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Guerra o terrorismo?

ARP4334450_MGZOOM E’ inutile che l’Occidente perseveri nel declamare di non avere nemici. Sono altri, ben identificati attori della scena internazionale che hanno eletto l’Occidente a loro nemico. E lo attaccano, mirando a sconfiggerlo e a dominarlo. Ma lo spettro dei benpensanti è vastissimo. Se ne contano le tipologie più varie. Quelli che sono codardi o credono di essere furbi, pensando comunque di cavarsela e di continuare a godersi la propria rendita, tanto altri prima o poi si faranno carico della situazione e la risolveranno. Magari pensano agli Stati Uniti, che hanno abituato male gli Europei, ma Obama esprime ora un’ America ben diversa dal passato.
497050572-001_MGZOOM1Quelli che hanno comunque interesse: mettersi prima o poi d’ accordo con l’Islam rende a chi ha posizioni o soldi da perdere, come alla fine arguisce il decadente protagonista di “Sottomissione”, il romanzo di Houellebecq che di recente ha scalato tutte le classifiche. O come taluni maggiorenti ebrei tragicamente pensarono rispetto ai nazisti, all’inizio dei pogrom. Quelli che fanno un ragionamento politico e si credono astuti, tanto da essere illusoriamente alla ricerca di un quinto stato da gettare in una prossima, improbabile lotta di classe e costruirci sopra una nuova casta di sacerdoti della rivoluzione. Quelli che sono più o meno apertamente conniventi. In particolare l’Europa, il continente più moderno ed avanzato, alimenta ed accarezza da tempo questa categoria di soggetti che si caratterizzano per l’ odio di sé e della società cui appartengono: qualunque estraneo, specie se selvaggio e primitivo, è per essi un mito anche perché non ne vivono la realtà, ma dai loro comodi salotti ne coltivano l’utopia. Non appartengono difatti per lo più ai gruppi meno agiati e fortunati e si collocano nella categoria dei mantenuti, o dai loro privilegi o dalle tasse che pagano le classi produttive.
2015-11-13T224504Z_1910309158_GF20000058453_RTRMADP_3_FRANCE-SHOOTING_MGZOOM1Quelli che sono genuinamente convinti che la civiltà dei diritti imponga la conciliazione ad ogni costo. Si tratta di una grande massa di individui, fortemente condizionata dai padroni dall’ attuale industria politica e culturale, che da un mutamento di rotta delle opinioni pubbliche potrebbe essere spazzata via. Costoro, i padroni, sono purtroppo i più efficaci e, dopo ogni evento terroristico clamoroso, si assumono la regia delle immancabili marce, talune anche sotto forma di adunate oceaniche, imponenti ma sterili; utili solo ad imbrigliare le inevitabili reazioni e le paure collettive, pilotandole verso esiti improduttivi e temporanee assuefazioni, in attesa della tragedia successiva. E’ altresì inutile asserire che l’Islam violento e fondamentalista è una minoranza rispetto all’enorme insieme del mondo musulmano. Già il fatto che siamo di fronte ad una religione composta da un miliardo e mezzo almeno di fedeli è sufficiente affinché anche una ridottissima componente debba essere considerata molto temibile. Vi sarebbe poi da esplorare l’ area grigia dell’ attendismo, che spesso simpatizza ma non rischia: i successi hanno sempre presa e convincono alla scelta. Certamente le imprese terroristiche, ultime quelle di Parigi, hanno un effetto galvanizzante che non deve essere trascurato.
LAPR0137_MGZOOMMa la teoria secondo cui una minoranza non potrebbe mai essere decisiva risiede in un adesione fideistica al metodo democratico, tanto da accettarne le forme anche quando sono esiziali per esso stesso, pur di salvarne la facciata. E’ il frutto di un’ inconsistente dimestichezza con la storia, anche recente. Forse che Lenin, Mussolini ed Hitler furono portati al potere da maggioranze popolari qualificate? Il consenso lo costruirono dopo aver abilmente manovrato le poche ma determinanti risorse di cui all’ inizio seppero disporre. Per avere qualche elemento di riflessione al riguardo basterebbe scorrere il saggio “Tecnica di un colpo di Stato” di Curzio Malaparte. Del resto, pur in un contesto dai tratti assai diversi dal periodo delle dittature, il nostro Presidente del Consiglio ha conquistato senza essere eletto la leadership nazionale, salvo provare a mantenerla attraverso ardite soluzioni di ingegneria elettorale. Hkg10230499_MGZOOMSe poi passiamo a parlare di cosa dobbiamo attenderci dopo gli ultimi fatti di Parigi, è prevedibile che non avverranno cambiamenti significativi. Le classi dirigenti delle nostre parti troveranno sicuramente un Chamberlain qualsiasi che potrà scendere dal’ aereo e dichiarare “Pace, pace, pace”. Rimpiangeremo di non avere politici almeno del calibro di Thatcher, Khol e Reagan. Nei fatti servirebbe un’ azione ben più realistica e risoluta di quella condotta nel recente passato. Si è civettato con le primavere arabe quando era evidente che non ne sarebbe scaturita alcuna estate, ma si andava diritti all’ inverno. In Libia ed in Siria sono stati commessi errori madornali: in quelle aree il caos non è mai preferibile ad un regime stabile, anche se purtroppo dispotico. La Turchia un giorno è nella NATO ed il giorno dopo pensa alla Sharia. Quanto ad Israele la diplomazia dell’Unione europea esiste solo per dichiarare l’embargo sui prodotti dei coloni. Putin è sempre guardato con maggior sospetto: pur di attaccarlo ed escluderlo va bene anche il doping. Perché allora non sciogliere la FIFA dopo i casi di Blatter e Platini, o metter fuori la Germania dai prossimi mondiali di calcio se avesse pagato per avere l’edizione del 2006?
LAPR0157_MGZOOMSul piano delle politiche e delle misure da adottare in ambito europeo, occorrerebbe maggiormente considerare che il terrorismo islamico combatte in primo luogo contro alcuni Stati dell’ area mediorientale e nordafricana. Perché non appoggiare in modo più sistematico queste nazioni, Egitto e Tunisia per primi? Sul piano interno sarebbe opportuno interrogarsi se i principi giustamente garantisti, specie in un contesto di criminalità agreste, possano seguitare a sussistere nella loro pienezza a fronte della minaccia portata da tagliagole o da eroici giustizieri di ragazzi in discoteca. In Italia potremmo arrivare ad avere nostalgia di certi Ministri dell’ Interno di democristiana memoria e di taluni ministri ombra del PCI. Avranno avuto i loro limiti, ma almeno possedevano il senso dello Stato e delle Istituzioni. Gli eventi potrebbero porci di fronte a scenari gravissimi.
1416083745336_wps_65_Jihadi_John_Alan_HenningIl terrore islamista è un fenomeno con caratteristiche belliche, ancorché asimmetriche. E’ molto diverso dalle Brigate rosse, nere ed altre aggregazioni del genere, che tutto sommato furono combattute e vinte con provvedimenti di polizia e con il codice penale. Nel caso dell’ ISIS e di Al Qaeda dovrebbe continuare a soccorrere l’ ombrello dell’ Onu. Ma se il nostro Parlamento fosse posto di fronte alla dichiarazione dello stato di guerra il Premier chiederebbe forse a Verdini di votarlo? E tuttavia l’ Italia, ad eccezione dell’ attentato al consolato nella capitale egiziana, non è stata finora oggetto di azioni terroristiche eclatanti. Anche se in numerosi siti siamo ben individuati come obiettivi specifici e dichiarazioni anche ufficiali delle autorità nazionali confermano la pericolosità e l’ attualità della minaccia. Avendo una certa familiarità in ambito forze di polizia, siamo portati ad ascrivere agli apparati di sicurezza il merito del risultato, conoscendone la professionalità, l’incisività dell’ azione e l’ attitudine all’ impegno costante.
Esecuzione-untitledSi potrebbe anche ritenere che abbiano per ora avuto effetti postivi una linea politica che riesce spesso a farsi percepire come autonoma ed originale, rispetto a quelle di altri paesi dell’ area occidentale, in ambito mediterraneo e mediorientale; ed anche un Vaticano, sebbene nel mirino di taluni proclami presenti nella rete, distante anni luce dal pur recente discorso di Ratisbona. Ad ogni buon conto non è sicuramente il caso che ci ha tenuto al riparo da iniziative efferate. Come pure è necessaria ogni consapevolezza rispetto a potenziali, più nefaste evoluzioni. In sostanza bisogna lavorare a piani di emergenza che consentano di affrontare al meglio ogni possibile situazione. Non sono problemi di protezione civile. Si tratta di ben altro. Auguriamoci che si riesca sempre a prevenire e che nulla accada. “Si vis pacem para bellum”: Vegezio la pensava così nel quarto secolo, ma il concetto è ancora attuale; salvo non si ritenga che di fronte ad un terrorista con la cintura esplosiva si debba chiedere la soluzione al sostituto procuratore di turno.

