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Attacco a New York

Regio Sommergibile Da Vinci
Regio Sommergibile Da Vinci

Junio Valerio Borghese
Dopo un anno di prove ed esperienze condotte sul lago d’Iseo dal sottotenente di vascello Massano, ad alcune delle quali avevo partecipato, era stato messo a punto il sommergibile d’assalto, il CA, adattandolo alle sue nuove funzioni; contemporaneamente a Bordeaux, ove frattanto il comando della base dei nostri sommergibili atlantici era stato assunto dal capitano di vascello Enzo Grossi, si erano concretizzate le possibilità, da me sperimentate, di servirsi di un sommergibile oceanico per il trasporto del CA in vicinanza della base nemica. Due operazioni erano in preparazione con questo mezzo : un attacco contro New York, risalendo col CA l’Hudson fino al cuore della metropoli; l’effetto psicologico sugli americani, che non avevano ancora subito alcuna offesa bellica sul loro territorio, superava di gran lunga, nel nostro proposito, il danno materiale, che si sarebbe inflitto (ed il nostro fu, a quanto mi risulta, l’unico piano praticamente realizzabile progettato per portare la guerra negli Stati Uniti). L’altra operazione prevedeva un attacco contro l’importante piazzaforte inglese di Freetown (Sierra Leone), sede della squadra navale del Sud-Atlantico. Le indubbie difficoltà che tali operazioni a vasto raggio presentavano erano in gran parte compensate dalla completa sorpresa; la comparsa dei mezzi d’assalto della Marina italiana, i quali avevano fino allora limitato la loro azione al settore Mediterraneo, non era certo prevista: misure difensive contro tale inatteso tipo d’attacco non erano presumibilmente in atto. L’azione contro New York, in stato di avanzata preparazione, era stabilita per il mese di dicembre 1943”.

La storia

Junio Valerio Borghese
Junio Valerio Borghese

Per gran parte degli storici, le attività della Xa Flottiglia MAS si limitarono al Mediterraneo. Effettivamente, nei primi mesi della guerra, l’unità si concentrò solamente su obiettivi britannici entro il bacino del Mediterraneo. Sfortunatamente, il poco saggio ma audace attacco contro l’isola di Malta del 25 luglio 1941 distrusse un grande numero di ufficiali e sottufficiali altamente addestrati ed anche la maggior parte della struttura di comando dell’unità. La responsabilità di continuare l’attività della Xa Flottiglia MAS cadde sul comandante di una delle sue due divisioni: Junio Valerio Borghese. Questo ufficiale, che si era già distinto per la sua abilità di portare incursori e “maiali” in prossimità delle basi nemiche di Gibilterra e Alessandria, diventò il cuore e l’anima della Xa Flottiglia MAS. Dopo la guerra, il comandante Borghese narrò le gesta della Xa MAS nel suo ben noto libro. Dopo la capitolazione dell’8 settembre, il Comandante Borghese decise di continuare a lottare a fianco dei tedeschi nell’Italia Settentrionale, modificando la Xa Flottiglia MAS in una formazione in gran parte di terra e con funzioni anti-partigiane. Alla fine del conflitto, quando appariva sicuro il suo imprigionamento, nonostante la Medaglia di Oro al Valore Militare ricevuta durante il conflitto, Borghese decise di trasferirsi in Spagna in un esilio volontario che durò fino alla sua morte.

Il ruolo di Borghese nella Xa Flottiglia MAS fu di grande importanza. Quest’uomo non solo era un ufficiale in comando, ma anche un leader. Borghese, come più tardi scrisse, intuì perfettamente il valore dell’ “effetto psicologico sugli americani che non avevano ancora subito guerra offensiva su loro proprio suolo”. Dal suo punto di vista, condurre un attacco fuori del Mediterraneo era di grande importanza. L’idea era audace, ma realistica. I tedeschi avevano preparato piani simili che contavano su sabotatori da infiltrare negli Stati Uniti per poi danneggiare la produzione industriale, ma il loro piano non ebbe successo. Questi attacchi furono resi vani dal sistema d’informazioni americano, che era già molto sviluppato, e dalla natura insulare del continente americano stesso. Dopo l’attacco di Pearl Harbor, I giapponesi inviarono un sommergibile a bombardare la costa della California provocando solamente danni di minima entità e tanta confusione.

Contenitori posteriori del sommergibile Scirè
Contenitori posteriori del sommergibile Scirè

Borghese intendeva portare la guerra sul continente americano conducendo un’azione che sarebbe stata dimostrativa, che avrebbe avuto un limitato valore militare in termine di danni inflitti, ma un enorme valore in termine di effetti psicologici. Il piano, di cui oggi abbiamo solamente limitata documentazione, contemplava il trasporto di un’arma insidiosa nei pressi di “Fort Hamilton”, New York, per poi far si che questi navigasse con i suoi propri mezzi sul fiume Hudson, raggiungendo il porto di New York per istallare cariche esplosive sotto alcune delle navi ormeggiate lungo il pontile Ovest. A causa della natura del porto in questione, e la distanza di New York dall’oceano, l’uso di un S.L.C. (maiale) non era ne adatto ne pratico. Nel Mediterraneo, la Xa Flottiglia MAS aveva usato sommergibili vettore dotati di tre contenitori cilindrici montati sul ponte. In seguito, i cilindri divennero quattro e furono istallati sulle fiancate della carena. I cilindri furono usati per proteggere i S.L.C. dalle intemperie, ma rendevano la navigazione più difficile e, a causa delle loro dimensioni, estendevano il profilo del battello, aumentando, così, il rischio di essere localizzati. La Xa Flottiglia MAS avrebbe dovuto cercare un sistema diverso per l’attacco contro New York; un mezzo elaborato per missioni più lunghe che proteggesse il suo equipaggio dalle intemperie, piccolo di dimensioni e poco visibile. La soluzione sarebbe trovata in un deposito nel porto militare di La Spezia.
Il mezzo in questione, noto come il CA, era l’invenzione della Caproni, ditta originalmente fondata da Giovanni Caproni noto per la costruzione di moderni aeroplani, vincitori di molte gare nel mondo. Durante la crisi del 1935, quando l’Italia era sull’orlo di una guerra con la Gran Bretagna e la Marina militare italiana istituì quello che più tardi diverrà la Xa Flottiglia MAS, alla Caproni fu chiesto di collaborare con la Regia Marina nella costruzione di una nuova arma d’assalto. Questa collaborazione tra la ditta aeronautica e la Marina militare era strana, ma permise l’introduzione di idee ingegneristiche nuove ed uniche nel campo tradizionale dell’ingegneria navale. Caproni cercò la collaborazione di un ingegnere navale e selezionò Vincenzo Goeta, un consulente navale indipendente con uffici a Genova. Il progetto Goeta-Caproni, come sarà conosciuto più tardi, fu presentato dopo alcuni mesi al Comitato del Disegno Navi della Marina militare, una comitato presieduto dal Generale del Genio Navale Umberto Pugliese, ufficiale di grande ingegno e ben conosciuto per l’invenzione di un sistema di protezione subacqueo che porta ancora il suo nome. Il progetto fu presentato alla Marina militare all’inizio del 1936 che fu approvato tre mesi più tardi; questa rapidità d’approvazione fu un grande incoraggiamento, specialmente considerando che le idee proposte dalla ditta Caproni erano insolite e molto innovative.
Caproni chiamò questo mezzo “motoscafo sommergibile”, ma era in realtà un sommergibile. Nei piani della Caproni, questo piccolo mezzo era l’equivalente di un aereo da caccia; l’esperienza della ditta nel campo aeronautico era un fattore importante nel progettare il mezzo e la sua possibile utilizzazione tattica. Sfortunatamente, la Marina militare non era pronta ad abbracciare queste idee nuove e piuttosto originali, ma allo stesso tempo c’era abbastanza interesse nel proseguire con “il Progetto G.” La costruzione iniziò in un capannone alla fabbrica di Caproni di Taliedo, vicino a Milano. Questo minuscolo sommergibile aveva uno scafo resistente con cappelli semisferici ai due estremi. Casse di zavorra, lanciasiluri e altra componentistica furono istallati esternamente allo scafo resistente. Il progetto prevedeva un equipaggio di due uomini: l’ufficiale al comando avrebbe occupato un posto speciale dal quale aveva accesso al periscopio ed i controlli, soprattutto alla leva di controllo (cloche), come su un aeroplano ed anche alla strumentazione di navigazione che assomigliava più ad un caccia che ad una camera di manovra. L’altro uomo dell’equipaggio sarebbe invece stato nelle vicinanze del motore in posizione supina dato che non c’era abbastanza spazio per alzarsi in piedi.
I primi prototipi furono consegnati alla Marina nel 1938 in segretezza totale. Caricati su speciali vagoni ferroviari e mimetizzati, questi strani battelli vennero trasportati sul Lago d’Iseo, vicino Brescia e Bergamo. Questo lago di modeste dimensioni raggiunge una profondità massima di circa 250 metri ed ha un perimetro di 60 chilometri. Il lago ha la forma di una esse con un’isola di piccole dimensioni al centro. I primi collaudi confermarono le buone qualità dei mezzi e consentirono la correzione di alcuni difetti e il miglioramento della componentistica. Naturalmente, a causa della mancanza di salinità, la riserva di spinta era differente dal mare, così i collaudi continuarono a Venezia.

CA in navigazione durante i test
CA in navigazione durante i test

All’arsenale di Venezia, cantieri navali questi con una lunga ed illustre storia, tre giovani ufficiali iniziarono le prove ufficiali. Questi erano i Tenenti di Vascello Totti, Gatti e Meneghini. Gli ulteriori collaudi confermarono la presenza di problemi già noti, in gran parte aventi a che fare con la sensibilità dei controlli. Il sommergibile era in grado di navigare in superficie alla velocità di 7 nodi e sommerso alla velocità di 5 nodi. Inoltre, i due siluri da 450 mm furono lanciati molteplici volte senza alcun inconveniente.
Completati i collaudi a Venezia, i due sommergibili vennero mandati a La Spezia, la più grande base navale italiana. L’esperienza acquisita durante le prove del CA 1 e del CA 2 indussero gli ingegneri ad aumentare il dislocamento di 4 tonnellate, raggiungendo così le 20 t.s.l. Successivamente i due prototipi furono abbandonati in un deposito, lo stesso deposito dove verranno trovati dalla Xa Flottiglia MAS. Dato che erano stati abbandonati da più di due anni, i due sommergibili non erano in buone condizioni e fu deciso di rimandarli in fabbrica per la revisione ed anche per apportare alcune modifiche. Una volta modificati, i due battelli sarebbero stati adatti per la Xa MAS; i due siluri furono rimossi e sostituiti da otto cariche esplosive da 100 Kg ciascuna. Queste cariche sarebbero state posizionate manualmente sotto la chiglia delle navi nemiche da incursori. Il motore diesel fu rimosso dato che questi battelli avrebbero dovuto operare come i maiali e, quindi, entro il raggio d’azione dei motori elettrici. Altre modifiche inclusero la rimozione della falsa torre e del periscopio. Con i motori termici rimossi, il secondo membro dell’equipaggio diventò l’operatore alle cariche esplosive. L’equipaggiamento per gli incursori fu lo stesso usato dagli operatori dei maiali; consisteva in una muta di gomma ed un respiratore a circuito chiuso ad ossigeno puro.

Alla fine di questi lavori, i CA erano da considerarsi nuovi mezzi. Il raggio d’azione era limitato a 70 miglia, ma la velocità in immersione fu aumentata a 6 nodi, mentre la profondità massima fu collaudata a 47 metri; ottime prestazioni per un battello di così piccole dimensioni. Ulteriori collaudi evidenziarono altri difetti, alcuni di grande importanza. Le cariche esplosive sistemate nelle cavità lasciate dalla rimozione dei tubi lanciasiluri nella parte inferiore dello scafo facevano si che il rilascio degli ordigni fosse alquanto macchinoso. Di conseguenza, le due cavità furono eliminate e le cariche esplosive furono poste quasi al livello con il ponte. La pompa Calzoni fu considerata troppo rumorosa (questo era un problema su tutti i sommergibili italiani) e, pertanto, fu rimossa per essere sostituita con una azionata manualmente da uno dei due membri dell’equipaggio. Durante i collaudi del CA 1 sul Lago D’Iseo, il battello ebbe una piccola avaria ed affondò per poi essere recuperato, ma il battello non sarebbe stato in grado di essere usato per un considerevole periodo di tempo. Quindi, alla Xa MAS non rimase che un battello pronto per l’uso: il CA 2.

Prevedendo il ricondizionamento del CA 1 in un breve periodo di tempo, il Comandante Borghese prese in considerazione due attacchi in Atlantico: uno contro la base britannica di Freetown, ed uno contro New York. Per trasportate i mini sommergibili in loco, Borghese aveva bisogno di sommergibili vettori, ma quelli assegnati alla Xa MAS erano troppo piccoli per le operazioni oceaniche. Quindi, a detta del suo memoriale, Borghese cercò di ottenere sommergibili in prestito dalla Kriesgmarine, ma pare che l’Ammiraglio Doenitz, comandante delle forze sottomarine tedesche, non poteva farne a meno di nessuno. Se un sommergibile tedesco fosse stato disponibile, le probabilità di successo sarebbero state in gran parte superiori perché gli U-boot erano più nuovi, più manovrabili e meno soggetti ad avarie degli oramai vecchiotti battelli nazionali.

Durante questo periodo, la Marina Italiana operava ancora in Atlantico dalla base navale di Bordeaux, e i battelli italiani erano adatti per la missione a causa del loro notevole dislocamento, ma purtroppo c’era pochissima disponibilità. Il comandante della base era il Contrammiraglio Romolo Polacchini, più tardi sostituito dal Comandante Enzo Grossi, famoso per aver sostenuto di aver affondato ben due navi da battaglia americane. Polacchini, si dice, mise i battelli all’immediata disposizione di Borghese, mentre più tardi Grossi incoraggiò e diede assistenza alla missione.

Regio Sommergibile Da Vinci con la sella d'alloggiamento per il CA
Regio Sommergibile Da Vinci con la sella d’alloggiamento per il CA

Il sommergibile vettore selezionato fu il Leonardo Da Vinci, un battello oceanico della classe Marconi al comando del Tenente di Vascello Gianfranco Bazzana Priaroggia (il battello era in precedenza al comando del Comandante Luigi Longanesi-Cattani , un sommergibilista di grande talento le qui qualità furono certamente apprezzate dal Comandante Borghese. A detta degli autori Schofield e Carisella, durante le prove a mare Borghese stesso fu al comando del sommergibile. Anche se possibile, questo fatto sembra poco realistico dato che Borghese non aveva mai comandato un battello di queste dimensioni e complessità.
Il Leonardo Da Vinci era uno dei battelli più attivi della flotta italiana. Il 1 luglio 1942, rientrò a Bordeaux dopo una lunga missione nella quale furono affondate ben 20.000 t.s.l. di naviglio nemico. Al suo arrivo a Bordeaux, il battello fu mandato in arsenale per essere trasformato in sommergibile vettore per il CA 2. Sotto la direzione del Maggiore Giulio Feno, capo del Servizio Genio Navale, il cannone prodiero fu rimosso e alla sua base fu costruita una culla tra la struttura resistente dello scafo e il ponte.

Il CA nel suo alloggiamento sulla coperta del Da Vinci
Il CA nel suo alloggiamento sulla coperta del Da Vinci

Il mini sommergibile sarebbe stato alloggiato nella culla con circa un quarto dello scafo sotto il ponte ed il resto sporgente, ma senza ostruire la vista dal ponte comando della falsa torre. Due grandi ganci metallici a forma di tenaglia avrebbe assicurato il CA al battello. Anche se non si sa per certo, pare che il sommergibile vettore fosse in grado di erogare energia elettrica per la ricarica delle batterie a bordo del mini sommergibile.

