il Cimitero…»

Antonio Foschi

visto di spalle.

Nel lager di Borovnica furono internati circa 3 mila italiani, meno di mille faranno ritorno a casa. A questi ultimi i soldati di Tito imposero di firmare una dichiarazione attestante il «buon trattamento» ricevuto. «I prigionieri (liberati, ndr) venivano diffidati a non parlare», racconta ancora Giacomo Ungaro, liberato nell’agosto 1945 «e a non denunziare le guardie agli Alleati perché in tal caso quelli che rimanevano al campo avrebbero scontato per gli altri».

Il bersagliere

Gino Santamaria.

I principali sistemi di tortura.

Per conoscere gli orrori di un campo di concentramento titino è opportuno riassumere i vari tipi di punizione, come emergono dai racconti dei sopravvissuti. La prima è la fucilazione decretata per la tentata fuga o per altri fatti ritenuti gravi da chi comanda il campo, il quale commina pena sommarie. Spesso il solo avvicinarsi al reticolato viene considerato un tentativo d’evasione. L’esecuzione avviene al mattino, di fronte a tutti gli internati.
C’è poi il “palo” che è un’asta verticale con una sbarra fissata in croce: ai prigionieri vengono legate le braccia con un fil di ferro alla sbarra in modo da non toccare terra con i piedi. Perdono così l’uso degli arti superiori per un lungo tempo se la punizione non dura troppo a lungo. Altrimenti per sempre.
Altra pena è il “triangolo” che consiste in tre legni legati assieme al suolo a formare la figura geometrica al centro della quale il prigioniero è obbligato a stare ritto sull’attenti pungolato dalle guardie finché non sviene per lo sfinimento.
Infine, c’è la “fossa“, una punizione forse meno violenta ma sempre terribile, che consiste in una stretta buca scavata nel terreno dell’esatta misura di un uomo. Il condannato, che vi deve rimanere per almeno mezza giornata, non ha la possibilità né di piegarsi né di fare alcun movimento.

Uno dei tanti militari internati nei campi di concentramento titini.

QUESTO ERA IL TRATTAMENTO CHE I PACIFICI COMUNISTI RISERVAVANO AI PRIGIONIERI NEI LORO LAGER!

Queste persone, questi martiri, non hanno avuto (stranamente) una Anna Frank o un Primo Levi che li ricordasse, che testimoniasse l’orrore dei campi di concentramento comunisti. Alle vittime dei Nazisti non manca un solo quartiere che non abbia una strada a loro dedicata.
Le vittime dei regimi Comunisti passano da sempre inosservate… E già, Anna Frank e Primo Levi erano ebrei, quindi le vittime delle guerre sono sempre e unicamente loro: gli ebrei.
Le foto che seguono sono la testimonianza che le Stragi e le Deportazioni di massa, ad opera dei post-titini (Milosevic per citare il nome più conosciuto), esistono ancora:

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RICORDATEVI: NON C’E’ STATA SOLO AUSCHWITZ

Articolo tratto da : Musagetenero

palestina sotto il mandato inglese nel 1920

Storia d’Israele

Palestina : Il Piano di Partizione ONU

palestina sotto il mandato inglese nel 1920
palestina sotto il mandato inglese nel 1920. Come si può notare il territorio composto dalla transjordania più il territorio da assegnare ad Israele è chiamato genericamente palestina

