Tag: 8 settembre 1943

Attacco a New York

Regio Sommergibile Da Vinci
Regio Sommergibile Da Vinci

Junio Valerio Borghese
Dopo un anno di prove ed esperienze condotte sul lago d’Iseo dal sottotenente di vascello Massano, ad alcune delle quali avevo partecipato, era stato messo a punto il sommergibile d’assalto, il CA, adattandolo alle sue nuove funzioni; contemporaneamente a Bordeaux, ove frattanto il comando della base dei nostri sommergibili atlantici era stato assunto dal capitano di vascello Enzo Grossi, si erano concretizzate le possibilità, da me sperimentate, di servirsi di un sommergibile oceanico per il trasporto del CA in vicinanza della base nemica. Due operazioni erano in preparazione con questo mezzo : un attacco contro New York, risalendo col CA l’Hudson fino al cuore della metropoli; l’effetto psicologico sugli americani, che non avevano ancora subito alcuna offesa bellica sul loro territorio, superava di gran lunga, nel nostro proposito, il danno materiale, che si sarebbe inflitto (ed il nostro fu, a quanto mi risulta, l’unico piano praticamente realizzabile progettato per portare la guerra negli Stati Uniti). L’altra operazione prevedeva un attacco contro l’importante piazzaforte inglese di Freetown (Sierra Leone), sede della squadra navale del Sud-Atlantico. Le indubbie difficoltà che tali operazioni a vasto raggio presentavano erano in gran parte compensate dalla completa sorpresa; la comparsa dei mezzi d’assalto della Marina italiana, i quali avevano fino allora limitato la loro azione al settore Mediterraneo, non era certo prevista: misure difensive contro tale inatteso tipo d’attacco non erano presumibilmente in atto. L’azione contro New York, in stato di avanzata preparazione, era stabilita per il mese di dicembre 1943”.

La storia

Junio Valerio Borghese
Junio Valerio Borghese

Per gran parte degli storici, le attività della Xa Flottiglia MAS si limitarono al Mediterraneo. Effettivamente, nei primi mesi della guerra, l’unità si concentrò solamente su obiettivi britannici entro il bacino del Mediterraneo. Sfortunatamente, il poco saggio ma audace attacco contro l’isola di Malta del 25 luglio 1941 distrusse un grande numero di ufficiali e sottufficiali altamente addestrati ed anche la maggior parte della struttura di comando dell’unità. La responsabilità di continuare l’attività della Xa Flottiglia MAS cadde sul comandante di una delle sue due divisioni: Junio Valerio Borghese. Questo ufficiale, che si era già distinto per la sua abilità di portare incursori e “maiali” in prossimità delle basi nemiche di Gibilterra e Alessandria, diventò il cuore e l’anima della Xa Flottiglia MAS. Dopo la guerra, il comandante Borghese narrò le gesta della Xa MAS nel suo ben noto libro. Dopo la capitolazione dell’8 settembre, il Comandante Borghese decise di continuare a lottare a fianco dei tedeschi nell’Italia Settentrionale, modificando la Xa Flottiglia MAS in una formazione in gran parte di terra e con funzioni anti-partigiane. Alla fine del conflitto, quando appariva sicuro il suo imprigionamento, nonostante la Medaglia di Oro al Valore Militare ricevuta durante il conflitto, Borghese decise di trasferirsi in Spagna in un esilio volontario che durò fino alla sua morte.

Il ruolo di Borghese nella Xa Flottiglia MAS fu di grande importanza. Quest’uomo non solo era un ufficiale in comando, ma anche un leader. Borghese, come più tardi scrisse, intuì perfettamente il valore dell’ “effetto psicologico sugli americani che non avevano ancora subito guerra offensiva su loro proprio suolo”. Dal suo punto di vista, condurre un attacco fuori del Mediterraneo era di grande importanza. L’idea era audace, ma realistica. I tedeschi avevano preparato piani simili che contavano su sabotatori da infiltrare negli Stati Uniti per poi danneggiare la produzione industriale, ma il loro piano non ebbe successo. Questi attacchi furono resi vani dal sistema d’informazioni americano, che era già molto sviluppato, e dalla natura insulare del continente americano stesso. Dopo l’attacco di Pearl Harbor, I giapponesi inviarono un sommergibile a bombardare la costa della California provocando solamente danni di minima entità e tanta confusione.

