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Nessuno lo dice ma in Iraq e Siria è guerra di religione


img-_innerArt-_taglia22Che fare in Iraq e Siria? Che l’Occidente non abbia una strategia per affrontare il rapido precipitare della guerra irachena e di quella siriana, ormai unificate, è un fatto reso ancor più evidente dalle timide e incerte iniziative di europei e statunitensi. Abbiamo rimosso la guerra dal nostro linguaggio e anche se disponiamo paradossalmente della più sofisticata tecnologia bellica mai posseduta dall’umanità siamo del tutto incapaci sul piano politico e sociale di impiegarla per vincere i conflitti. Questo Occidente non è più neppure in grado di chiamare le guerre col loro nome. In Iraq e in Siria è in atto un conflitto tra sunniti e sciti che vede lo Stato Islamico (IS) controllare territori abitati dalla popolazione sunnita combattere contro eserciti e milizie scite di  Baghdad e Damasco. Al fianco dell’IS vi sono Paesi  e ambienti finanziari e politici di Paesi sunniti quali la Turchia e le monarchie del Golfo. Con le forze regolari siriane e irachene sono saldamente schierati l’Iran e il movimento scita libanese Hezbollah .

Perché allora non definire il conflitto in atto una guerra di religione?

61561Image11Siamo forse così schiacciati dal peso delle parole e delle convenzioni ipocrite che ci siamo autoimposti negli ultimi 40 anni nel nome della correttezza politica da non riuscire a pronunciarle per paura di dover affrontare la realtà? Dopo 13 anni abbiamo già rimosso tutte le lezioni apprese dall’11 settembre 2001 per paura di dover accettare le conseguenze di una guerra che è inevitabilmente, come lo sono state molte delle più grandi e lunghe guerre dell’umanità, uno scontro di civiltà.

Inutile fingere di meravigliarsi. La guerra di religione, lo scontro tra sunniti e sciti, era un obiettivo dichiarato di Osama bin Laden e di Musayb al-Zarqawi, leader di al-Qaeda in Mesopotamia, organizzazione jihadista che ha poi originato l’ISIS e oggi lo Stato Islamico. Anche l’eliminazione fisica delle minoranze come cristiani e yazidi rientra da sempre nei programmi pubblicamente annunciati dai jihadisti e del resto le violenze contro i cristiani in Iraq (e in tutto il mondo sunnita) e il loro esodo da Mosul non sono certo cominciati il mese scorso.

2014-08-17-Situation-Report-HIGH-012Così come non sono certo iniziate con l’uccisione di James Foley le barbare esecuzioni di ostaggi occidentali da parte di militanti islamici. Ne abbiamo visti tanti di video del genere negli anni scorsi ma li abbiamo rimossi imponendoci di credere che fossero la risposta “all’imperialismo di George Bush” invece che una dimostrazione di odio, un atto di guerra nei confronti nostri e della nostra civiltà. Che l’Islam sia un problema per il mondo intero è sotto gli occhi di tutti, soprattutto perché se gli estremisti si fanno notare molto bene, i cosiddetti “moderati” sembrano avere  voce flebile. Eppure, come ha evidenziato Massimo Introvigne  sulla Nuova Bussola Quotidiana,  l’Occidente  è pieno di studiosi dell’Islam pronti a sostenere interpretazioni buoniste e introspettive della parola “jihad”.

L’Europa finge di accorgersi solo oggi che ci sono islamici che sterminano cristiani per non dover fare i conti con la sua coscienza e con il dovere di armarli o difenderli con le sue potenti, deboli armi: potenzialmente devastanti e tecnologicamente avanzate ma inutili perché non abbiamo il coraggio di impiegarle né soprattutto ideali per i quali riteniamo necessario combattere.

Abbiamo perso a tal punto ogni senso d’appartenenza nazionale e culturale da non trovare un solo motivo, valore o interesse  per cui valga la pena fare una guerra? Se è così l’IS ha già vinto perché i suoi miliziani (che sono sempre di più anche in Europa) sono pronti a uccidere e morire per la loro causa.  Sarebbe sufficiente leggere, sempre sulla NBQ,  l’analisi di Luigi Santambrogio sui jihadisti in Europa per comprendere che dobbiamo svegliarci e anche in fretta.

ISISmappa1Come ha sottolineato sabato Edward Luttwak in un’intervista a Il Giornale, l’opinione pubblica in Italia e in Europa si è mobilitata per i civili palestinesi di Gaza ma non si è contata neppure una manifestazione per i cristiani iracheni. Merito certo di decenni di cultura terzomondista e di relativismo culturale ma anche un sintomo evidente di come le leadership e i popoli occidentali non abbiano neppure la percezione di quali siano gli interessi strategici da difendere.

Certo gli Stati Uniti possono avere molti vantaggi a “giocare sporco” anche in questa crisi per favorire il caos nelle aree energetiche nel momento in cui si avviano diventare il più grande esportatore di gas e petrolio. Ma noi europei di quel gas e petrolio in Medio Oriente e Nord Africa abbiamo e avremo bisogno: non possiamo permetterci di non avere una strategia, di non combattere o di non scegliere da che parte stare.

isis-640Eppure proprio questo stiamo facendo, favorendo l’affermazione dei jihadisti dalla Libia all’Iraq, come se la questione non ci riguardasse. Per questo oggi non armiamo i cristiani iracheni e aiutiamo i curdi così blandamente da risultare ininfluenti, con l’ossessione di non irritare Baghdad e Ankara che temono un Kurdistan indipendente. Al tempo stesso esitiamo a mobilitarci contro l’IS per non irritare le monarchie sunnite del Golfo che hanno investito centinaia di miliardi di dollari in Europa e oggi influenzano in modo sempre più imbarazzante la nostra politica estera.

Fingiamo così di non sapere che la Turchia, nostro alleato nella NATO, è anche il Paese che ha ospitato e fornito aiuti alle milizie jihadiste dell’attuale Stato Islamico per sostenerle nella guerra contro il regime siriano. Cosa che abbiamo fatto anche noi europei insieme agli americani ponendoci in antagonismo alla Russia, unico grande Paese rimasto a difendere la cristianità e i valori occidentali contro l’islamismo.