Colpiti dalla violenza e trovatisi ad affrontare crisi politiche che scaturirono dai problemi economici causati dalla Seconda guerra mondiale, gli inglesi abbandonarono la maggior parte del loro impero e decisero di rimettere la “questione palestinese” nelle mani delle Nazioni Unite. Nel 1947 varie missioni esplorative dell’ONU giunsero alle stesse conclusioni tratte da Lord Peel una decade prima.
Il 29 novembre 1947 l’ONU proclamò la nascita di due stati: un stato per gli arabi su circa il 45% della terra rimasta [dopo la nascita del Regno Hashemita di Giordania del 25 maggio 1946, n.d.t.], e lo stato di Israele per gli ebrei approssimativamente sul 55%. Ma più della metà della parte ebraica (circa il 60%) era costituito dal deserto del Negev e da terre della Corona largamente disabitate e ritenute prive di valore.
Il Piano di Partizione ONU (Originale Risoluzione n. 181 con cartine allegate) creò confini incerti tra i due stati nascenti, basati sulla proprietà della terra e sulle densità delle rispettive popolazioni dei due gruppi. Gli stati arabi erano membri dell’ONU. Tale appartenenza avrebbe dovuto comportare almeno la buona volontà di attenersi alle decisioni prese dalla maggioranza dell’unione mondiale di stati formatasi da poco.
Ma non lo fecero.
In sprezzante rifiuto del piano di partizione ONU, lanciarono una guerra di aggressione che, secondo la loro propaganda ufficiale, doveva essere una guerra di annientamento. La loro intenzione non era correggere qualche disputa di confine o reclamare un campo fertile perso in una prima battaglia. La loro intenzione era distruggere lo stato di Israele appena creato e disfarsi dei suoi 605.000 ebrei, a qualunque costo.
Ma, per il loro dispiacere, gli stati arabi persero la guerra di aggressione da essi scatenata. La sconfitta gli costò molto del territorio che l’ONU aveva designato per lo stato della Palestina.
E molto ancora di ciò che doveva essere la Palestina (la West Bank e la Striscia di Gaza) fu annesso dai due stati arabi vicini. L’Egitto mantenne l’occupazione illegale della Striscia di Gaza, e la Giordania annesse illegalmente la West Bank. Ambo le annessioni erano in spregio alla legge internazionale e alle Risoluzioni ONU nn. 181 e 194.
Non vi fu protesta araba o palestinese per questo. Perchè? L’unica spiegazione plausibile è che nel 1949, i palestinesi non si consideravano “palestinesi” ma arabi, ed infatti il termine “Palestina” veniva usato universalmente per riferirsi allo stato ebraico.
Ad aggiungere ulteriore imbarazzo per gli stati arabi, arrivò l’offerta di Israele del 1949 per un trattato di pace formale in cambio del quale Israele avrebbe restituito molta della terra conquistata nella guerra, permettendo il rimpatrio della reale quota di rifugiati arabi creati dalla guerra (colloqui in occasione dell’Armistizio di Rodi, febbraio-luglio 1949).
Ma se le nazioni arabe fossero state disposte ad accettare il piano di ripartizione ONU, o ad accettare l’offerta di pace israeliana, non solo uno Stato della Palestina esisterebbe dal 1947, ma ci non sarebbe mai stato il problema dei rifugiati arabi.
Comunque, la risposta araba fu: niente pace. I rifugiati sarebbero tornati alle loro case solo quando avessero potuto sventolare la bandiera con la mezzaluna sui cadaveri degli ebrei.
Meglio costringere i palestinesi a rimanere accampati in squallidi campi profughi piuttosto che costringere gli stati arabi a riconoscere uno stato non musulmano in mezzo a loro.
Come nel 1937, i leader arabi rifiutarono la possibilità di uno stato palestinese scegliendo l’aggressione continuata contro Israele. Non fu la creazione dello Stato di Israele a provocare il problema dei rifugiati e gli altri problemi susseguenti; fu la guerra di annientamento intrapresa dagli stati arabi a creare i rifugiati, respingendo la seconda opportunità per la creazione di uno stato palestinese.
Da Informazione Corretta Christian Rocca