Le prove a mare cominciarono nel settembre del 1942. Il 9 settembre, il Da Vinci uscì in mare con il suo carico dorsale per prove di rilascio e riattracco. La stessa difficile e noiosa manovra fu ripetuta varie volte fino al 15 dello stesso mese quando fu accertato che tutto era in ordine.
Il Da Vinci avrebbe potuto partire in pochi giorni, ma era ancora troppo presto.
La missione era programmata per dicembre, quando la luce diurna è breve e le tenebre della notte danno agli operatori più tempo possibile per penetrare nel porto nemico e posizionare le cariche esplosive.
In aggiunta, la Xa aveva poche informazioni circa la situazione in New York e si stava cercando di ottenere ulteriori notizie. Per ragioni che ci sfuggono, la missione fu spostata al dicembre del 1943, ma ciò non avvenne mai.
Alcune fonti secondarie asseriscono che Borghese era in attesa della consegna dei CA 3 e CA 4, due mini sommergibili più nuovi ed avanzati. Nel frattempo, il 6 maggio il T.V. Bazzana Priaroggia fu promosso “per servizi in guerra” al grado di Capitano di Corvetta, ma pochi giorni dopo, il 22 maggio, il Da Vinci lanciò l’ultimo messaggio radio informando la base che stava iniziando la navigazione silenziosa. Il battello era atteso a Bordeaux entro una settimana, ma non arrivò mai.

Ultima versione del CA il CB 22 esposto a Trieste in-Piazza dell’Unità il 3 novembre 1996
Ultima versione del CA il CB 22 esposto a Trieste in-Piazza dell’Unità il 3 novembre 1996

Nel 1945, l’Ammiragliato britannico confermò che il 23 maggio alle 11.35 (T.M.G.) il cacciatorpediniere “Active” e la fegata “Ness” avevano condotto un attacco al largo di Capo Finestrelle. Non ci furono sopravvissuti e la Xa Flottiglia MAS aveva perso l’unico sommergibile vettore e l’unico comandate addestrato al rilascio e riattracco del CA.
Pochi mesi dopo, l’8 settembre 1943, l’Italia annunciò l’armistizio con gli alleati. La maggior parte della Marina aderì alle clausole dell’armistizio e, anche se ufficialmente ancora operante, Betasom cessò di esistere. Il CA rimase a Bordeaux sotto il controllo tedesco e quando la città fu evacuata nel 1944, questi fu abbandonato. Nel 1945, il CA 2 fu ritrovato a Bordeaux su un vagone ferroviario adagiato su blocchi di legno e incatenato. Lo scafo era quasi intatto, inclusa l’elica, ma i piani di controllo erano stati rimossi. Non si sa quando, ma il piccolo sommergibile fu demolito. Gli altri sommergibili della classe CA andarono anche loro persi, alcuni in circostanze ancora misteriose, e tutto quello che rimane sono alcune fotografie sbiadite. Dopo l’armistizio, sia la Royal Navy che la U.S. Navy si interessarono molto alla Xa MAS e ne studiarono le tattiche con grande scrupolosità. Le tradizioni di questo piccolo gruppo sono ancora vive nelle forze speciali di molte marine.

Edizione in italiano a cura di Francesco Cestra

X Angelo e Diego

Operatori del Gruppo "Gamma"  ripresi al termine di una esercitazione. Al centro della foto il C.te Birindelli ed il suo vice C.te Straulino
Operatori del Gruppo “Gamma” ripresi al termine di una esercitazione. Al centro della foto il C.te Birindelli ed il suo vice C.te Straulino

L’armistizio dell’8 settembre 1943 sorprese la Decima Flottiglia Mas al massimo del suo sviluppo e delle sue capacità.
Gli avvenimenti che seguirono quei giorni sono noti a tutti: furono momenti difficili, vissuti nel dilemma di una non facile scelta .Basti però ripensare alle parole con le quali il Grande Ammiraglio Paolo Thaon di Revel confortò l’allora Capo di Stato Maggiore della Marina, Amm.Raffaele De Courten, che nel dilemma del momento a lui aveva chiesto consiglio:  ”… In momenti così delicati è doveroso lasciare massima libertà alle coscienze, purché esse siano sinceramente rivolte al bene del Paese”Nelle grandi difficoltà e nella confusione di quel tempo ognuno, quindi, agì nella consapevolezza di una scelta pertinente, che giudicava nell’interesse del proprio Paese dilaniato da opposte fazioni.

Operatori Gamma con la mascotte
Operatori Gamma con la mascotte

Al nord proseguì la sua attività la Decima Flottiglia Mas (C.te J.V.BORGHESE), mentre al sud venne costituito MARIASSALTO (C.V. E. FORZA).Tutti, dunque, continuarono a compiere quello che era ritenuto il loro dovere e a tutti, indistintamente, deve andare il nostro incondizionato rispetto.Al termine del conflitto la Marina Militare, afflitta da tanti problemi, ma consapevole del patrimonio umano pazientemente coltivato, continuò a seguire con attenzione questi suoi elementi , in attesa di tempi migliori.E i tempi migliori non si fecero attendere a lungo; infatti, già nel 1947, riunendo il personale proveniente da MARIASSALTO  con il personale della Scuola Sommozzatori e della Scuola Palombari di Livorno,  si insediò al Varignano MARICENTROSUB (Foglio d’Ordine n° 66 del 15 Ottobre 1947), il quale diede vita al suo interno al Gruppo GAMMA (1950) ed ai Nuclei SDAI (1951).

Il Gruppo Arditi Incursori in "assemblea" con il C.te Massarini
Il Gruppo Arditi Incursori in “assemblea” con il C.te Massarini

I GAMMA erano un piccolo nucleo di nuotatori Guastatori (la lettera -G- di -guastatore-  nell’alfabeto fonetico del vecchio libro dei segnali si pronunciava appunto “gamma”) con compiti di attacco contro obiettivi navali, mentre gli SDAI erano impegnati soprattutto nell’ingrato compito di bonificare porti e coste dagli innumerevoli relitti e ordigni disseminati lungo la penisola. Un giorno di gennaio 1952 il T.V. Aldo MASSARINI, reduce della Xa Flottiglia Mas e di MARIASSALTO,  venne convocato a Roma dal Capo di Stato Maggiore della Marina, Ammiraglio PECORI GIRALDI, per discutere sulle capacità di organizzare un nucleo di incursori, sul modello di analoghe organizzazioni operanti all’epoca presso altre nazioni.“Ci pensi – disse l’Ammiraglio al T.V. MASSARINI – e mi faccia conoscere le sue decisioni”.

 I compiti che lo Stato Maggiore aveva previsto per questa nuova figura di “incursore” erano decisamente più ampi di quelli che tradizionalmente avevano visto impegnati gli eroi delle due guerre mondiali: ad un ruolo prettamente subacqueo si intendeva affiancare capacità di combattimento terrestre, appoggio ad operazioni anfibie, eliminazione di ostacoli subacquei.
In sintesi, si trattava di un vero e proprio salto qualitativo, poiché  si passava dal combattere la “battaglia navale” a combattere la “guerra marittima”, allargando la gamma dei bersagli dalla nave a tutte le infrastrutture, in acqua o a terra, che in qualche modo concorrevano alla condotta delle operazioni navali.

Varignano - Alcuni Operatori Incursori del 9° Corso
Varignano – Alcuni Operatori Incursori del 9° Corso

Non senza difficoltà il C.te MASSARINI riuscì a radunare una dozzina o poco più di volontari tra Sottufficiali, Sottocapi, Comuni e due Ufficiali (T.V. A. BENEDETTI e T.V. L. BOTTI).
Questo piccolo gruppo di persone, vestite ed armate sommariamente, venne inviato alla Scuola del Genio Pionieri della Cecchignola, per un corso di addestramento al combattimento terrestre ed all’impiego degli esplosivi.

Nel frattempo il T.V. MASSARINI era riuscito ad ottenere alcuni locali per l’accasermamento del gruppo presso il Varignano, già sede di
MARICENTROSUB, e proprio qui il 1 maggio 1952 (con il Foglio d’Ordine n° 44 del 30 Maggio 1952), con il rientro a La Spezia degli operatori dalla Cecchignola, nacque il Gruppo Arditi Incursori della Marina Militare (GRUPPARDIN).
Quale esattamente avrebbe dovuto essere la “missione” di questo reparto e, di conseguenza, di quali armi, equipaggiamenti e mezzi avrebbe dovuto essere dotato, con quale addestramento gli uomini dovevano essere preparati e con quale criterio scelti, era un panorama tutto da definire ed esplorare.

Varignano - Cerimonia di consegna brevetto  da Incursore ad un Ufficiale Parà
Varignano – Cerimonia di consegna brevetto da Incursore ad un Ufficiale Parà

In un tempo straordinariamente breve, tuttavia, il “gruppo”, cui non mancavano certo entusiasmo e dedizione, acquisì le conoscenze ed esperienze necessarie a risolvere gli interrogativi precedenti.
In questa impresa vennero trascinati anche enti come Maricommi La Spezia, che realizzò la prima tenuta da combattimento, Marimuni Aulla, che approntò i primi zainetti esplosivi e i vari artifizi, ed alcune ditte, che approntarono mezzi, materiali, armi, equipaggiamento subacqueo su specifiche richieste del “gruppo”; inoltre particolari studi vennero dedicati al programma addestrativo, e alla ricerca di quanto ci fosse di più adatto alla formazione di un incursore polivalente.

Allo scopo di allargare quanto più possibile le esperienze del Reparto, alcuni Ufficiali e Sottufficiali vennero inviati a frequentare corsi specialistici presso gli istituti di formazione di analoghi reparti negli Stati Uniti, Francia ed Inghilterra.
Forte di queste nuove esperienze, il 1 maggio 1953 fu costituito il Centro Arditi Incursori (MARICENTARDIN con il Foglio d’Ordine n° 54 del 23 giugno 1953  il fregio metallico sul basco di colore verde divenne ufficiale), alle dirette dipendenze di Maristat. quell’epoca, quindi, al Varignano si trovarono a convivere tre Comandi diversi, con missioni non interdipendenti: MARIDIFE (Com. Difesa  Costiera), il già citato MARICENTROSUB ed il nuovo MARICENDARDIN.

1945 - Ripresa aerea del Golfo del Varignano e di S.Maria
1945 – Ripresa aerea del Golfo del Varignano e di S.Maria

I tre Comandi coabitavano, condividendo in parte alcune strutture.
Per consentire al nuovo Comando una maggiore indipendenza logistica, venne deciso di assegnargli le strutture della vecchia batteria di Santa Maria, opportunamente ristrutturata.
Quasi contemporaneamente, il Comando del MARICENTROSUB venne assunto dal C.V. Gino BIRINDELLI, Medaglia d’Oro al V. M. della Decima Flottiglia Mas, al quale venne affidata anche l’alta direzione delle attività del Centro Arditi Incursori: era nato in questo modo MARISUBARDIN (Foglio d’Ordine n° 83 del 20 settembre 1955), che ebbe però vita molto breve.
Infatti, nel 1956, il C.te BIRINDELLI propose (ed ottenne da Maristat) la fusione del MARICENTROSUB e del MARICENTRARDIN nell’omnicomprensivo MARICENSUBIN, articolato in un Comando Base, un Gruppo Scuole ed un Reparto Operativo, nel quale confluirono i “GAMMA” del MARICENTROSUB e gli “Arditi Incursori”.

Stemma del COMSUBIN
Stemma del COMSUBIN

La componente operativa del MARICENSUBIN assunse la denominazione di “Gruppo Incursori” (perdendo così l’aggettivo “Arditi”), che venne diviso in due aliquote, denominate “Incursori Navali”e “Incursori Costieri”.
Questa divisione, all’inizio, non venne bene accolta da tutti, soprattutto fra gli Arditi Incursori che si sentirono “declassati” a Costieri.
Tuttavia gli stimoli e le esperienze di quel tormentato periodo del 1956 furono fondamentali per il successivo sviluppo dei reparti incursori e gettarono le basi per l’evoluzione verso l’attuale Incursore (senza aggettivi).
Nel 1957 MARICENSUBIN incorporò anche la Sezione Tecnica Autonoma di Bacoli (NA), ove, nel 1949, erano stati accentrati i mezzi speciali residuati del conflitto e, alla guida del C.V.Ernesto NOTARI, era stata posta la base per la rinascita dei Mezzi d’Assalto.
Con questa nuova configurazione, a coronamento di tutto il percorso fatto fino ad allora, nel 1961 venne costituito il Raggruppamento Subacquei e Incursori “Teseo Tesei”, telegraficamente chiamato  COMSUBIN .
Molta strada era stata  fatta, ma molta ancora ne rimaneva da compiere, il COMSUBIN non fu certamente il traguardo ma, semmai, un punto di partenza per una nuova vita di un nuovo tipo di soldato e di uomo: l’Incursore moderno.
Il resto è storia di oggi.
Viene  riportata la dichiarazione dell’Amm. di Sq. Gino Birindelli sulla  effettiva data  e sul luogo della costituzione del Gruppo Operativo Incursori.

dichiarazione dell'Amm. di Sq. Gino Birindelli
dichiarazione dell’Amm. di Sq. Gino Birindelli

In qualità  di suo primo Comandante, certifico  che il Gruppo Operativo Incursori della Marina Militare  fu costituito a Bocca di Serchio  il 5 Settembre 1939. Inizialmente era stato inquadrato  nella I Flottiglia MAS e, in tempi successivi, nella X Flottiglia MAS, in Mariassalto Taranto, nel Raggruppamento Teseo Tesei, assumendo struttura  e denominazioni diverse a seconda degli impieghi operativi assegnati.
F.to  Amm. Gino Birindelli

Tanto per la verità storica – Nel 63° anniversario della costituzione del G.O.I. – M.M. Varignano , lì 25 Ottobre 2002

http://www.youtube.com/watch?v=rZOwEHGu9Nc
Immigrati e Cittadini

Settantatre’ risoluzioni dell’Onu di condanna a Israele

E’ il titolo di un’articolo che va per la maggiore su internet. Addirittura è distribuito come documento comprovante la criminale politica dello stato d’Israele che non rispetta le risoluzioni dell’ONU.

Ma questo articolo dice il vero? Le sue affermazioni e riferimenti sono obiettive o faziose?

Come manipolare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu :

Si immagini di assistere a una partita a scacchi e di cercare di capire le mosse dei pezzi neri senza poter vedere i pezzi bianchi. O di assistere alla differita di una partita di calcio dalla quale siano stati tagliati i fischi dell’arbitro verso una squadra per dare l’impressione che il gioco dell’altra sia inutilmente aggressivo e scorretto. Questa piu’ o meno e’ l’operazione che hanno fatto gli autori (anonimi) di un documento che ultimamente va per la maggiore su internet.

Titolo: “Settantatre’ risoluzioni dell’Onu di condanna a Israele”. Sottotitolo (insinuante): “Nessun ispettore, nessuna guerra per farle rispettare”. Segue un nudo elenco di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che “esprimono condanna all’operato di Israele”, citate per numero e data e accompagnate da brevi “estratti che ne illustrano il contenuto”. Insomma: un documento che parla da se’, che non ha bisogno di commenti tanto e’ evidente il torto di Israele.

E invece di commenti ha bisogno eccome. Per questo ci sentiamo costretti a tornare, con maggiore dettaglio, su un tema gia’ affrontato su queste pagine (Vedi NES ott. 2002: Il falso parallelo).