ISISS1_673769S11Meno di un anno or sono Washington e alcuni alleati europei erano pronti a bombardare Damasco per abbattere Bashar Assad come avevano abbattuto Muammar Gheddafi spianando la strada ai jihadisti. Oggi in Libia qaedisti e Fratelli Musulmani stanno vincendo grazie anche al disinteresse dell’Europa e dell’Italia mentre  in Siria rifiutiamo di riconoscere i nostri errori ma saremo costretti ad aiutare Assad a combattere l’IS. Non perché il regime siriano sia composto da cherubini ma semplicemente perché è nei nostri interessi farlo e perché in Medio Oriente e Africa ci conviene fare i conti con regimi laici, anche se non del tutto simili alla democrazia svizzera, piuttosto che con Emirati e Califfati che decapitano e torturano gli infedeli.

images5Nella storia il pragmatismo ha sempre indotto gli Stati a modificare alleanze e schieramenti, sport in cui l’Italia è stata “maestra” nei due conflitti mondiali fino al tradimento del Trattato di amicizia con Gheddafi nel 2011. Basti ricordare che la Seconda guerra mondiale iniziò nel 1939 con i sovietici che si spartivano la Polonia con gli alleati tedeschi e termino con l’Armata Rossa che occupava Berlino. Allora però c’erano statisti a guidare le nazioni non gli improvvisati di esile spessore che guidano oggi le cancellerie europee.

Il realismo militare impone di valutare che solo i curdi e le truppe siriane sono in grado di fermare lo Stato Islamico.

L’esercito iracheno è allo sbando, non regge il campo di battaglia mentre nessun Paese occidentale sembra intenzionato a mandare i suoi soldati a combattere i jihadisti. Come hanno sottolineato esponenti militari a Londra e Washington la guerra non si vince se non si combattono le forze di Abu Bakr al-Baghdadi anche in Siria.

“L’IS deve essere sconfitto in Iraq e in Siria prima che si espanda in tutta la regione”, ha detto Lord Dannatt ex capo di stato maggiore dell’esercito britannico. Infatti la gran parte dei mezzi pesanti catturati dai jihadisti falle truppe irachene sono stati portati nelle basi in Siria strappate all’esercito di Assad, al riparo dai cacciabombardieri americani. In questi giorni jet americani, iracheni e siriani hanno bombardato le milizie dell’IS ma lo hanno fatto in ordine sparso, senza coordinamento e in settori diversi esercitando così una pressione limitata sui jihadisti. Abu Bakr al-Baghdadi ringrazia.

di Gianandrea Gaiani 28 agosto 2014, da La Nuova Bussola Quotidiana

L’EU si inchina alla madre patria

Settantaquattro militari uccisi, 19 dispersi e 171 feriti da parte russa, 115 soldati morti tra i georgiani. E’ sufficiente il bilancio delle perdite in quattro giorni di guerra in Georgia per comprendere  il motivo dell’ennesima figuraccia dell’Europa. Neppure tutti insieme i paesi della Ue sarebbero in grado di subire 74 caduti (non in quattro giorni ma neppure in un anno) per difendere la Georgia.

Nessun governo dell’Europa Occidentale è pronto a “morire per Tbilisi” né a spiegare alla propria opinione pubblica che occorre combattere per la libertà , la democrazia e soprattutto per i nostri interessi energetici nel Caucaso.

La posta in gioco in quella regione non ha nulla a che fare con la simpatia o meno per il presidente georgiano Mikhail Saakashvili, né con il sostegno alle rivendicazioni georgiane su Abkhazia e Ossezia del Sud che proprio l’Occidente ha reso discutibili riconoscendo un’indipendenza raffazzonata e traballante al Kosovo. L’Europa dovrebbe però difendere la Georgia principalmente per interesse.

Oltre a essere filo-occidentale al punto da inviare in Iraq 2.000 soldati e da aver chiesto l’adesione alla NATO, la Georgia è attraversata da pipeline che costituiscono l’unica via di approvvigionamento energetico proveniente dai giacimenti dell’Asia Centrale che non si sviluppi sul territorio russo.

Questo significa che difendere l’indipendenza di Tbilisi è di interesse strategico prioritario per tutti noi se non vogliamo dipendere completamente da Medvedev e Putin che utilizzano gas e petrolio per riportare Mosca ai fasti di grande potenza.

I russi, come i georgiani, sanno combattere e morire per i loro interessi nazionali. Noi non più e non ce ne vergogniamo neppure. Mentre i russi violavano l’accordo di cessate il fuoco firmato il 12 agosto scatenando i tagliagole dei battaglioni ceceni nei villaggi georgiani (lo confermano i media internazionali e Human Rights Watch) i ministri degli esteri della Nato si sono riuniti solo il 19 (su richiesta urgente di Washington), per discutere del conflitto concludendo i lavori con un documento debolissimo che critica Mosca senza però varare serie contromisure contro il neo-imperialismo di Putin.

Se Mosca lo ordinerà , i tank della 58a Armata potrebbero espugnare Tbilisi prima che dall’Europa qualcuno si decida ad alzare la voce e a farsi garante dell’indipendenza del piccolo paese caucasico. Eppure a fine luglio erano presenti in Georgia  1.800 soldati e una flotta della Nato, navi impegnate in esercitazioni ma dileguatesi ora che c’è da fare sul serio, per esempio impedendo alla flotta di russa di attuare un blocco illegale ai porti georgiani.
Mentre i russi demolivano le infrastrutture militari georgiane e il porto di Poti la Ue farneticava di una missione, ovviamente di pace, con 2/5.000 soldati sotto le insegne dell’Osce o delle Nazioni Unite.
Tutta aria fritta  ma se anche tale missione avesse un senso non potrebbe essere varata prima di due mesi. Intanto i militari russi e le milizie irregolari ossete e abhkaze hanno terrorizzato la popolazione e saccheggiato case e villaggi portando via persino i sanitari, gli infissi e i rivestimenti.
Scene già  viste quindici anni or sono a Vukovar, nelle Krajine e poi in Bosnia. Nel cortile di casa di un’Europa all’epoca imbelle davanti al conflitto jugoslavo e oggi infastidita dalla crisi caucasica di ferragosto, quasi che il neo imperialismo russo non fosse affare nostro.
Ad abbassare ulteriormente il profilo dell’eventuale intervento europeo, nel timore ossessivo di irritare Mosca, il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, ha dichiarato che si tratterebbe di “osservatori e facilitatori europei ma non parlerei di una forza di pace”.
Eppure con 2,2 milioni di soldati (il doppio dei russi) e un bilancio della Difesa complessivo di 200 miliardi di euro (sette volte quello russo) gli europei avrebbero potuto inviare rapidamente a Tbilisi almeno una brigata di paracadutisti, una ventina di caccia da difesa aerea e una forza navale sufficienti a scoraggiare Mosca dal penetrare in territorio georgiano. Invece Jim Murphy, sottosegretario britannico agli Affari Europei, ha dichiarato il 12 agosto che “l’offensiva russa in Georgia è brutale ma l’invio di truppe occidentali a sostegno di Tbilisi è fuori discussione”.
Un bel regalo al comando russo, incoraggiato anche dal ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier secondo il quale “l’Unione europea deve avere buone relazioni con tutti, anche con i russi”.
Un’affermazione salomonica ma pericolosa per un’organizzazione che aspira almeno a parole a ricoprire un ruolo chiave negli equilibri strategici mondiali e, proprio per questo, non potrà  andare sempre d’accordo con tutti. Oltre a registrare l’ennesima figuraccia di un’Europa codarda c’è da stupirsi nel costatare quanto sia degradato negli ultimi due decenni lo spessore dei politici del Vecchio Continente, timorosi quanto impreparati o forse timorosi proprio a causa della propria incapacità .
Non c’è da stupirsi se a Tbilisi la delusione per il “tradimento” di UE e Nato porta a fare paragoni con le invasioni sovietiche di Ungheria e Cecoslovacchia, paralleli che a noi suonano anacronistici perchè non ci siamo mai trovati i cosacchi ad abbeverare i cavalli nelle nostre fontane.
A Tbilisi e nell’est Europa hanno avuto esperienze diverse e infatti per trovare un sussulto di dignità  europea bisogna spostarsi a oriente dove le tre Repubbliche Baltiche e la Polonia (che di invasioni russe se ne intendono) hanno criticato pesantemente il piano di pace del presidente francese Nicolas Sarkozy, non solo perchè i russi non lo rispettano, ma perchè non vi è menzionato il diritto della Georgia all’integrità  territoriale.
Una “dimenticanza” sufficiente a dimostrare quanto la Ue abbia calato le braghe davanti all’orso russo.