Contenitori posteriori del sommergibile Scirè
Contenitori posteriori del sommergibile Scirè

Borghese intendeva portare la guerra sul continente americano conducendo un’azione che sarebbe stata dimostrativa, che avrebbe avuto un limitato valore militare in termine di danni inflitti, ma un enorme valore in termine di effetti psicologici. Il piano, di cui oggi abbiamo solamente limitata documentazione, contemplava il trasporto di un’arma insidiosa nei pressi di “Fort Hamilton”, New York, per poi far si che questi navigasse con i suoi propri mezzi sul fiume Hudson, raggiungendo il porto di New York per istallare cariche esplosive sotto alcune delle navi ormeggiate lungo il pontile Ovest. A causa della natura del porto in questione, e la distanza di New York dall’oceano, l’uso di un S.L.C. (maiale) non era ne adatto ne pratico. Nel Mediterraneo, la Xa Flottiglia MAS aveva usato sommergibili vettore dotati di tre contenitori cilindrici montati sul ponte. In seguito, i cilindri divennero quattro e furono istallati sulle fiancate della carena. I cilindri furono usati per proteggere i S.L.C. dalle intemperie, ma rendevano la navigazione più difficile e, a causa delle loro dimensioni, estendevano il profilo del battello, aumentando, così, il rischio di essere localizzati. La Xa Flottiglia MAS avrebbe dovuto cercare un sistema diverso per l’attacco contro New York; un mezzo elaborato per missioni più lunghe che proteggesse il suo equipaggio dalle intemperie, piccolo di dimensioni e poco visibile. La soluzione sarebbe trovata in un deposito nel porto militare di La Spezia.
Il mezzo in questione, noto come il CA, era l’invenzione della Caproni, ditta originalmente fondata da Giovanni Caproni noto per la costruzione di moderni aeroplani, vincitori di molte gare nel mondo. Durante la crisi del 1935, quando l’Italia era sull’orlo di una guerra con la Gran Bretagna e la Marina militare italiana istituì quello che più tardi diverrà la Xa Flottiglia MAS, alla Caproni fu chiesto di collaborare con la Regia Marina nella costruzione di una nuova arma d’assalto. Questa collaborazione tra la ditta aeronautica e la Marina militare era strana, ma permise l’introduzione di idee ingegneristiche nuove ed uniche nel campo tradizionale dell’ingegneria navale. Caproni cercò la collaborazione di un ingegnere navale e selezionò Vincenzo Goeta, un consulente navale indipendente con uffici a Genova. Il progetto Goeta-Caproni, come sarà conosciuto più tardi, fu presentato dopo alcuni mesi al Comitato del Disegno Navi della Marina militare, una comitato presieduto dal Generale del Genio Navale Umberto Pugliese, ufficiale di grande ingegno e ben conosciuto per l’invenzione di un sistema di protezione subacqueo che porta ancora il suo nome. Il progetto fu presentato alla Marina militare all’inizio del 1936 che fu approvato tre mesi più tardi; questa rapidità d’approvazione fu un grande incoraggiamento, specialmente considerando che le idee proposte dalla ditta Caproni erano insolite e molto innovative.
Caproni chiamò questo mezzo “motoscafo sommergibile”, ma era in realtà un sommergibile. Nei piani della Caproni, questo piccolo mezzo era l’equivalente di un aereo da caccia; l’esperienza della ditta nel campo aeronautico era un fattore importante nel progettare il mezzo e la sua possibile utilizzazione tattica. Sfortunatamente, la Marina militare non era pronta ad abbracciare queste idee nuove e piuttosto originali, ma allo stesso tempo c’era abbastanza interesse nel proseguire con “il Progetto G.” La costruzione iniziò in un capannone alla fabbrica di Caproni di Taliedo, vicino a Milano. Questo minuscolo sommergibile aveva uno scafo resistente con cappelli semisferici ai due estremi. Casse di zavorra, lanciasiluri e altra componentistica furono istallati esternamente allo scafo resistente. Il progetto prevedeva un equipaggio di due uomini: l’ufficiale al comando avrebbe occupato un posto speciale dal quale aveva accesso al periscopio ed i controlli, soprattutto alla leva di controllo (cloche), come su un aeroplano ed anche alla strumentazione di navigazione che assomigliava più ad un caccia che ad una camera di manovra. L’altro uomo dell’equipaggio sarebbe invece stato nelle vicinanze del motore in posizione supina dato che non c’era abbastanza spazio per alzarsi in piedi.
I primi prototipi furono consegnati alla Marina nel 1938 in segretezza totale. Caricati su speciali vagoni ferroviari e mimetizzati, questi strani battelli vennero trasportati sul Lago d’Iseo, vicino Brescia e Bergamo. Questo lago di modeste dimensioni raggiunge una profondità massima di circa 250 metri ed ha un perimetro di 60 chilometri. Il lago ha la forma di una esse con un’isola di piccole dimensioni al centro. I primi collaudi confermarono le buone qualità dei mezzi e consentirono la correzione di alcuni difetti e il miglioramento della componentistica. Naturalmente, a causa della mancanza di salinità, la riserva di spinta era differente dal mare, così i collaudi continuarono a Venezia.