Innanzitutto le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza non sono tutte uguali. Vi sono quelle approvate sulla base del Capitolo 6 della Carta delle Nazioni Unite e quelle sulla base del Capitolo 7.

Il Capitolo 6 si intitola “Composizione pacifica dei conflitti” e afferma (art. 33) che “le parti in causa in un conflitto […] dovranno innanzitutto cercare una soluzione […] con mezzi pacifici”. Quando il Consiglio vota sulla base del Capitolo 6 e’ come se dicesse agli Stati in guerra fra loro: “Dovete negoziare per comporre il conflitto e dovete farlo sulla base delle linee che vi indico”. Il Capitolo 7, invece, si intitola “Azioni in caso di minacce alla pace, violazioni della pace e atti di aggressione”. Gli articoli di questo Capitolo conferiscono al Consiglio la responsabilita’ di individuare le minacce alla pace mondiale e gli danno facolta’ di varare risoluzioni con valore esecutivo e vincolante, autorizzando la comunita’ internazionale a ricorrere a varie forme di coercizione per ottenere la loro applicazione, dalle sanzioni fino all’uso della forza militare. Quando il Consiglio vota sulla base del Capitolo 7 e’ come se dicesse a uno Stato: “Il tuo comportamento mette in pericolo la pace del mondo: o ti adegui a quanto di dico di fare o interveniamo con la forza”.

Ora, come ricordava qualche mese fa anche l’Economist (10.10.02), “nessuna delle risoluzioni a proposito del conflitto arabo-israeliano e’ stata emanata ai sensi del Capitolo 7. Imponendo sanzioni anche militari contro l’Iraq, ma non contro Israele, l’Onu non fa che rispettare le sue stesse regole interne”. E aggiungeva: “Che le risoluzioni ai sensi del Capitolo 7 siano diverse, e che nessuna di esse sia stata approvata contro Israele, e’ un fatto riconosciuto dagli stessi diplomatici palestinesi”, che infatti se ne lamentano. Quella irresponsabile minaccia nel titolo del documento (”nessuna guerra per farle rispettare”) puo’ essere stata scritta solo da una persona molto ignorante o in mala fede.

Vale la pena sottolineare che la distinzione fra Capitolo 6 e Capitolo 7 non e’ puramente formale. Essa riflette due situazioni politiche completamente diverse. In un caso, infatti, il Consiglio di Sicurezza individua nel regime iracheno e nei suoi comportamenti una minaccia alla stabilia’à e alla pace regionale e mondiale. Pertanto il Consiglio esige da quel regime comportamenti diversi, pena il ricorso alla forza. Nell’altro caso, invece, il Consiglio di Sicurezza deve promuovere la composizione di un conflitto arabo-israeliano pluri-decennale che vede coinvolte piu’ parti, ognuna con le proprie responsabilita’. Ma gli autori del documento vogliono che le responsabilita’ siano solo di Israele e dunque riportano, di molte risoluzione, solo la parte che si rivolge a Israele, convenientemente scordando l’altra parte, quella che si rivolge agli arabi. Appunto, come una partita truccata.

Cosi’ ad esempio, e’ vero – come dice il documento – che le risoluzioni 1402 e 1403 (2002) chiedevano “alle truppe israeliane di ritirarsi dalle citta’ palestinesi”. Ma chiedevano anche e contemporaneamente “l’immediata cessazione di tutti gli atti di violenza, compresi tutti gli atti di terrore, provocazione, istigazione”. In sostanza il Consiglio di Sicurezza ribadiva che solo un cessate il fuoco “significativo” (meaningful, nel testo originale), cioe’ non a parole, unito a un ritiro israeliano dalle ultime posizioni rioccupate, avrebbe permesso la ripresa del negoziato di pace. Tacendo mezza risoluzione, gli autori del documento fanno dire al Consiglio che Israele doveva ritirarsi senza se e senza ma, mentre i palestinesi potevano continuare con spari e attentati. Giudichi il lettore se e’ la stessa cosa.

Allo stesso modo, e’ vero – come dice il documento – che la risoluzione 1435 (2002) chiedeva a Israele “la fine immediatamente delle misure prese a Ramallah e dintorni” e “il rapido ritiro delle forze di occupazione israeliane dalle citta’ palestinesi”. Ma e’ vero anche che essa ribadiva “la richiesta di una completa cessazione di tutti gli atti di violenza, terrorismo, provocazione istigazione”, e faceva “appello all’Autorita’ Palestinese affinche’ adempia al suo esplicito impegno di garantire che i responsabili di atti terroristici vengano da essa assicurati alla giustizia”. Ma di nuovo, questa parte della risoluzione e’ scomparsa.

Il piu’ delle volte il Consiglio di Sicurezza, quando chiama in causa Israele, formula anche contemporaneamente precise richieste alle controparti arabe, e cio’ per la ovvia considerazione che la pace in Medio Oriente non puo’ essere fatta da una parte soltanto. Ma questo e’ appunto cio’ che gli autori del documento non vogliono capire (o farci capire).

Non basta. Gli autori non omettono solo pezzi di risoluzione. Omettono anche intere risoluzioni. Ad esempio, per restare nel 2002, non viene citata la 1397. Come mai? Forse perche’ esprimeva “grave preoccupazione […] per i recenti attentati”, chiedeva “l’immediata cessazione di tutti gli atti di violenza, terrorismo, provocazione, istigazione” ed esortava “le parti israeliana e palestinese e i loro dirigenti a cooperare nella realizzazione del piano Tenet e del Rapporto Mitchell, allo scopo di riavviare i negoziati per una composizione politica”: tutte cose che la parte palestinese, non quella israeliana, si e’ rifiutata di fare.

Vistosa, poi, l’assenza di una delle piu’ importanti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza di tutta la storia del conflitto: la 242 del 1967. Di nuovo, come mai? Forse perche’ chiedeva (agli arabi, ovviamente) la “fine di ogni stato di belligeranza” e il “riconoscimento del diritto [di Israele] di vivere in pace entro confini sicuri e riconosciuti, libero da minacce o atti di forza”?

Della 425 (1978) si dice che “ingiungeva a Israele di ritirare le sue forze dal Libano”. Ma non si ricorda che chiedeva anche il ripristino della pace al confine israelo-libanese e un “rigoroso rispetto della integrita’ territoriale, sovranita’ e indipendenza politica del Libano”, tutte cose che truppe siriane, milizie palestinesi, agenti iraniani e terroristi Hezbollah non si sognano minimamente di fare. Ne’ viene riportata la Dichiarazione del 18 giugno 2000 con cui il Consiglio di Sicurezza certificava che “Israele ha ritirato le sue forze dal Libano in conformita’ con la risoluzione 425″.

Ancora piu’ curioso il fatto che l’elenco delle risoluzioni viene fatto iniziare con la n. 93 del 18 maggio 1951. Eppure il conflitto arabo-israeliano scoppia almeno tre anni e mezzo prima, con il rifiuto arabo della risoluzione di spartizione 181 dell’Assemblea Generale dell’Onu (29.11.47) e l’attacco degli eserciti arabi a Israele. Prima della 93 (1951) a noi risultano non meno di 21 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, tra cui quelle – ufficialmente respinte dai governi arabi – che chiedevano il cessate il fuoco e il rispetto della 181.

Non manca, invece, la risoluzione 487 del 19 giugno 1981: quella che condannava “con forza” la distruzione del reattore nucleare iracheno di Osirak da parte dell’aviazione israeliana. Una risoluzione che, riletta oggi, basta da sola a screditare l’Onu agli occhi degli israeliani e di chiunque abbia a cuore la pace e la stabilita’ internazionali.

Resta da fare un’ultima considerazione, di carattere storico-politico. Tutti sanno che i paesi arabi, ripetutamente sconfitti in campo aperto, hanno fatto costantemente ricorso al terrorismo (dai feddayin degli anni ‘50 fino agli Hezbollah degli anni ‘80 e ‘90) per esercitare una continua pressione militare ai confini e all’interno dello Stato di Israele. L’hanno fatto organizzando, finanziando, addestrando, capeggiando varie formazioni “guerrigliere” palestinesi, nella consapevolezza che l’Onu avrebbe dovuto per forza condannare le “violazioni” delle linee d’armistizio fatte da uno Stato (Israele), ma non avrebbe mai potuto condannare allo stesso modo le “violazioni” (infiltrazioni, attentati, stragi di civili) fatte da formazioni irregolari (i terroristi) che provocavano la reazione d’Israele. Un trucco palese, persino dichiarato, che non inganna piu’ nessuno. Salvo i “volonterosi” autori del documento e i loro sfortunati lettori.

Israele.net

Territori occupati

Durante la prima guerra mondiale, la Francia e L’Inghilterra si accordarono per la spartizione dei territori dell’impero ottomano. La certezza di una simile spartizione avveniva in base ad altri accordi che segretamente gli inglesi avevano stipulato con le popolazioni arabe. Accordo che prevedeva la creazione di uno stato arabo su tutti i territori che non interessavano ne agli inglesi ne ai francesi. Di seguito la cartina delle rispettive sfere d’influenza :

Territori ottomani da destinare all'influenza o al diretto controllo di Francia ed Inghilterra
Territori ottomani da destinare all’influenza o al diretto controllo di Francia ed Inghilterra

Ricapitolando, nel 1915 c’è l’accordo con gli arabi e nel 1916 quello denominato Sykes-Picot per la suddivisione dei territori dell’impero ottomano, ma nel 1917 (vista la disponibilità di terra) l’Inghilterra firmò il trattato con gli ebrei, in seguito alla Dichiarazione di Balfour.

Questi sono i territori del mandato britannico che dovevano essere divisi tra arabi ed ebrei :

Mappa territori da dividere tra arabi ed ebrei
Mappa territori da dividere tra arabi ed ebrei

In base ala dichiarazione di Balfour ed al trattato Sykes-Picot fu deciso di dividere le terre del mandato britannico secondo questa mappa :

Mappa suddivisione mandato britannico del 1920
Mappa suddivisione mandato britannico del 1920

Successivamente a diverse rivolte arabe, alla fine l’ONU decise di dividere i territori così :

Suddivisione ONU dei territori contesi
Suddivisione ONU dei territori contesi

Nel particolare : dal 1947 , fonte Wikipedia :

Piano di spartizione in due stati, tra ebrei e altri "generici" arabi che non erano i giordani, del 1947
Piano di spartizione in due stati, tra ebrei e altri “generici” arabi che non erano i giordani, del 1947

Alla dichiarazione d’indipendenza dello stato d’Israele, gli stati arabi confinanti reagirono invadendo il territorio assegnato agli ebrei … perdendo la guerra. Qui in particolare la storia d’Israele con i riferimenti alle più significative risoluzioni ONU.

Linee armistiziali 1949 - 1967
Linee armistiziali 1949 – 1967

Nel 1967 Israele fu di nuovo invaso ed uscì vittorioso anche da questa guerra

Armistizio dopo la guerra dei 6 giorni
Armistizio dopo la guerra dei 6 giorni
territori riconsegnati dopo il ritiro dal Sinai
territori riconsegnati dopo il ritiro dal Sinai

Come si può vedere, dopo ogni armistizio i territori persi non sono stati riconsegnati agli stati sovrani. Quelli rivendicati, come il Sinai sono stati ridati agli ex proprietari non ostante che avessero perso la guerra. La totale riconsegna della valle della Bekaa e delle alture del Golan che si trovano a nord, al confine con il Libano e la Siria sono state completamente riconsegnate nel 2000 dopo la fine delle trattative con i rispettivi paesi. Il ritiro militare è avvenuto al seguito del rispetto, da parte del Libano, della risoluzione n°1559 che avrebbe garantito la sicurezza del nord d’Israele. Rispetto che come abbiamo visto in questi giorni è stato disatteso.

Qui potete leggere uno stralcio degli accordi armistiziali tra gli stati belligeranti e qui le prerogative dell’ UNTSO, sconosciuto ai più (United Nations Truce Supervision Organization). L’UNTSO è formato da osservatori ONU tra i quali partecipano ufficiali delle forze armate Italiane. Gli Italiani sono presenti sulle linee armistiziali da più di 50 anni. Inutile dire che questi soldati, disarmati per ordine dell’ONU sono il bersaglio di chi non vuole rispettare i confini degli accordi armistiziali.

Ma allora quali sono i confini reali dello stato d’Israele? E quali sono i teritori occupati?

Territori occupati –secondo la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949 – sono territori appartenenti o rivendicati da uno Stato sovrano e occupati mediante un azione militare.

Tuttavia la Cisgiordania e Gaza non appartengono e non sono rivendicati da nessun Stato sovrano.

In particolare i territori della Cisgiordania sono stati occupati dalla Giordania dal 1948 al 1967 (e annessi alla Giordania dal 1950) e da Israele dal 1967 in poi. La Giordania ha rinunciato a ogni rivendicazione sulla Cisgiordania annunciando il dissolvimento di ogni legame amministrativo e legale in data 31 luglio 1988.

Gaza è stata territorio sotto amministrazione militare egiziana dal 1948 al 1967 ; con il trattato di pace tra Israele ed Egitto è stata fissata la frontiera internazionale dell’Egitto con Israele e con il territori da essa amministrati.

Vale la pena di notare che le amministrazioni giordana ed egiziana furono il risultato dell’aggressione militare del 1948 al neonato stato di Israele.

Pertanto tali territori, che non appartengono giuridicamente a nessuno stato sovrano, sono territori contesi sotto amministrazione israeliana e in attesa di destinazione, da definire con un trattato internazionale; quindi non ricadono nella definizione di territori occupati.

Nell’ambito dell’amministrazione sono state definite delle zone di autonomia, riconosciute internazionalmente, dai trattati firmati da Israele e l’Autorità Palestinese.

L’articolo 6 della Quarta Convenzione di Ginevra statuisce che la Potenza Occupante è vincolata ai termini di tale Convenzione solo se esercita le funzioni di governo in tali territori.

Inoltre i precedenti regolamenti dell’Aia del 1907 stabiliscono che un territorio si considera occupato se rimane sotto l’effettivo controllo dell’occupante.

Pertanto il trasferimento di poteri all’ Autorità Palestinese rende difficile caratterizzare la Cisgiordania e Gaza come territori occupati, anche in considerazione del fatto che il 98% della popolazione palestinese ricade sotto la giurisdizione dell’Autorità Palestinese.

La linea di demarcazione tra Cisgiordania, Gaza e Israele corrisponde alla cosiddetta Green Line, la linea di demarcazione dal 1948 al 1967; tuttavia essa non è un confine di Stato ma una linea di cessate il fuoco sancita dall’armistizio di Rodi firmato nel 1949 con la Giordania e l’Egitto.

Israele ha un confine di stato internazionalmente riconosciuto con:

Egitto (accordi di pace di Camp David). La zona di Taba in contestazione è stata assegnata all’Egitto tramite un arbitrato internazionale.

Giordania (accordi di pace del 26 ottobre 1994). La linea di confine della Giordania corre lungo il fiume Giordano.

Libano:

Qui la linea di confine non è in contestazione ed è stata avallata e sancita dall’ONU dopo il ritiro dei Israele dal Libano Sud.

La zona delle fattorie di Sheba (che gli Hezbollah – ma non il governo libanese – contestano come appartenente al Libano e pertanto ancora da “liberare”, in realtà è stata riconosciuta dall’ONU come appartenente alla Siria).

Siria:

Il confine di Stato con la Siria non è definito univocamente in alcuni punti (a prescindere dalle alture di Golan) e pertanto dovrà essere fissato con una trattativa tra le parti.

Israele non ha un confine di Stato con i territori amministrati di Cisgiordania e Gaza.