di Gianandrea Gaiani

Guerra tra Arabi : Sunniti contro Al-Qaeda

L’esercito americano tratta troppo bene i terroristi di al-Qaeda che vengono catturati”.
È questa l’accusa incredibile lanciata dallo sceicco Hamid al-Hayas, presidente del Consiglio di Salvezza di al-Anbar, l’alleanza delle tribù della provincia sunnita irachena sorta alcuni mesi fa per cacciare i terroristi di al-Qaeda dai loro territori con il sostegno del governo di Bagdad.

Intervistato dal giornale arabo al-Sharq al-Awsat, il capo tribù iracheno accusa gli americani di trattare bene i detenuti di al-Qaeda che vengono catturati e chiede che questi terroristi siano sottoposti alle dure regole del codice tribale. Dalla città di Amiriya, nel mezzo della provincia di al Anbar, un movimento popolare – non per questo meno efficace o letale – di resistenza sta contendendo ai guerriglieri binladenisti il controllo del territorio.
Gli iracheni di al Anbar non vogliono che l’enorme provincia – fino a oggi l’area più pericolosa del paese, assieme alla capitale Bagdad – sia trasformata dai combattenti stranieri nell’“Emirato islamico d’Iraq”. Riconoscono il governo centrale di Bagdad e chiedono spesso l’aiuto e la cooperazione di truppe regolari irachene e americane per battere gli estremisti.

Gli americani sono troppo teneri quando trattano con i terroristi che sono detenuti presso di loro. Chiedo sempre loro: perché arrestati i nemici? Dateli a noi che abbiamo le nostre leggi tribali. Sono tradizioni che non possono cambiare e dicono solo una cosa: che il nemico deve essere ucciso”.

Secondo lo sceicco sunnita iracheno “se queste regole tribali non vengono applicate nella lotta al terrorismo allora al-Qaeda si diffonderà con maggior vigore” (infatti l’erbaccia va estirpata e non semplicemente potata NdB).
Al-Hayas ha maturato ormai una lunga esperienza nella lotta contro i combattenti stranieri presenti in Iraq. Guida le milizie che danno la caccia ad al-Qaeda nella zona desertica della provincia di al-Anbar, a ovest di Bagdad. Al giornale arabo dice di essere orgoglioso delle vittorie che i suoi uomini hanno conseguito finora nel combatterli ed esprime un desiderio: “Vogliamo trasformare il capoluogo della nostra provincia, Ramadi, nella Dubai dell’Iraq.

Fino a sei mesi fa i terroristi circolavano liberamente, tanto da aver anche diffuso su Internet un video nel quale si mostravano alcuni miliziani intenti a tenere lezioni all’interno della scuola elementare cittadina. Libertà che i terroristi non hanno più avuto invece dalla nascita delle milizie tribali di al-Anbar. “Al-Qaeda è diventata un cancro del nostro paese”.

Fu con queste parole che il capo della nota tribù sunnita irachena degli al-Duleimi, lo sceicco Majid Abdel Razzaq al-Ali Suleiman, rispose in un’intervista rilasciata al giornale arabo al-Sharq al-Awsat sul perché abbia deciso di combattere il gruppo terroristico attivo nel paese. Gli ordigni alla clorina stanno ormai diventando una sorta di arma prediletta da parte di al-Qaeda contro i sunniti. Il capo degli al-Duleimi ha spiegato inoltre perché tutti i capi delle tribù sunnite hanno deciso di allontanare i terroristi stranieri dal proprio territorio.

Abbiamo preso questa decisione – afferma – dopo aver visto che le autobomba colpivano anche i civili, gli studenti, gli Ulema e gli ospedali. Questa non è resistenza. Adesso tra gli uomini della polizia e dell’esercito c’è gente della nostra tribù e noi ci fidiamo solo di loro”.

Da mesi, diversi clan della regione di Al Anbar, una delle più infestate dalla guerriglia, hanno formato una coalizione per combattere i ribelli dello “Stato islamico dell’Iraq”, il cartello che riunisce i gruppi qaedisti. L’organizzazione di al Qaeda in Iraq ha intenzione di assumere il controllo delle aree sunnite del paese, una volta che le truppe americane avranno lasciato l’Iraq, per dare vita a uno stato islamico.

Secondo le analisi condotte dall’intelligence Usa, e riportate dal Sunday Times, al Qaeda vuole creare una enclave terroristica nelle province di Bagdad, al Anbar, Diyala, Salahuddin, Nineveh e parte di Babil. “Al Qaida è in procinto di creare la sua prima roccaforte in Medio Oriente – ha ammonito un funzionario Usa – se dovesse avere successo, sarebbe una catastrofe, ma anche un serio rischio per l’Arabia Saudita e la Giordania” (alla faccia delle anime pie che razzolano alla nostra sinistra NdB).
Sarebbe stato proprio tale piano a innescare lo scontro in atto nel paese tra lo Stato islamico in Iraq, la coalizione dei ribelli sunniti guidata da al Qaeda, e i gruppi sunniti più moderati, per la conquista del controllo delle zone centrali e occidentali del paese. Gli Usa ritengono che lo Stato islamico in Iraq possa assumere il potere adottando le tattiche classiche di al Qaeda. In diverse città le milizie locali – nazionaliste e islamiche – hanno dato la caccia ai qaedisti, accusati di seguire la strategia del massacro.

