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Il trattato di Osimo

confini
confini orientali nei periodi 1866 – 1918 – 1975

L’articolo 5 della Costituzione recita «la Repubblica è una e indivisibile». Allora perché è bastato un passaggio parlamentare ordinario e non speciale per ratificare il distacco della “Zona B” previsto da quel Trattato, avallando di fatto una modifica alla Costituzione stessa? Altro che Osimo in dubbio per la fine dell’ex Jugoslavia, cioè uno dei due soggetti firmatari, come si dibatteva dopo il ’92.

MA andiamo per ordine.

 10 Febbraio 1947: firma, a Parigi, del Trattato di Pace tra l’Italia e le nazioni vincitrici della seconda guerra mondiale. Un atto fortemente contestato, anche da personalità non certo accusabili di filofascismo (per tutte Benedetto Croce), un trattato che viene imposto all’Italia senza alcuna possibilità negoziale (sarà definito, per tale ragione, “Diktat”) e che segna in maniera drammatica le sorti del confine orientale italiano: cessione alla Jugoslavia di Zara, di Fiume e di gran parte dell’Istria, costituzione di uno stato cuscinetto, tra Italia e Jugoslavia, definito T.L.T. – Territorio Libero di Trieste, affidato alla tutela dell’ONU (che dovrà nominarne il Governatore) – e comprendente Trieste, il territorio ad essa immediatamente limitrofo ed una parte dell’Istria, corrispondente a circa un quarto della penisola.
All’epoca, non meno che in tutti i decenni che ne sono seguiti, il Diktat del ’47 è stato ripetutamente bollato per la sua ingiustizia ed iniquità: giudizio di certo sacrosanto se è vero, come è vero, che esso andò a sancire quel drammatico esodo di centinaia di migliaia di Italiani che abbandonarono le proprie terre, le proprie attività, i propri morti, pur di continuare ad essere Italiani; un Trattato che andò a premiare il criminale operato dei comunisti di Tito che, con le foibe, gli eccidi, il terrore di massa, realizzarono la “pulizia etnica” degli Italiani, in qualche modo anticipatrice di quelle “pulizie” che, decenni dopo, segneranno la dissoluzione della Jugoslavia.
Il Trattato di Parigi, però, fu qualcosa di più che un atto di ingiustizia, fu soprattutto un fatto macroscopico di stupidità (e ciò in politica è bene più grave): perché nel ’47 pretese affrontare e risolvere certi problemi, ignorando del tutto che oramai la situazione non era quella del ’45. L’Europa infatti non era più divisa tra paesi fascisti ed antifascisti, bensì tra blocco occidentale e blocco orientale. Fu proprio questa “stupidità” a costituire la causa specifica del fenomeno dell’Esodo. Infatti sia gli Italiani dell’Istria che quelli di Briga e Tenda si videro ceduto ad uno stato straniero e sempre a causa dello stesso Trattato di Parigi: i primi finirono sotto la Jugoslavia comunista, i secondi sotto la Francia democratica ed occidentale. L’esodo, le foibe, gli eccidi riguardarono però solo il confine orientale d’Italia, non certo quello ad occidente. Tutto ciò non era stato peraltro previsto dal Trattato di Pace che, scandalosamente, aveva ignorato che il mondo ormai si divideva tra paesi comunisti e paesi democratici e che, pertanto, ben diversa era la conseguenza di uno spostamento di confini quando realizzato a cavallo della linea divisoria tra i due blocchi.
Un secondo esempio di tale “stupidità”: il meccanismo della nascita dello stato cuscinetto del Territorio Libero di Trieste era ormai tanto fuori dalla realtà da morire prima ancora di nascere e ciò per la banalissima ragione che l’Onu non riuscì mai a mettersi d’accordo neppure sul nome del designando Governatore. Ogni nome proposto dalle nazioni occidentali incappò nel veto di Mosca e viceversa. Sempre perché nel ’47 (e così per lunghi successivi decenni) la situazione politica sarebbe stata ormai totalmente condizionata da una logica (quella dei blocchi) che il trattato di Parigi aveva preteso di totalmente ignorare.

5 ottobre 1954: a Londra, Francia, Inghilterra e Stati Uniti siglano con Italia e Jugoslavia un “Memorandum d’intesa” in forza del quale la parte del costituendo Territorio Libero amministrata dagli Alleati viene restituita all’amministrazione dell’Italia. E l’atto che permetterà, il 26 ottobre dello stesso anno, il ritorno definitivo di Trieste alla madrepatria.
Il Memorandum non ebbe mai la natura di un trattato internazionale, tanto che non venne neppure sottoposto a ratifica del parlamento italiano. Fu semplicemente un accordo di natura pratico-amministrativa che si contava sulla constata impossibilità di dare attuazione a ciò che il Trattato di Parigi aveva previsto e cioè la nascita del nuovo staterello.
Tale constatazione non si tradusse peraltro in quella che doveva essere la logica sua conseguenza e cioè restituire all’Italia tuffo ciò che non era possibile dare ad uno stato mai nato e che mai sarebbe esistito. La restituzione si realizzò solo limitatamente a Trieste, nel mentre la cosiddetta “zona B”, vale a dire la parte dell’Istria del previsto T.L.T., continuò a subire l’amministrazione della Jugoslavia, amministrazione che aveva il suo solo fondamento giuridico nell’occupazione militare del ’45 e che era in pieno contrasto con i confini della Jugoslavia, così come fissati dal Trattato di Parigi.
La conseguenza, umana, di tutto ciò che fu proprio il Memorandum di Londra segnò la spinta finale perché Capodistria, Isola, Pirano, Buie, Umago e Ciffanova vedessero trasformarsi i propri cittadini in Esuli in Italia, così come già era awenuto per i fratelli di Zara, di Fiume, di Pola e del resto dell’Istria.

10 novembre 1975: nella cittadina marchigiana di Osimo il ministro degli Esteri italiano, Mariano Rumor, e quello jugoslavo, Milos Minic, firmano un trattato meritevole di entrare nel Guinness dei primati. Uno dei due contraenti, il governo di Roma, paga una serie di prezzi non da poco: la rinuncia alla sovranità italiana sulla zona B, la concessione di una zona franca italo-jugoslava, a cavallo del confine di Trieste, che apre a Belgrado una porta verso il Mercato Comune, più altri vantaggi materiali. L’altro contraente, la Jugoslavia, non dà contropartite di alcun genere, si limita ad incassare i lauti benefici.
Una sorta di curioso patto leonino, nel quale tutti i vantaggi vanno alla parte più debole, Belgrado, e tutti i danni a quella più forte, Roma. Siamo infatti in un momento nel quale l’Italia ha ormai il rango di quinta o di sesta potenza economica mondiale, nel mentre la Jugoslavia risulta già un paese economicamente allo sbando e segnato politicamente dalla generale previsione che, alla morte dell’ormai anziano dittatore Tito, tutto il suo castello politico sarà destinato alla crisi e forse allo sfascio.
Con il Trattato di Osimo si realizza tra l’altro un fatto politico-costituzionale di rilevanza assoluta: l’Italia accetta, tranquillamente, di sacrificare la sua integrità territoriale, senza che il mondo politico (salvo poche eccezioni) sembri quasi accorgersene. Bossi e le sue pretese di secessione possono ben vantare, in quel Trattato, un valido precedente a cui potersi richiamare nella loro volontà di spezzare il territorio nazionale!