La linea armistiziale non è un confine di stato ma riflette la posizione delle truppe avversarie al momento del cessate il fuoco. Inoltre alcune zone abitate da Ebrei sono state conquistate militarmente durante la guerra del 1948 , prima dell’armistizio (come il quartiere ebraico della Città Vecchia e il Gush Etzion) e pertanto non possono essere definiti Territori Arabi.

Quindi un eventuale ritiro dai Territori Amministrati (Cisgiordania e Gaza) non può avvenire senza una definizione precisa e inequivocabile dei suoi confini e ciò può avvenire soltanto con un accordo fra due Stati Sovrani (Israele e lo Stato di Palestina che tuttavia al giorno d’oggi non esiste ancora).

La frase ritiro dai Territori Occupati in mancanza di una definizione precisa è pertanto un’affermazione ambigua che può avere diversi significati, incluso lo sgombero totale di tutto il territorio della Palestina come era all’epoca della scadenza del Mandato Britannico e cioè in sostanza alla distruzione dello Stato d’Israele che poi è quello che vogliono i musulmani :

palestina dal punto di vista dei musulmani
palestina dal punto di vista dei musulmani

Un pò di storia : La battaglia di Kasserine

La guerra d’Africa non fu solo l’epopea di El Alamein ma anche i successivi e ultimi sei mesi dove i nostri soldati sostennero durissimi combattimenti in Tunisia, su due fronti: l’8^ armata britannica e le forze anglo americane sbarcate in Nord Africa nell’autunno del 1942 (operazione Torch).
Alla fine di dicembre del 1942 le forze italo tedesche potevano contare su circa 100.000 uomini e avevano ricevuto qualche rinforzo corazzato (carri Tigre tedeschi). Il comando della 1^ armata italo tedesca fu affidato al Generale Messe che ricevette precisi ordini di Mussolini mirati ad arrestare le forze avversarie e successivamente prendere l’iniziativa per un’auspicata riconquista della Libia.
Considerata la gravità della situazione, l’esiguità delle forze e degli armamenti, Messe comunicò a Mussolini i suoi dubbi.
La risposta del Duce fu semplice e ovvia:
“Resistere comunque ad ogni costo allo scopo di ritardare, dopo la perdita dell’Africa, il conseguente attacco all’Italia”.

Il 6 febbraio 1943 le forze italo tedesche reduci da El Alamein completarono il dispiegamento lungo il confine libico tunisino. Le unità tedesche agli ordini di Messe comprendevano la 90^ divisione leggera, la 164^ divisione di fanteria, la 15^ panzer e la brigata paracadutisti Ramcke (dal nome del suo comandante). Le truppe italiane comprendevano le divisioni “Giovani Fascisti” (tutti ragazzi volontari con meno di vent’anni),  Pistoia, Centauro, Trieste e La Spezia. Interessante leggere la valutazione delle truppe (nel loro complesso) che Messe inviò al comando supremo l’8 febbraio 1943:
“provati nel fisico e turbati nello spirito. Logori ne sono usciti i materiali. In tutti è entrata la convinzione che la lotta non può essere decisa dal valore degli uomini, ma dall’avere disponibilità di mezzi non inferiore a quelli dell’avversario. Resta ben fermo che tutti osserveranno la consegna di compiere il proprio dovere fino all’estremo”.

I superstiti della Folgore furono radunati il 7 dicembre 1942, a Breviglieri, al Centro di Istruzione di Fanteria della Libia. Il reparto di formazione, denominato 285° battaglione paracadutisti “Folgore”, fu posto al comando del capitano Carlo Lombardini, già comandante della 20^ compagnia del VII° battaglione.

Questo grande soldato scrisse dopo la guerra:
“Sulla campagna di Russia sono stati scritti volumi e volumi, sulla campagna in Africa Settentrionale solo qualche volume e non sempre veritiero. Ufficiali portano sulle divise la placca della Campagna di Russia, la medaglia commemorativa per l’Africa Settentrionale, invece, fu abolita nel 1946 dal ministro della Difesa. A coloro che non si piegarono alle lusinghe russe diedero la Medaglia d’Oro al Valor Militare; a quelli che fecero la stessa cosa con gli Alleati, sanzioni disciplinari”.

Il 285° si articolava su cinque compagnie:
107^ – Compagnia Comando – agli ordini del capitano Riccardo Caroli, già comandante la 5^ compagnia del II° battaglione.
108^ – tenente Rolando Giampaolo, già comandante della 28^ compagnia del X°, poi IX° battaglione.
109^ – tenente Lodovico Artusi, uno dei volontari nel battaglione Curtatone e Montanara nel 1935-1936, che aveva comandato la 26^ compagnia del IX° battaglione Folgore.
110^ – tenente Vittorio Raffaelli
111^ – tenente Enrico Bosco Corradini, che aveva comandato la 3^ batteria-2° Gruppo-185° Reggimento Artiglieria “Folgore”.
Il 285° si schierò a Buerat a difesa della Via Balbia.

Dopo una sosta a Tavorga, il battaglione fu inviato a nord di Kussabat, sbarrando le piste provenienti da Beni Ulid. Mentre si trovava ad Ain Zara, il battaglione ricevette l’ordine, il 22 gennaio 1943, di schierarsi a sud dell’aeroporto di Castelbenito. Si doveva resistere ad oltranza, per permettere alle divisioni italiane e tedesche di ripiegare lungo la litoranea.Con la Folgore vi era anche un battaglione di paracadutisti tedeschi.

Il 23 gennaio si scontrò col nemico. La stessa sera, dopo la caduta di Tripoli, ricevette l’ordine di prendere posizione a sud del castello di Zuara. Dopo un nuovo ripiegamento il battaglione raggiunse la linea fortificata del Mareth, in Tunisia.

LA BATTAGLIA DI KASSERINE

Dopo aver raggiunto la linea del Mareth, l’8^ armata inglese di Montgomery era a corto di fiato e di rifornimenti e quindi incapace temporaneamente di offendere.
Rommel cercò subito la rivincita attaccando sul fronte occidentale tunisino. Egli prevedeva un attacco sui due settori delle forze alleate, inglese e americano, in direzione del colle di Kasserine per poi proseguire verso ovest in direzione di Tebessa dilagando nella pianura algerina e accerchiando le truppe alleate che minacciavano la 5^ Armata di von Arnim.
Quest’ultimo disponeva di circa 150 carri armati, Rommel solamente 50; vi era la disponibilità di una ventina di cannoni da 88mm.

Il 14 febbraio le unità corazzate di Rommel (10^ e 21^ Panzer Divison) si lanciarono all’attacco travolgendo le avanzanti formazioni americane; in prossimità di Sidi Bou Zid e in poche ore vennero distrutti una cinquantina di carri statunitensi.
Nel settore di Gafsa, le truppe americane del generale Robinett, dopo essersi ritirate su Feriana, il 15 febbraio contrattaccarono. bloccati prima dal potente fuoco di sbarramento degli 88 tedeschi e poi dai reparti corazzati, gli americani persero un altro centinaio di carri. A Gafsa finirono nelle mani di Rommel circa 1.400 prigionieri americani.
Il 20 febbraio, reparti della 10^ e 15^ Panzer conquistarono il passo di Kasserine, travolgendo le truppe americane a difesa della posizione.
Nella disperata battaglia si distinsero per valore e combattività i bersaglieri del 7° Reggimento, impegnati in durissimi scontri corpo a corpo contro le truppe alleate. il Comandante del reggimento, Colonnello Bonfanti, cadde in combattimento alla testa dei suoi bersaglieri, mentre li guidava all’assalto delle posizioni nemiche.
Il 28 febbraio 1943 il feldmaresciallo Rommel stabilì di scagliare un’offensiva contro il nemico, che denominò Azione Capri. Scopo dell’operazione era l’annientamento delle truppe nemiche che stavano posizionandosi tra il Mareth e Medenine. Si iniziò alle ore 06.00 del 6 marzo 1943, ma non si raggiunse il risultato sperato. Il giorno successivo il comando della 1^ Armata ordinava di rientrare alle posizioni di partenza.

Sulla linea del Mareth si distinse il sottotenente paracadutista Cesare Cristoforetti, che guadagnò la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria, con questa motivazione:
“Comandante di plotone paracadutisti a protezione di un nucleo di genieri d’arresto che di notte stavano costruendo un campo minato, mortalmente colpito da numerose schegge di granata che gli amputavano completamente le gambe e lo ferivano in tutto il corpo dava prova di grande serenità. Mentre era trasportato al posto di medicazione, conscio del grave stato in cui si trovava, incitava i portaferiti a compiere sempre il loro dovere e a testimoniare ai suoi genitori che moriva serenamente dopo aver dato tutto alla Patria. Negli ultimi istanti di vita trovava ancora la forza di intonare l’inno dei paracadutisti italiani”.
Questo non bastò a fermare l’avanzata alleata.

Alla fine, tra contrattacchi e ripiegamenti, il gruppo Armate Afrika vedeva restringersi sempre di più il proprio spazio di manovra. Lo schieramento delle forze della 1^ Armata sulla linea di Enfidaville era il seguente (dal mare verso l’Interno):
XX° Corpo d’Armata(90^ Leichte Division, Divisione Giovani Fascisti, Divisione Trieste),
XXI° Corpo d’Armata (Divisione Pistoia, 164^ Leichte Division).
In riserva si poteva contare sulla 15^ Panzer Division con solo 15 carri, il Raggruppamento Piscicelli, un battaglione della Pistoia e due battaglioni di avieri.

La notte del 23 marzo, truppe scozzesi espugnarono alcuni nostri avamposti a El Harran.

Il 23 marzo stesso, il comandante del 66° reggimento di fanteria, di cui il Folgore costituiva il III° battaglione, ordinava il contrattacco alla compagnia che fungeva da caposaldo arretrato del battaglione, cioé quella del tenente Lodovico Artusi, la 109^. Ricevuti gli ordini dal comandante, Artusi disse:
“Vinco o non torno!”
Divise il reparto in due gruppi e si lanciò all’assalto gridando “Folgore”, alla testa dei suoi uomini. Molti furono i feriti e gli uccisi. Egli fu gravemente ferito ed accecato. lo stesso tenente Artusi, soccorso dai suoi uomini ebbe ancora la forza di dire:
“Abbiamo vinto, Folgore!. Viva l’Italia!”.

Per il suo valore gli fu conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:
“Comandante di una compagnia inviata in rinforzo ad un battaglione per rioccupare una posizione raggiunta dall’avversario, impavido, alla testa dei suoi uomini, sotto intenso fuoco li trascinava in un travolgente vittorioso contrassalto che permetteva di rioccupare di slancio la posizione perduta. Rimasto gravemente ferito alla testa, rifiutava ogni soccorso ed additando ai suoi uomini le posizioni avversarie, gridava con le forze residue “Folgore, abbiamo vinto. Viva l’Italia”.

Montgomery subisce gravi perdite. Egli invia a Londra messaggi drammatici “ferma, disperata resistenza”. (soprattutto con i tedeschi della V Armata di Arnim che ha ancora mezzi efficienti e non è appiedato come Messe.
Churchill fu costretto ad ammettere la parziale  sconfitta e Montgomery chiese due settimane di tregua.
La spaventosa lotta era durata sei giorni.
“Ammucchiati i cadaveri inglesi di fronte ai nostri capisaldi”; annientate Unità famose, come la “Brigata Guardie”, i Btgg. “Black Watch” e “Durham Light” della 30° e 51° Div. ; ridotti in briciole I 50 carri della 23° Brigata Corazzata.

Messe, commentando la sconfitta inglese scrive: le Divisioni combatterono con grande valore e magnifico slancio, superando in bravura i tedeschi…. Ben diverso epilogo avrebbe potuto avere l’azione (contrattacco della 15° Div. Cor. tedesca) se questa incrollabile barriera di punti di appoggio fosse caduta in mano al nemico… Tutte le truppe italiane tennero meraviglioso contegno, ma una parola di particolare elogio va all’eroico 8° Bersaglieri che superò se stesso”. E accennando al comportamento della truppa soggiunse: “Durante il furibondo attacco inglese alla posizione di resistenza della Div. “Giovani Fascisti”, episodi epici hanno perfino indotto l’Ufficiale di collegamento germanico a segnalare l’ammirazione dei reparti tedeschi che ne erano stati testimoni”

Sulla battaglia del Mareth, giunse una lunga relazione di Messe a Mussolini, che il duce più tardi così commentò “…in quella relazione distribuiva più elogi agli inglesi che non alle forze italiane; eccessivi tali riconoscimenti ai nemici che si rifrangevano anche sugli italiani, in quanto dimostravano che i nostri soldati avevano combattuto contro soldati non di seconda classe ma di prima classe.

Quando Messe venne catturato a fine conflitto e trattato da Re dagli inglesi Mussolini ebbe a dire: “Oggi, alla luce del tradimento particolarmente obbrobrioso di Messe, ci si domanda se tutto ciò non fu calcolato e intenzionale, in vista di una cattività che Messe non poteva escludere dal novero delle possibilità. E’ altresì indubbio che Messe, attraverso la sua relazione, godé di una immediata buona stampa in Inghilterra, ed è altresì documentato dalle fotografie che, giunto in volo nei pressi di Londra, il Messe fu accolto da uno stuolo di generali non come un prigioniero e italiano per giunta, ma come un ospite di riguardo” (Articolo di Mussolini, pubblicato sul Corriere della Sera del 1945, poi raccolti insieme ad altri  in “Il tempo del bastone e della carota”).

Il 30 marzo la “Folgore” si schierò di nuovo sulla linea dell’Uadi Akarit.

Il 9 marzo iI feldmaresciallo Rommel, viene richiamato in patria dopo la battaglia di Médenine, fa tappa a Roma e si incontra con Mussolini cui non nasconde la gravità della situazione. Ma Mussolini replica solennemente: “La Tunisia deve essere conservata ad ogni costo… Sono del parere del Fùhrer: bisogna conservare la Tunisia”. Il comando delle forze tedesche in Tunisia è affidato al gen. Jurgen Von Arnim, mentre il comando supremo delle truppe dell’Asse è tenuto dal gen. Giovanni Messe.

Dal diario dell’aiutante di campo di Rommel:  “… ha ottenuto dal Q.G. del Fuhrer l’atteso congedo, a sua domanda per gravi motivi di salute; lo sostituisce von Arnim nella V Armata, ma il Generale Messe assume il comando della I Armata e il comando dell’A. Korps in Africa. Il sig Mar. Rommel parte domani per il Reich, in aereo”
Su questa partenza sarà mantenuto il massimo segreto per volere del Comando Supremo della Wermacht e personalmente del Fuhrer.
Infatti il cambio della guardia rimane segreto per ragioni psicologiche; e di prestigio. Montgomery sarà sempre convinto di battersi contro Rommel, e saprà solo alla fine della battaglia che al Comando d’Armata c’era Von Armin.
Data l’urgenza di nominare in comandante di tutte le forze fu affidato a Messe il comando effettivo (il primo e unico caso di divisioni tedesche agli ordini di un generale italiano).

Montgomery, dopo le disfatte era titubante. Sospese l’azione chiedendo a Londra due settimane di tregua. Ma Londra insistette per riprendere l’offensiva immediatamente che riprese infatti, il 26 marzo, con le nuove forze corazzate provenienti dall’Egitto (altri 500 carriarmati).

Una manovra aggirante costringe Messe a ritirarsi verso la linea dell’Akarit, iniziando (scrive) una guerra di movimento (senza mezzi di movimento!). Poi si ritira (a piedi) fino ad Enfidaville (250 Km). Sono manovre inutili, perché gli avversari hanno una superiorità schiacciante.