CA in navigazione durante i test
CA in navigazione durante i test

All’arsenale di Venezia, cantieri navali questi con una lunga ed illustre storia, tre giovani ufficiali iniziarono le prove ufficiali. Questi erano i Tenenti di Vascello Totti, Gatti e Meneghini. Gli ulteriori collaudi confermarono la presenza di problemi già noti, in gran parte aventi a che fare con la sensibilità dei controlli. Il sommergibile era in grado di navigare in superficie alla velocità di 7 nodi e sommerso alla velocità di 5 nodi. Inoltre, i due siluri da 450 mm furono lanciati molteplici volte senza alcun inconveniente.
Completati i collaudi a Venezia, i due sommergibili vennero mandati a La Spezia, la più grande base navale italiana. L’esperienza acquisita durante le prove del CA 1 e del CA 2 indussero gli ingegneri ad aumentare il dislocamento di 4 tonnellate, raggiungendo così le 20 t.s.l. Successivamente i due prototipi furono abbandonati in un deposito, lo stesso deposito dove verranno trovati dalla Xa Flottiglia MAS. Dato che erano stati abbandonati da più di due anni, i due sommergibili non erano in buone condizioni e fu deciso di rimandarli in fabbrica per la revisione ed anche per apportare alcune modifiche. Una volta modificati, i due battelli sarebbero stati adatti per la Xa MAS; i due siluri furono rimossi e sostituiti da otto cariche esplosive da 100 Kg ciascuna. Queste cariche sarebbero state posizionate manualmente sotto la chiglia delle navi nemiche da incursori. Il motore diesel fu rimosso dato che questi battelli avrebbero dovuto operare come i maiali e, quindi, entro il raggio d’azione dei motori elettrici. Altre modifiche inclusero la rimozione della falsa torre e del periscopio. Con i motori termici rimossi, il secondo membro dell’equipaggio diventò l’operatore alle cariche esplosive. L’equipaggiamento per gli incursori fu lo stesso usato dagli operatori dei maiali; consisteva in una muta di gomma ed un respiratore a circuito chiuso ad ossigeno puro.

Alla fine di questi lavori, i CA erano da considerarsi nuovi mezzi. Il raggio d’azione era limitato a 70 miglia, ma la velocità in immersione fu aumentata a 6 nodi, mentre la profondità massima fu collaudata a 47 metri; ottime prestazioni per un battello di così piccole dimensioni. Ulteriori collaudi evidenziarono altri difetti, alcuni di grande importanza. Le cariche esplosive sistemate nelle cavità lasciate dalla rimozione dei tubi lanciasiluri nella parte inferiore dello scafo facevano si che il rilascio degli ordigni fosse alquanto macchinoso. Di conseguenza, le due cavità furono eliminate e le cariche esplosive furono poste quasi al livello con il ponte. La pompa Calzoni fu considerata troppo rumorosa (questo era un problema su tutti i sommergibili italiani) e, pertanto, fu rimossa per essere sostituita con una azionata manualmente da uno dei due membri dell’equipaggio. Durante i collaudi del CA 1 sul Lago D’Iseo, il battello ebbe una piccola avaria ed affondò per poi essere recuperato, ma il battello non sarebbe stato in grado di essere usato per un considerevole periodo di tempo. Quindi, alla Xa MAS non rimase che un battello pronto per l’uso: il CA 2.