16 gennaio 1992: morto da qualche anno il Maresciallo Tito, crollato il sistema dei regimi comunisti dell’Est, anche la Jugoslavia è giunta al capolinea ed al disfacimento. Al suo posto sono nate nuove realtà statuali. Sotto la pressante spinta di Bonn, due di questi nuovi stati, Slovenia e Croazia, vengono riconosciute dai paesi europei e tra questi anche dall’Italia.
Con questo atto di riconoscimento tutte le precedenti vicende, relative ai confini orientali d’italia (Trattato di Pace, Memorandum di Londra, Trattato di Osimo), risultano dunque superate e ciò proprio dall’accettazione italiana dei nuovi confini sloveni. L’Istria entra così inequivocabilmente ad essere parte o della Slovenia o della Croazia.
I negoziatori italiani pongono almeno due limitazioni, all’atto del riconoscimento: l’impegno di Croazia e Slovenia a garantire la tutela e l’unitarietà della minoranza italiana in Istria e, poi, la questione aperta della restituzione agli Esuli italiani dei beni immobili espropriati dal regime di Tito.
Sarà proprio su questi due temi (minoranza italiana e restituzione delle case) che si incentrerò, negli anni successivi, il contenzioso tra Roma, Lubiana e Zagabria. Contenzioso che con il ministro Martino, del Governo Berlusconi, arriverò a concretizzarsi nel veto italiano, a livello europeo, all’ingresso di Lubiana nell’Unione Europea; veto che verrà mantenuto dal successore di Martino, Susanna Agnelli, ed anzi fatto recepire dagli stessi organismi comunitari. Sarà infatti Bruxelles a ribadire che le porte europee resteranno sbarrate per la Slovenia, se Lubiana non avrò prima risolto il contenzioso con l’Italia.

Maggio 1996: siamo ormai all’ultimo atto. A Roma è stato appena formato il governo Prodi. Sottosegretario agli Esteri figura l’on. Piero Fassino il quale, prima ancora che il Senato abbia votato la fiducia al Governo di cui fa parte, si precipita a Lubiana per incontrare i governanti sloveni (tutti, come lui, ex comunisti doc) per consegnare alla Slovenia il bel pacco dono: la rinuncia italiana ad ogni veto, affinché le porte d’Europa si possano spalancare per Lubiana. Il tutto senza ottenere, e nemmeno chiedere niente di niente in contropartita.
La minoranza italiana e la sua unitarietà restano così in balia dei governanti sloveni; quanto ai beni rapinati agli Esuli il prode Fassino ottiene la vaga promessa che essi quei beni forse potranno ricomprarseli (da coloro che glieli hanno rubati). Promessa che, proveniente da un governo balcanico e di ex comunisti, ha comunque un grado di probabilità di realizzarsi che è molto prossimo allo zero.
Certo è che, trascorso ormai un anno da quel fulmineo viaggio lubianese del nostro sottosegretario, da parte slovena non si è visto passo di alcun genere. I segnali che giungono dalla Slovenia sono anzi decisamente di segno contrario (si parla di inesistenti limiti costituzionali, di ipotesi di referendum e così via), tanto da motivare espliciti interventi di richiamo da parte delle autorità europee (evidentemente poco inclini a prendersi in casa soggetti così poco affidabili). Ben più a ragione il presidente Prodi ed il viceministro Fassino dovrebbero farsi sentire e protestare con gli amici sloveni, ma così non è. Considerano, chiaramente, che con Lubiana, dopo aver ceduto tutto ed anche di più, non esiste ormai questione di sorta. Si limitano quindi ad uno stanco negoziato con la Croazia, nel quale è a tutti più che evidente che non ci potrò essere esito diverso da quello già realizzato con la Slovenia: una bella e solenne rinuncia, da parte italiana, ad ogni richiesta di giustizia per gli Esuli, ad ogni impegno di tutelare per gli italiani rimasti.
Sarà la conclusione coerente di una lunga vicenda di oltre cinquant’anni. Una vicenda nata male, proseguita peggio e conclusa in modo pessimo: con la bancarotta, totale e fraudolenta, della politica estera italiana sul confine orientale :

L’incontro tra Slovenia, Croazia e Italia, finalmente è arrivato a sancire ufficialmente la fine di una situazione di confine ingarbugliata da anni. Bene ha fatto, pertanto, il nostro Presidente Napolitano a presenziare a quell’atto dovuto alla Storia.
Ma a titolo di commento amaro, c’è da sottolineare che l’Italia è sempre quella che, internazionalmente, alla fine di un qualsiasi avvenimento sia guerresco che politico, a posteriori, ci rimette sempre a tavolino.
Dopo la “vittoria rubata” della prima guerra mondiale, questa volta la “pace rubata” parte da Osimo dove, nel ’75, il sottaciuto “Trattato” fu firmato tra Italia e Jugoslavia, caldeggiato dall’allora PCI che costrinse il governo Moro a cedere la zona “B” istriana all’amico Tito, in contropartita di un tacito sostegno allo stesso governo. (e finalmente ottennero quello che volevano fin dal 1945).
Fino a quell’anno, infatti, l’Istria era territorialmente ancora italiana, anche se amministrata in “via temporanea” dalla Jugoslavia. L’Italia si accontentò solo di qualche promessa a favore degli esuli, ma una volta definito l’abbandono (denunciato come un Atto di tradimento contro la Nazione), la Jugoslavia arrivò a vietare “solo” agli italiani di acquistare immobili e terre!

Nel trattato, però, Tito accettò una clausola: l’Istria sarebbe stata indivisibile, pena il decadimento dell’accordo stesso. Certo, il Maresciallo non immaginava una frammentazione federale postuma, ma l’Istria è stata divisa tra Slovenia e Croazia e quindi vi sarebbero state tutte le premesse per sollevare un’’istanza di revisione internazionale. Potrebbe sembrare non attuale, oggi, in tempi d’Europa Unita, riparlare di un vecchio Trattato del ’75, ma sta di fatto che c’’è e proprio noi, italiani, non dobbiamo aver paura di nominarlo, proprio perché siamo noi a volerlo superare, esigendo però, almeno,  rispetto dall’’altra parte e quanto meno non diffidenza o ritorsioni psicologiche… (come per esempio, al rovescio, in Alto Adige). Se poi dicessero, i confinanti, che non riconoscono Osimo, in quanto firmato con  la Jugoslavia, allora non sarebbe valido nessun trattato post-bellico imposto da quei presuntuosi alleati anglofoni e torneremmo alla Serenissima Venezia, dove comandava il commercio…