di Carlo Corbinelli Foto: Getty Images, Stato Islamico

Sempre piu’ grossolana e incalzante la disinformazione sulla guerra civile siriana

Radhika Coomarasw
Radhika Coomarasw

Non bastavano le bugie di al-Jazira e al-Arabya riprese acriticamente dalla stampa Occidentale. Ora ad aumentare la mole di propaganda grossolana tesa a dipingere il regime e l’esercito siriano come un mucchio selvaggio di macellai di donne e bambini ci si mette pure l’Onu. Un rapporto delle Nazioni Unite redatto dal rappresentante speciale per i Bambini e i Conflitti Armati, la signora cingalese Radhika Coomaraswamy (nella foto), denuncia l’esercito siriano di aver utilizzato i bambini come “scudi umani” nel conflitto in corso costringendoli a salire sui carri armati per fermare gli attacchi dei ribelli. La signora Coomaraswamy ha detto alla Bbc di essere stata testimone in Siria di episodi “orribili” e di non avere mai visto una situazione simile in nessuna altra parte del mondo. Verrebbe quindi da pdensare che l’alto funzionario dell’onu si sia recata in prima linea ad Homs, Hama, Houla o in altre città contese tra lealisti e ribelli per toccare con mano e vedere con i propri occhi scene così raccapriccianti. Invece la Coomaraswamy racconta che “molti ex soldati hanno parlato di attacchi armati nelle aree abitate da civili e di aver visto bambini, alcuni molto piccoli, uccisi e mutilati”. Cioè lei non ha visto niente ma sono stati “ex soldati” a raccontare questi episodi, termine che in Siria vuol dire disertori, cioè le truppe passate alle posizioni dei ribelli tra i quali vi sono anche i migliori terroristi di al-Qaeda veterani dell’Iraq e milizie islamiste finanziate da Qatar e sauditi. Certo ogni guerra civile porta atrocità e non abbiamo dubbi che anche i lealisti si siano macchiati di violenze contro i civili ma molti di questi massacri che sempre più spesso vengono attribuiti alle forze fedeli ad Assad “puzzano”, specie ben sapendo di quali nefandezze sono capaci quei terroristi veterani dell’Iraq dove non esitano a impiegare bambini e disabili come kamikaze. Con uno sprazzo di dignità la Coomaraswamy ha ammesso che anche l’Esercito libero siriano (Els), cioè i soldati disertori che combattono le forze pro-Assad, hanno utilizzato i bambini nel conflitto. “Per la prima volta abbiamo sentito di bambini reclutati dall’Els per il fronte” ma poi ha puntato nuovamente il dito contro il regime aggiungendo che “l’uccisione e la mutilazione di bambini sono cose accadute in molti conflitti, ma la tortura in carcere su piccoli che non hanno più di 10 anni è qualcosa di straordinario, che non si è visto in nessun altro posto” dando così per scontate informazioni diffuse finora solo dalla propaganda dei ribelli. Oltre ai media arabi e occidentali anche l’Onu ci prende per il naso. Per dimostrare le sofferenze inflitte ai bimbi nel conflitto, il rapporto cita in particolare l’attacco dell’esercito al villaggio di Ayn al-Arouz, nella provincia settentrionale di Idlib, dello scorso 9 marzo. Alcuni testimoni hanno riferito che quel giorno diversi bambini sono stati costretti ad uscire dalle loro case e “usati dai soldati come scudi umani in quanto posizionati davanti ai finestrini degli autobus che portavano i militari nel villaggio”. Cioè ancora una volta si citano come fossero testi sacri testimonianze vaghe di esponenti dell’insurrezione allo scopo di rendere digeribile il prossimo intervento militare occidentale in Siria al fianco dei nostri alleati al-Qaeda. Non a caso rispetto alle illazioni della signora Coomaraswamy una ben minore visibilità ha avuto la denuncia del reporter britannico Alex Thomson, inviato della britannica Channel 4, che ha accusato i ribelli siriani di aver tentato di farlo cadere in una trappola per farlo uccidere dalle truppe lealiste per poi accusare di un’altra ignominia il regime di Bashar el Assad. Thomson, riferiscono i media britannici, ha raccontato che si trovava a con il suo autista un interprete ed altri due giornalisti a Qusair, a 90 minuti da Homs. Il gruppo stava tentando di ritornare verso le linee governative quando la scorta dei ribelli che li accompagnava li ha spinti, sostiene, verso una strada senza via d’uscita nel mezzo “del fuoco incrociato” di una battaglia. Il giornalista è certo che non si sia trattato di un errore. “I ribelli hanno deliberatamente cercati di farci sparare dall’esercito siriano”, perché aggiungere la loro morte all’elenco di dei crimini delle forze di Assad avrebbe aumentato la simpatia di cui gode la causa dei ribelli: La notizia di “giornalisti morti è sempre negativa per Damasco”, ha scritto sul suo blog Thomson, che alla fine è riuscito con il suo gruppo a dileguarsi e ha poi lasciato la Siria. Gianandrea Gaiani