In occasione del 57° anniversario dell’indipendenza d’Israele, Yom Atzmauth, festeggiato ieri, pubblichiamo il capitolo intitolato: “Nazioni Unite nell’antisemitismo”, tratto dal libro “Contro l’Onu “il fallimento delle Nazioni Unite e la formidabile idea di un’alleanza tra le democrazie” (Edizioni Lindau, 13,50 euro, in libreria) scritto da Christian Rocca, giornalista del Foglio. L’Onu è profondamente antisraeliana, antisionista e quindi antisemita. Eppure Israele è l’unico Stato nato in seguito a una risoluzione dell’assemblea generale dell’Onu, nel novembre del 1947 (33 voti a favore, tredici contrari, dieci astensioni). Ma è anche l’unico Stato al mondo il cui diritto all’esistenza sia stato messo in discussione da una successiva risoluzione, l’unico Stato membro cui non è consentito partecipare pienamente ai lavori delle Nazioni Unite. Israele, per prassi consolidata, non ha gli stessi diritti degli altri paesi membri, nonostante la Carta delle Nazioni Unite stabilisca che l’organizzazione “si fonda sul principio dell’uguaglianza dei suoi membri”. Israele è meno uguale degli altri. Fino a pochi mesi fa Israele non faceva parte di nessun gruppo regionale, così da non poter essere eletto nè al Consiglio di sicurezza nè in nessun altro comitato o commissione. Diciotto Stati arabi su ventitrè non accettano l’esistenza dello Stato d’Israele, figuriamoci l’idea di poterci lavorare fianco a fianco nello stesso gruppo regionale. Ora, grazie ai soliti americani, Israele è entrato nell’onnicomprensivo supergruppo dei paesi occidentali che comunque non consente ancora la partecipazione a gran parte delle attività delle Nazioni Unite. In un’intervista al quotidiano israeliano Yediot Ahronoth, Kofi Annan ha dato una clamorosa conferma di questo status di inferiorità dello Stato ebraico. Il giornalista gli aveva chiesto se riusciva “a immaginare Israele seduto nel Consiglio di sicurezza’ e Annan ha risposto: “Sì, non escludo la possibilità che un giorno Israele diventi un membro del Consiglio di sicurezza”. Ma invece che denunciare la vergognosa esclusione cinquantennale, Annan ha posto una condizione alla piena partecipazione di Israele ai lavori delle Nazioni Unite: “Dipende dai progressi che riuscirete a conseguire nel risolvere il conflitto con i palestinesi”. Condizione, ovviamente, mai posta alla Siria, all’Egitto, all’Iraq, all’Arabia Saudita, alla Giordania, all’Iran e a tutti gli altri paesi coinvolti al pari di Israele nel conflitto mediorientale. Israele non può far parte della commissione sui diritti umani di Ginevra, pur essendo l’unico paese del medio oriente che li rispetta. L’accesso gli è precluso, ma Israele è argomento di costante attenzione da parte degli altri membri, anzi occupa metà del tempo dei lavori della commissione. Nonostante la popolazione israeliana sia pari allo 0,10 per cento della popolazione mondiale, lo Stato ebraico è al centro del 40 per cento dei voti dell’assemblea generale. La commissione Diritti umani non batte ciglio sugli abusi nei paesi dittatoriali, ma ogni anno approva quattro, cinque, talvolta otto, risoluzioni contro Israele, per violazioni dei diritti umani che fanno sorridere se paragonate alla barbarie professata e attuata dai suoi accusatori. L’uccisione dell’ispiratore dei terroristi kamikaze, lo sceicco Ahmed Yassin, solo per citare il caso più grave, è stata condannata con 31 voti, 18 astenuti e il solo voto contrario di Stati Uniti e Australia. Neutralità addio Le dittature islamiche e i regimi comunisti, se c’è di mezzo lo Stato ebraico, abbandonano improvvisamente la “neutralità” invocata in altre occasioni e non lesinano condanne per “la disperata situazione” dei palestinesi creata da Israele col “pretesto” di distruggere la rete degli assassini suicidi. (…) Le Nazioni Unite non sono mai riuscite a rendere onore alle vittime dell’Olocausto nazista prima del 2005, nonostante il Segretario Generale Annan abbia ricordato che l’Onu è nato proprio come risposta ai lager nazisti. In occasione del cinquantenario della liberazione di Auschwitz, nel 1995, i russi e i paesi arabi si opposero a una sessione ad hoc sull’Olocausto. Annan c’è riuscito nel 2005, dopo mesi di trattative e di sforzi diplomatici e convincendo infine solo 150 Stati su 191 ad accettare la proposta di onorare il sessantesimo anniversario. E’ impossibile sapere quali paesi abbiano detto di no. L’Onu ha fatto sapere che quel voto era segreto. Il Corriere della Sera ha scritto: “C’è da notare che per ottenere l’assenso del blocco arabo-musulmano, contrarissimo alla commemorazione, è avvenuto un segreto do ut des: in cambio del ricordo dell’Olocausto, Kofi Annan ha dato il via alla risoluzione contro il Muro israeliano”. Il giorno della commemorazione, il 24 gennaio del 2005, i banchi dei paesi arabi e musulmani sono rimasti vuoti. Gli unici presenti sono stati l’Afghanistan appena liberato dagli americani, la Turchia e la Giordania.