Le tribù, che hanno sofferto attacchi indiscriminati (in particolare con i kamikaze) e hanno visto morire alcuni loro sceicchi, hanno deciso di sterminare gli avversari. Mossa benedetta da una fatwa del consiglio degli ulema.

Nel frattempo i vertici politici iracheni hanno avviato negoziati con gli insorti sunniti non legati ad al Qaeda, negoziati a cui hanno preso parte il premier sciita, al Maliki, il presidente curdo Talabani, l’ambasciatore e ufficiali militari britannici. Come rende noto Talabani in una intervista al Daily Telegraph nel corso della sua visita in Gran Bretagna, le trattative hanno dato “segni positivi” che potrebbero tradursi nell’imminente annuncio di un accordo storico di riconciliazione. “Vi è stato un grande cambiamento di mentalità fra i arabi sunniti.

Per loro il pericolo non è più l’America, ma l’Iran”, spiega. “Dobbiamo convincere gli arabi sunniti che sono un partner reale. Se non si sentono tali, non combatteranno il terrorismo. Quando lo saranno, lo contrasteranno”, assicura il presidente iracheno chiedendo alle forze della coalizione di rimanere in Iraq ancora fino alla fine del prossimo anno.

Secondo quanto rivela il giornale arabo al-Hayat, negli ultimi giorni il cosiddetto “Stato Islamico Iracheno” ha rivendicato una lunga serie di omicidi ai danni di personalità del mondo sunnita. Analizzando i comunicati diffusi sul web negli ultimi due giorni, il gruppo ha reso noto di aver ucciso una serie di persone accusate di essere degli “apostati” o “agenti” degli americani. In particolare hanno annunciato di aver ucciso Abdel Salam Anad al-Kartani, Muhammad Hasan al-Gharari, Muadh al-Kartani e Khaled Naim al-Kartani. Sono tutti sunniti del quartiere di al-Doura, zona sud di Bagdad, che facevano parte di gruppi armati della guerriglia ostili ad al Qaeda. La città di Amiriya, da cui è partita la resistenza sunnita contro i qaedisti, era stata teatro di una grande battaglia lo scorso due marzo. Diverse centinaia di combattenti di al Qaeda s’erano ammassati per attaccare il convoglio di un leader dell’Anbar salvation council (Asc), la lega di tribù ed ex guerriglieri che ora appoggia il governo e combatte al Qaeda in Iraq. La polizia della zona aveva intuito in tempo l’attacco, e aveva chiamato i combattenti locali appartenenti alla Thurwa al Anbar, la milizia allestita dall’Anbar salvation council. Almeno 80 uomini di al Qaeda erano morti e altri cinquanta erano stati catturati. Il leader dell’Asc era in viaggio per partecipare ai funerali delle vittime della stage di Habbaniya, dove al Qaeda ha distrutto un’intera moschea (ammazzando 39 persone) con un’autobomba per punire l’imam sunnita che aveva osato predicare contro i terroristi.

Da Il Velino – Giulio Meotti

Da Takrouna a Herat

Esistono pochi ambiti professionali che, come quello militare, traggono dalla storia, dalle battaglie del passato, non solo gli insegnamenti ma anche lo spirito di corpo e di emulazione nei confronti di coloro che hanno dimostrato coraggio, valore ed eroismo. Caratteristiche non certo scontate, importanti anche nella vita civile ma che in quella militare acquisiscono un significato più intenso perché chi esercita il mestiere delle armi mette sempre in gioco la propria vita.

Il 19 aprile nella caserma che a Forlì ospita il 66° Reggimento Fanteria Aeromobile “Trieste” (Brigata Aeromobile “Friuli”) la Festa di Corpo ha ricordato il sacrificio del reggimento durante la battaglia di Takrouna dell’aprile 1943. Nell’ultima grande battaglia combattuta in Nord Africa, l’importante posizione sulla linea del Mareth venne tenuta fino all’ultimo colpo dal 1° battaglione del 66° rinforzato da scarne compagnie della “Folgore”, dei “Granatieri di Sardegna e di fanteria tedesca. Uno scontro impari per le forze messe in campo dall’Ottava Armata britannica (che per prendere Takrouna aveva schierato l’intera Seconda Divisione Neozelandese) nel quale le truppe italiane mostrarono un valore riconosciuto anche dal nemico.  Il colonnello Antonio Bettelli, comandante del 66°, ha ricordato quella battaglia e il ruolo che successivamente i militari del “Trieste” ebbero durante la Campagna d’Italia combattendo con gli alleati.

“I soldati che furono al fianco delle truppe germaniche in Africa Settentrionale nelle vicende di Takrouna si immolarono contro le medesime unità tedesche durante gli episodi conclusivi del conflitto bellico. Ciò che potrebbe apparire paradossale, e che ancora oggi è talora tema di accalorata discussione, è invece per noi uomini e donne in armi fermo e intangibile esempio di come il soldato operi: non per giudizio ideologico, non certo per odio nei riguardi della parte avversa, ma solo per affermazione di virtù umane poste al servizio dello Stato che rappresenta.”

Sulle gesta e i protagonisti di Takrouna, gli eroi di ieri, dal capitano Mario Leonida Politi all’ultimo soldato, sappiamo tutto. Nulla invece ci è consentito sapere degli eroi di oggi del 66° Reggimento. Una novantina di soldati della “Task Force Cobra” rientrati da poche settimane da Herat dove hanno operato per circa sei mesi e che erano orgogliosamente schierati con le altre compagnie sul piazzale della caserma.

Sulle operazioni che hanno effettuato in Afghanistan il riserbo è totale in base alle disposizioni del Ministro della Difesa che da un anno ha congelato ogni informazione sulle attività operative con l’esclusione delle donazioni di viveri agli orfani e le ristrutturazioni di scuole.