ENFIDAVILLE

5 aprile. Nella notte l’8a armata del gen. Montgomery sferra un poderoso attacco alla linea dell’Akarit. A mezzanotte la 4a divisione indiana raggiunge quota 275 aggirando cosi da sud l’Akarit. Ma la linea non viene sfondata e le truppe dell’Asse possono retrocedere ancora verso nord, verso cioè la nuova linea difensiva di Enfidaville, una serie di rilievi che si estendono fino al Djebel Mansour e che rappresenta l’ultima protezione di Tunisi. Le perdite dell’Asse sono enormi: la divisione italiana Centauro è stata sciolta e quelle che sono rimaste non raggiungono il 50% degli effettivi.

Il 6 aprile gli inglesi sferrarono contro le forze dell’Asse, un forte attacco. Comincia alle ore 23, con il fuoco di 450 cannoni. Montgomeri mette in campo anche i suoi 500 mezzi corazzati, mentre la 15a divisione tedesca ne ha soltanto 16. La battaglia dura un giorno solo, ed è la battaglia più violenta e selvaggia dopo El Alamein, (scriverà Montgomery). La notte stessa le forze dell’asse si ritirarono verso Enfidaville.

Il battaglione dei parà era ridotto a circa 200 uomini, ripartiti tra la 108^ compagnia del tenente Rolando Giampaolo e la 112^ del tenente Orciuolo. All’Uadi Akarit era rifulso il valore del tenente Giampaolo.

– Questo eccezionale ufficiale che aveva combattuto nel 51° reggimento fanteria sul fronte occidentale, in Albania, Montenegro e Grecia, si arruolò volontario nei paracadutisti, e il 21 aprile 1942 conseguì il brevetto. Quando la divisione Folgore fu inviata in Africa Settentrionale fu comandante della 28^ compagnia, X° battaglione, 187° reggimento di fanteria paracadutisti. Dopo le perdite sanguinose subite dal IX° e X° battaglione nella battaglia di Alam el Halfa di fine agosto, primi di settembre 1942, i due reparti si fusero nel IX°. Dopo la fine delle ostilità in Tunisia, il tenente Giampaolo fu prigioniero nel famigerato Campo 305 in Egitto. Non cooperatore dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, subì angherie di ogni genere dal detentore inglese, che non gli risparmiò neppure il kalabush. Fu rimpatriato nel 1947. Fece parte delle ricostituite Nembo e Folgore, a Pistoia e a Belluno. Quando, nel 1952, presso la Scuola Militare di Paracadutismo fu ricostituito il 1° battaglione paracadutisti del dopoguerra, ne fu -col grado di maggiore- il primo comandante. Promosso colonnello nel 1962, fu nello stesso anno il primo comandante del 1° reggimento paracadutisti. Amato dai suoi soldati e dai suoi collaboratori, era affettuosamente chiamato “Papà Rolando”.  –

Per l’eroico comportamento all’Uadi Akarit fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione:
“Comandante di compagnia paracadutisti contrassaltava truppe avversarie che con l’appoggio di mezzi corazzati erano riuscite ad occupare in forze una nostra importante posizione e dalla quale minacciavano di aggirare tutto lo schieramento della divisione. Con azione decisa e violenta guidava i suoi uomini e, dopo rapido combattimento all’arma bianca, annientava il nemico, catturando numerosi prigionieri e distruggendo alcuni mezzi corazzati”.

Gli fu concessa la promozione in servizio permanente effettivo per merito di guerra, al posto di una seconda medaglia d’argento. Guadagnò tre croci al merito di guerra e riportò tre ferite in combattimento.
Anche il paracadutista Giovanni Battista Corlazzoli guadagnò una Medaglia d’Argento al Valor Militare. Ecco qui di seguito la motivazione:
“Paracadutista porta fucile mitragliatore, già distintosi in precedenti combattimenti, in azione di contrassalto, con calma, perizia e severo sprezzo del pericolo, infliggeva, con il fuoco della propria arma notevoli perdite all’avversario. Ferito da arma da fuoco alla gamba destra rifiutava di abbandonare il suo posto di combattimento fino a quando, una raffica d’arma automatica nemica non gli stroncava il braccio destro. Contribuiva così efficacemente a scoraggiare ogni ulteriore velleità nemica. Al proprio Comandante di Compagnia, si dichiarava fiero di aver donato alla Patria un braccio”.

I combattimenti a Enfidaville cominciarono il 19 aprile, con il solito bombardamento delle artiglierie alleate contro le nostre posizioni; furono prese di mira in particolare le posizioni sul Garci e sul Takrouna e su questi colli continuò l’eroica resistenza dei nostri soldati.

TAKROUNA

Il 20 aprile i Neozelandesi attaccarono, sopraffacendolo, il caposaldo di Gebel Takrouna, villaggio berbero posto su una grossa rupe che chiudeva la pianura di Enfidaville. Il caposaldo era presidiato dal 1° battaglione del 66° reggimento fanteria della Divisione Trieste, e da un plotone di avieri tedeschi. Alle 09.00 del 20 aprile fu dato l’ordine di contrattaccare.
I granatieri, comandati dal tenente Diletti, dopo due ore furono decimati dal fuoco nemico. Un granatiere portò al comando del 285° Folgore la notizia del disastro. Il colonnello Pettinau, comandante di settore, ordinò al 285° di riprendere Takrouna. Le due compagnie del battaglione, la 108^ del tenente Giampaolo, e la 112^ del tenente Orciuolo, iniziarono il movimento cantando l’Inno dei Paracadutisti. Per percorrere i quattro km che separavano le nostre linee avanzate da Takrouna, ebbero l’ordine tassativo di non correre sul terreno scoperto, ma di camminare, per non essere individuati. Per fortuna dopo il costone di Deblijate il terreno era pieno di cespugli.
I circa 170 paracadutisti erano stati divisi in due gruppi: un gruppo doveva dirigersi verso il costone orientale (tenente Giampaolo), l’altro verso quello occidentale (tenente Orciuolo). In appoggio vi erano le mitragliatrici dei granatieri.
I primi paracadutisti a cadere furono il sergente maggiore Cubelli e il sergente Ghetti, il quale prima di morire ebbe la forza di gridare :
“La Folgore é sempre la Folgore”.
Verso sera le perdite erano di circa 40 paracadutisti, tra morti e feriti ma la prima parte dell’attacco era riuscita.

Il capitano Lombardini tenne un consiglio di guerra e dopo aver studiato a fondo la situazione, decise di fare effettuare una scalata dalla parte più impervia, che risultava meno presidiata dal nemico. Occorrevano però paracadutisti provenienti dagli alpini. Il sergente maggiore Donato Sanità si offrì volontario per comandare la pattuglia di scalatori. Egli proveniva dalla Guardia alla Frontiera ed era un soldato di grande coraggio. Lombardini, che era appartenuto al corpo degli alpini, spiegò come comportarsi per scalare questo “canalone” di una quarantina di metri. La compagnia del tenente Giampaolo ricevette l’ordine di compiere un’azione diversiva, aprendo un fuoco violento di armi automatiche. I paracadutisti del sergente maggiore Sanità iniziarono la scalata in silenzio; lo sforzo era notevole, non bisognava fare rumore. Dall’alto, all’improvviso, sentirono gridare: “Folgore. Folgore”; si udirono crepitare i mitra e scoppiare le bombe a mano. Contemporaneamente, il plotone del sottotenente Andreolli, della compagnia Giampaolo, si era spinto in alto verso la moschea, catturando molti prigionieri maori.

Alle 20.00 potettero informare il comando della Divisione Trieste che su Takrouna sventolava il Tricolore.

L’azione era stata sanguinosa, circa settanta paracadutisti erano morti o feriti. Il tenente Giampaolo mandò un portaordini con un messaggio di richiesta di rinforzi, perché non si avevano più notizie del sottotenente Andreolli e del suo plotone. Dopo la fine della guerra e il rimpatrio dalla prigionia, il sottotenente Andreolli dichiarò che dei suoi 25 uomini ne furono uccisi 20. Due, feriti, furono evacuati; due scortarono i prigionieri al Comando, e un altro fu catturato mentre rastrellava l’abitato. Egli stesso, rimasto ferito, si era asserragliato in una casa con quattro o cinque paracadutisti feriti. Quando finirono le munizioni, furono vigliaccamente uccisi dai Neozelandesi. Al sottotenente Andreolli fu conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:
“Comandante di plotone paracadutisti, impegnato in accanito contrattacco per la rioccupazione di importante posizione, si distingueva per coraggio. Alla testa del suo reparto, duramente provato dal fuoco avversario, penetrava arditamente in un abitato presidiato dal nemico impegnandolo in combattimento all’arma bianca. Caduti uccisi quasi tutti i suoi paracadutisti, si asserragliava con i pochissimi superstiti fra i ruderi di una casa e, sebbene ferito, resisteva ai ritorni offensivi di truppe fresche nemiche finché esaurite le munizioni e sfinito dal sangue perduto, era catturato dopo che tutti i suoi uomini erano caduti uccisi”

Sul Takrouna si distinsero i reparti della Trieste e dei paracadutisti della Folgore; il presidio della posizione era stato affidato al 1° battaglione del 66° Reggimento fanteria agli ordini del Capitano Politi, rinforzato da un plotone tedesco del 47° Reggimento fanteria, da un plotone mortai da 81 e da due batterie di artiglieria. A sinistra del Takrouna c’era un altro colle, il Dj Bir, difeso da una compagnia del 47° Reggimento tedesco. Il pesante bombardamento dell’artiglieria nemica colpì duramente queste due posizioni.
Sul caposaldo di Dj Bir, i germanici pur opponendo una forte resistenza furono sopraffatti, lasciando aperta la strada per il Takrouna. Gli assalti nemici furono fermati dai fanti della Trieste a costo di gravissime perdite: particolarmente impegnati in furiosi combattimenti corpo a corpo gli uomini della 2^ compagnia, che dopo aver difeso strenuamente la loro posizione furono costretti a cedere. La scalata del nemico verso la cima del Takrouna fu bloccata all’ultimo momento dai tedeschi del 47° Reggimento.
Il capitano Politi guidò personalmente un travolgente contrattacco per respingere le fanterie nemiche che dilagavano ormai da tutte le direzioni. Per mantenere la posizione dovettero intervenire le forze tenute in riserva: due compagnie di parà della Folgore agli ordini del capitano Lombardini ed una compagnia di Granatieri di Sardegna, agli ordini del sottotenente Delfo Filetti.
Grazie ai rinforzi il capitano Politi potè riprendere l’iniziativa contrattaccando ferocemente il nemico: i paracadutisti della Folgore assalirono le posizioni nemiche, ricacciando i neozelandesi dalle pendici est del colle e riconquistando il caposaldo della 2^ compagnia. Furono fatti 150 prigionieri, tutti appartenenti alla 2^ Divisione neozelandese. A tal riguardo il Generale Messe scrisse:
“sul Takrouna la lotta è veramente epica; i centri di fuoco sulle falde dell’altura continuano a fulminare i reparti nemici che sono letteralmente decimati; anche i nostri elementi sono assoggettati al fuoco concentrico nemico e al tiro di cecchinaggio da parte di elementi annidatisi nelle case sulla vetta del cocuzzolo, vero torrione quasi inaccessibile. Contro questi partono all’attacco, col classico slancio dei paracadutisti, le compagnie del battaglione di formazione Folgore. Per tutto il pomeriggio fino a sera e nella notte è una vera caccia di casa in casa, di sasso in sasso; le perdite sono micidiali per entrambi i contendenti “.

Da radio Londra, gli inglesi tentarono di giustificare il loro insuccesso, giungendo ad affermare:
“Sul Takrouna l’Italia ha fatto affluire i suoi migliori soldati”.
Un grande riconoscimento al valore dei nostri militari.

Il 21 furono rinnovati gli attacchi contro il colle; i primi a essere investiti furono i parà della Folgore, che occupavano ancora il caposaldo della 2^ compagnia. Dopo aver respinto numerosi assalti nemici, i parà, alla fine, furono travolti. Anche sugli altri capisaldi la situazione era gravissima. Nel primo pomeriggio il capitano Politi inviò al comando della Trieste il seguente messaggio via radio:
“Situazione criticissima, disperata. Abbiamo sparato le ultime cartucce. Le perdite sono ingenti. Il nemico ha occupato quasi totalmente le nostre posizioni. Moltissima la fanteria nemica che aumenta sempre. In basso moltissimi carri armati. Situazione disperata. Fare presto fare presto Politi”.
Il generale Messe inviò in soccorso di Politi la 103^ compagnia arditi, che, però non riuscì a raggiungere la posizione a causa del potente fuoco di sbarramento nemico. Verso le 17.00 di quella stessa giornata, fu captato dal comando della divisione Trieste un ultimo messaggio proveniente dal Tkrouna:
“La stazione è assalita da elementi nemici”.
Dopo la mezzanotte si scatenò l’inferno. Fuoco intenso di armi automatiche, fuoco violento di artiglieria, tiri di carri armati. Paracadutisti e granatieri si batterono con grande determinazione. Poi fu il silenzio.

Il 21 aprile, verso le 16.00, il nemico si impadronì della cima del roccione.

Il sergente maggiore Sanità calò i feriti dal monte, e ripiegò per sottrarsi alla cattura. Nella serata, la posizione del Takrouna poteva considerarsi perduta, tranne qualche piccolo focolaio di resistenza che continuò a respingere gli assalti nemici fino il giorno dopo. Si concludeva così una delle pagine più belle ed epiche della storia militare italiana, scritte con il sangue dei nostri valorosi combattenti, che avevano ripercorso le gesta degli eroi di Cheren, Bir El Gobi e di El Alamein.

Bollettino di guerra N. 1062 del 22 aprile 1943

” Nella tenacissima difesa di un elemento avanzato della nostra linea si è particolarmente distinto il I° battaglione del 66° Reggimento Fanteria Trieste che, al comando del capitano Mario Politi da Sulmona, ha inflitto ingenti perdite alle unità neozelandesi attaccanti “.

Sempre il 22 l’attacco nemico si spostò lungo la fascia costiera impegnando duramente i reparti della divisione Giovani Fascisti e della Trieste. Sul Gerbi, furono i fanti della Pistoia a respingere i furiosi attacchi nemici. Tra il 27 e il 29 aprile, le forze alleate tentarono ancora di sfondare lungo la costa: ancora una volta i nostri soldati mantennero saldamente le posizioni.

Il 30 aprile la prima battaglia di Enfidaville poteva ritenersi conclusa.

Alle 18.00 del 30 aprile, il comando di reggimento convocò il capitano Lombardini che al suo arrivo trovò un ufficiale superiore che lo accompagnò al comando del XX° Corpo d’Armata. Il generale Orlando Taddeo, comandante del XX°, gli consegnò la medaglia d’argento al valor militare sul campo dicendogli:
” La dò a Te per il Tuo eroico battaglione”.

Ecco la motivazione:
“Battaglione di paracadutisti, con impeto travolgente contrattaccava il nemico che in forze preponderanti, aveva occupato gran parte di una nostra importante posizione montagnosa, snidandolo di roccia in roccia e ricacciandolo con gravissime perdite. Nuovamente attaccato da altre forze nemiche, resisteva a lungo sotto l’incessante fuoco dell’artiglieria avversaria, assolvendo sino al limite estremo di ogni energia e di ogni possibilità il compito affidatogli”.