Eurogendfor : addio Carabinieri

scudetto eurogendfor
scudetto eurogendfor

«Aboliscono i Carabinieri», sussurra un maresciallo preoccupato. Per un inspiegato decreto eurocratico, non devono più esistere Polizie militari nei Paesi europei. Entro il 2011, se abbiamo capito qualcosa dell’ambiguo e silenzioso progetto, il nostro maresciallo preoccupato non sarà più «maresciallo» ma ispettore; l’appuntato diverrà «assistente», un brigadiere capo sarà sovrintendente, insomma saranno trasformati in agenti di polizia civili, senza stellette. Dipendenti degli Interni e non della Difesa. I Paesi che non aboliranno la loro Polizia militare andranno incontro a gravi sanzioni europee.
E tutto ciò, avviene nel più completo silenzio e senza la minima protesta. I Carabinieri sono, fra le istituzioni, quella che gode della maggiore e più costante fiducia dell’opinione pubblica; costantemente, i sondaggi mostrano che gli italiani lo sentono il corpo più sicuro, colonna storica della nazione: possibile che nessun politico o giornale sollevi la questione? Che tutti in silenzio accettino la cancellazione di un ente di così precisa identità, con due secoli di storia e tradizione militare? L’Arma ha da poco conquistato lo status di quarta forza armata (alla pari con l’Esercito, l’Aviazione , la Marina), ossia un’autonomia che gli alti ufficiali hanno fortemente voluto (e brigato, con la loro potenza ragguardevole presso la politica); è possibile che i generali adesso cedano quella autonomia ed autogoverno senza fiatare? Per quanto «usi a obbedir tacendo», la cosa appare strana.
La risposta si trova forse nel fatto che non tutti i carabinieri passeranno alla Polizia di Stato. Una parte del personale – soprattutto gli ufficiali – rimarrà nell’Arma, e manterrà le sole funzioni di polizia militare: non più però come corpo al servizio dell’Italia, ma come corpo sovrannazionale.
Confluendo in un nuovo leviatano eurocratico, denominato «Eurogendfor», orwelliana sigla per Forza di Gendarmeria europea. http://www.eurogendfor.org/
Eurogendfor è nata in Olanda il 18 ottobre 2007 col «trattato di Velsen» (uno dei tanti trattati di cui i cittadini non sanno nulla), firmato dai Paesi che sono dotati di Polizie militari: Francia (Gendarmerie), Spagna (Guardia Civil), Portogallo (Guardia nacional) e Olanda (Marechaussée) e ovviamente, per l’Italia, i Carabinieri.
Eurogendfor è una super-polizia sovrannazionale. Cioè (articolo 5) «a disposizione della UE, dell’OSCE, della NATO o di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche». Una forza «pre-organizzata e dispiegabile in tempi rapidi» e capace «di eseguire tutti i compiti di polizia previsti nell’ambito delle operazioni di gestione delle crisi».
Quali crisi? Si allude cripticamente a quelle definite «nel quadro della dichiarazione di Petersberg». Così, ecco un altro trattato ignorato dai cittadini. Poche righe ufficiali avvertono che «Il Consiglio ministeriale della UEO, riunito a Petersberg, presso Bonn, approvò, il 19 giugno 1992, una Dichiarazione che individuava una serie di compiti, precedentemente attribuiti alla stessa UEO, da assegnare all’Unione Europea; le cosiddette ‘missioni di Petersberg’ sono le seguenti: missioni umanitarie o di evacuazione, missioni intese al mantenimento della pace, nonché le missioni costituite da forze di combattimento per la gestione di crisi, ivi comprese operazioni di ripristino della pace». http://europa.eu/legislation_summaries/glossary/
Ea UEO è un vecchio arnese dell’atlantismo bellico, sopravvissuto alla guerra fredda. Adesso scopriamo che parte dei suoi compiti sono stati assunti dalla UE. E che i Carabinieri fanno parte di una forza armata permanente per «interventi umanitari», «guerra al terrorismo» ed altre guerre senza fine e non dichiarate, come sono diventate d’attualità dopo la scomparsa del Nemico sovietico. Evidentemente, questi conflitti devono essere resi permanenti. I nuovi carabinieri de-nazionalizzati interverranno in tutto il mondo. Non è chiaro se interverranno anche per sedare «crisi» sociali in Europa, contro i loro stessi cittadini. Apparentemente sì: Eurogendfor potrà svolgere sul suolo italiano tutte le attività sopra descritte. Si aspettano chiarimenti.
La formazione del corpo militare eurocratico è già avanzata. A Gennaio, Maroni ha inviato (alla chetichella) osservatori in Francia per studiare le soluzini adottate da Sarkozy per la denazionalizzazione della Gendarmerie e la riduzione dei suoi membri di basso livello a poliziotti.
Uno degli aspetti inquietanti è la sede scelta per Eurogendfor: la caserma dei carabinieri «Generale Chinotto», che si trova a Vicenza. La stessa città dove è situata la più grande base militare statunitense in Italia, base che non è a disposizione della NATO ma soltanto del Pentagono, che vi mantiene un buon numero di testate nucleari.
Gli americani avranno voce in capitolo nell’ordinare le «missioni» per Eurogendfor? Viste le comprovate politiche subalterne dell’eurocrazia, il sospetto è lecito. Potrebbe chiarirlo la lettura accurata del trattato di Velsen: un trattato che non è dato leggere da nessuna parte. Non è stato allegato nemmeno alla proposta di legge della costituzione di Eurogendform per la parte italiana, presentata il 28 dicembre 2009. Vi è solo un riassunto del trattato, ad istruzione dei parlamentari che devono ratificarlo. E’ allegata anche la «dichiarazione d’intenti» firmata nel 2004, ma il trattato di Velsen (che consta di 47 articoli) no. Curioso.
E chi comanda su Eurogendfor? Un comitato interministeriale (orwellianamente CIMIN) con sede pure a Vicenza, composto dai rappresentanti ministeriali dei Paesi aderenti (per l’Italia, Difesa ed Esteri). Questo CIMIN esercita in esclusiva il «controllo politico» sulla nuova Polizia militare e decide di volta in volta le condizioni di ingaggio di Eurogendfor; e al Cimin solo Eurogendfor risponde. In altre parole, Eurogendfor non risponde ad alcun Parlamento, nè nazionale nè europeo.
E se già così la cosa appare di una gravità assoluta, (una forza di Polizia militare sovranazionale che non risponde delle proprie azioni ad alcun parlamento, ma solo ad un comitato interno) è leggendo il disegno di legge numero 3083 – A, passato al Senato (anche in questo caso nel più assordante silenzio) il 4 marzo 2010, che si coglie la assoluta pericolosità di tale struttura.
Infatti leggendo gli atti si scopre che la Eurogendfor (già assolutamente attiva e funzionante benché l’Italia ancora non abbia ratificato), SOSTITUENDO e/o rinforzando le forze di polizia aventi status civile, può compiere un ampio spettro di attività:

– garantire la pubblica sicurezza e l’ordine pubblico;

– eseguire compiti di polizia giudiziaria;

– monitorare la polizia locale nell’adempimento dei propri servizi

– compiere investigazioni criminali

– dirigere la pubblica sorveglianza

– regolamentare il traffico

– operare come Polizia di frontiera

– acquisire informazioni e svolgere operazioni di intelligence

– proteggere la popolazione e la proprietà,

– ecc..