Sappiamo che i soldati del 66° a Herat facevano parte della forza di reazione rapida costituita insieme a una compagnia spagnola per intervenire in ogni area del Settore occidentale. Abbiamo appreso da fonti alleate che si sono distinti nell’autunno scorso in una grande operazione condotta con le truppe americane e afgane nella provincia di Farah, l’Operazione “Wyconda Pincer” della quale “Analisi Difesa” si occupò compatibilmente con le scarse informazioni disponibili. Sappiamo che alcuni militari della Task Force “Cobra” hanno compiuto atti di valore, di eroismo, dal momento che durante la cerimonia nove di loro hanno ricevuto un encomio. Ovviamente le motivazioni non sono state rese note e la stampa non è stata autorizzata a intervistarli.

Un copione già visto con i reduci delle Battaglie dei Ponti di Nassiryah, decorati nei mesi scorsi quasi in silenzio, come se l’Italia avesse vergogna di chi ha combattuto con valore portando il tricolore sull’uniforme.

Probabilmente tra tre o quattro anni anche i nove soldati del 66° riceveranno importanti decorazioni lontano dai riflettori mediatici. Per questo, pur nel rammarico di non poter svolgere il nostro mestiere raccontando ai lettori le loro storie e i loro atti di valore, pubblichiamo i loro nomi:
capitano Matteo Luciani, tenente Giordano Gemma, sergenti Domenico Loiaconi e Fabio Cappai, caporal maggiore capo Stefano Ibba, caporal maggiore scelto Amerigo Minadeo, 1° caporal maggiore Salvatore Roccuzzo, caporal maggiori Giovanni Piga e Gioacchino Alberti.

Uomini di età compresa tra i 20 e i 30 anni (quelli che la nostra società solitamente chiama “ragazzi”) che un Paese appena decente dovrebbe portare ad esempio soprattutto alle giovani generazioni, lasciando che la loro storia venga raccontata nelle scuole, da televisioni e giornali. In fondo hanno preso parte, distinguendosi, a una missione della Repubblica Italiana gestita dalla NATO sotto l’egida dell’ONU.
Basta visitare i siti ufficiali anglo-americani o leggere i loro giornali per trovarvi le storie di tanti soldati distintisi in Iraq o in Afghanistan, con le motivazioni dettagliate degli encomi e delle decorazioni. Storie che non violano certo segreti militari e che non impediscono ai media di quei paesi di criticare le scelte politiche e la partecipazione a quei conflitti.

Il sito della Difesa britannico (www.mod.uk) ha pubblicato i dettagli delle azioni di guerra condotte in Afghanistan da due soldati che hanno ricevuto la Victoria Cross, in quel caso alla memoria. Storie di audacia, di cameratismo, di sacrificio per i commilitoni ma anche di dedizione al dovere, all’uniforme e alla bandiera. Storie di soldati che hanno preso parte alla stessa missione ISAF/NATO alla quale partecipano gli italiani.

Storie che, come a Takrouna, accomunano tutti gli eserciti, incluso quello italiano.

Togliere la pesante censura che circonda le attuali operazioni militari vorrebbe dire parlare anche di guerra, di combattimenti, di quelle cose che i militari fanno e per le quali vengono arruolati, addestrati, armati e inviati oltremare, a Takrouna come ad Herat. Quelle cose per le quali qualcuno a volte merita encomi e decorazioni. Comprendiamo bene il timore del governo per i sussulti di disgusto dei pacifisti che dai centri sociali e da tante parrocchie correrebbero in piazza mettendo in serio pericolo la stabilità politica dell’Italia.

Anche Tony Blair ha avuto i suoi problemi interni alla maggioranza ma non si è mai sognato di nascondere l’operato dei militari britannici che di morti ne hanno già avuti oltre 200 tra Iraq e Afghanistan. Forse perché in una democrazia vera e matura ci sono limiti insuperabili che riguardano il rispetto dovuto agli elettori/contribuenti ma anche al sacrificio di chi veste l’uniforme.

Invece in Italia impazza da anni una fiera dell’ipocrisia che ha come regola fondamentale il divieto di dire all’opinione pubblica una verità che in fondo tutti sanno ma che alcuni fingono di non sapere per tenersi strette poltrone e carriere.
In una Nazione che annovera tra i parlamentari criminali e terroristi, che celebra i caduti ma si vergogna dei valorosi può apparire quasi normale che la codardia nasconda l’eroismo militare
(periodo modificato dal blogger).

di Gianandrea Gaiani

L'articolo 11 della Costituzione è un falso problema

La nostra costituzione è composta da 139 articoli (è annoverata tra le cosiddette costituzioni lunghe), ma quello più famoso è indubbiamente l’undicesimo. Questo è composto da un unico comma che testualmente recita: "L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo".

Perché questo articolo è così famoso? Si potrebbe pensare che esso debba la sua fama alla delicatezza del tema trattato, ma ciò non sarebbe sufficiente a spiegare la sua continua invocazione da parte di quasi tutte le forze politiche. Per capirlo bisogna approfondire alcune peculiarità della dialettica politica italiana. A tal fine vale la pena citare di seguito alcuni esempi esplicativi di un certo comportamento tipico degli uomini politici italiani.

Nel 1993 l’Italia si trovava nel pieno della bufera di tangentopoli. Per evidenti motivi politico-giudiziari, i partiti che avevano governato l’Italia negli ultimi 50 anni erano comunque condannati alla sconfitta, ma potevano evitare di estinguersi definitivamente dalla scena politica (illudendosi, quindi, di poter in futuro riconquistare i consensi perduti) solo allontanando il più possibile la data delle elezioni. Teoricamente, essendo iniziata la legislatura l’anno precedente e godendo essi della maggioranza in Parlamento, potevano sperare di ‘tirare avanti’ fino al 1997.

Tuttavia il presidente Scalfaro affermò chiaramente che il ritorno alle urne vi sarebbe stato l’anno successivo. Così facendo, il presidente esercitava il suo legittimo potere di scioglimento, dando un’interpretazione letterale dall’articolo 88 della nostra Costituzione, che assegna al capo dello Stato tale facoltà senza porre alcun vincolo, se non quello di consultarsi con i presidenti delle Camere (in maniera non vincolante). Tale decisione non era frutto di una sua idea politica, poiché, come recita il primo comma dell’articolo 87, il presidente "…rappresenta l’unità nazionale…" e quindi non può dare un indirizzo politico.