LA SECONDA BATTAGLIA DI ENFIDAVILLE

Nonostante la strenua resistenza delle forze italo tedesche, la morsa si stava inesorabilmente stringendo intorno a loro. Dopo la caduta di Tunisi e di Biserta, avvenuta il 7 maggio, in mano alle forze dell’Asse restava solo la penisola di Capo Bon.
La seconda battaglia di Enfidaville iniziò il 9 maggio: dopo solo due giorni, l’11, la 5^ Armata di Von Arnim depose le armi (intanto Rommel, quasi alla chetichella aveva da tempo lasciato l’Africa). I reparti italiani in forza alla 5^ Armata tedesca che operavano nell’estremo nord (5° e 10° bersaglieri, battaglione Bafile del Rgt. San Marco della Marina) continuarono a combattere anche dopo la resa dei tedeschi fino al completo esaurimento delle munizioni.

Nella serata dell’11 maggio, Mussolini inviò al generale Messe il seguente messaggio:
“Tutti gli italiani seguono ammirati e fieri le pagine di storia che la Prima Armata sta scrivendo. Il Paese sarà superbo nei secoli della gloria che irradia, per virtù di capi e di gregari, dall’ultimo lembo d’Africa oggi in nostro possesso. Con soldati come quelli della Prima Armata la Patria può contare sicuramente sul suo avvenire “.
Nella mattinata del 12 maggio, Messe a sua volta inviò un messaggio al Comando Supremo italiano, sottolineando che la sua Armata non poteva resiste più a lungo:
“La Prima Armata, cui la sorte ha serbato il privilegio di restare ultima e sola a difendere il tricolore in terra d’Africa, continuerà fino all’estremo. Il nemico ormai preme da tutte le direzioni: La situazione generale, l’enorme sproporzione delle forze ed il progressivo esaurimento delle munizioni di artiglieria, lasciano prevedere che la resistenza non potrà protrarsi a lungo “.

Alle 11,15 del 12 maggio 1943, Mussolini inviò un nuovo messaggio per lasciargli carta bianca ed eventualmente trattare la resa:
“Poiché gli scopi della resistenza possono considerarsi raggiunti, lascio V.E. libera di accettare onorevole resa. A voi e agli eroici superstiti della Prima Armata rinnovo il mio ammirato vivissimo elogio “.

Subito dopo, Messe via radio inviò al comando alleato la richiesta di resa con gli onori delle armi. Gli alleati risposero che avrebbero accettato solo una resa incondizionata. Messe prese tempo. Solo quando nella serata giunse da Roma l’ordine di cessare il combattimento (insieme alla nomina di Messe a Maresciallo d’Italia), Messe inviò suoi emissari al comando alleato per ricevere le condizioni di resa. Nello stesso tempo, il neo Maresciallo d’Italia ordinò la distruzione di tutte le armi pesanti e automatiche, per evitarne l’utilizzo da parte del nemico.

Il 13 maggio 1943 la 1^ Armata Italo-Tedesca si arrendeva a Capo Bon.

Gli ultimi colpi prima della resa, furono sparati dai “Giovani Fascisti” e dai paracadutisti, a Nabeul.

Alle 12,30 del 13 maggio, Messe comunicò al comando alleato l’accettazione delle condizioni di resa e a Roma la fine delle ostilità. Prigioniero, prima di essere portato via, una fonte americana definì il Maresciallo Messe “triste e serio” mentre in piedi su un’autovettura scoperta alleata salutava per l’ultima volta i suoi soldati che avevano combattuto e difeso strenuamente l’ultimo lembo d’Africa. Ben gli si attaglia il detto: “I vecchi soldati non muoiono mai”.

Per alleviargli il dolore della cattura Mussolini promuove Messe Maresciallo d’Italia per meriti di guerra. Ma lui non segue i prigionieri, vola a Londra come ospite di riguardo degli inglesi, mentre i suoi soldati furono scaraventati nel Sud Africa, in Rhodesia e torneranno dalla prigionia nel 1946. Umiliati perché avevano perso, offesi perché si erano arresi, disprezzati perché gli onori in quel periodo (1946 e successivi) erano riservati tutti ai partigiani che invece di combattere per la Patria erano scappati dalle caserme per tornare a casa e poi sui monti.

Qui potete trovare la stessa storia raccontata dai reduci neozelandesi. C’è anche una bellissima bacheca fotografica.

NOTA:
Il Generale CAVALLERO, rimosso come Capo di Stato Maggiore, finirà in galera prima dell’8 settembre 1943, accusato da Badoglio di essere antiamericano. Si difese con un memoriale affermando che era stato invece sempre anti-tedesco. Ma lasciato libero l’8 settembre (prima della fuga di Badoglio e il Re) il memoriale finì in mano tedesca (Badoglio lo lasciò sulla sua scrivania). Ovviamente seguì l’arresto immediato di Cavallero che dopo 24 ore era già morto con un colpo di pistola alla tempia destra. Peccato che lui fosse mancino.
Cavallero aveva sostituito sul fronte greco Badoglio che fu radiato dal comando per incapacità manifesta sul campo. Cioè fu allora stroncata la carriera di Badoglio. Non ebbe più nessun incarico. Si prese la rivincita su Cavallero il 25 luglio ’43
.
Il Generale MESSE, rimosso dal comando dell’Armir in Russia, successivamente fu inviato in Africa dopo la partenza di Rommel (Assumendo prima il comando delle truppe italiane poi – con la partenza di Rommel- anche quelle tedesche. Dopo la sua cattura in Tunisia e dopo l’8 settembre ’43, rientrò dalla prigionia dall’Inghilterra (Sic!) in Italia nel novembre del ’43. Unitosi al Re e a Badoglio fu nominato Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Italiane fino al 1945. Una carriera splendida per un nemico degli Alleati e prigioniero di guerra dopo una resa! Infatti, Messe, dopo la resa, volò a Londra a raccogliere onori, e dopo l’8 settembre fu nominato da Badoglio Capo di Stato Maggiore (ovviamente per combattere i tedeschi, e unirsi agli anglo-americani). Quando lo vennero a sapere nei campi di concentramento, furono molti a capire tante cose. E che il suo fono a Mussolini, con la frase “condividerò la sorte dei miei soldati, anche con la prigionia se necessario” era una gran balla. A Londra si stava meglio che a Bulawajo!

Ancora : quando chiesero un’opinione sull’armistizio firmato dall’Italia, Montgomery: rispose semplicemente “Il più grande voltafaccia della storia”. Allora gli spiegarono pazientemente che gli italiani, diventavano un’altra cosa, che non erano più nemici. Lui se ne uscì con una battuta lapidaria “Cobelligeranza? Che roba è?”

Come potete vedere la classe dirigente di allora non era molto diversa da quella di oggi mentre i militari, quelli “veri” non i “politicanti” hanno conservato tutto l’antico latino valore.

Friuli 1945: partigiani della Osoppo Fucilati da comunisti

partigiani Del Battaglione Osoppo
partigiani Del Battaglione Osoppo

Friuli 1945: partigiani comunisti fucilano una formazione della Brigata Osoppo, costituita da partigiani cattolici, azionisti e indipendenti. Il motivo? Ancora in discussione.

STRAGE DI PORZUS, UN’OMBRA CUPA SULLA RESISTENZA

7 febbraio 1945, mercoledì, alle 14.30. Nelle malghe di Porzus, due casolari sopra Attimis, in provincia di Udine, ha sede il comando Gruppo brigate est della divisione Osoppo, formata dai cosiddetti “fazzoletti verdi” della Resistenza, partigiani cattolici, azionisti e indipendenti. Giungono in zona cento partigiani comunisti, agli ordini di Mario Toffanin (nome di battaglia Giacca) sotto le false spoglie di sbandati in cerca di rifugio dopo uno scontro con i nazifascisti. In realtà, è una trappola: alla malga vengono uccisi il comandante della Osoppo, Francesco De Gregori (nome di battaglia Bolla), il commissario politico Enea, al secolo Gastone Valente, una giovane donna sospettata di essere una spia, Elda Turchetti e un giovane, Giovanni Comin, che si trovava a Porzus perché aveva chiesto di essere arruolato nella Osoppo. Il capitano Aldo Bricco, che si trovava alle malghe perché doveva sostituire Bolla, riesce a fuggire e salva la vita perché i suoi inseguitori, dopo averlo colpito con alcune raffiche di mitra, lo credono morto.
Altri venti partigiani osovani vengono catturati e condotti prima a Spessa di Cividale e poi nella zona del Bosco Romagno, sopra Ronchi di Spessa, una ventina di chilometri più a valle. Due dei prigionieri si dichiarano disposti a passare tra i garibaldini. Gli altri saranno tutti uccisi e sbrigativamente sotterrati tra il 10 e il 18 febbraio. Della cosa si cercò di non far trapelare nulla. Ancora un mese dopo c’era chi assicurava che i capi Bolla ed Enea erano tenuti prigionieri dai garibaldini o dagli sloveni.

“… La propaganda clericale del tempo descriveva i partigiani comunisti, inquadrati nelle Brigate Garibaldi, come dei Satana spergiuri che volevano consegnare il Friuli alla Jugoslavia. Furono del resto pure inglobati nella Osoppo molti fascisti, come il Reggimento Alpini Tagliamento (formazione della Repubblica di Salò) che operava nella zona con il compito di combattere i “comunisti jugoslavi” e questo avvenne con la mediazione dell’Arcivescovado di Udine (Arcivescovo Nogara). Lo scopo della Osoppo e della Tagliamento infatti coincideva, l’obiettivo comune era quello di criminalizzare i partigiani delle Garibaldi.
In molte zone facevano persino presidi misti, cioè repubblichini e osovani.
Quelli della Osoppo, si appropriavano delle forniture inglesi che spettavano alle Garibaldi, l’accordo con gli inglesi era che il 30% di ogni lancio fatto alla Osoppo doveva essere destinato alle Garibaldi. Quelli della Osoppo non rispettarono mai l’accordo ed i Garibaldini per approvvigionarsi e procurarsi armi dovevano assaltare i presidi tedeschi e fascisti… “
(da un’intervista rilasciata nel 1996 dal comandante partigiano Mario Toffanin, Giacca)
“… La Grande Slovenia, volevano i partigiani comunisti. Noi volevamo solo combattere per la libertà, non per il comunismo, ed eravamo favorevoli a lasciare ad un referendum dopo la liberazione la scelta sui confini… Bolla, il comandante, alzava la bandiera, bandiera italiana, bandiera con lo stemma sabaudo. Io lo mettevo in guardia: attento, gli dicevo, la vedono i comunisti e i partigiani sloveni, quello stemma a loro ricorda il fascismo, toglila. E lui no, cocciuto, perché credeva sopra ogni cosa all’Italia, senza compromessi, senza tante prudenze politiche… Avevamo sempre operato insieme, anche se noi cattolici ci preoccupavamo, oltre che della onestà dei fini, anche della onestà dei mezzi. Ci furono discussioni assai accese con i comandanti comunisti sulla necessità di azioni che comportavano sacrifici di vite umane”.
(da un’intervista rilasciata nel 1997 da Monsignor Aldo Moretti, Lino, Medaglia d’Oro al valor militare, uno dei fondatori della Divisione Osoppo).
Quando nel 1997 il regista Renzo Martinelli doveva girare gli esterni del suo film Porzus, si trovò alle prese con i divieti di diversi sindaci, che non consentirono le riprese sui loro territori. Erano passati più di cinquant’anni, ma di Porzus molti non volevano neppure parlare; non mancò chi chiese di vietare la presentazione del film a Venezia. Cattive coscienze, risentimenti, fanatismo ideologico duro a morire, uniti ad una insopprimibile abitudine a riscrivere la storia con ottica di parte, hanno fatto sì che a tutt’oggi restino dei punti interrogativi su quella cupa vicenda. Non abbiamo la pretesa di poter fornire tutte le risposte; confidiamo solo che una rilettura seria e serena sia possibile, a passioni sopite e senza nessuna preconcetto. E speriamo che cinquantasei anni di distanza siano sufficienti, non foss’altro per rendersi conto che non esiste causa, per nobile che sia, che possa trarre giovamento dalle falsificazioni della realtà.
Molti segreti se li portò nella tomba Mario Toffanin, Giacca. A differenza di altri, Giacca su Porzus aveva parlato molto, dando tante versioni diverse, con una sola costante: “se li avessi di nuovo davanti, li accopperei ancora tutti”. Morì, ottantaseienne, venerdì 22 gennaio 1999, nell’ospedale della cittadina di Sesana, in Slovenia. Era lui il comandante dei reparti che compirono l’eccidio. Il protagonista della vicenda, almeno il più visibile; non necessariamente il più consapevole.
Partigiani contro partigiani, con accuse reciproche, fino al tragico epilogo di sangue. Nella vicenda di Porzus si materializza violentemente quello che fu il problema centrale della Resistenza: la competizione, più che la collaborazione, tra i diversi gruppi ideologici. In più si aggiunsero le rivendicazioni territoriali slovene, che avevano una loro legittimità storica, ma che contribuirono ad arroventare una situazione già calda.
Ma non possiamo leggere queste vicende, accadute in quell’estremo lembo di territorio italiano tra le provincie di Udine e Gorizia, se prima non accenniamo brevemente alla nascita della Resistenza in Italia e ai suoi sviluppi.
Una storiografia oleografica ci ha spesso presentato la Resistenza come un movimento di popolo, una spontanea ribellione di massa contro l’oppressione fascista e nazista. Se vogliamo guardare più realisticamente ai fatti, partiamo da una data fondamentale: 25 luglio 1943. Il Gran Consiglio del Fascismo vota a maggioranza un ordine del giorno presentato da Dino Grandi, che, chiedendo il ripristino dei poteri degli organi costituzionali (Parlamento, Corona), di fatto sfiducia Mussolini, mettendo fine a diciotto anni di una dittatura che, se negli anni precedenti aveva goduto di un grande seguito popolare, aveva poi gettato l’Italia nella tragedia della seconda guerra mondiale. Il Re Vittorio Emanuele III fa arrestare Mussolini e nomina Primo Ministro il Maresciallo Pietro Badoglio. Sul 25 luglio, sulle effettive intenzioni degli uomini che causarono la caduta del Duce, si discute e si discuterà ancora a lungo. Ma resta un dato di fatto: il fascismo fu liquidato dai fascisti e dal Re, né le attività clandestine di gruppi antifascisti ebbero alcun peso sull’estromissione di Mussolini dal potere.
Le ambiguità di Badoglio, l’illusione di poter tenere a bada contemporaneamente gli Alleati e i tedeschi, le incertezze di un Re più preoccupato delle sorti della Corona che di quelle della Patria, si tradussero in un mese e mezzo di politica ambivalente e pasticciona, col solo risultato di consentire ai tedeschi, che avevano ben poca fiducia nella lealtà del nuovo governo italiano, di rinforzare massicciamente la propria presenza militare nella penisola (limitata, al 25 luglio, a quattro divisioni). Quando l’otto settembre di quel tragico 1943 fu reso noto l’armistizio firmato unilateralmente cinque giorni prima dall’Italia con gli Alleati, le truppe tedesche furono pronte a disarmare numerosi reparti dell’esercito italiano e ad arrestare e deportare centinaia di migliaia di militari dell’ex alleato, ora considerato traditore. Lo sbandamento delle forze armate in quei terribili giorni fu quasi totale, anche se non mancarono episodi di resistenza eroica da parte di unità che non accettarono supinamente il disarmo. La nascita di quell’ombra di stato che fu la Repubblica Sociale e la conseguente divisione dell’Italia tra repubblica fascista al Nord, e Regno del Sud (nei territori che via via venivano conquistati dagli Alleati risalendo la penisola), segnarono l’inizio della guerra civile in Italia.
Le prime bande che si costituirono in funzione antitedesca e antifascista erano formate perlopiù da militari che erano riusciti a sottrarsi ai rastrellamenti massicci che le truppe germaniche iniziarono subito dopo l’otto settembre, o che non accettarono di servire nella Repubblica Sociale, considerata, a ragione, poco più che un paravento dei veri padroni, i tedeschi. Si trattava di unità isolate, senza collegamenti tra loro e senza una strategia definita, generalmente guidate da ufficiali che si sentivano comunque vincolati dal giuramento di fedeltà al Re. Ma la Resistenza assunse ben presto caratteristiche marcatamente politiche; l’armistizio preludeva inevitabilmente a uno sganciamento dell’Italia dall’alleanza con la Germania, con le inevitabili ritorsioni che sarebbero venute (come vennero) da quest’ultima. I partiti politici antifascisti, che iniziavano a ricomparire dalla clandestinità al passo dell’avanzata degli Alleati sul territorio italiano, non potevano rischiare un altro “25 luglio”, restando tagliati fuori dal gioco; le sorti della guerra erano segnate, la sconfitta della Germania era considerata inevitabile (anche se nessuno credeva che ci sarebbero voluti ancora quasi due anni di guerra) e si trattava di prepararsi per il futuro assetto che l’Italia avrebbe dovuto assumere al termine del conflitto. Il primo CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) sorse a Roma, già il 9 settembre 43. Lo fondarono Ivanoe Bonomi, indipendente, Alcide De Gasperi (Democrazia Cristiana), Alessandro Casati (partito liberale), Pietro Nenni (partito socialista), Mauro Scoccimarro (partito comunista) e Ugo La Malfa (partito d’azione). Aderì poi al CLN anche Meuccio Ruini, in rappresentanza della democrazia del lavoro. Al CLN Bonomi rivendicò il diritto di essere considerato come “l’unica organizzazione capace di assicurare la vita del paese”. Era un’affermazione perlomeno ottimistica, se non poco realistica, considerando che al momento il CLN rappresentava poco più che sé stesso, in una situazione nazionale di estrema confusione. Ma era stato gettato il seme, e l’incitamento “per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza e per riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni” veniva da un organismo politico e si sarebbe concretizzato nella costituzione di bande partigiane che esplicitamente si richiamavano agli ideali politici dei partiti di riferimento. I partigiani di Italia Libera aderivano al partito d’azione, una formazione d’élite che si sarebbe dissolta molto presto dopo la guerra, ma che raccoglieva uomini di grande valore come Parri, Lussu, Valiani, Garosci. Le Fiamme Verdi erano i partigiani di ispirazione cattolica, forti soprattutto nel Bresciano e nell’Udinese; con loro si unirono anche molti liberali e indipendenti. Le Brigate Garibaldi, braccio armato del partito comunista, furono il primo gruppo partigiano a darsi una struttura organica, istituendo a Milano, all’inizio del novembre 43, un Comando Generale, con Luigi Longo comandante generale e Pietro Secchia commissario politico.
Sarebbe qui interessante anche approfondire le differenze tra Resistenza al Nord e al Sud, ma non vogliamo esulare troppo dal nostro tema. Da quanto finora esposto appare già evidente che il movimento partigiano ebbe, aldilà del denominatore comune della lotta contro fascisti e nazisti, la caratteristica di raccogliere gruppi politici tra loro antitetici, riflettendo quell’innaturale alleanza tra Unione Sovietica e mondo capitalista, resa inevitabile dalla comune lotta contro il nazismo. Tuttavia ci sono alcuni punti che è importante sottolineare, perché ci aiuteranno a capire meglio la genesi di eventi come la strage di Porzus.