Strage di houla: casus belli per la guerra alla siria?

Civili a Homs
Civili a Homs

Tre stragi di civili a Homs, Hama e a Houla dove sono stati massacrate 108 persone, per metà bambini. Una strage subito attribuita dai media internazionali (in testa le immancabili al-Jazira e al-Arabya, organi di propaganda e disinformazione di Qatar e Arabia Saudita) ) e dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu alle forze governative siriane. Tutto è possibile in una guerra civile sempre più cruenta nella quale però le nefandezze abbondano tra i governativi come tra i ribelli. Inutile sottolineare che Bashar Assad dovrebbe essere impazzito per ordinare ai suoi di massacrare centinaia di innocenti a due passi dagli osservatori dell’Onu e sotto i riflettori dei media internazionali. I rapporti degli osservatori col basco blu guidati dal generale norvegese Robert Mood riferirono subito di persone colpite dalle schegge di granata, altre uccise con colpi a bruciapelo o a coltellate. Più tardi però, dopo il montare delle accuse a Damasco, hanno corretto il tiro riferendo di almeno una parte delle vittime colpite dai cannoni dei carri armati governativi. Damasco nega ogni responsabilità per una strage compiuta in una zona abitata da sunniti ma circondata da villaggi alauiti che sostengono il governo. Ce n’è abbastanza per sospettare della strage l’esercito e le milizie filo-Assad ma anche le molte anime della rivolta e i combattenti di al-Qaeda sempre più attivi in Siria provenienti dal vicino Iraq e che hanno già compiuto attentati e massacri. La dinamica della strage di Houla assomiglia infatti alle “spedizioni punitive” compiute dalle milizie di “al-Qaeda in Mesopotamia” contro villaggi sunniti iracheni che sostenevano collaboravano con le truppe statunitensi e con il governo di Baghdad. Quando al-Qaeda effettuò i primi attentati in Siria, contro sedi dei servizi segreti ad Aleppo e Damasco i ribelli ne attribuirono la responsabilità al regime di Assad, versione che ebbe ampia eco sui media (al-Jazira in testa, ancora una volta) finché lo stesso Dipartimento di Stato di Washington ammise che i terroristi di al-Qaeda erano entrati in forze in Siria per combattere il regime divenendo di fatto “alleati” ingombranti e imbarazzanti non solo dei ribelli ma anche dell’Occidente. La strage di Houla rischia di diventare quindi il “casus belli” per l’intervento militare internazionale da tempo chiesto da Turchia, Lega Araba e soprattutto dal Qatar e dai sauditi, sostenuti dagli anglo-americani e dai francesi. Anche se la Nato ha finora negato i preparativi di azioni belliche contro Damasco negli ultimi mesi sono emerse molte indiscrezioni che indicano il contrario incluse voci di pre-allerta di alcuni reparti alleati pronti a venire rischierati in Giordania, Libano o nelle basi britanniche a Cipro. Allo stesso modo negli ambienti diplomatici da tempo si sussurra che il Piano Annan è destinato a non riuscire a risolvere la crisi siriana ma può creare il contesto per un’azione internazionale che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu sembra pronto a varare. Indiscrezioni che trovano conferme anche in quanto rivelato dal Washington Post che ha sentito ribelli siriani e di funzionari statunitensi secondo i quali nelle ultime settimane gli insorti hanno ricevuto molte armi moderne fornite da Qatar e Arabia Saudita nell’ambito di un piano coordinato dagli Stati Uniti. Traffici gestiti da alcune basi alla frontiera con la Turchia (Idlib) e col Libano (Zabadani) senza dimenticare che in Giordania /dove l’Italia sta inviando un ospedale da campo) si è tenuta recentemente l’esercitazione internazionale Eager Lion che ha visto la presenza di 12 mila militari americani e alleati (anche qualche decina di specialisti italiani del 185° reggimento acquisizione obiettivi) che hanno simulato operazioni simili a quelle richieste da un intervento militare in Siria. Anche i Fratelli Musulmani siriani, come ha confermato il membro del comitato esecutivo della Fratellanza Mulham al-Drobi, si riforniscono di armi grazie ai fondi messi a disposizione da ricchi siriani o dai Paesi del Golfo. Sul regime di Assad sembrano sempre meno disposti a investire anche gli “sponsor” russi e cinesi se è vero, come racconta Haaretz che le forniture di armi e munizioni (anche nordcoreane) che arrivano via mare a Tartus e Latakia non godono più dei crediti agevolati di un tempo ma vengono pagate in anticipo da un fondo costituito dai petrodollari di Teheran, ormai l’unico vero alleato di Damasco. Ufficialmente Barack Obama ha chiesto la collaborazione di Mosca per gestire una “soluzione yemenita” con l’esilio di Assad e l’avvio