Dietro tale decisione c’era lo stato di perenne mobilitazione da parte degli italiani contro una determinata classe politica, nonché l’oggettiva necessità di rinnovare la stessa, cosa chiesta a gran voce anche da corpose fasce dell’opposizione. Tuttavia ciò non toglie che, se è vero che tale decisione fu presa con il pieno consenso popolare, è altrettanto vero che essa fu adottata contro la volontà della maggioranza parlamentare. Quest’ultima, per la verità, non fece molta resistenza una volta riscontrata la ferma volontà del presidente nel procedere anzitempo allo scioglimento, né avrebbe potuto poiché, approfittando di una delle periodiche crisi politiche che caratterizzavano quel periodo, il presidente Scalfaro aveva imposto un governo tecnico. Argomentò la sua decisione asserendo che, poiché un referendum tenutosi quell’anno aveva cambiato la legge elettorale, il parlamento era delegittimato, e si “doveva" tornare alle urne.

Facciamo ora un salto al 1998. La legislatura era iniziata nel 1996, e dopo due anni il governo Prodi cadeva per la defezione della sinistra radicale. Affinché la maggioranza uscita vittoriosa dalle precedenti elezioni rimanesse al potere, era necessario che parlamentari eletti con l’opposizione cambiassero schieramento. Poiché le elezioni si erano tenute con il sistema maggioritario, tale ‘tradimento’ appariva particolarmente odioso all’italiano medio, indipendentemente dalla sua fede politica. L’opinione pubblica, insomma, avrebbe gradito un ritorno alle urne, e già si vociferava la nascita di un governo tecnico guidato da Ciampi, che avrebbe portato a elezioni anticipate nel 1999 o nel 2000. Alla fine, però, Scalfaro diede via libera al D’Alema, che ottenne la fiducia grazie al voto determinante di alcuni deputati eletti nelle fila dell’opposizione. Scalfaro argomentò tale decisione affermando che, essendosi formata una determinata maggioranza in parlamento, il presidente era obbligato a dare via libera al governo da questa espresso. Egli asserì, infatti, che in una repubblica parlamentare il presidente “non può andare contro la maggioranza parlamentare”.

Questi episodi hanno molte analogie, ma differiscono per l’esito finale. In entrambi casi la correttezza politica, nonché l’opinione pubblica, suggerivano un ritorno anzitempo alle urne, e in entrambi i casi esisteva una maggioranza parlamentare orientata a portare a termine la legislatura. Al di là delle motivazioni ufficiali, il presidente in carica nel primo caso ha proceduto allo scioglimento anticipato delle camere, nel secondo si adoperò per scongiurarle. Quale banale insegnamento si può trarre? Che il politico italiano segue sempre la strada che gli sembra più opportuna, ma spesso non rivendica la scelta fatta come frutto di una propria ben precisa volontà (criticabile o meno, ma pur sempre legittima), ma come strada obbligata imposta da vincoli esterni. Possiamo criticare o meno tale prassi, ma questa è la realtà della politica italiana.

Ecco spiegato il segreto del tanto successo dell’articolo 11: la sua grande versatilità. Si presta con eccezionale elasticità a dare supporto alle idee politiche più diverse. Se una forza politica è contraria a un determinato intervento militare particolarmente critico o fortemente contestato, può invocare le prime parole del suddetto articolo, cioè quelle che testualmente affermano: "L’Italia ripudia la guerra…". Queste, isolate dal resto della frase (notoriamente l’italiano medio non conosce la Costituzione), danno una risposta rigidamente negativa all’ipotesi di inviare truppe all’estero. Se, invece, una forza politica è favorevole alla missione in questione, può invocare le ultime parole del medesimo articolo, cioè quelle relative alle limitazioni di sovranità in favore delle istituzioni internazionali che favoriscano la pace (quale istituzione internazionale non dichiara di favorirla?).

Come per dire: siamo moralmente obbligati a intervenire perché vi è una esplicita richiesta dell’Onu. E se in una missione militare la copertura politica dell’Onu tardasse ad arrivare, si potrebbe sempre ricordare che il ripudio della guerra è tale solo se questa è intesa "…come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…". Che l’Italia voglia portare offesa a qualche altro popolo non ci crede nessuno e l’accenno alle “controversie internazionali” è da intendersi nel contesto storico nel quale fu scritta la Costituzione, quando si utilizzava tale espressione per indicare le classiche contese territoriali (Danzica, Trieste, ecc…), oggi completamente estranee alla nostra realtà politica.

Questa grande versatilità, d’altra parte, era voluta dal costituente, poiché l’articolo 11 è un articolo programmatico. Esso, insomma, vuole tradursi in una forte e calda raccomandazione dalla quale, però, se è lecito poter trarre alcune conseguenze giuridico-politiche, non può in alcun modo scaturire un vero e proprio vincolo all’azione politica del Parlamento.

Bisogna prendere atto, quindi, che ogni decisione presa in ambito militare è figlia esclusivamente di una ben determinata volontà politica, e non già eredità di uno scomodo articolo della Costituzione. E’ opportuno, quindi, investigare sul perché di tale volontà politica, alzando il comodo velo dell’articolo 11 e guardando oltre.

In alcuni casi è fin troppo evidente che determinate decisioni in materia di politica estera sono frutto non di una attenta riflessione volta a individuare come meglio perseguire l’interesse nazionale, ma bensì da una analoga attenta riflessione volta, però, a individuare come meglio raggiungere l’interesse di partito se non addirittura di un singolo.

Il classico esempio di ciò lo fornisce la sinistra radicale che, accettando nei governi di coalizione in cui essa è presente una determinata linea politica in materia di missioni militari all’estero, dimostra di essere formata da politici che, al di là delle apparenze, sono lontani dalle posizioni massimaliste tipiche dei passati periodi storici. Ma ciò nonostante non esitano a mettere mille paletti all’azione militare, paletti che poco hanno a che fare con la strategia politico-militare che il nostro Paese di volta in volta intende perseguire, ma che bensì sono volti esclusivamente a curare gli ‘istinti politici’ della propria base elettorale.

Questi vincoli costringono i nostri militari ad acrobazie linguistiche e talvolta tecniche e generano una sfiducia negli ambienti politico-militari internazionali, che vanifica in parte i grandi risultati che i nostri uomini ottengono praticamente in ogni missione. Sarebbe certo demagogia ignorare le esigenze elettorali dei politici. Questi, infatti, derivano il loro potere dal consenso elettorale e quindi è ovvio che si debbano prendere cura del loro elettorato. Tuttavia, per un politico deve essere un imperativo categorico il principio secondo il quale l’interesse nazionale debba prevalere sempre sull’interesse di una parte o di un singolo e, se nell’applicazione di tale principio è ammessa un po’ di comprensione, nei periodi pre-elettorali, nessuna attenuante può esservi in altri momenti, specialmente ad inizio legislatura, quando cioè il ritorno alle urne è particolarmente distante.