Un Giorno per non dimenticare

ebrei in attesa di essere deportati
ebrei in attesa di essere deportati

Proprio il 27 gennaio del 1945 finì l’incubo di Auschwitz e tre anni fa il parlamento italiano ha stabilito che ogni 27 gennaio venga celebrata la “Giornata della memoria”. In tutt’Italia si ricorda la Shoah con manifestazioni che toccano il mondo delle istituzioni, il lavoro, la scuola. E’ un occasione per tutti di crescita sociale e civile a cui i mezzi di informazione non mancano di dare risalto.
Convegni, mostre, celebrazioni, si tengono un po’ in tutta Italia. E’ un fatto che dovunque sia celebrata la giornata riveste un unico significato: quello del ricordo che accomuna coloro che, in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio e, a rischio della propria vita, hanno salvato e protetto i perseguitati.

Tante le storie che vengono raccontate, quelle note e quelle meno note. La vicenda di Giorgio Perlasca è senz’altro la più conosciuta, ma altrettanto bella e commovente è quella che ricorda i marinai di Fano che nel 1945 portarono in salvo a Haifa dei fuoriusciti dal lager. Tante le emozioni racchiuse in questa giornata perché ogni regione ha i suoi martiri, i suoi luoghi storici, le proprie tradizioni in merito.

Tantissime le iniziative, tra queste: nel Lazio dove sono previsti incontri, percorsi guidati, presentazioni di progetti museali, proiezioni, aventi tutti per tema la conoscenza storica e la memoria della Shoah. A Roma, presso il Filmstudio, verranno proiettati film e documentari dedicati all’olocausto, con inizio sin dal mattino con due proiezioni rivolte alle scolaresche. Su tutto il territorio regionale, presso le biblioteche civiche, si terranno incontri, percorsi guidati, presentazione di progetti, tutti aventi per tema la conoscenza storica della shoah.

Film, testimonianze, teatro, per una riflessione approfondita sull’olocausto, per non dimenticare, per far conoscere. E’ questo il leit motiv delle iniziative promosse dal Comune di Firenze in occasione della Giornata della Memoria dedicata alla Shoa. Per il 30 gennaio è previsto lo scoprimento di una lapide in ricordo di 5 persone trucidate dai nazifascisti sul muro del Liceo Michelangelo, oltre alla cerimonia dlla Comunità ebraica ai giardini del Parnaso e l’appuntamento ‘Leggere per non dimenticare’.

Lo stesso giorno, la Comunità ebraica pianterà un albero dedicato a Gino Bartali, il grande ciclista toscano che durante l’occupazione di Firenze nascondeva nella bicicletta i documenti utili per far fuggire gli ebrei perseguitati.

Particolare l’impegno dell’amministrazione comunale di Bologna che dedica a temi come identità, dolore, gioco e dignità la mostra ‘Bambini invisibili’, la Shoah’, allestita a Palazzo d’Accursio, il palazzo comunale di Bologna. L’evento culmina nell’allestimento di un collage che parte dalla storia e approda ad una domanda attuale: “Esiste ancora l’antisemitismo?”.Incontro nell’Aula Magna di Santa Lucia con Pietro Terracina, sopravvissuto ad Auschwitz, dal titolo ‘La memoria siamo noi’ a cui hanno partecipato più di 1.300 studenti provenienti da scuole di tutta la regione.

Nel corso di un convegno organizzato a Gorizia, la Uil-Scuola parlerà di educazione alla tolleranza, progettazione del futuro, protezione del pluralismo culturale. All’incontro parteciperanno tutti i ragazzi delel scuole della città. Insegnanti e studenti di tutti gli istituti italiani, poi, testimonieranno la volontà di non dimenticare, di non rinunciare al bene comune della memoria con un minuto di silenzio alle ore 11.59, l’ora esatta in cui le truppe alleate entrarono ad Auschwitz.

Un ricco e articolato programma di iniziative per ricordare la Shoah, le orribili pagine di storia scritte dalle leggi razziali e dalle persecuzioni dei cittadini ebrei, è quello che per il sesto anno consecutivo, la Comunità montana Alta Valmarecchia in provincia di Ancona, insieme agli istituti scolastici della vallata, ha messo a punto in vista della giornata della memoria del 27 gennaio. Le iniziative includono attività nelle scuole, con testimonianze di deportati e proiezioni di film sulla Shoah; prevista una conferenza multimediale e una drammatizzazione a cura degli studenti.

L’Amministrazione provinciale di Sassari insieme al comune, tramite l’Assessorato della Pubblica Istruzione della Provincia e l’Assessorato della Cultura, assieme all’Istituto Sardo per la Storia della Resistenza e dell’Autonomia e all’Associazione Olokaustos, in collaborazione con le istituzioni degli insegnanti scolastici, hanno promosso una serie di iniziative in occasione della ricorrenza del Giorno della memoria.

Una frase del libro di Primo Levi ‘Se questo è un uomo’, con l’immagine di alcuni bambini segregati in un lager, è stata scelta dalla Provincia di Macerata per il manifesto fatto pubblicare in occasione della Giornata della memoria del 27 gennaio. Il manifesto è stato inviato a tutti i 57 comuni maceratesi per l’affissione. La Gionata della memoria ha un prologo a San Severino Marche, dove l’Istituto comprensivo Venturi organizza una tavola rotonda per ricordare i deportati dell’alto maceratese al campo di concentramento di Kahla.