Prevedendo il ricondizionamento del CA 1 in un breve periodo di tempo, il Comandante Borghese prese in considerazione due attacchi in Atlantico: uno contro la base britannica di Freetown, ed uno contro New York. Per trasportate i mini sommergibili in loco, Borghese aveva bisogno di sommergibili vettori, ma quelli assegnati alla Xa MAS erano troppo piccoli per le operazioni oceaniche. Quindi, a detta del suo memoriale, Borghese cercò di ottenere sommergibili in prestito dalla Kriesgmarine, ma pare che l’Ammiraglio Doenitz, comandante delle forze sottomarine tedesche, non poteva farne a meno di nessuno. Se un sommergibile tedesco fosse stato disponibile, le probabilità di successo sarebbero state in gran parte superiori perché gli U-boot erano più nuovi, più manovrabili e meno soggetti ad avarie degli oramai vecchiotti battelli nazionali.

Durante questo periodo, la Marina Italiana operava ancora in Atlantico dalla base navale di Bordeaux, e i battelli italiani erano adatti per la missione a causa del loro notevole dislocamento, ma purtroppo c’era pochissima disponibilità. Il comandante della base era il Contrammiraglio Romolo Polacchini, più tardi sostituito dal Comandante Enzo Grossi, famoso per aver sostenuto di aver affondato ben due navi da battaglia americane. Polacchini, si dice, mise i battelli all’immediata disposizione di Borghese, mentre più tardi Grossi incoraggiò e diede assistenza alla missione.

Regio Sommergibile Da Vinci con la sella d'alloggiamento per il CA
Regio Sommergibile Da Vinci con la sella d’alloggiamento per il CA

Il sommergibile vettore selezionato fu il Leonardo Da Vinci, un battello oceanico della classe Marconi al comando del Tenente di Vascello Gianfranco Bazzana Priaroggia (il battello era in precedenza al comando del Comandante Luigi Longanesi-Cattani , un sommergibilista di grande talento le qui qualità furono certamente apprezzate dal Comandante Borghese. A detta degli autori Schofield e Carisella, durante le prove a mare Borghese stesso fu al comando del sommergibile. Anche se possibile, questo fatto sembra poco realistico dato che Borghese non aveva mai comandato un battello di queste dimensioni e complessità.
Il Leonardo Da Vinci era uno dei battelli più attivi della flotta italiana. Il 1 luglio 1942, rientrò a Bordeaux dopo una lunga missione nella quale furono affondate ben 20.000 t.s.l. di naviglio nemico. Al suo arrivo a Bordeaux, il battello fu mandato in arsenale per essere trasformato in sommergibile vettore per il CA 2. Sotto la direzione del Maggiore Giulio Feno, capo del Servizio Genio Navale, il cannone prodiero fu rimosso e alla sua base fu costruita una culla tra la struttura resistente dello scafo e il ponte.

Il CA nel suo alloggiamento sulla coperta del Da Vinci
Il CA nel suo alloggiamento sulla coperta del Da Vinci

Il mini sommergibile sarebbe stato alloggiato nella culla con circa un quarto dello scafo sotto il ponte ed il resto sporgente, ma senza ostruire la vista dal ponte comando della falsa torre. Due grandi ganci metallici a forma di tenaglia avrebbe assicurato il CA al battello. Anche se non si sa per certo, pare che il sommergibile vettore fosse in grado di erogare energia elettrica per la ricarica delle batterie a bordo del mini sommergibile.

Le prove a mare cominciarono nel settembre del 1942. Il 9 settembre, il Da Vinci uscì in mare con il suo carico dorsale per prove di rilascio e riattracco. La stessa difficile e noiosa manovra fu ripetuta varie volte fino al 15 dello stesso mese quando fu accertato che tutto era in ordine.
Il Da Vinci avrebbe potuto partire in pochi giorni, ma era ancora troppo presto.
La missione era programmata per dicembre, quando la luce diurna è breve e le tenebre della notte danno agli operatori più tempo possibile per penetrare nel porto nemico e posizionare le cariche esplosive.
In aggiunta, la Xa aveva poche informazioni circa la situazione in New York e si stava cercando di ottenere ulteriori notizie. Per ragioni che ci sfuggono, la missione fu spostata al dicembre del 1943, ma ciò non avvenne mai.
Alcune fonti secondarie asseriscono che Borghese era in attesa della consegna dei CA 3 e CA 4, due mini sommergibili più nuovi ed avanzati. Nel frattempo, il 6 maggio il T.V. Bazzana Priaroggia fu promosso “per servizi in guerra” al grado di Capitano di Corvetta, ma pochi giorni dopo, il 22 maggio, il Da Vinci lanciò l’ultimo messaggio radio informando la base che stava iniziando la navigazione silenziosa. Il battello era atteso a Bordeaux entro una settimana, ma non arrivò mai.