Tali comportamenti, però, non sono di esclusivo appannaggio della sinistra radicale, ma sono tenuti, sia pure più sporadicamente, anche da politici di altri orientamenti. In tal caso la causa scatenante non è la cura del proprio elettorato, bensì la volontà di colpire un avversario politico. E su questa eventualità non è necessario dilungarsi oltre per esprimere la più spezzante condanna.

Tuttavia, sarebbe assolutamente miope considerare i vincoli che il potere politico sovente pone alle autorità militari sempre come espressione di esigenze politiche interne. Non possiamo escludere che questi siano sottili strumenti di politica estera, che si inseriscono nel complesso gioco diplomatico internazionale, né che essi siano da considerare dei veri atti politici di dissenso nei confronti della strategia adottata in una determinata missione militare. E qui la discussione si fa più interessante.

Di due cose possiamo essere certi. La prima è che in alcune missioni militari internazionali, quali per esempio quella in Iraq e quella in Afghanistan, tutte le decisioni importanti sono prese dagli Usa, che si sentono liberi di accogliere o di ignorare (come spesso avviene) i suggerimenti provenienti dagli altri contingenti. Detto in maniera tanto più rozza quanto più efficace, in dette missioni, in virtù della loro sovrastante presenza militare, sono gli Usa che comandano. La seconda è che gli americani, come hanno abbondantemente dimostrato in Vietnam, Somalia, ecc…, adottano spesso una strategia sbagliata e controproducente.

Premesso che la vita umana è sacra, se il sacrificio di un soldato per una giusta causa è comunemente e dolorosamente accettato, il sacrificio per una causa sbagliata è assolutamente inaccettabile. Solitamente quando un governo si rende conto che la strategia percorsa è sbagliata cerca di promuovere una revisione della stessa, ma se questa non è accettata si pone davanti a un bivio: o abbandonare la missione o sopportare perdite umane che non porteranno ad alcun risultato.

Un governo responsabile dovrebbe senza indugio optare per la prima ipotesi, ma nel contesto internazionale odierno ciò non è accettabile. Difatti, se la strategia americana è sbagliata, è altrettanto vero che il fine principale che si pongono gli Usa in linea generale è doverosamente da condividere: la lotta al terrorismo. I terroristi, invece, se adottano una strategia tristemente vincente, si pongono come scopo delle loro azioni un fine assolutamente inaccettabile: la conquista del potere con la violenza e la successiva proliferazione del terrorismo in altre parti del mondo.

Questi fattori portano un governo responsabile ad avere le mani legate: da un lato la impossibilità di abbandonare le missioni condotte con strategie ritenute sbagliate e controproducenti; dall’altro la impossibilità di impegnarsi a fondo in tali missioni onde evitare inutili perdite umane.

A questo punto nasce l’esigenza di essere coerenti con il fine strategico che si pone la missione, ma contemporaneamente di distinguersi dagli alleati. Forse sarà perché l’Italia è il paese di Machiavelli, ma è indubbio che in tale arte vi riesce meglio delle altre nazioni. Forse talvolta dovrebbero essere inquadrati in questo contesto i paletti che vincolano l’azione dei nostri militari. Sarebbe sicuramente piacevole pensare che talvolta le limitazioni che sminuiscono l’aspetto prettamente militare del nostro Paese agli occhi dei nostri alleati altro non sono che sottili mosse di una astuta strategia.

Ma è veramente così? Considerando che i comuni mortali non sono a conoscenza neanche della decima parte di ciò che avviene dietro le quinte, per noi è assai difficile riuscire a capire quali sono i veri propositi che si celano dietro determinate decisioni politico-militari. D’altra parte, una determinata azione, se resa nota o solo anche facile da interpretare, di colpo rimbalzerebbe sui mass-media e assumerebbe un significato diverso da quello desiderato. Per intenderci, molte cose non sono note al grande pubblico e devono continuare a non essere tali perché il loro scopo è di perseguire obiettivi che sono raggiungibili solo con la discrezione e l’assenza di clamore (vedi le operazioni di intelligence).
L’unica cosa costruttiva che possiamo fare è riflettere insieme sui diversi episodi e avanzare delle ipotesi. E questo sarebbe già tanto, perché ci permetterebbe di uscire dalla classica e sterile contrapposizione che immancabilmente si verifica in Italia quando si esprimono giudizi inerenti la politica estera.

Non sfugge a nessuno che a livello dell’uomo della strada la dicotomia tra chi in generale è favorevole a una missione militare e chi ne è contrario si risolve in una polemica infruttuosa e semplicistica. Chi è contrario invoca strumentalmente un buonismo che mal si coniuga con le sofferenze della popolazione che si intende soccorrere, che manifestamente traggono giovamento dalla maggiore sicurezza pubblica garantita dai nostri soldati, nonché dagli aiuti internazionali che immancabilmente accompagnano ogni missione. Chi è favorevole invoca, invece, il medesimo buonismo, che però, sottolineando l’aiuto e la protezione offerto alla popolazione locale, comporta conclusioni diametralmente opposte.

La medesima sterile polemica si sviluppa, sia pure in ambito ristretto, tra gli appassionati del settore allorché i mass-media mettano in risalto i vincoli che il nostro vertice politico pone ai comandi militari. Vi è chi ripete che l’articolo 11 ci vieta di fare la guerra e che quindi si ha l’obbligo di imporre determinati paletti ai nostri reparti operativi e chi si lamenta del fatto che i militari italiani abbiano le mani troppo legate e per questo talvolta rimediano magre figure con i loro colleghi stranieri.

Ma mai nessuno che approfondisca seriamente il discorso e che quantomeno si sforzi di guardare oltre le apparenze. Ovviamente certe sottili considerazioni non possono nascere dall’uomo comune, ma solo da coloro che a vario titolo frequentano ambienti o siti militari (e quindi siano degli ‘appassionati del settore’). E questi, nelle loro varie discussioni, hanno l’obbligo morale di andare oltre le apparenze, nella speranza di poter coinvolgere un domani anche l’uomo comune in dibattiti di maggiore spessore sull’argomento.

Matteo Rossi

Forse in giugno i Mangusta operativi ad Herat

Nonostante ormai da due mesi il governo sostenga la necessità di rinforzare il contingente dislocato a Herat e nell’Afghanistan occidentale i rinforzi promessi al generale Antonio Satta non saranno operativi prima di giugno (Luglio secondo me NdB).