Ma ancora non basta, perché questa super Polizia sovranazionale gode anche di una sorta di totale immunità a livello internazionale. Infatti, leggendo il trattato si apprende che:

Articolo 21) i locali, edifici, archivi (anche informatici ed anche se non ivi presenti) appartenenti ad Eurogendfor sono inviolabili;

Articolo 22) le proprietà ed i capitali di Eurogendfor sono immuni da provvedimenti esecutivi dell’autorità giudiziaria;

Articolo 23) tutte le comunicazioni degli ufficiali di Eurogendfor non possono essere intercettate;

Articolo 28) i Paesi firmatari rinunciano a chiedere un indennizzo per danni procurati alle proprietà nel corso della preparazione o esecuzione delle operazioni. L’indennizzo non verrà richiesto neanche in caso di ferimento o decesso del personale di Eurogendfor;

Articolo 29) gli appartenenti ad Eurogendfor non potranno subire procedimenti a loro carico a seguito di una sentenza emanata contro di loro, sia nello Stato ospitante che nel ricevente, in uno specifico caso collegato all’adempimento del loro servizio.

E’ stata, in altri termini, creata una sorta di struttura militare sovranazionale che potrà operare in qualsiasi parte del mondo, sostituirsi alle forze di Polizia locali, agire nella più totale libertà (leggi immunità) e che, al termine dell’ingaggio, dovrà rispondere delle sue azioni al solo comitato interno.
Ora diventa forse più chiaro perché nessun vertice dell’Arma dei Carabinieri ha mosso alcuna obiezione alla legge di riforma che la vuole sotto le dirette dipendenze del ministero dell’Interno.
A finire sotto quel ministero saranno solo i sottufficiali e la truppa. Per gli ufficiali, l’Arma aumenta il suo potere: dovrà rispondere solo al CIMIN (ovvero a ufficiali e rappresentanti del ministero Esteri e Difesa); manterrà i suoi poteri in Italia e anzi nel mondo, e facendo parte dell’Eurogendfor, godendo di privilegi e immunità che prima non avevano, fino ad una totale immunità e insindacabilità. Lo status di cui già godono anche più inquietanti «istituzioni» europee, da Eurojust (procuratori d’accusa) e Europol, anch’essi insindacabili e persino sonosciuti ai cittadini europei – ammesso che siamo ancora cittadini.

Di Solange Manfredi

http://www.politichecomunitarie.it/comunicazione/7362/nasce-eurogendfor-la-forza-di-gendarmeria-europea

http://www.governo.it/Notizie/Ministeri/dettaglio.asp?d=54308

http://www.carabinieri.it/Internet/Arma/Oggi/AttivitaOperativa/Statistica/2008/IlCoespuelEurogendfor/

http://www.carabinieri.it/editoria/il-carabiniere/anno-2005/aprile/arma-oggi/gendarmeria-europea-il-comando-in-italia

Sulla libertà d'opinione

Abbiamo scelto i più recenti ed in qualche modo “eclatanti”, provvedimenti legislativi, poichè incidono tutti, per un verso o per l’altro, sulla libertà  di ricerca storica o sulle opinioni culturali dei singoli e dei gruppi più o meno organizzati.
Tratti formalmente comuni sembrano essere il razzismo e la xenofobia (purtroppo non abbiamo conoscenza di altre leggi estere a soggetto diverso, sul modello – ad esempio – dei vari delitti italiani di “vilipendio”), ma non bisogna limitarsi alle apparenze. In realtà , al di là  del merito delle singole opinioni conculcate, ciò che rileva e che si vuol punire già  solo l’atto del manifestare un’idea “sgradita”, non una condotta materiale di aggressione fisica contro terzi individui o loro beni.
In ciò sta l’obbrobrio di queste leggi, nel fatto che giustificano una presunta “prevenzione” al dilagare di idee magari aberranti mettendosi di fatto sul loro stesso piano, se non peggio.
In uno Stato c.d. “dittatoriale” si sa fin da subito cosa aspetta gli oppositori, e nel suo dichiarato assolutismo sta la radice della sua inaccettabilità  negli ordinamenti che per un verso o per l’altro cedono al moderno “comunismo degli antifascisti”, invece, si prostituisce l’idea di una “libertà  solidale” con l’ipocrita volontà  del pensiero unico, senza neppure avere il coraggio o la dignità  di ammettere che si è solo in presenza di un altro totalitarismo, sia pure di colore diverso …

SPAGNA: Capitolo II° (Delitti di genocidio)
Articolo 607 Codice Penale:

1) Coloro i quali, al fine di distruggere in modo parziale o totale un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso commetteranno alcuni dei seguenti atti saranno puniti:

A) Con il carcere da 15 a 20 anni se uccideranno un suo membro. Se nel commettere il fatto interverranno due o più circostanze aggravanti verrà  applicata la pena di grado superiore.

B) Con il carcere da 15 a 20 anni se verrà  portata violenza sessuale ad un suo membro o saranno arrecate le lesioni previste all’ art. 149.

C) Con il carcere da 8 a 15 anni se imporranno al gruppo o ad uno dei suoi membri condizioni di esistenza che mettano in pericolo la vita o pregiudichino gravemente la salute o  quando produrranno le lesioni previste all’art. 150.

D) Con la medesima pena se verranno effettuati spostamenti forzosi del gruppo o dei suoi membri, se verrà  adottata qualunque misura atta ad impedire il loro modo di vita o riproduzione o tradurranno a forza individui da un gruppo un altro.

E) Con il carcere da 4 a 8 anni se arrecheranno qualsiasi  altra lesione diversa da quelle indicate alle lettere B e C del presente comma.

2) La diffusione, comunque effettuata, di idee o dottrine che neghino o giustifichino i delitti specificati al comma precedente di questo articolo o pretendano la riabilitazione di regimi o istituzioni che favoriscano pratiche propedeutiche agli stessi, sarà  punita con il carcere da 1 a 2 anni.

ITALIA: La c.d. “LEGGE MANCINO” [Decreto Legge 25/6/93, n. 205]
(Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa) (*)

Articolo 1 (Discriminazione, odio o violenza per motivi razziali,etnici, nazionali o religiosi):

Comma 1.

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, anche ai fini dell’attuazione della disposizione del l’articolo 4 della convenzione, è punito:

A) con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità  o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;

B) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

C) è’ vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività , è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell’assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni.
Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni.

Comma 1-bis.

Con la sentenza di condanna per uno dei reati previsti dall’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, o per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, il tribunale può altresì disporre una o più delle seguenti sanzioni accessorie:

A) obbligo di prestare un’attività  non retribuita a favore della collettività  per finalità  sociali o di pubblica utilità  , secondo le modalità  stabilite ai sensi del comma 1-ter;

B) obbligo di rientrare nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora entro un’ora determinata e di non uscirne prima di altra ora prefissata, per un periodo non superiore ad un anno;

C) sospensione della patente di guida, del passaporto e di documenti di identificazione validi per l’espatrio per un periodo non superiore ad un anno, nonchè divieto di detenzione di armi proprie di ogni genere;

D) divieto di partecipare, in qualsiasi forma, ad attività  di propaganda elettorale per le elezioni politiche o amministrative successive alla condanna, e comunque per un periodo non inferiore a tre anni.

Comma 1-ter.

Entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Ministro di Grazia e Giustizia determina, con proprio decreto, le modalità  di svolgimento dell’attività  non retribuita a favore della collettività  di cui al comma 1-bis, lettera A).

Comma 1-quater.