La Resistenza non ebbe in Italia un peso militare determinante, né lo avrebbe potuto avere, perché restò sempre un fenomeno elitario e comunque in buona parte legato, per la sua sopravvivenza, ai rifornimenti di armi, viveri, materiale, che gli Alleati iniziarono ad effettuare alla fine del 1943, dopo un primo incontro avuto in Svizzera da Ferruccio Parri con Allen Dulles, capo dei servizi segreti americani. Gli angloamericani del resto avevano interesse a mantenere il contatto e, per quanto possibile, il controllo sui gruppi partigiani, sia per operazioni di sabotaggio, di appoggio, di informazione, sia perché questi costituivano comunque la longa manus di quei partiti politici che avrebbero determinato la politica italiana del dopoguerra. E l’alleanza tra gruppi che sopra definivamo antitetici fece sì che nel movimento partigiano si trovassero contemporaneamente monarchici e repubblicani, liberali e comunisti, militari gelosi delle propria apoliticità contrapposti a quanti invece consideravano la Resistenza anzitutto un fenomeno politico. Una posizione del tutto peculiare era poi quella del partito comunista, che fu il partito che diede più combattenti di tutti gli altri alle forze partigiane, ma che era guardato con sospetto dai gruppi “alleati” per i suoi mai recisi legami con Mosca, e che a sua volta ricambiava con sospetto gli altri gruppi, ai quali via via attribuiva simpatie monarchiche, badogliane, capitaliste, se non addirittura tout court fasciste.
Se formalmente i gruppi partigiani dipendevano dal CLN e, per l’alta Italia, dal CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, costituito alla fine del 1943), delegato del CLN romano, di fatto la gran miscela di gruppi diversi generò anche due visioni ben diverse dello stesso concetto di lotta partigiana. I gruppi che facevano capo alla democrazia cristiana e che raccoglievano tra loro anche la maggior parte delle prime bande autonome (di origine, come vedevamo, perlopiù militare), nonché liberali e spesso anche azionisti, furono sovente accusati di attendismo dai comunisti quando decidevano di evitare scontri diretti con le truppe tedesche, se la disparità di forze faceva presumere l’inutilità militare dello scontro. Viceversa furono una creatura comunista i GAP (Gruppi di Azione Patriottica), piccoli gruppi di non più di cinque – dieci elementi, che agivano soprattutto nelle città, con azioni veloci contro tedeschi e fascisti. Le azioni dei GAP spesso non avevano alcun peso dal punto di vista militare, ma il loro scopo era dichiaratamente quello di mantenere una tensione contro l’occupante e di mantenere sempre vivo lo spirito di lotta del combattente partigiano, nonché quello, meno dichiarato, di mostrare a nemici e alleati che il partito comunista sapeva colpire con decisione e durezza.
Alle accuse di attendismo spesso veniva controbattuto, accusando i comunisti di inutile spietatezza e cinismo, perché le azioni dei GAP provocavano poi l’inevitabile rappresaglia tedesca. L’attentato di via Rasella, con la conseguente strage alle fosse Ardeatine, resta in questo senso emblematico. Ma, se vogliamo fare un altro esempio, un attentato come quello che costò la vita al filosofo Giovanni Gentile fu un’altra azione decisa autonomamente dal partito comunista ed attuata dai GAP, in un quadro di una lotta sempre più crudele.
Pensiamo di aver delineato abbastanza il quadro di frazionamento e di rivalità intestine che contraddistinse tanti momenti della lotta partigiana; ci scusiamo con gli amici lettori per la non breve digressione, peraltro indispensabile per inquadrare gli avvenimenti che andremo a rileggere.
La Divisione Osoppo era nata nella notte fra il 7 e l’8 marzo ’44, quando si erano incontrati al seminario di Udine don Ascanio De Luca, don Aldo Moretti e il parroco di Attimis, don Zani. In quella riunione era stata battezzata l’organizzazione clandestina con il nome del paese friulano, Osoppo, dove i patrioti risorgimentali combatterono gli austriaci. I partigiani che la componevano erano quasi tutti ex alpini, di tendenze democristiane, azioniste o liberali; i simboli della divisa erano il cappello con la penna d’aquila e il fazzoletto verde, “colore della speranza e delle nostre montagne, che ci distinguerà chiaramente dai fazzoletti rossi”, come disse uno dei fondatori, Don De Luca.
La base per il reclutamento e le prime azioni fu l’eccentrico e disabitato castello Ceconi a Pielungo, nella val d’Arzino. I due capitani Grassi (Verdi) e Cencig (Manlio), e don De Luca (Aurelio) formarono i primi reparti, rifornendosi di armi attraverso i lanci aerei organizzati dalle missioni alleate. Si presentò subito la questione dei rapporti con le formazioni garibaldine. Se comune appariva la guerra all’occupante tedesco, diverse erano le posizioni relative al “dopo” e cioè alla sistemazione dei confini a conflitto concluso. I trattati del 1924 avevano inserito nel territorio italiano ampie regioni miste o a maggioranza slava; correzioni e rettifiche apparivano ovvie; ma le rivendicazioni slovene erano inaccettabili per gli osovani. La comunanza ideologica tra sloveni e garibaldini alimentava il sospetto che questi ultimi volessero realizzare un’annessione “di fatto”. Le formazioni comuniste a loro volta ricambiavano la diffidenza, sospettando gli osovani di atteggiamenti reazionari, accusandoli di avere come primo scopo non la lotta ai nazifascisti, bensì la lotta ai comunisti. In questo clima, i periodici tentativi (ve ne furono una ventina) di creare un comando unificato finirono sempre nel nulla.
In particolare, un comando unificato si sarebbe dovuto costituire dopo un’incursione tedesca nel castello di Pielungo. Nel vecchio maniero gli osovani avevano rinchiuso alcuni militari tedeschi catturati in uno scontro. Reparti tedeschi, con un’improvvisa azione di commando, riuscirono a liberare i loro commilitoni. L’episodio ebbe conseguenze immediate: CLN udinese e regionale veneto (CRV) intervennero destituendo i due principali responsabili dell’Osoppo, Grassi – Verdi e De Luca – Aurelio, accusati di comportamento imprudente, non avendo predisposto sufficienti servizi di guardia, e affidarono al maggiore Manzin-Abba il comando provvisorio. Per i due capi osovani, arresto “sulla parola”, in attesa di decisioni. Cosa per nulla gradita a quelli dell’Osoppo, anzi. Peggio ancora fu quando a metà agosto, in un incontro CLN-garibaldini-osovani a San Francesco, sopra Pielungo, fu stabilito il nuovo organigramma dell’Osoppo. Al comando militare Abba, del Partito d’Azione, suo vice il comunista Bocchi-Ninci, capo delle Garibaldi. Commissario il comunista Lizzero-Andrea, vice-commissario l’azionista Comessatti-Spartaco. In pratica il “comando unificato” era posto in mano ai comunisti e agli azionisti, considerati loro paravento. Le formazioni osovane reagirono con una specie di golpe, al quale CLN e garibaldini dovettero arrendersi. Destituiti gli azionisti Abba e Spartaco, i vecchi comandanti tornarono ai loro posti. Ribaltamento incruento per fortuna, ma che la diceva lunga, se gli uni e gli altri si fronteggiavano mitra in spalla.
D’altra parte difficilmente gli osovani potevano accettare quella che di fatto si sarebbe tradotta in un “inglobamento” nelle formazioni garibaldine, quando le stesse, poche settimane prima, in località Piancicco, avevano sottratto, mitra alla mano, un carico di armi destinate alla Osoppo, paracadutate dagli Alleati.
Pur in questa continua contrapposizione, garibaldini e osovani riescono a combattere insieme quando, il 27 settembre 1944, irrompono da Tarvisio 30.000 uomini tra tedeschi, fascisti e cosacchi, ben decisi ad eliminare due zone libere, comprendenti 55 comuni sulle montagne e territori pedemontani al di qua e al di là del Tagliamento. Quest’oasi di libertà, che durava da poco più di due settimane, viene devastata con artiglieria, carri armati e due treni blindati. In tre giorni di battaglia nel triangolo Tarcento – Bergogna – Cividale i partigiani perdono oltre 400 uomini tra morti e dispersi. Il 2 ottobre i tedeschi attaccano nuovamente su tutto il fronte partigiano, da Meduno a Bordano, lasciando mano libera alle truppe cosacche, che si abbandonano ad ogni tipo di violenza. Le forze partigiane devono ripiegare. Il gruppo Brigate est della Divisione Osoppo si porta nella zona di Attimis, ponendo il proprio comando alle malghe di Porzus. In zona è presente anche la brigata Garibaldi – Natisone, che ha il suo comando nel vicino villaggio di Canebola.
La fratellanza d’armi che ha visto garibaldini e osovani combattere assieme sta nuovamente svanendo, perché altri avvenimenti erano nel frattempo maturati.
Il 6 settembre le truppe sovietiche, occupata la Romania, si erano congiunte all’armata popolare di Josip Broz (Tito). Con grande delusione degli alleati (che al futuro maresciallo avevano sacrificato il generale Mihailovic, leader della resistenza monarchica) Tito attuò la “svolta stalinista”. La pressione per definire la linea di frontiera lungo il Tagliamento si fece via via più accentuata. Risale al 9 settembre il messaggio di Kardelj, capo delle forze di liberazione slovene e luogotenente di Tito, ai capi comunisti dell’Alta Italia. Kardelj parlava di una “comune presa di potere nella regione Giulia di comunisti italiani e sloveni”. Ad una prima missione segreta, a giugno, del plenipotenziario sloveno prof. Urban (Anton Vratusa) al CLNAI di Milano aveva fatto seguito una seconda trasferta a settembre, con precise richieste sulla delimitazione dei confini. Cadorna, comandante militare del CLNAI si era dichiarato contrario, mentre Longo era favorevole alle richieste slovene. Fu deciso un rinvio a guerra conclusa, ma le aspirazioni slovene e la disponibilità comunista non erano un segreto e il clima di diffidenza e sospetto ai confini orientali non poteva che aumentare. Contribuì poi a gettare benzina sul fuoco la lettera di Palmiro Togliatti, segretario del partito comunista, con la quale si ordinava al comando della brigata Garibaldi – Natisone di porsi alle dipendenze operative del IX Corpus sloveno; la lettera conteneva anche il testo dell’ordine del giorno da approvare: “I partigiani italiani riuniti il 7 novembre in occasione dell’anniversario della Grande Rivoluzione (rivoluzione russa del 1917; n.d.a.) accettano entusiasticamente di dipendere operativamente dal IX Corpus sloveno, consapevoli che ciò potrà rafforzare la lotta contro i nazifascisti, accelerare la liberazione del Paese e instaurare anche in Italia, come già in Jugoslavia, il potere del popolo”.
Parlavamo in precedenza del potere più formale che sostanziale del CLN sulla condotta della guerra partigiana: di fatto un ordine operativo come quello sopra citato avrebbe dovuto pervenire, al più, dal comando del CLNAI. Se è doveroso riconoscere al partito comunista il più alto contributo, in uomini e in sangue, alla lotta di liberazione, è altrettanto doveroso sottolineare come il partito comunista perseguì sempre e comunque la sua propria politica, che si sostanziava nella cooperazione con gli altri partiti democratici (la cosiddetta svolta di Salerno era la rassicurazione che il PCI seguiva una via italiana al socialismo) attuata da Togliatti nel Regno del Sud e contemporaneamente nell’atteggiamento “internazionalista” che significava di fatto l’acquiescenza ai progetti sovietici che, nel caso dei confini orientali italiani, erano ben chiari e facevano conto sul leader jugoslavo Tito, allora considerato un docile stalinista.
In questo clima non c’è da stupirsi che gli osovani respingano la proposta di integrarsi anch’essi nel IX Corpus: la proposta poteva avere un senso dal punto di vista operativo, per porre sotto un unico comando tutte le forze impegnate nella lotta contro fascisti e nazisti. Ma ormai l’ordine normale delle cose era stravolto: gli alleati erano tra loro avversari sempre meno il comune nemico poteva cementare una fiducia che non esisteva più. Il 7 novembre 1944, mentre a Canebola i garibaldini festeggiano l’adesione alle formazioni di Tito, a Porzus il capitano De Gregori (Bolla), che già si trovava a forza ridotta perché molti partigiani erano stati inviati in licenza per la sospensione invernale delle operazioni, convoca i suoi e fa presente la situazione di tensione che si è creata con la Garibaldi – Natisone. “Vogliono farci sloggiare. Chi vuole andarsene è libero di farlo. Io resto”. Restarono alle malghe in una ventina.