Ultima versione del CA il CB 22 esposto a Trieste in-Piazza dell’Unità il 3 novembre 1996
Ultima versione del CA il CB 22 esposto a Trieste in-Piazza dell’Unità il 3 novembre 1996

Nel 1945, l’Ammiragliato britannico confermò che il 23 maggio alle 11.35 (T.M.G.) il cacciatorpediniere “Active” e la fegata “Ness” avevano condotto un attacco al largo di Capo Finestrelle. Non ci furono sopravvissuti e la Xa Flottiglia MAS aveva perso l’unico sommergibile vettore e l’unico comandate addestrato al rilascio e riattracco del CA.
Pochi mesi dopo, l’8 settembre 1943, l’Italia annunciò l’armistizio con gli alleati. La maggior parte della Marina aderì alle clausole dell’armistizio e, anche se ufficialmente ancora operante, Betasom cessò di esistere. Il CA rimase a Bordeaux sotto il controllo tedesco e quando la città fu evacuata nel 1944, questi fu abbandonato. Nel 1945, il CA 2 fu ritrovato a Bordeaux su un vagone ferroviario adagiato su blocchi di legno e incatenato. Lo scafo era quasi intatto, inclusa l’elica, ma i piani di controllo erano stati rimossi. Non si sa quando, ma il piccolo sommergibile fu demolito. Gli altri sommergibili della classe CA andarono anche loro persi, alcuni in circostanze ancora misteriose, e tutto quello che rimane sono alcune fotografie sbiadite. Dopo l’armistizio, sia la Royal Navy che la U.S. Navy si interessarono molto alla Xa MAS e ne studiarono le tattiche con grande scrupolosità. Le tradizioni di questo piccolo gruppo sono ancora vive nelle forze speciali di molte marine.

Edizione in italiano a cura di Francesco Cestra

RN Giulio Cesare

RN Giulio Cesare come era nella prima Guerra mondiale
RN Giulio Cesare come era nella prima Guerra mondiale

Questa è la storia di una gloriosa e bellissima nave da guerra della regia marina che terminò la sua vita, una volta cambiato nome in Novorossijsk, affondando misteriosamente nel porto di Sebastopoli.
Essa fù varata il 15 ottobre del 1911 e terminata il 14 maggio 1914.
Costruita su progetto del Generale Masdea, accantonando i suoi dubbi sull’efficienza delle torri sovrapposte, queste furono montate per la prima volta sulle navi della classe Cavour. Era inusuale, per l’epoca, la vista di torri binate montate sopra torri trinate.
Le due navi sopravvissute alla 1ª Guerra Mondiale, il Conte di Cavour ed il Giulio Cesare vennero estensivamente rifatte negli anni ’30. Qui trovate le caratteristiche della corazzata e della gemella “Conte di Cavour”. Nel settembre 1923 fu impiegata in azione contro l’isola di Corfù a causa della crisi italo – ellenica a seguito dall’eccidio di ufficiali delegati italiani a Jamina.
Ricostruita al 60% dal 1933 al 1937: venne aggiornato l’armamento, aumentati il dislocamento, la potenza dell’apparato motore e la velocità.
Nel 1933 fu trasferita dalla Spezia ai Cantieri del Tirreno di Genova per essere sottoposta ad importanti lavori di trasformazione che terminarono nel 1937.
Il 3 giugno dello stesso anno l’unità raggiunse Taranto e qui stanziò sino al 10 giugno del 1940. Fu incorporata nella 5ª Divisione imbarcando l’Ammiraglio di Squadra Inigo Campioni.
Il 9 luglio 1940 come ammiraglia della flotta, partecipò alla battaglia di punta Stilo dove venne colpita da una granata da 381 della nave inglese Warspite. Ebbe la Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Il 26 novembre 1940 prese parte alla battaglia di Capo Teulada.
Il 16 dicembre 1941 partecipò alla prima battaglia della Sirte.
L’11 settembre 1943, dopo un’ammutinamento dei marinai che non volevano consegnare la nave al nemico, l’Unità salpò da Pola e diresse, prima a Taranto e poi, in osservanza degli ordini ricevuti a seguito delle clausole armistiziali, per Malta dove rimase sino alla fine della guerra. In sintesi la nave durante il conflitto effettuò 38 missioni di guerra, di cui 8 per ricerca del nemico, 2 per scorta e protezione del traffico nazionale, 14 per trasferimenti e 14 per esercitazioni, percorrendo in totale 16.947 miglia e 912 ore di moto.
Un tristissimo 15 dicembre 1949, l’Unità radiata dal quadro del naviglio militare, venne ceduta all’Unione Sovietica in ottemperanza alle clausole del trattato di pace, con la sigla Z-11.
Passata all’URSS prese il nome di Novorossisk.
Il 30 ottobre 1954 affondò nel porto di Sebastopoli, ufficialmente a causa dell’esplosione di una mina da fondo lasciatavi dai tedeschi in ritirata.
Un’altra versione ne attribuisce la causa ad un sabotaggio.