L’attività  non retribuita a favore della collettività  , da svolgersi al termine dell’espiazione della pena detentiva per un periodo massimo di dodici settimane, deve essere determinato dal giudice con modalità  tali da non pregiudicare le esigenze lavorative, di studio o di reinserimento sociale del condannato.

Comma 1-quinquies.

Possono costituire oggetto dell’attività  non retribuita a favore della collettività  : la prestazione di attività  lavorativa per opere di bonifica e restauro degli edifici danneggiati, con scritte, emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui al comma 3 dell’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654; lo svolgimento di lavoro a favore di organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, quali quelle operanti nei confronti delle persone handicappate,dei tossicodipendenti, degli anziani o degli extracomunitari; la prestazione di lavoro per finalità  di protezione civile, di tutela del patrimonio ambientale e culturale, e per altre finalità  pubbliche individuate con il decreto di cui al comma 1-ter.

Comma 1-sexies.

L’attività  può essere svolta nell’ambito e a favore di strutture pubbliche o di enti ed organizzazioni privati.

Articolo 2. (Disposizioni di prevenzione)

1. Chiunque, in pubbliche riunioni compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui all’articolo 3 della legge 13 ottobr
e 1975, n.65
4, è punito con la pena della reclusione fino a tre anni e con la multa da lire duecentomila a lire cinquecentomila.

2. è vietato l’accesso ai luoghi dove si svolgono competizioni agonistiche alle persone che vi si recano con emblemi o simboli di cui al comma 1 Il contravventore è punito con l’arresto da tre mesi ad un anno.

3. Nel caso di persone denunciate o condannate per uno dei reati previsti dall’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, o per un reato aggravato ai sensi dell’articolo 3 del presente decreto, nonchè di persone sottoposte a misure di prevenzione perchè ritenute dedite alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo la sicurezza o la tranquillitè pubblica, ovvero per i motivi di cui all’articolo 18, primo comma, n. 2-bis), della legge 22 maggio 1975, n. 152, si applica la disposizione di cui all’articolo 6 della legge 13 dicembre 1989, n. 401, e il divieto di accesso, conserva efficacia per un periodo di cinque anni, salvo che venga emesso provvedimento di archiviazione, sentenza di non luogo a procedere o di proscioglimento o provvedimento di revoca della misura di prevenzione, ovvero se è concessa la riabilitazione ai sensi dell’articolo 178 del codice penale o dell’articolo 15 della legge 3 agosto 1988, n. 327.

Articolo 3. (Circostanza aggravante)

1. Per i reati punibili con pena diversa da quella dell’ergastolo commessi per finalità  di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare l’attività  di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità  , la pena è aumentata fino alla metà .

Articolo 4. (Modifiche a disposizioni vigenti)

1.Il secondo comma dell’articolo 4 della legge 20 giugno 1952, n. 645, è sostituito dal seguente:

“Alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità  antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni.”

Articolo 5. (Perquisizioni e sequestri)

1. Quando si procede per un reato aggravato ai sensi dell’ articolo 3 o per uno dei reati previsti dall’articolo 3, commi 1, lettera b), e 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, l’autorità  giudiziaria dispone la perquisizione dell’immobile rispetto al quale sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che l’autore se ne sia avvalso come luogo di riunione, di deposito o di rifugio o per altre attività  comunque connesse al reato. Gli ufficiali di polizia giudiziaria, quando ricorrano motivi di particolare necessità  ed urgenza che non consentano di richiedere l’autorizzazione telefonica del magistrato competente possono altresì procedere a perquisizioni dandone notizia, senza ritardo e comunque entro quarantotto ore, al procuratore della Repubblica, il quale, se ne ricorrono i presupposti, le convalida entro le successive quarantotto ore.

2. E’ sempre disposto il sequestro dell’immobile di cui al comma 1 quando in esso siano rinvenuti armi, munizioni, esplosivi od ordigni esplosivi o incendiari ovvero taluni degli oggetti indicati nell’articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110. E’ sempre disposto, altresì, il sequestro degli oggetti e degli altri materiali sopra indicati nonchè degli emblemi o materiali di propaganda propri o usuali di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui alle leggi 9 ottobre 1967, n. 962, e 13 ottobre 1975, n. 654, rinvenuti nell’ immobile. Si osservano le disposizioni di cui agli articoli 324 e 355 del codice di procedura penale. Qualora l’immobile sia in proprietà , in godimento o in uso esclusivo a persona estranea al reato, il sequestro non può protrarsi per oltre trenta giorni.

3. Con la sentenza di condanna o con la sentenza di cui all’articolo 444 del codice di procedura penale, il giudice, nei casi di particolare gravità  ,dispone la confisca dell’immobile di cui al comma 2 del presente articolo, salvo che lo stesso appartenga a persona estranea al reato. E’ sempre disposta la confisca degli oggetti e degli altri materiali indicati nel medesimo comma 2.

Articolo 6. (Disposizioni processuali)

1. Per i reati aggravati dalla circostanza di cui all’art. 3, comma 1, si procede in ogni caso d’ufficio.

2. Nei casi di flagranza, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria hanno facoltà  di procedere all’arresto per uno dei reati previsti dai commi quarto e quinto dell’articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110, nonchè quando ricorre la circostanza di cui all’articolo 3, comma 1, del presente decreto, per uno dei reati previsti dai commi primo e secondo del medesimo articolo 4 della legge n. 110 del 1975.

2-bis. All’articolo 380, comma 2, lettera l), del codice di procedura penale, sono aggiunte, in fine, le parole: delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui all’articolo 3, comma 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654.

3. Per i reati aggravati dalla circostanza di cui all’articolo 3, comma 1, che non appartengono alla competenza della corte di assise è competente il tribunale.

4. Il tribunale è altresì competente per i delitti previsti dall’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654.

5. Per i reati indicati all’articolo 5, comma 1, il pubblico ministero procede al giudizio direttissimo anche fuori dei casi previsti dall’articolo 449 del codice di procedura penale, salvo che siano necessarie speciali indagini.

Articolo 7. (Sospensione cautelativa e scioglimento)

1. Quando si procede per un reato aggravato ai sensi dell’articolo 3 o per uno dei reati previsti dall’articolo 3, commi 1, lettera b), e 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654, o per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 762, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che l’attività  di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi favorisca la commissione dei medesimi reati, può essere disposta cautelativamente, ai sensi dell’articolo 3 della legge 25 gennaio 1982, n. 17, la sospensione di ogni attività  associativa. La richiesta è presentata al giudice competente per il giudizio in ordine ai predetti reati. Avverso il provvedimento è ammesso ricorso ai sensi del quinto comma del medesimo articolo 3 della legge n. 17 del 1982.

2. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengono meno i presupposti indicati al medesimo comma.

3. Quando con sentenza irrevocabile sia accertato che l’attività  di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi abbia favorito la commissione di taluno dei reati indicati nell’articolo 5, comma 1, il Ministro dell’interno, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, ordina con decreto lo scioglimento dell’organizzazione, associazione, movimento o gruppo e dispone la confisca dei beni. Il provvedimento è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.

Articolo 8. (Disposizioni finali)

1. Il settimo comma dell’articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110, è abrogato.

2. Le disposizioni dei commi da 1 a 5 dell’articolo 6 si applicano solo per i fatti commessi successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto.