di una transizione politica ma nei fatti Washington sembra puntare più a una “soluzione libica” e la strage di Houla potrebbe creare il contesto mediatico e sociale favorevole ad approvare un intervento bellico internazionale. Il Consiglio nazionale siriano (Cns), organo dei ribelli, chiede armi per difendere la popolazione e iniziative militari potrebbero venire presto varate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il presidente francese Francois Hollande pare deciso a emulare in Siria le gesta di Sarkozy in Libia e dopo aver sentito il premier britannico David Cameron ha dichiarato che “la follia omicida del regime rappresenta una minaccia per la sicurezza dell’area”. Il ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi non esclude nessuna opzione contro il regime di Assad e il leader dei liberaldemocratici europei Guy Verhofstadt ha chiesto esplicitamente un intervento militare internazionale. Sono bastati poco più di un centinaio di morti, per metà bambini, per ventilare senza timidezze un intervento finora ufficialmente escluso dall’Alleanza Atlantica. Eppure le truppe di Assad sono impegnate in veri e propri combattimenti contro ribelli appartenenti a gruppi diversi e spesso rivali ma che possono contare su armi sempre più moderne e che non si tratti di una guerra tra militari e civili indifesi lo si evince anche dal bilancio delle vittime redatto dall’Osservatorio dei diritti umani, emanazione dei rivoltosi, che ammette che su 13 mila morti oltre 3 mila erano militari di Assad e che molti dei più di 9 mila civili uccisi erano ribelli. Del resto non sarebbe la prima volta che eccidi e massacri, veri o “costruiti” ad arte, aprono la strada all’internazionalizzazione di un conflitto interno. Nel 1995 alla strage di Srebrenica seguì l’intervento dell’Alleanza Atlantica in Bosnia, nel 1999 le fosse comuni di Racak diedero il via all’intervento della Nato in Kosovo nonostante un team medico bielorusso avesse accertato che si trattava di cadaveri raccolti da più parti ai quali era stato sparato alla nuca post mortem. L’anno scorso l’intervento alleato in Libia è stato favorito dalle notizie, rivelatesi poi infondate, di fosse comuni, massacri di bambini e stupri di massa compiuti dai soldati di Gheddafi. Il parallelo con la Libia non è azzardato non solo considerando la mole di disinformazione diffusa mediaticamente in questi mesi dai ribelli siriani ma anche analizzando le ultime dichiarazioni politiche nelle quali la nota di linguaggio sembra essere “proteggere i civili”. La stessa motivazione che animò l’intervento della Nato in Libia battezzato Operazione “Unified Protector”. In quel caso vennero protetti a suon di bombe e missili anche i molti civili che sostenevano il regime di Gheddafi e anche in Siria pare che buona parte dei civili stia con Assad o quanto meno non abbia intenzione di lasciare il proprio Paese in mano a milizie armate, bande irregolari e jihadisti. Difficile dargli torto guardando all’attuale situazione libica e alle leadership occidentali impegnate ai consegnare Damasco agli islamisti. “Come già in Egitto, in Siria i Fratelli musulmani sono riusciti ad appropriarsi della rivolta, fino a costituirne ora la spina dorsale”: questa la valutazione espressa dall’esperto israeliano, Jacques Neriah, in una analisi pubblicata dal Jerusalem Center for Public Affairs (Jcpa). “Negli ultimi mesi – nota Neriah (in passato consigliere del premier Yitzhak Rabin) – sono scesi in campo i Salafiti e altre piccole organizzazioni islamiche ”in una sollevazione orchestrata ed alimentata da al-Qaeda”. Il principale gruppo di opposizione, guidato dal leader in esilio, Burhan Ghalioun, sembra entrato in “un processo di disintegrazione”. Ghalioun – secondo Neriah – non è riuscito ad imporre la propria autorità sull’Esercito della libera Siria (Fsa). Il carattere radicalmente islamico della insurrezione è nel frattempo divenuto più marcato, grazie anche – secondo Neriah – all’intervento di combattenti islamici accorsi da Afghanistan, Pakistan, Iraq, Libia, Tunisia e anche da Paesi europei. “La graduale trasformazione dell’opposizione siriana in un movimento diretto da musulmani estremisti, ispirato, alleato e coordinato con al-Qaeda non serve gli interessi dell’opposizione stessa in quanto – secondo Neriah – la maggioranza dei siriani non si identificano con quei radicali”.
LINK
http://www.washingtonpost.com/world/national-security/syrian-rebels-get-influx-of-arms-with-gulf-neighbors-money-us-coordination/2012/05/15/gIQAds2TSU_story.html

http://www.haaretz.com/news/middle-east/russian-north-korean-arms-ships-to-dock-in-syria-as-bloody-crackdown-continues-1.432709,