RN Giulio Cesare 1914-1917
RN Giulio Cesare 1914-1917

RN Giulio Cesare dopo l'ammodernamento
RN Giulio Cesare dopo l’ammodernamento

Qui trovate delle bellissime foto, però meglio di tante parole è vedere un filmato : Il mistero dell’affondamento

Secondo voi come può essere accaduto? [superemotions file=”icon_smile.gif” title=”Smile”]

X Angelo e Diego

Operatori del Gruppo "Gamma"  ripresi al termine di una esercitazione. Al centro della foto il C.te Birindelli ed il suo vice C.te Straulino
Operatori del Gruppo “Gamma” ripresi al termine di una esercitazione. Al centro della foto il C.te Birindelli ed il suo vice C.te Straulino

L’armistizio dell’8 settembre 1943 sorprese la Decima Flottiglia Mas al massimo del suo sviluppo e delle sue capacità.
Gli avvenimenti che seguirono quei giorni sono noti a tutti: furono momenti difficili, vissuti nel dilemma di una non facile scelta .Basti però ripensare alle parole con le quali il Grande Ammiraglio Paolo Thaon di Revel confortò l’allora Capo di Stato Maggiore della Marina, Amm.Raffaele De Courten, che nel dilemma del momento a lui aveva chiesto consiglio:  ”… In momenti così delicati è doveroso lasciare massima libertà alle coscienze, purché esse siano sinceramente rivolte al bene del Paese”Nelle grandi difficoltà e nella confusione di quel tempo ognuno, quindi, agì nella consapevolezza di una scelta pertinente, che giudicava nell’interesse del proprio Paese dilaniato da opposte fazioni.

Operatori Gamma con la mascotte
Operatori Gamma con la mascotte

Al nord proseguì la sua attività la Decima Flottiglia Mas (C.te J.V.BORGHESE), mentre al sud venne costituito MARIASSALTO (C.V. E. FORZA).Tutti, dunque, continuarono a compiere quello che era ritenuto il loro dovere e a tutti, indistintamente, deve andare il nostro incondizionato rispetto.Al termine del conflitto la Marina Militare, afflitta da tanti problemi, ma consapevole del patrimonio umano pazientemente coltivato, continuò a seguire con attenzione questi suoi elementi , in attesa di tempi migliori.E i tempi migliori non si fecero attendere a lungo; infatti, già nel 1947, riunendo il personale proveniente da MARIASSALTO  con il personale della Scuola Sommozzatori e della Scuola Palombari di Livorno,  si insediò al Varignano MARICENTROSUB (Foglio d’Ordine n° 66 del 15 Ottobre 1947), il quale diede vita al suo interno al Gruppo GAMMA (1950) ed ai Nuclei SDAI (1951).

Il Gruppo Arditi Incursori in "assemblea" con il C.te Massarini
Il Gruppo Arditi Incursori in “assemblea” con il C.te Massarini

I GAMMA erano un piccolo nucleo di nuotatori Guastatori (la lettera -G- di -guastatore-  nell’alfabeto fonetico del vecchio libro dei segnali si pronunciava appunto “gamma”) con compiti di attacco contro obiettivi navali, mentre gli SDAI erano impegnati soprattutto nell’ingrato compito di bonificare porti e coste dagli innumerevoli relitti e ordigni disseminati lungo la penisola. Un giorno di gennaio 1952 il T.V. Aldo MASSARINI, reduce della Xa Flottiglia Mas e di MARIASSALTO,  venne convocato a Roma dal Capo di Stato Maggiore della Marina, Ammiraglio PECORI GIRALDI, per discutere sulle capacità di organizzare un nucleo di incursori, sul modello di analoghe organizzazioni operanti all’epoca presso altre nazioni.“Ci pensi – disse l’Ammiraglio al T.V. MASSARINI – e mi faccia conoscere le sue decisioni”.