AMATO – MANCINO – CONSO
Visto, il Guardasigilli: CONSO

Del decreto Mastella, sappiamo tutti di cosa tratta ma vorrei far notare una cosa : L’articolo 21 della Costituzione afferma c
he
tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Questa formula costituzionale, che costituisce uno dei pilastri della nostra carta fondamentale, non ammette limitazioni di questo genere
.

(* ) Benchè si tratti dell’esempio più noto e “politicamente orientato”, non è certo l’unico caso di coazione delle opinioni nell’ordinamento giuridico italiano: basti ricordare, in generale, tutti i delitti “di vilipendio”, moltissime figure di “attentato”, vari illeciti c.d. “ostativi a pericolo presunto”, la formulazione tecnicamente aberrante del delitto di “banda armata” (che in buona sostanza si concreta nell’indossare delle “uniformi” e basta, l’uso di armi essendo un semplice optional aggravante!), il ricorso spesso improprio al c.d. “dolo specifico” ed al “pericolo astratto”, la definizione “omnibus” di “ricostituzione del partito fascista” così come “tratteggiata” dalla legge 13 ottobre 1975, n. 654 (una “formula magica” politicamente corretta, del tutto indifferente alle caratteristiche storiche del fenomeno che pretende di reprimere ma in compenso buona per ogni occasione, dal momento che – praticamente – così com’è stata redatta si presta a farvi cadere dentro di tutto …), etc. Non a caso questa legge illiberale e successive sono tutte emanazioni del centrosinistra.

BELGIO: MINISTERO DELLA GIUSTIZIA: F 95-755 (23 Marzo 1995)
Legge volta a reprimere la negazione, la minimizzazione, la giustificazione o l’approvazione del genocidio perpetrato dal regime nazional-socialista tedesco durante la seconda guerra mondiale.

Alberto II Re dei belgi:

Le camere hanno adottato e Noi ratifichiamo quanto segue:

Art. 1) è punito con il carcere da otto giorni ad un anno e con una ammenda da ventisei a cinquemila franchi chi, in una delle circostanze previste dall’art. 444 del codice penale, neghi, minimizzi grossolanamente, cerchi di giustificare o approvi il genocidio perpetrato dal regime nazional-socialista tedesco durante la seconda guerra mondiale. Per l’applicazione del comma precedente, con il termine genocidio si intende quanto espresso all’art. 2 della convenzione internazionale del 9 dicembre 1948 per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio.
In caso di recidiva il condannato può, inoltre, essere sottoposto all’interdizione ai sensi dell’art. 33 del codice penale (
* ).

Art. 2) In caso di condanna, per quanto previsto dalla presente legge, può essere ordinata la pubblicazione del giudizio, integrale o per estratto, su uno o più giornali, a spese del condannato.

Art. 3 ) Sono applicabili alla presente legge il capo VII del libro I del codice penale e l’art. 85 del medesimo codice.

Art. 4) Il centro per le pari opportunità  e la lotta contro i razzismi, al pari di tutte le associazioni, aventi personalità  giuridica da almeno cinque anni, e che si propongano, come da statuto, di difendere gli interessi morali e l’onore della resistenza o dei deportati, possono costituirsi parte civile in tutti quei processi originati dalla presente legge.

Art. 5) La presente legge entra in vigore il giorno della sua pubblicazione sul monitore belga.

Promulghiamo la presente legge e ordiniamo che sia munita del sigillo di stato e pubblicata sul monitore belga.

Data a Bruxelles il 23 Marzo 1995

Alberto

Per il Re:

Il Ministro della Giustizia M. Wathelet

è munito del Sigillo di Stato.

Il Ministro della Giustizia M. Wathelet


(
* ) Val la pena ricordare che, stante la specificità  della norma, non rischia invece  assolutamente nulla chi eventualmente neghi il genocidio armeno ad opera dei turchi o i milioni di vittime del comunismo (ovvero ancora tessa l’apologia di questi o altri massacri …)

Commentario [favorevole] alle riforme del 2003 in tema di incitamento alla xenofobia, etc.



SVIZZERA: Art. 261 bis (*) del Codice Penale

Chiunque incita pubblicamente all’odio o alla discriminazione contro una persona o un gruppo di persone per la loro razza, etnia o religione;
chiunque propaga pubblicamente un’ideologia intesa a discreditare o calunniare sistematicamente i membri di una razza, etnia o religione;
chiunque, nel medesimo intento, organizza o incoraggia azioni di propaganda o vi partecipa;
chiunque, mediante parole, scritti, immagini, gesti, vie di fatto o in modo comunque lesivo della dignità  umana, discredita o discrimina una persona o un gruppo di persone per la loro razza, etnia o religione o che, per le medesime ragioni, disconosce, minimizza grossolanamente o cerca di giustificare il genocidio o altri crimini contro l’umanità ;
chiunque rifiuta ad una persona o a un gruppo di persone, per la loro razza, etnia o religione, un servizio da lui offerto e destinato al pubblico, è punito, con la detenzione o con la multa.

(*)
Introdotto dall’art. 1 della Legge Federale del 18 giugno 1993, in vigore dal 1à‚° gennaio 1995 (RU 1994 2887 2889; FF 1992 II 217 )

FRANCIA: la c.d. “Legge Gayssot” (legge n. 615 del 1990)

Successiva alla c.d. Legge Pleven del 01.07.1972 [che istituì il principio secondo cui interi gruppi di persone – e quindi, in pratica, quei gruppi di pressione che se ne dichiarassero portavoce – diventavano soggetti giuridici in ragione della loro appartenenza o meno ad una determinata etnia, religione, etc. In base alla legge tali gruppi, a partire dal 1° luglio 1972, possono dichiararsi diffamati, cioè esser soggetti od oggetti di un reato contro l’onore e la reputazione. L’effetto pratico, al di là  della forma, è la creazione procedurale di un gigantesco reato d’opinione. Da quella data, infatti, è proibito rivolgere critiche non a singoli individui – come è la norma – ma ad interi gruppi sociali o culturali, genericamente intesi: ad esempio i musulmani, gli omosessuali, i Norvegesi, i satanisti, etc.

Per consultare il testo della successiva Legge Gayssot, in francese, cliccare qui:si segnalano solo due punti interessanti, ovverosia l’assunto del primo articolo, per cui “Ogni tipo di discriminazione fondata sull’appartenenza o meno ad una nazione, razza, etnia o religione è proibita”, ed il successivo art. 9, che introduce un dogma di insindacabilità  storiografica: “Saranno puniti con le pene previste … coloro che avranno contestato, attraverso uno dei mezzi enunciati dall’art. 23, l’esistenza di uno o più crimini contro l’umanità , così come sono definiti dall’art. 6 dello Statuto del Tribunale Militare Internazionale annesso all’Accordo di Londra dell’8 agosto 1945 …”. In sintesi: col primo principio si fa una dichiarazione totalmente contraddittoria, tant’è che la stessa Costituzione francese, a questo punto, sarebbe illegale. Infatti esclude dal diritto di voto in Francia chi non sia cittadino francese, con ciò sancendo una macroscopica discriminazione sulla base della nazionalità . Le sanzioni principali consistono nella perdita dei diritti civili e politici del condannato, il che evidenzia in modo tranciante la natura puramente politico – ideologica di tale normativa. L’art. 9, invece, al di là  del merito è in netto conflitto con i principi irrinunciabili – in una società  liberale – delle libertà  di espressione ed informazione

(sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che non a caso si contrappone moralmente ai totalitarismi omicidi del XX secolo),

poichè con esso il legislatore vuole fissare una volta per tutte un giudizio definitivo su un periodo storico, proibendo per sempre di contestarlo. Oggetto delle sanzioni di questa norma sono, infatti, tutti gli studi storici (non gli atti di violenza fisica, la corruzione pubblica, etc.) c.d. “non allineati“, ovverosia il libri proibiti.