Eppure il ministro degli esteri., Massimo D’Alema, da New York aveva dichiarato il 20 marzo che “la guerriglia sta arrivando anche a Herat" e per le truppe italiane si profilano “momenti difficili”mentre la partenza dei 2 velivoli teleguidati Predator, di 5 elicotteri d’attacco Mangusta, dei cingolati Dardo e di un pugno di fanti era stato al centro del dibattito politico fino alla riunione del Consiglio Supremo di Difesa che il 2 aprile aveva recepito le proposte della Difesa indicando queste forze per aumentare le capacità di auto protezione del contingente italiano.

Considerando il crescente coinvolgimento delle truppe italiane nelle recenti operazioni in corso soprattutto nella provincia di Farah (ma anche a Shindand e nel sud della provincia di Herat dove a combattere i talebani provvedono soprattutto le truppe afgane e gli americani dell’operazione “Enduring Freedom”) siamo già in netto ritardo per rafforzare i reparti in vista dell’annunciata offensiva talebana di primavera.

Sembrava che i rinforzi dovessero raggiungere l’area d’operazioni all’inizio di maggio ma il ministro della Difesa, Arturo Parisi, ha dichiarato il 18 aprile che arriveranno in Afghanistan “in poco più di un mese”e comunque entro la primavera, cioè in giugno. I reparti e i mezzi sono ormai pronti ma attendono gli ordini per attivare l’impegnativa macchina logistica necessaria a trasferire con grandi aerei cargo il personale e i materiali in Afghanistan. Ordini che la Difesa non può impartire finche il governo non avrà autorizzato la partenza (come più volte ho sottolineato NdB)

Il problema per il governo italiano, che mantiene sulla vicenda un profilo molto basso, è di natura politica ed economica. Rifondazione Comunista contesta l’invio degli elicotteri Mangusta, velivoli d’attacco dotati di una grande potenza di fuoco e per questo considerati dai comunisti incompatibili con la missione italiana. In realtà la distinzione tra mezzi difensivi e offensivi esiste solo nelle ambigue sfumature del linguaggio politico italiano.

Trovare e distruggere i terroristi talebani che minacciano le truppe alleate, la popolazione e il governo legittimo afgano rientra nei compiti delle forze della NATO (italiani inclusi) che lo si faccia con i fucili o con i Mangusta.

Il ritardo dei rinforzi dipende quindi dalle ulteriori crepe che il loro invio determinerebbe nella maggioranza di governo con la sinistra dell’Unione pronta a dare battaglia anche sul reperimento dei 20 milioni di euro necessari, secondo le stime, a finanziare la missione di velivoli e mezzi corazzati. I tentennamenti del governo avranno ripercussioni pesanti sulle capacità operative del contingente italiano che avrebbe bisogno già ora dei rinforzi con l’offensiva talebana di primavera alle porte e forse già cominciata. Il rischio è quindi che i rinforzi giungano a Herat troppo tardi per influire sulle operazioni lasciando i nostri militari, equipaggiati ora con armi leggere, troppo esposti agli attacchi talebani.

L’ipotesi di un ritardo ad oltranza provoca giustificate preoccupazioni negli ambienti militari considerando anche che per trasferire i mezzi a Kabul si dovranno affittare i cargo Antonov ucraini mentre per raggiungere Herat occorreranno probabilmente C-17 statunitensi. Vale la pena ricordare che inizialmente la piena operatività dei mezzi era prevista per l’inizio di maggio.

I due teleguidati Predator e i cinque elicotteri Mangusta richiedono infatti un ampio supporto tecnico e logistico e oltre all’afflusso dei mezzi e del personale, ad Herat occorrerà assemblare hangar campali per la manutenzione ed effettuare voli d’ambientamento per velivoli ed equipaggi.

In attesa dei rinforzi sono le truppe americane e afgane a fare la parte del leone contro le crescenti penetrazioni talebane nella provincia di Herat. A Shindand il 27 aprile un militare USA è stato ucciso negli scontri (dall’inizio dell’anno sono 44 i militari alleati uccisi per lo più britannici, americani e canadesi) che hanno richiesto anche il massiccio intervento delle forze aeree americane (elicotteri e Ac-130).

Dopo una decina di giorni di scaramucce con talebani che si infiltravano utilizzando false uniformi della polizia, forze speciali dei Berretti Verdi americani aggregate a reparti governativi afgani hanno lanciato una pesante offensiva che ha portato all’uccisione di 136 talebani, per due terzi eliminati nell’attacco alla loro base nella Valle del Zerkoh, individuata grazie a informazioni dell’intelligence e distrutta dopo 14 ore di battaglia.

L’operazione condotta dai Berretti verdi americani è stata guidata dal comando di Bagram, quartier generale dell’operazione “Enduring Freedom”, non dalle forze della NATO delle quali fa parte anche il contingente italiano anche se dell’operazione era informato il Comando regionale Ovest di Herat guidato dal generale Antonio Satta che aveva predisposto alcuni elicotteri per evacuare eventuali feriti. A Shindand centinaia di persone hanno manifestato davanti alla sede del governo locale lamentando l’uccisione di alcuni civili durante gli scontri, peraltro non confermata. L’offensiva americana si è sviluppata in concomitanza con l’Operazione Silicon, condotta nella Valle del Sangin da 3.000 soldati britannici, americani, olandesi, danesi, canadesi, estoni e afgani che stanno setacciando l’area a più alta produzione di papavero della provincia di Helmand.

Con gli ormai consueti artifici dialettici della politica italiana il ministro della Difesa, Arturo Parisi, ha espresso preoccupazionema paradossalmente non per la consistente presenza di forze talebane nel settore italiano bensì “per un eventuale coinvolgimento dei nostri militari in azioni estranee alla missione autorizzata dal Parlamento”.

A preoccupare il ministro non sono quindi i talebani ma le operazioni lanciate contro di essi da americani e governativi afgani che comportano una certa dose di rischio che anche gli italiani debbano combattere.

Nessuna fonte ufficiale ha ovviamente tentato di spiegare come mai una forza talebana così consistente fosse presente nel settore italiano. Né se i nostri soldati avrebbero provveduto ad attaccarla o se, per obbedire agli ordini di Parisi, ne avrebbero invece dovuto tollerare la pericolosa presenza (questo è gravissimo e dovremo renderne conto agli alleati NdB).

Il progressivo radicamento dei talebani nell’Afghanistan Occidentale è stato del resto dimostrato dall’attentato stradale che il 1° maggio a Herat ha ferito lievemente 5 militari del 151° reggimento “Sassari”. Un elemento che dovrebbe indurre il nostro comando (politica romana permettendo) a intensificare le operazioni tese a sradicare il nemico dalla regione. Ciò significa affiancare americani e governativi afgani nei combattimenti, non criticarne l’iniziativa.