Un’opera editoriale prestigiosa, acquistata dalla Provincia di Pescara, aiuterà i ragazzi delle scuole superiori a celebrare la Giornata della memoria: si tratta della minumentale ‘Storia della Shoah. La crisi dell’Europa, lo sterminio degli ebrei ela memoria del XX secolo”, edita dalla Utet, e curata da nomi prestigiosi della storiografia contemporanea. Compongono l’opera,d edicata alla storia dello sterminio degli ebrei, quattro volumi, con 70 saggi inediti e 15 saggi iconografici, un volume di documenti, tre dvd con filamti d’epoca e un cd rom ipertestuale.

Copiato in todo da http://liberaliperisraele.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=830594

Comunismo 6° parte

padri del comunismo
Gli autori teorici e pratici della ideologia d’odio e morte che ha prodotto centinaia di milioni di morti atroci in qualsiasi parte del mondo si sia affermata

… Per quanto riguarda il primo punto, la storia di questo secolo ha rivelato che la pratica dello sterminio di massa da parte dello Stato o di partiti-Stato non è stata un’esclusiva nazista.
La Bosnia e il Ruanda dimostrano che tali pratiche perdurano e che probabilmente costituiranno una delle principali caratteristiche del nostro secolo.
In merito al secondo punto, è evidente che non si può tornare all’impostazione del diciannovesimo secolo, quando lo storico cercava di giudicare più che di capire. Ma di fronte alle immense tragedie umane, direttamente provocate da determinate concezioni ideologiche e politiche, egli può forse abbandonare ogni riferimento a una mentalità umanistica – legata alla nostra civiltà giudaico-cristiana e alla nostra cultura democratica – che si fonda, per esempio, sul rispetto della persona umana?
Molti storici famosi non esitano a usare l’espressione «crimine contro l’umanità» per definire i crimini nazisti, come Jean-Pierre Azema nella voce su Auschwitz o Pierre Vidal-Naquet a proposito del processo Touvier.
Ci sembra, quindi, che il ricorso a queste nozioni per caratterizzare alcuni crimini commessi dai regimi comunisti non sia illegittimo.

Oltre alla questione della responsabilità diretta dei comunisti al potere si pone anche quella della complicità.
Il Codice penale canadese, rimaneggiato nel 1987, all’articolo 7 (3.77) considera che si incorre nel crimine contro l’umanità nei casi di tentativo, complicità, consiglio, aiuto, “incoraggiamento o complicità di fatto“.
Sono parimenti assimilati agli atti di crimine contro l’umanità – articolo 7 (3.76) – «il tentativo, il complotto, “la complicità dopo il fatto“, il consiglio, l’aiuto o l’incoraggiamento riguardante il fatto stesso».
Ora, dagli anni Venti agli anni Cinquanta, i comunisti di tutto il mondo e molte altre persone hanno applaudito la politica di Lenin e poi quella di Stalin.
Centinaia di migliaia di uomini si sono arruolate nelle file dell’Internazionale comunista delle sezioni locali del «partito mondiale della rivoluzione».
Negli anni Cinquanta-Settanta altre centinaia di migliaia di uomini hanno incensato il Grande timoniere della Rivoluzione cinese e hanno tessuto le lodi del Grande balzo in avanti della Rivoluzione culturale.
Per giungere a tempi ancora più recenti, l’ascesa al potere di Pol Pot è stata salutata da un diffuso entusiasmo.
Molti risponderanno che «non sapevano». Ed è vero che non era sempre facile sapere, poiché i regimi comunisti avevano fatto del segreto uno dei loro mezzi di difesa preferiti. Ma, spesso, quest’ignoranza era solo il risultato di una cecità dovuta alla fede militante: fin dagli anni Quaranta e Cinquanta, infatti, molti accadimenti erano noti e inconfutabili.
E se molti di questi incensatori hanno oggi abbandonato i loro idoli di ieri, lo hanno fatto nel silenzio e nella discrezione. Ma che cosa si deve pensare dell’amoralismo innato di chi abbandona nel segreto del proprio animo un impegno pubblico senza trarne la debita lezione?