UNIONE EUROPEA: il c.d. “Mandato di Cattura Europeo” (Decisione Consiglio UE 13.6.02)
Di recente introduzione, prevede l’abbattimento delle procedure garantiste di estradizione del cittadino in un’ampia serie di casi, tra cui i principali reati d’opinione

(per inciso, in quanto a figura giuridica astratta sono incompatibili non solo con le libertà  fondamentali formalmente affermate dalla Costituzione italiana, ma direttamente con l’art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo).

Per un’efficace sintesi, al contempo tecnica e divulgativa, ci si può innanzitutto riferire al testo dell’Agnoli, scaricabile da altro sito web in formato .pdf (Acrobat Reader file), cliccando qui.

Manifesto contro il Mandato d’Arresto Europeo e per la difesa dei diritti civili
Un approfondimento di documentata riflessione tecnica, a fronte di una realtàƒ interna ed internazionale (tanto politica quanto culturale) degenerata ed inquietante.

Altri links internazionali sulla libertà  d’opinione:

* Stop Internet Censorship! Blue Ribbon Campaign
* Article 19: The Global Campaign For Free Expression
* OCSE: Freedon For The Media
* IFEX
* Reporters Sans Frontieres

*L’inserimento di questa rassegna normativa, ovviamente, non prelude ad alcuna condivisione o apprezzamento degli ideali dei gruppi sociali apparentemente censurati dalle predette leggi, gruppi che si richiamino (nella forma o nella sostanza) ad ideologie di qualunque genere, e che propugnino in qualsiasi modo la violenza o la negazione dello Stato di diritto liberale.

Semplicemente è un fermo monito a non fidarsi di chi, eventualmente, cerchi di instaurare un regime politico oppressivo in cui esiste una sola Verità  consentita, mentre tutto il resto è vietato.

Un sistema liberale non ha bisogno del carcere e della violenza per esistere, poichè rappresenta l’essenza stessa della convivenza tra simili in uno Stato politico. Viceversa quest’esigenza è connaturata a chiunque lo voglia sovvertire, prima o poi, per impedire a tutti gli altri di esprimere liberamente la propria identità  di esseri umani razionali. E ciò fa, spesso e volentieri, proprio iniziando a dichiararsi

“paladino intransigente di un’aleatoria solidarietà  universale ..”  Universale come può esserlo solo la morte.

Ricapitoliamo : Art 11 della costituzione e la guerra contro Israele

l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

(senza considerare l’articolo 5 della NATO o il diritto internazionale sancito dall’ONU)

Quindi si ritirano le truppe dall’Iraq perchè c’è la guerra.

Coerenza!

Da liberazione : Giordano: “Si muovano Onu ed Europa, fermiamo Israele prima che sia troppo tardi”

Questo tizio è lo stesso che voleva il ritiro da tutte le missioni di pace perchè, aggiungo io, ignora di come si gestiscono le situazioni di Pacekeeping.
Domande

Ma come, in Israele, Palestina e Libano non c’è la guerra? Ma allora perché si devono mandare i nostri soldati a fermare gli israeliani?

Affermazioni

Allora è vero, anzi verissimo che i nostri rossi sono collusi con i terroristi.

Aggiornamento 1: Anche l’ONU è alleato con i terroristi e questo è l’ultimo fatto di conferma
Aggiornamento 2 : leggete qui dal Lupo di Gubbio
Aggiornamento 3 : Leggete qui da Wellington
Aggiornamento 4 : Leggete qui da Liberali per Isdraele
Aggiornamento 5 : Leggete qui da DrDan
Aggiornamento 6 :  Leggete qui da Barbara su Sabra e Chatila 2 che non è il massacro conosciuto da tutti ma uno successivo ad opera delle truppe siriano libanesi.
Aggiornamento 7 : Queste sono le cartine della palestina dalla fine del mandato britannico

Palestine British Mandate
Palestine British Mandate

e dal1947 in poi, fonte Wikipedia :

Piano di spartizione in due stati del 1947
Piano di spartizione in due stati del 1947
Linee armistiziali 1949 - 1967
Linee armistiziali 1949 - 1967
Armistizio dopo la guerra dei 6 giorni (la parte inferiore è mancante già alla fonte)
Armistizio dopo la guerra dei 6 giorni (la parte inferiore è mancante già alla fonte)
territori riconsegnati dopo il ritiro dal Sinai
territori riconsegnati dopo il ritiro dal Sinai

Come si può vedere Dopo ogni armistizio i territori persi non sono stati reclamati. Quelli rivendicati, come il Sinai sono stati ridati agli ex proprietari non ostante che avessero perso la guerra. La totale riconsegna della valle della Bekaa e delle alture del Golan che si trovano a nord, al confine con il Libano e la Siria sono state completamente riconsegnate nel 2000 dopo la fine delle trattative con i rispettivi paesi. Il ritiro militare è avvenuto al seguito del rispetto, da parte del Libano, della risoluzione n°1559 che avrebbe garantito la sicurezza del nord d’Israele. Rispetto che come abbiamo visto in questi giorni è stato disatteso.

Aggiornamento 8 : Qui potete leggere uno stralcio degli accordi amistiziali tra gli stati belligeranti e qui le prerogative dell’ UNTSO, sconosciuto ai più (United Natinos Trruce Supervision Organization). L’UNTSO è formato da osservatori ONU tra i quali partecipano ufficiali delle forze armate Italiane. Gli Italiani sono presenti sulle linee armistiziali da più di 50 anni. Inutile dire che questi soldati, disarmati per ordine dell’ONU sono il bersaglio di chi non vuole rispettare i confini degli accordi armistiziali.

Ma allora quali sono i confini reali dello stato d’Israele? E quali sono i teritori occupati?

Territori occupati –secondo la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949 – sono territori appartenenti o rivendicati da uno Stato sovrano e occupati mediante un azione militare.

Tuttavia la Cisgiordania e Gaza non appartengono e non sono rivendicati da nessun Stato sovrano.
In particolare i territori della Cisgiordania sono stati occupati dalla Giordania dal 1948 al 1967 (e annessi alla Giordania dal 1950) e da Israele dal 1967 in poi. La Giordania ha rinunciato a ogni rivendicazione sulla Cisgiordania annunciando il dissolvimento di ogni legame amministrativo e legale in data 31 luglio 1988.

Gaza è stata territorio sotto amministrazione militare egiziana dal 1948 al 1967 ; con il trattato di pace tra Israele ed Egitto è stata fissata la frontiera internazionale dell’Egitto con Israele e con il territori da essa amministrati.