Soldati italiani circondati da civili

Sconfitta in Afghanistan

Soldati italiani circondati da civili
Soldati italiani circondati da civili

Chi si occupa di conflitti evitando di mettersi le lenti deformanti imposte dalla cultura buonista post sessantottina se n’era già accorto da un pezzo, fin dal conflitto iracheno e forse addirittura da quello somalo dei primi anni ‘90. Ora però a spiegarci i motivi militari ma soprattutto culturali della sconfitta che l’Occidente sta rimediando in Afghanistan è intervenuto autorevolmente il professor Tawfik Hamid, 50 enne ex estremista islamico oggi ascoltato esperto nella lotta al terrorismo che ha insegnato in numerose università statunitensi (UCLA, Stanford, Georgetown, Miami) e docente di Radicalismo islamico al Potomac Institute for Policy Studies. In un ampio articolo pubblicato il 23 aprile sul sito Radicalislam.org  intitolato “I dieci motivi della sconfitta statunitense in Afghanistan” Hamid ricorda le difficoltà degli statunitensi a confrontarsi con la cultura e la società afghana e islamica in una guerra iniziata con l’obiettivo di cacciare al-Qaeda e talebani per portare la democrazia a Kabul e che si avvia a concludersi (con il ritiro della Nato) con il presidente Hamid Karzai che strizza l’occhio agli estremisti islamici e promuove leggi sociali di ispirazione fondamentalista rigidissime per le donne. Un chiaro esempio, secondo Hamid, di come Karzai si prepari a convivere con i Talebani considerati futuri vincitori (o almeno non sconfitti) e abbia già valutato come perdenti statunitensi e alleati che hanno addirittura annunciato con ampio preavviso la data del loro ritiro dall’Afghanistan. Il professor Hamid sottolinea dieci aspetti che hanno portato Washington e i suoi alleati verso la sconfitta o, quanto meno, la mancata vittoria. Li potete leggere tutti nell’articolo linkato ma mi limito a evidenziarne alcuni che mi pare ben rappresentino l’incapacità politica, sociale e culturale dell’Occidente afflitto da relativismo culturale e reso flaccido da decenni di terzomondismo e pacifismo di combattere e vincere conflitti presentando un modello culturale vincente.
Secondo Hamid, nell’intento di sembrare rispettosi della cultura locale gli statunitensi sono apparsi deboli agli occhi delle popolazioni afghane. Pronti a porgere scuse per ogni vittima civile (anche quelle inventate per incassare gli indennizzi pagati dalla Nato) gli alleati sono arrivati a far indossare il velo (hijab) alle soldatesse addette ai rapporti con la popolazione femminile locale. Un’idea assurda, tesa a mostrare sensibilità culturale ma che secondo Hamid ha solo indotto gli afghani a considerarci deboli, portatori di una cultura inferiore e subalterna a quella musulmana. Una considerazione ovvia: invece di portare e imporre la libertà di scelta alle donne afghane le soldatesse occidentali si vestono come loro.

Somalia missione Ibis2 agguato al checkpoint Pasta
Somalia missione Ibis2 agguato al checkpoint Pasta

Le raffinatezze culturali imposte dal politically correct faticano a fare breccia in una società dove gli analfabeti sono il quasi i tre quarti della popolazione.
Per questo gesti che noi consideriamo di rispetto culturale inducono gli afghani a percepirci come deboli aiutando così la propaganda talebana che, per ammissione degli stessi vertici militari di Washington, ha vinto la guerra delle idee e della comunicazione. Come ricorda Hamid “la mentalità tradizionale musulmana tende a rispettare la forza non la debolezza”. Così anche il frequente uso della parola “ritiro” da parte di Obama ha aiutato la percezione della debolezza dell’America poiché “ritiro” è un termine parente stretto di “sconfitta”.
Anche gli inchini eccessivi di Barack Obama davanti al monarca saudita o la difesa operata dalla Casa Bianca del diritto di un gruppo islamico di costruire una moschea nel Ground Zero di New York o la minaccia di punire gli uomini della Cia che avevano torturato i terroristi per ottenere informazioni hanno fatto apparire debole l’America.
C’è del vero in quanto afferma Hamid, basta ricordare che nel 1943-45 noi italiani (e gli altri europei) abbiamo acclamato come “liberatori” gli anglo-americani che hanno ucciso decine di migliaia di civili e distrutto le nostre città con pesanti bombardamenti (quelli si “a tappeto” a differenza dei raids mirati di oggi in Afghanistan) ma che erano portatori disinvolti di un modello culturale vincente ed esportato con una forza che non era solo insita nelle armi.
Nel luglio 1943 nessun soldato statunitense si sarebbe messo la coppola in testa per risultare più accattivante alla popolazione siciliana.
Hamid evidenzia poi che invece di preannunciare ritiri di truppe gli alleati avrebbero dovuto varare una politica di comunicazione tesa a spiegare agli afghani che ogni azione terroristica talebana avrebbe prolungato la loro presenza scoraggiando così il sostengono agli insorti e smentendo la propaganda talebana che ha sempre parlato di insurrezione per costringere gli infedeli ad andarsene. Al tempo stesso si sarebbe potuto influenzare (minacciare) il clero afghano per i sermoni che incitano all’odio e al sostegno ai talebani togliendo così legittimità religiosa agli insorti.
Un’iniziativa però difficile da attuare per chi non vuole rischiare di apparire nemico dell’Islam.
Alle valutazioni di Hamid occorre aggiungere un ulteriore elemento che denota la debolezza dell’Occidente e la sua incapacità di combattere conflitti prolungati: le perdite. In Iraq gli alleati hanno registrato tra il 2003 e il 2011 meno di 5 mila caduti, quasi 4.500 dei quali statunitensi. In Afghanistan a oggi i caduti in 11 anni sono meno di 3 mila, per due terzi americani. Di fatto dall’ottobre 2001 a oggi l’Occidente, cioè la più grande potenza planetaria con circa 4 milioni di militari professionisti in servizio, ha subito perdite pari a meno di 7.800 soldati dei quali solo 1.350 non americani. Un prezzo che nei conflitti dei decenni scorsi sarebbe stato considerato eccezionalmente contenuto (in dieci anni in Vietnam morirono 55mila statunitensi) giudicato invece oggi insostenibile dalla nostra società, su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Egitto e la distruzione delle chiese

attentato di capodanno alla chiesa copta di alessandria
attentato di capodanno alla chiesa copta di alessandria