Comunismo 5° parte

holodomor six-million perish in soviet famine
holodomor six-million perish in soviet famine

La «dekulakizzazione» del 1930-1932 fu la ripresa su ampia scala della decosacchizzazione: questa volta, però, fu rivendicata da Stalin, la cui parola d’ordine ufficiale, strombazzata dalla propaganda di regime, era «sterminare i kulak in quanto classe».
I kulak che resistevano alla collettivizzazione furono fucilati, gli altri deportati con donne, vecchi e bambini. Certo non furono tutti eliminati direttamente, ma il lavoro forzato al quale vennero sottoposti, in zone non dissodate della Siberia e del Grande Nord, lasciò loro poche possibilità di sopravvivenza. Centinaia di migliaia di persone persero la vita, ma il numero esatto delle vittime non si conosce ancora.
La grande carestia ucraina del 1932-1933, legata alla resistenza delle popolazioni rurali alla collettivizzazione forzata, provocò in pochi mesi la morte di 6 milioni di persone (Holodomor).
In questo caso, il genocidio «di classe» si confonde con il genocidio «di razza»: la morte per stenti del bambino di un kulak ucraino deliberatamente ridotto alla fame dal regime stalinista «vale» la morte per stenti di un bambino ebreo del ghetto di Varsavia ridotto alla fame dal regime nazista.
Questa constatazione non rimette affatto in discussione la singolarità di Auschwitz: la mobilitazione delle risorse tecniche più moderne e l’attuazione di un vero e proprio processo industriale (la costruzione di una «fabbrica di sterminio»), l’uso dei gas e dei forni crematori, ma sottolinea una particolarità di molti regimi comunisti: l’uso sistematico dell’arma della fame.
Il regime tende a controllare completamente le riserve alimentari e, con un sistema di razionamento talvolta molto sofisticato, le ridistribuisce in funzione del merito o del demerito degli uni o degli altri. Questa pratica può provocare immani carestie.
Faccio notare che, dopo il 1918, soltanto i paesi comunisti hanno conosciuto carestie tali da causare la morte di centinaia di migliaia, se non di milioni, di uomini. Ancora nell’ultimo decennio due dei paesi dell’Africa che si rifacevano al marxismo-leninismo, l’Etiopia e il Mozambico, sono stati vittime di queste micidiali carestie.

E’ possibile fare un primo bilancio globale di questi crimini:

kulaki ucraini morti di fame
kulaki ucraini morti di fame
  • – fucilazione di decine di migliaia di ostaggi o di persone imprigionate senza essere state sottoposte a giudizio e massacro di centinaia di migliaia di operai e di contadini insorti fra il 1918 e il 1922;
  • – carestia del 1922, che ha provocato la morte di 5 milioni di persone;
  • – deportazione ed eliminazione dei cosacchi del Don nel 1920;
  • – assassinio di decine di migliaia di persone nei campi di concentramento fra il 1918 e il 1930;
  • – eliminazione di quasi 690 mila persone durante la Grande purga del 1937-1938;
  • – deportazione di 2 milioni di kulak (o presunti tali) nel 1930-1932;
  • – sterminio di 6 milioni di ucraini nel 1932-1933 per carestia indotta e non soccorsa;
  • – deportazione di centinaia di migliaia di polacchi, ucraini, baltici, moldavi e bessarabi nel 1939-1941, poi nuovamente nel 1944-1945;
  • – deportazione dei tedeschi del Volga nel 1941;
  • – deportazione-abbandono dei tatari della Crimea nel 1943:
  • – deportazione-abbandono dei ceceni nel 1944;
  • – deportazione-abbandono degli ingusceti nel 1944;
  • – deportazione-eliminazione delle popolazioni urbane della Cambogia fra il 1975 e il 1978;
  • – lento sterminio dei tibetani per mano dei cinesi dal 1950 eccetera.

La lista dei crimini del leninismo e dello stalinismo, spesso riprodotti in modo quasi identico dai regimi di Mao Zedong, Kim Il Sung e Pol Pot, potrebbe essere estesa all’infinito. Rimane una delicata questione epistemologica: lo storico, nel delineare e interpretare i fatti, è autorizzato a ricorrere a nozioni quali «crimine contro l’umanità» e «genocidio» che, come abbiamo visto, appartengono alla sfera giuridica?
Queste nozioni non sono forse troppo legate a imperativi contingenti – la condanna del nazismo a Norimberga – per essere inserite in una riflessione storica che miri a impostare, sul medio periodo, un’analisi valida?
D’altro canto, queste nozioni non sono troppo cariche di valori suscettibili di falsare l’obiettività dell’analisi storica?