Vale la pena di notare che le amministrazioni giordana ed egiziana furono il risultato dell’aggressione militare del 1948 al neonato stato di Israele.

Pertanto tali territori, che non appartengono giuridicamente a nessuno stato sovrano, sono territori contesi sotto amministrazione israeliana e in attesa di destinazione, da definire con un trattato internazionale; quindi non ricadono nella definizione di territori occupati.

Nell’ambito dell’amministrazione sono state definite delle zone di autonomia, riconosciute internazionalmente, dai trattati firmati da Israele e l’Autorità Palestinese.

L’articolo 6 della Quarta Convenzione di Ginevra statuisce che la Potenza Occupante è vincolata ai termini di tale Convenzione solo se esercita le funzioni di governo in tali territori.
Inoltre i precedenti regolamenti dell’Aia del 1907 stabiliscono che un territorio si considera occupato se rimane sotto l’effettivo controllo dell’occupante.
Pertanto il trasferimento di poteri all’ Autorità Palestinese rende difficile caratterizzare la Cisgiordania e Gaza come territori occupati, anche in considerazione del fatto che il 98% della popolazione palestinese ricade sotto la giurisdizione dell’Autorità Palestinese.

La linea di demarcazione tra Cisgiordania, Gaza e Israele corrisponde alla cosiddetta Green Line, la linea di demarcazione dal 1948 al 1967; tuttavia essa non è un confine di Stato ma una linea di cessate il fuoco sancita dall’armistizio di Rodi firmato nel 1949 con la Giordania e l’Egitto.

Israele ha un confine di stato internazionalmente riconosciuto con:

Egitto (accordi di pace di Camp David). La zona di Taba in contestazione è stata assegnata all’Egitto tramite un arbitrato internazionale.

Giordania (accordi di pace del 26 ottobre 1994). La linea di confine della Giordania corre lungo il fiume Giordano.

Libano:
Qui la linea di confine non è in contestazione ed è stata avallata e sancita dall’ONU dopo il ritiro dei Israele dal Libano Sud.
La zona delle fattorie di Sheba (che gli Hezbollah – ma non il governo libanese – contestano come appartenente al Libano e pertanto ancora da “liberare”, in realtà è stata riconosciuta dall’ONU come appartenente alla Siria).

Siria:
Il confine di Stato con la Siria non è definito univocamente in alcuni punti (a prescindere dalle alture di Golan) e pertanto dovrà essere fissato con una trattativa tra le parti.

Israele non ha un confine di Stato con i territori amministrati di Cisgiordania e Gaza.

La linea armistiziale non è un confine di stato ma riflette la posizione delle truppe avversarie al momento del cessate il fuoco. Inoltre alcune zone abitate da Ebrei sono state conquistate militarmente durante la guerra del 1948 , prima dell’armistizio (come il quartiere ebraico della Città Vecchia e il Gush Etzion) e pertanto non possono essere definiti Territori Arabi.

Quindi un eventuale ritiro dai Territori Amministrati (Cisgiordania e Gaza) non può avvenire senza una definizione precisa e inequivocabile dei suoi confini e ciò può avvenire soltanto con un accordo fra due Stati Sovrani (Israele e lo Stato di Palestina che tuttavia al giorno d’oggi non esiste ancora).

La frase ritiro dai Territori Occupati in mancanza di una definizione precisa è pertanto un’affermazione ambigua che può avere diversi significati, incluso lo sgombero totale di tutto il territorio della Palestina come era all’epoca della scadenza del Mandato Britannico (e cioè in sostanza alla distruzione dello Stato d’Israele).

Protocolli di Sion

La saga dei Protocolli dei Savi di Sion, il più noto falso antisemita del XX secolo, esposto nella nuova grande Biblioteca di Alessandria d’Egitto. Dopo avere presentato ai visitatori di una mostra sui testi sacri ebraici un’edizione dei Protocolli come fonte di informazioni autentiche e importanti sull’ebraismo, la direzione della Biblioteca ha ceduto alle critiche della stampa di diversi paesi (Italia compresa), e ha tolto dall’esposizione il volume contestato. Ora l’associazione dei Fratelli Musulmani, la maggiore organizzazione fondamentalista mondiale che ha la sua sede centrale in Egitto, chiede le dimissioni del direttore della Biblioteca, accusato di servilismo nei confronti dell’Occidente e di Israele. Cinquecento intellettuali lo difendono in un appello, dove non manca peraltro l’immancabile riferimento ai «legittimi diritti arabi».
I Protocolli sono il presunto «documento» di un piano ebraico di controllo del mondo, compilato secondo le ipotesi più recenti e attendibili in Russia tra il 1902 e il 1903 da ambienti antisemiti russi, da cui passa alla polizia zarista, che sembra non ne sia stata però il committente, sulla base di un testo anti-bonapartista del 1864 dell’avvocato parigino Maurice Joly (1829-1879), cambiando il soggetto del complotto, dalla famiglia Bonaparte agli ebrei, e del romanzo Biarritz (1868) del giornalista tedesco antisemita Hermann Goedsche (1815-1878). Sono pubblicati per la prima volta, in russo, nel 1903 in versione ridotta sul giornale Znamia, quindi nel 1905 come opuscolo a San Pietroburgo. Di qui passano più o meno in tutto il mondo. Che si tratti di un falso è da decenni del tutto ovvio a chiunque abbia studiato la questione.
O, almeno, è ovvio in Occidente. Scrive il professor Menahem Milson in uno studio del 2003 che «quando i Protocolli sono menzionati nei media arabi, sono sempre presentati come assolutamente autentici». Nel 2002 la serie televisiva egiziana «Cavalieri senza cavallo» ha messo in scena i Protocolli nel mese di Ramadan, con indici di ascolto fenomenali in tutto il mondo arabo. Dopo le proteste occidentali, per il Ramadan 2003 diverse stazioni televisive arabe hanno mandato in onda un altro sceneggiato – questa volta siriano, La Diaspora – che nella sostanza ha gli stessi riferimenti e anzi rincara la dose, pur dichiarando in un’avvertenza prima di ogni puntata di non essere basato sui Protocolli.
L’antisionismo arabo spesso usa alla rinfusa argomenti tratti dall’antigiudaismo e dall’antisemitismo occidentali, Protocolli compresi, senza dimenticare l’esistenza di un antigiudaismo religioso specificamente islamico. La miscela è esplosiva. Può esplodere facilmente, anche grazie alla tolleranza di quello che in Occidente si manifesta, come ha dichiarato il filosofo Jürgen Habermas in un’intervista a Le Monde, come «antisemitismo di sinistra sotto forma di amalgama di temi anticapitalisti e antisionisti», unito a un «anti-americanismo che serve agli incorreggibili come copertura al loro antisemitismo». Un autentico complesso antisionista spinge questa sinistra a tollerare benevolmente presso gli “amici” arabi quella che non è una legittima critica a Israele ma un ritorno alle manifestazioni più oscure dell’antisemitismo. E i medici compiacenti alimentano il morbo da cui il mondo arabo dovrebbe semmai essere aiutato a guarire.Trovate notizie particolareggiate su Wikipedia di questi testi che una società civile avrebbe messo al bando, vietata la riproduzione e la vendita perchè profondamente razzisti ed antisemiti.