Negli ultimi giorni le chiese cristiane sono state attaccate in almeno due paesi,  Nigeria ed Egitto, mentre imballaggi contenenti ordigni esplosivi rudimentali sono stati posti sulla porta di casa delle famiglie cristiane in Iraq. Gli attacchi contro i cristiani non sono rari nel mondo islamico ma non è chiaro se questi ultimi avvenimenti sono stati realizzati da piccoli gruppi e quindi sono semplicemente una coincidenza e non una minaccia ad un nuovo livello che indica l’esistenza di un’iniziativa internazionale coordinata.
Eppure è strana la quasi perfetta tempistica degli eventi in tre paesi lontani tra loro. Certo, i servizi segreti egiziani sono alla ricerca di eventuali collegamenti regionali (ad esempio, se operatori iracheni hanno reclutato attentatori egiziani). I precedenti attentati in Egitto sono stati tutti contro i turisti e mai contro i cristiani e le chiese.
Ciò che è importante è capire che se i recenti attacchi non sono casuali, allora c’è una conduzione coordinata contro le chiese cristiane. Se fosse così, saremmo in presenza di una rete terroristica che ha eluso la sorveglianza da parte dei servizi di sicurezza e di intelligence.
Ovviamente, queste sono supposizioni.
Ciò che è chiaro, tuttavia è che l’attacco a una chiesa in un paese come l’Egitto è tutt’altro che comune e tra l’altro questo è stato particolarmente distruttivo.
L’Egitto, in termini di terrorismo è una nazione relativamente tranquilla anche se ultimamente ci sono stati alcuni attacchi contro la grande popolazione cristiana copta che conta il 10% di tutta la popolazione.
Il governo egiziano, nel passato è stato efficace nell’usare una spietata repressione dell’estremismo islamico e da diversi anni è attivo nella condivisione delle informazioni sul terrorismo con americani, israeliani e altri governi musulmani.
Il suo apparato di intelligence è stato uno dei pilastri degli sforzi per limitare il terrorismo, nonché a mantenere l’opposizione interna sotto controllo.
Pertanto, l’attacco in Egitto è significativo ed evidenzia una falla nella sicurezza egiziana. Anche errori sono inevitabili, ciò che ha reso questo fallimento degno di nota è l’attacco che si è verificato in sequenza stretta con più obiettivi cristiani in Iraq e in Nigeria. Avvenimenti che seguono una minaccia di al Qaeda, fatto il mese scorso, contro i copti egiziani.
Questo avvertimento aumenta le probabilità di convincimento in un’azione coordinata.

Storia moderna

L’Egitto, con una popolazione di circa 80 milioni di cittadini è il più grande paese arabo. IlCairo è il centro storico della cultura araba ed è stato il nucleo della risposta araba al crollo degli imperi britannico e francese.
Sotto Gamal Abdul Nasser, il fondatore politico della lega Pan-araba (al contrario di Pan-islamico) l’Egitto era il motore militarizzato della regione.
Quando nel 1956, l’Egitto, si alleò con l’Unione Sovietica ridefinì la strategia geopolitica della regione del Mediterraneo. Cambiando alleanza nel 1970 anche la sua geopolitica è cambiata, più che in ogni altro paese arabo.
L’ultima mossa importante da parte dell’Egitto è stata la firma di un accordo di pace con Israele nel 1979 che ha smilitarizzato la penisola del Sinai e la rimozione della minaccia strategica a sud di Israele. La conseguenza è stata che a sua volta ha liberato Israele facendolo concentrare sui propri interessi primari al nord ed a sviluppare la sua economia. Le conseguenze del trattato di pace sono state enormi definendo la geopolitica della regione lasciando isolata la Siria e rendendola dipendente dall’Iran.
La morte del presidente Anwar Sadat nel 1982 e la conseguente elezione di Hosni Mubarak portò ad un periodo di congelamento nella strategia estera nazionale.
Il rapporto con gli Stati Uniti assicurò il fronte esterno. Tuttavia, la morte di Sadat, ha dimostrato che il trattato con Israele ha generato forti resistenze all’interno dell’Egitto.
Considerando che il regime egiziano proveniva da una visione laico arabista è facile capire che la pace con Israele ha posto problemi teologici e non ideologici. L’opposizione ruotante attorno alla Fratellanza Musulmana è stata un’opposizione di tipo islamista e quindi contraria al trattato su basi teologiche.
L’assassinio di Sadat ha avviato un periodo di intensa attività da parte delle forze di sicurezza egiziane al fine di distruggere l’organizzazione degli assassini e delle forze islamiste che si opponevano sia al regime che al trattato con Israele.
La coordinazione tra gli spietati servizi segreti e servizi di sicurezza, la disorganizzazione degli islamisti e le profonde divisioni nella società egiziana ha ridotto la minaccia islamista ad una debole forza politica e il terrorismo ad un evento piuttosto raro.
Però questo concentrarsi sulla sicurezza interna ha congelato la politica estera egiziana.
Le considerazioni fatte dai politici furono : In primo luogo, condurre una vigorosa politica estera, avendo contemporaneamente un fronte interno col terrorismo, era pericoloso se non impossibile.
In secondo luogo, la lotta contro il radicalismo islamico è una guerra di intelligence e l’Egitto necessitava la cooperazione con i servizi segreti di altri paesi, soprattutto gli Stati Uniti e Israele.
Le conseguenze furono che la minaccia interna non soltanto ha congelato la politica estera dell’Egitto ma ha anche contribuito alla disuguaglianza sociale ed economica.
Il risultato della combinazione di questi fattori è che l’Egitto è apparso agli occhi delle altre nazioni islamiche come scomparso dalla storia, ripiegato su se stesso.
Le notizie dal Cairo, negli anni dal 1950 al 1970, galvanizzavano il mondo arabo ma dal 1980 l’Egitto cessava di essere la nazione leader della regione.
Anche dopo il 2001, quando tutti gli alleati americani sono stati mobilitati nella guerra contro l’Islam militante, il ruolo dell’Egitto si è limitato al controllo del movimento terroristico all’interno di se stesso. Riuscire a controllare il terrorismo è stato un enorme vantaggio per gli Stati Uniti e l’Egitto è diventato il paese di cui né gli USA né gli israeliani avevano di cui preoccuparsi. Al contrario, se in Egitto il terrorismo si fosse radicalizzato per cli USA si sarebbe creata una grande sfida strategica.