Chi volle l’eccidio del 7 febbraio? La risposta a tutt’oggi non è sicura. Di certo c’è l’esistenza di una lettera firmata da Kardelj, indirizzata a Vincenzo Bianchi, nome di battaglia Vittorio, rappresentante del Partito comunista italiano presso il IX Corpus, che era tornato da Mosca insieme con Togliatti, in cui lo si invita a liquidare le formazioni partigiane che, in Friuli, non accettano di porsi agli ordini del IX Corpus. Ed altrettanto certo è che, dopo il rifiuto degli osovani a integrarsi nel comando del IX Corpus sloveno, incominciano a circolare, sempre più insistenti, le voci di tradimento. Queste voci d’altra parte trovavano facile esca in alcuni contatti, peraltro mai negati dai partigiani osovani, sia con la Decima Mas, sia con il federale fascista di Udine, Cabai, che si fa latore di un’ambigua proposta dell’ SS Sturmbannfuhrer (tenente colonnello) Von Hallesleben, comandante della piazza di Pordenone. In entrambi i casi si propone agli osovani di formare un fronte comune contro i comunisti e, nel caso della Decima Mas, contro comunisti e nazisti, in nome della difesa dell’italianità del Friuli. Erano gli ultimi mesi di una guerra le cui sorti erano ormai chiare a tutti e nell’atmosfera un po’ surreale da si salvi chi può le proposte stravaganti non mancavano. Bisogna sottolineare che in entrambi i casi fu la Osoppo ad essere sollecitata alle trattative, che non furono una sua iniziativa; e in entrambi i casi le proposte furono respinte. Ma mentre le proposte tedesche furono dirette ed immediatamente rifiutate con due lettere (28 dicembre 1944 e 10 gennaio 1945) di don Aldo Moretti consegnate all’arcivescovo Nogara, che a sua volta le consegnò al federale Cabai, nelle proposte di Borghese, comandante la Decima Mas, non mancò chi vide lo zampino del maggiore Nicholson, che guidava la missione inglese in zona, e che avrebbe voluto così acuire, in chiave anticomunista, la divisione tra osovani e garibaldini. In questo groviglio ambiguo due cose sono certe: il comando della Osoppo non strinse alcun accordo con fascisti e nazisti, ma il fatto stesso degli avvenuti contatti servì ad alimentare il clima ormai avvelenato tra osovani e garibaldini. Più interessante, dal punto di vista sostanziale, ci sembra la vicenda di Elda Turchetti. Questa ragazza di Pagnacco, paese dove i tedeschi avevano depositi di carburante, viene segnalata da Radio Londra (probabilmente su analoga segnalazione del maggiore Nicholson) come spia al soldo dei nazisti. Spaventata, si rivolge a un amico partigiano garibaldino per protestare la propria innocenza. Questi l’accompagna da Mario Toffanin, Giacca, comandante dei GAP di Udine, che si comporta in modo decisamente strano. Se fosse stato sicuro che la Turchetti era una spia Giacca l’avrebbe senza dubbio uccisa; nel dubbio, l’avrebbe dovuta consegnare al proprio comando per gli accertamenti. Invece Elda Turchetti viene consegnata da Giacca a Tullio Bonitti, capo della polizia interna della Osoppo, che a sua volta conduce la ragazza a Porzus. Perché una sospetta spia veniva consegnata proprio alla formazione più volte accusata di mantenere ambigui rapporti col nemico? Ci fu chi disse che la Turchetti venne consegnata alla Osoppo per fare realmente la spia, per conto di Giacca contro la Osoppo. Difficile sapere la verità, perché la Turchetti fu uccisa a Porzus.
E siamo arrivati a parlare nuovamente di Mario Toffanin, Giacca. Padovano, nato il 9 novembre 1912, a tredici anni era già operaio ai Cantieri San Marco di Trieste. Iscritto dal 1933 al partito comunista clandestino; sei anni dopo, ricercato, riparava a Zagabria. Aderì al movimento partigiano di Tito fin dall’invasione delle forze dell’Asse nell’aprile del 1941. I compagni jugoslavi dovevano avere in lui molta fiducia perché lo inviarono in missione prima alla federazione comunista di Trieste, poi a quella di Udine per “dare la sveglia” ai compagni italiani. Giacca non fu mai un partigiano combattente vero e proprio: trovò la sua collocazione migliore nei GAP. Del resto, era poco propenso alla disciplina di tipo militare, ma in compenso era fedelissimo al partito. E dalla federazione comunista di Udine gli arrivò l’ordine di “liquidare” il problema della presenza osovana a Porzus, con la specifica che si trattava di un ordine del comando supremo. L’ordine è del 28 gennaio 1945. Il tempo di organizzare l’azione, radunando un centinaio di uomini dei GAP a Ronchi di Spessa e il 7 febbraio Giacca sale alle malghe di Porzus, coadiuvato dai suoi luogotenenti Aldo Plaino e Vittorio Iuri. Pare che gran parte degli uomini fossero all’oscuro degli scopi della missione; molti ignoravano anche dove si stesse andando.
Il comandante osovano Bolla non si allarma per le segnalazioni delle sentinelle, che vedono salire alle malghe la lunga fila di uomini: era atteso un battaglione di rinforzo, richiesto al comando divisione Osoppo proprio per l’acuirsi delle tensioni tra garibaldini e osovani. Gli uomini di Giacca ostentano un’aria dimessa, nascondono le armi sotto gli abiti, pochissimi portano il fazzoletto rosso. Spiegano alle sentinelle di essere partigiani sbandati dopo uno scontro con i nazifascisti; ma mentre in due parlamentano con le guardie della Osoppo, il grosso degli uomini inizia ad accerchiare la zona. Poi, è la strage. Il capitano Bricco si salva, come vedevamo in apertura, solo perché viene ritenuto morto. Tra i venti partigiani portati via, si salvano solo Leo Patussi e Gaetano Valente, il cuoco, che, per aver salva la pelle, chiedono di essere accettati tra i garibaldini. Per gli altri non c’è scampo. L’irruzione alle malghe non aveva portato alcuna prova del “tradimento” della Osoppo, salvo la presenza in luogo della Turchetti; ma vedevamo prima che era stato lo stesso Giacca a consegnare la presunta spia agli osovani.
Le uccisioni durano fino al 18 febbraio nel Bosco Romagno, dove poi verranno ritrovati i corpi, mal sotterrati.
Dopo l’azione a Porzus, Toffanin, Plaino e Iuri, i triumviri che avevano guidato i battaglioni di GAP, fecero una relazione scritta, indirizzata alla Federazione comunista di Udine e al Comando del IX Corpus Sloveno, nella quale si sottolineava che l’azione era stata effettuata “col pieno consenso della Federazione del partito”. La relazione (che, come si nota, non era indirizzata ad alcun organo della Resistenza) cercava di giustificare le uccisioni con affermazioni fantasiose (i comandanti Bolla ed Enea che al momento della fucilazione non trovano di meglio che gridare “viva il fascismo internazionale”, i partigiani osovani “figli di papà” che “giacevano in comodi sacchi a pelo ed erano provvisti di tutti i conforti”), ma non allegava alcuna prova concreta.
Quanto è accaduto alle malghe inizia a delinearsi. Quando Mario Lizzero, commissario politico delle brigate Garibaldi in Friuli viene a sapere dell’accaduto va su tutte le furie e chiede che Giacca e i suoi luogotenenti siano fucilati. Non riesce ad ottenerlo, riuscirà solo a farli destituire dalle loro cariche di comando nei GAP. Ostelio Modesti e Alfio Tambosso, segretario e vice segretario della federazione del PCI di Udine, forse iniziano a rendersi conto che è stata una grave imprudenza affidare la missione a Mario Toffanin, ottimo elemento per le azioni spicce e violente dei GAP, ma rozzo e violento e con un certificato penale già ben nutrito di reati, furto, rapina, omicidio, sequestro di persona, che nulla avevano a che vedere con azioni militari o politiche. Ma adesso è troppo tardi per i ripensamenti e viene scelta la linea di condotta peggiore, quella di gettare tutta la croce addosso a Giacca, (che avrebbe mal inteso gli ordini) favorendone peraltro l’espatrio in Jugoslavia, insieme ad altri implicati nella strage.
Dopo che un’inchiesta del Comando Regionale Veneto non è approdata a nulla, il CLN di Udine decide la costituzione di una commissione d’inchiesta, formata da un rappresentante della Osoppo, uno della Garibaldi e presieduta da un membro del CNL stesso. Ostelio Modesti, il segretario del PCI di Udine, ha continuato la sua politica dello struzzo, opponendo inerzia al Comando Regionale che gli chiedeva di incontrare i responsabili della spedizione alle malghe. Ora la commissione del CLN dovrebbe chiarire le cose, ma si fa ancora tutto il possibile per ritardare, finché si arriva al 25 aprile, all’ordine di insurrezione generale, che fa passare ovviamente in secondo piano qualsiasi altra questione.
Sarà la magistratura ordinaria ad occuparsi della strage di Porzus, in seguito alla denuncia presentata il 23 giugno 1945 al Procuratore del Re di Udine dal Comando Divisioni Osoppo. Il processo ebbe inizio solo sei anni dopo, nell’ottobre 1951, davanti alla Corte d’Assise di Lucca, dove era stato trasferito per “legittimo sospetto” e motivi di ordine pubblico e dopo un palleggiamento tra magistratura ordinaria e militare. Il dibattimento d’appello si svolse a Firenze tra l’1 marzo e il 30 aprile 1954. Dopo quasi un decennio dalla strage di Porzus veniva resa definitiva la sentenza che condannava Giacca e i suoi due luogotenenti all’ergastolo. Tutti e tre erano riparati da anni in Jugoslavia. Chi pagò un conto probabilmente non suo fu Ostelio Modesti, condannato a trent’anni, di cui nove scontati effettivamente. Parimenti conobbero il carcere altri imputati minori, che nessuno si era preoccupato di far espatriare, mentre per effetto di successive amnistie e indulti le condanne all’ergastolo vennero definitivamente cancellate il 15 maggio 1973. A questo punto Mario Toffanin avrebbe potuto tranquillamente tornare in patria; ma i suoi conti con la giustizia non si limitavano a reati politici o comunque connessi ad eventi della guerra partigiana. L’ex gappista, stabilì la Procura della Repubblica di Trieste, doveva scontare trent’anni per effetto di cumulo di pene definitive, irrogate per una serie impressionante di reati, dal sequestro di persona, alla rapina aggravata, all’estorsione, al concorso in omicidio aggravato e continuato. E Toffanin restò in Jugoslavia, rilasciando spesso interviste in cui rivendicava la legittimità della sua azione a Porzus, volta all’eliminazione di “spie e traditori”.
Le inchieste e l’interminabile processo avevano comunque lasciato irrisolto il problema centrale: chi aveva dato l’ordine dell’azione a Porzus? E l’ordine era di uccidere, o la parola liquidare andava diversamente intesa? Come dicevamo sopra, l’atteggiamento del PCI di Udine, nella persona del segretario Modesti, fu il peggiore, perché volle difendere a tutti i costi una causa persa, probabilmente temendo più gravi ripercussioni per tutto l’apparato di partito e per la stessa operatività delle brigate Garibaldi, che peraltro nulla autorizza a dire che fossero implicate coi loro comandanti nella strage. Modesti sbagliò con le sue mille reticenze, ma ebbe la dignità di farsi in silenzio anche il carcere, forse non meritato, ma subìto in nome di una disciplina di partito che si può disapprovare, ma che, laddove viene pagata di persona, è degna di rispetto.
Francamente ci appare incredibile pensare come mandanti della strage di Porzus lo stesso PCI o il comando della Garibaldi – Natisone; se esponevamo ampiamente tutti i contrasti profondi che dividevano garibaldini e osovani, non per questo crediamo che questi contrasti potessero sfociare in atti di selvaggia crudeltà, eseguiti a freddo e senza altra motivazione che l’odio ideologico. Piuttosto ci pare credibile l’opinione espressa da Alberto Buvoli, direttore dell’Istituto Friulano per la Storia del movimento di Liberazione, che in un’intervista del 30 luglio 1997 al Corriere della Sera diceva: “L’ordine di intervenire a Porzus venne dagli Sloveni. La responsabilità della federazione comunista di Udine è semmai di aver affidato il compito a Giacca, noto squilibrato, con una fedina penale già sporca. Quando Lizzero, commissario politico delle Brigate Garibaldi venne a sapere della strage, chiese che Giacca e i suoi venissero fucilati… ma Giacca era protetto dagli sloveni”. Ci permettiamo di aggiungere una notazione a quanto dichiarato da Buvoli: con ogni probabilità il comando del IX Corpus diede l’ordine dell’azione, imponendo anche che fosse compiuta dal Toffanin, che era comunque un loro uomo, da loro proveniva e da loro, non a caso, tornò. Giacca era il più qualificato per eseguire un ordine nello stile di chi, non scordiamolo, inventò le foibe come strumento di dialettica politica con gli oppositori. A poco vale obiettare che l’irrilevante numero di osovani non avrebbe potuto costituire alcun ostacolo all’eventuale dilagare fino al Tagliamento del IX Corpus. Se il pericolo non esisteva sotto il profilo militare, era comunque da eliminare una sacca di dissidenza, altrettanto pericolosa in un’ottica di cieco fanatismo politico. A questo punto la funzione del PCI di Udine sarebbe stata solo e unicamente quella di “passacarte”, perché neanche la scelta di Toffanin come esecutore era loro. Purtroppo, come dicevamo, una disciplina di partito rigida e assoluta impedì di fare piena luce. Ma riteniamo che la nostra ipotesi non sia del tutto priva di fondamento.
E qui potremmo chiudere questa breve rilettura di una delle pagine più tristi della nostra storia nazionale. Ma c’è un ultimo mistero, questo destinato a restare irrisolto. Cosa spinse Sandro Pertini nel luglio del 78, appena eletto Presidente della Repubblica, a concedere la grazia a Giacca? L’ex gappista, lo ricordavamo prima, aveva un pesante debito con la giustizia per reati ordinari, essendo estinte le pene per i fatti di Porzus da provvedimenti di successivi indulti e amnistie. Il settimanale L’Espresso pubblicò, il 25 settembre 1997, un’inchiesta al proposito, ma si scontrò con una diffusa epidemia di amnesia, malattia che aveva colpito il consigliere giuridico di Pertini, il segretario generale del Quirinale, perfino il funzionario della presidenza che si occupava all’epoca proprio delle pratiche di grazia. Quanto al guardasigilli dell’epoca, il professor Bonifacio, era già morto da diversi anni. Mistero. Tuttavia Mario Toffanin, comandante Giacca, nonostante la grazia restò in Slovenia. Forse perché la sentiva come la sua patria, forse perché temeva di fare qualche spiacevole incontro rientrando in Italia.

“Giacca” all’epoca della Resistenza di PAOLO DEOTTO

Bibliografia

Porzus, due volti della Resistenza, di Marco Cesselli – Ed. La Pietra, Milano 1975

Porzus, dialoghi sopra un processo da rifare, di Alexandra Kersevan – Ed. Kappa Vu, Udine 1997

L’Italia della guerra civile, di Indro Montanelli e Mario Cervi – Ed. Rizzoli, Milano 1983

L’esercito di Salò, di Giampaolo Pansa – Ed. Mondadori, Milano 1970