Attuale clima politico dell’Egitto

Mubarak è vecchio e secondo alcuni soffre di cancro. Egli sperava che suo figlio, Gamal, lo sostituisse ma questo desiderio ha incontrato la resistenza da parte dell’apparato politico e militare che sostiene il presidente. Apparato che deriva direttamente dal regime fondato da Nasser.
Il regime ha l’appoggio di una parte della popolazione, in particolare dei dipendenti pubblici. Allo stesso tempo, però, ci sono laici che vogliono un regime più liberale orientato al business. I desideri dei liberali sono sempre stati controllati con la scusa della minaccia dei radicali islamici che al momento attuale è vista come esaurita.
Ci sono tutte le ragioni per giudicare l’attacco alla chiesa come un’evento importante importante. L’argomento che la minaccia islamista è stata soppressa decade con l’attacco dell’altra notte e con esso decade la tesi secondo cui la continua focalizzazione su uno stato di sicurezza è ormai superata.
Nel caso del reiterarsi degli attacchi terroristici, la politica di Mubarak è legittimata e può essere trasmessa a chi dovesse succedergli alla presidenza.
Questo ci porta al cuore della questione, non è chiaro cosa si sta muovendo sotto la superficie ma qualunque cosa sia deve essere necessariamente prudente. Consideriamo che l’islamismo radicale, per varie ragioni, ha catturato l’immaginazione della gente in altri paesi musulmani e non è irragionevole supporre che non sia così anche in Egitto. Possiamo supporre che anche se Mubarak ha fatto di tutto per sopprimere l’islamismo, esso sia ancora in Egitto anche se dormiente.
Il momento più vulnerabile per la nazione dei faraoni è il periodo immediatamente precedente all’uscita di scena di Mubarak.
Se gli islamisti radicali alzassero la testa ora, potrebbero  attirare l’ira dei servizi di sicurezza e in ogni caso, essi non starebbero peggio di quanto non stessero prima e non sarebbero una minaccia. Ma se la crisi di successione dovesse dividere uno stato già sclerotico si potrebbe aprire la porta a una rinascita dell’islamismo radicale.

Futuro politico egiziano

Abbiamo due possibilità :

A) l’Egitto entra in un periodo di lotte interne e d’instabilità. Il regime non riesce a reprimere gli islamisti ed essi non riescono a prendere il potere.

B) un movimento di massa islamista ripudia il patrimonio nasseriano e stabilisce una repubblica islamica in Egitto.

Ci sono molte forze contrarie alla seconda ipotesi anche se nel lungo periodo non è uno scenario impossibile da immaginare.

C’è, naturalmente, un terzo scenario che prevede una successione ordinata.
Consideriamo per un momento uno scenario con uno stato islamista in Egitto.
Il Mediterraneo che per anni è stato una regione strategica tranquilla, prenderebbe improvvisamente vita. Gli Stati Uniti dovrebbero ridisegnare la propria strategia e Israele dovrebbe riprendere in considerazione la sua strategia geopolitica al sud dei suoi confini.
La Turchia dovrebbe prendere sul serio una nuova potenza islamica nel Mediterraneo e non sottovalutarne la leadership ma la cosa più importante è che un Egitto islamista darebbe impulso drammatico all’Islam radicale in tutto il mondo arabo.
E ancora, uno dei perni della politica americana ed europea andrebbe perduto irrimediabilmente. La trasformazione dell’Egitto in un paese islamico sarebbe per l’occidente una catastrofe mentre assumerebbe rilevanza nel mondo islamico, al di là dei problemi iraniani, cambiando completamente al volto sociopolitico/geopolitico della regione così come la vediamo oggi.
Se questi problemi esistessero in qualsiasi altro paese islamico avrebbero scarsa importanza ma l’Egitto è sempre stato la potenza dominante ed riferimento degli arabi della regione. Gli ultimi 20 anni di assenza di leadership sono stati, a mio parere, un periodo anormale.
Il racchiudersi su se stessi, divenendo evanescenti nel mondo arabo è stato dovuto ad uno sforzo per reprimere gli islamisti radicali ed ha assorbito dall’interno tutta l’energia del regime.
La dinamica interna dell’Egitto sta certamente cambiando gli approcci della successione ed il recente attacco alla chiesa è stato un raro fallimento della sicurezza egiziana.
Se la sicurezza interna dovesse fallire ancora e poi ancora, sarebbe difficile prevedere gli esiti per un paese importante come l’Egitto, è una questione che va presa sul serio.
Certamente non è chiaro, come e dove nella complessa situazione politica della nazione è da collocare l’attacco terroristico alla chiesa ma se è l’inizio di qualcosa di più grave si scoprirà solo osservando qualcosa fuori dal comune dal normale trend della vita del paese.
Se si notassero derive o fenomeni strani, bisognerà prendere sul serio la situazione, se non altro perché questo è l’Egitto ed esso conta politicamente più di altri paesi. l’Egitto sta cambiando ed è da tenere sotto osservazione.

Egypt and the Destruction of Churches: Strategic Implications is republished with permission of STRATFOR.

terrorismo e immigrazione

Mustafa Setmarian Nasar
Mustafa Setmarian Nasar

In un precedente articolo, La Gran Bretagna esporta il terrorismo, abbiamo parlato di immigrati con passaporto dello stato ospitante che si affiliano alle organizzazioni terroristiche islamiche.
Il fenomeno non è nuovo ne sconosciuto
.
Ai nostri solerti politici e magistrati, basterebbe rovistare nella storia recente per scoprire il come ed il perché dopo la “Connessione cubana” ci sia stato un dilagare del fenomeno. Prendiamo ad esempio l’islamico Mustafa Abdul Kader Setmarian Nasar e seguiamone la storia e le tracce il giro per il mondo.
Mustafa Abdul Kader Setmarian Nasar (eroe dei convertiti italiani, basta fare una ricerca sui forum) nasce ad Aleppo, in Siria nel 1959. Nel 1980 entra a far parte dei fratelli musulmani. Dopo il massacro di Hama del marzo 1982 fuggi in l’Afghanistan e si unì ai mujahidin nella guerra contro il governo afgano (dopo il ritiro dei russi).
Nel 1985 adottò la Spagna come paese di residenza, mischiandosi all’interno della grande comunità di siriani viventi la. Nel 1987 sposò una cittadina spagnola, Elena Moreno Cruz (comunista convertita all’islam) e diventò lui stesso un cittadino spagnolo (come tanti fanno anche da noi).
Tornò in Afghanistan nel 1988 dove incontrò, per la prima volta, Osama Bin Laden e quindi si è unì al suo gruppo arabo-afgano.
Quando nel 1992 Osama Bin Laden si trasferì a Khartoum, in Sudan, egli entrò a far parte del suo staff come aiutante. Dopo alcuni anni in Sudan tornò in Spagna.
Mustafa viaggiava spesso tra Parigi, Londra e Madrid (chissà perchè e che razza di affari aveva). Tra un viaggetto “d’affari” e l’altro scrisse un libro (rivolto agli immigrati in Europa) sostenendo che solo un islam rigoroso è la giusta via per la gioventù islamica.
Il 27/7/1995, dopo un attentato alla metropolitana di Parigi, attribuito al Gruppo Islamico Armato algerino noto nel suo acronimo francese – GIA, Mustafa Setmarian è stato arrestato a Londra per una breve indagine e rilasciato poco dopo con tante scuse (eccerto!).
Nell’autunno 1997, il nostro eroe, torna in Afghanistan sotto il regime talebano e nel 1998 prende la supervisione di un campo di addestramento di Al Qaeda.
Grazie al suo stato di servizio viene nominato da Osama Bin Laden, membro del Consiglio della Shura come coordinatore degli affari siriani di Al Qaeda.
Dopo l’invasione USA in Afghanistan del 2001 Mustafa Setmarian riuscì a fuggire in Iraq attraversando l’Iran e si riunì ad Abu Musab al Zarqawi ( il numero due di Al Qaeda) che si trovava nelle montagne del Kurdistan (KKK, quello di Abdullah Öcalan, vi dice nulla?).
Divenne presto ufficiale di collegamento di Ansar al Islam tra la Spagna e la comunità siriana in Europa. Egli lavorò alacremente come mediatore tra Abu Musab al Zarqawi e gli autori degli attentati ai treni di Madrid.
Il nostro uomo finì nella lista dei ricercati per essere interrogato dall’autorità britannica per possibili collegamenti con gli attacchi di Londra.
Nell’estate del 2004 tornava in Pakistan per gestire il flusso di terroristi in Afghanistan.
Nel 2007 appare in una lista distribuita dalla polizia del Pakistan come uno dei dodici fuggitivi più ricercati al fianco del talebano Mullah Omar, leader dei talebani e Abdullah Ahmed Abdullah, ricercato per il suo ruolo negli attacchi del 1998 contro le ambasciate USA in Kenya e Tanzania.
Alla fine, finalmente, nell’ottobre 2005 viene arrestato a Quetta città di confine con l’Afghanistan insieme a due sauditi, Sheikh Ali Mohamed al-Salim e Abdul Hanan, il presidente di “Madina Trust”, una fondazione di beneficenza legato alla Jaish-e-Mohammed.
Jaish-e-Mohammed è un gruppo militante islamico PACHISTANO che le autorità dicono abbia legami con Al-Qaeda.
Il 23/05/2006 Mustafa Setmarian è estradato in Italia e trasferito a Guantanamo dove è detenuto ancora oggi.
Insomma una brava persona che si è addestrata alla migliore scuola di terrorismo. Poi ha messo in pratica tutte le sue conoscenze ad Hama e visto che non era ora di andare in pensione ha pensato bene (con il beneplacito dei magistrati di sinistra tipo forleo) di viaggiare con il suo passaportino spagnolo e seminare qualche morto qui e la in Europa ed altrove.

Poi è arrivato quel cattivone di Bush che lo ha rinchiuso in galera (troppo poco secondo me) tra gli strepitii della sinistra mondiale (ovvio no?) e quelli della moglie :
The U.S. National Counterterrorism Center confirms Nassar’s capture in November 2005, and media reports indicate that Nassar was later held for a time at a U.S. military base on the British-owned island of Diego Garcia in the Indian Ocean. In June 2009, responding to a request from a Spanish judge for information on Nassar’s whereabouts, the FBI stated it was not holding him in the United States but failed to address whether Nassar was being held in U.S. custody elsewhere.?
Nasar’s wife has taken the case of the Soviet-style disappearance of her husband public
. “Mr. Nassar’s wife and children want to know if he is still alive and where he is,” said Steven Watt, staff attorney with the ACLU Human Rights Program. “Requests for information about his forced disappearance, nearly four years ago, have been ignored by the U.S. government, and his family now has no other choice but to turn to the international community for assistance in their quest.”

Meanwhile, the consequences of U.S. foreign policy has real human costs. “I have been bringing up four children without their father for nearly four years now. They keep asking about dad and I have no idea what to tell them anymore ? I don’t even know if their father is still alive. Without knowing what has happened to my husband, I don’t know where to go with my life or how to move on. The pain of not knowing is becoming unbearable and I am so concerned for my children’s well-being if they should find out about the tragedy that we are being put through,” Nasar’s wife Cruz said. “If my husband is suspected of doing anything wrong, he should get his day in court. If he isn’t, he should be let go. No one deserves to be treated like this.”

Poverino! Vero? Insomma ci vuole molto a capire che togliendo di mezzo il sostegno dei compagnucci  il terrorismo si estingue da solo? Ci vuole molto a capire che questi animali vanno soppressi senza tanti complimenti? Estirpati come un cancro?

Se volete leggervi tutta la sua biografia compratevi il libro : Architect of global jihad: the life of al-Qaida strategist Abu Musʻab al-Suri Di Brynjar Lia