 I compiti che lo Stato Maggiore aveva previsto per questa nuova figura di “incursore” erano decisamente più ampi di quelli che tradizionalmente avevano visto impegnati gli eroi delle due guerre mondiali: ad un ruolo prettamente subacqueo si intendeva affiancare capacità di combattimento terrestre, appoggio ad operazioni anfibie, eliminazione di ostacoli subacquei.
In sintesi, si trattava di un vero e proprio salto qualitativo, poiché  si passava dal combattere la “battaglia navale” a combattere la “guerra marittima”, allargando la gamma dei bersagli dalla nave a tutte le infrastrutture, in acqua o a terra, che in qualche modo concorrevano alla condotta delle operazioni navali.

Varignano - Alcuni Operatori Incursori del 9° Corso
Varignano – Alcuni Operatori Incursori del 9° Corso

Non senza difficoltà il C.te MASSARINI riuscì a radunare una dozzina o poco più di volontari tra Sottufficiali, Sottocapi, Comuni e due Ufficiali (T.V. A. BENEDETTI e T.V. L. BOTTI).
Questo piccolo gruppo di persone, vestite ed armate sommariamente, venne inviato alla Scuola del Genio Pionieri della Cecchignola, per un corso di addestramento al combattimento terrestre ed all’impiego degli esplosivi.

Nel frattempo il T.V. MASSARINI era riuscito ad ottenere alcuni locali per l’accasermamento del gruppo presso il Varignano, già sede di
MARICENTROSUB, e proprio qui il 1 maggio 1952 (con il Foglio d’Ordine n° 44 del 30 Maggio 1952), con il rientro a La Spezia degli operatori dalla Cecchignola, nacque il Gruppo Arditi Incursori della Marina Militare (GRUPPARDIN).
Quale esattamente avrebbe dovuto essere la “missione” di questo reparto e, di conseguenza, di quali armi, equipaggiamenti e mezzi avrebbe dovuto essere dotato, con quale addestramento gli uomini dovevano essere preparati e con quale criterio scelti, era un panorama tutto da definire ed esplorare.

Varignano - Cerimonia di consegna brevetto  da Incursore ad un Ufficiale Parà
Varignano – Cerimonia di consegna brevetto da Incursore ad un Ufficiale Parà

In un tempo straordinariamente breve, tuttavia, il “gruppo”, cui non mancavano certo entusiasmo e dedizione, acquisì le conoscenze ed esperienze necessarie a risolvere gli interrogativi precedenti.
In questa impresa vennero trascinati anche enti come Maricommi La Spezia, che realizzò la prima tenuta da combattimento, Marimuni Aulla, che approntò i primi zainetti esplosivi e i vari artifizi, ed alcune ditte, che approntarono mezzi, materiali, armi, equipaggiamento subacqueo su specifiche richieste del “gruppo”; inoltre particolari studi vennero dedicati al programma addestrativo, e alla ricerca di quanto ci fosse di più adatto alla formazione di un incursore polivalente.

Allo scopo di allargare quanto più possibile le esperienze del Reparto, alcuni Ufficiali e Sottufficiali vennero inviati a frequentare corsi specialistici presso gli istituti di formazione di analoghi reparti negli Stati Uniti, Francia ed Inghilterra.
Forte di queste nuove esperienze, il 1 maggio 1953 fu costituito il Centro Arditi Incursori (MARICENTARDIN con il Foglio d’Ordine n° 54 del 23 giugno 1953  il fregio metallico sul basco di colore verde divenne ufficiale), alle dirette dipendenze di Maristat. quell’epoca, quindi, al Varignano si trovarono a convivere tre Comandi diversi, con missioni non interdipendenti: MARIDIFE (Com. Difesa  Costiera), il già citato MARICENTROSUB ed il nuovo MARICENDARDIN.

1945 - Ripresa aerea del Golfo del Varignano e di S.Maria
1945 – Ripresa aerea del Golfo del Varignano e di S.Maria

I tre Comandi coabitavano, condividendo in parte alcune strutture.
Per consentire al nuovo Comando una maggiore indipendenza logistica, venne deciso di assegnargli le strutture della vecchia batteria di Santa Maria, opportunamente ristrutturata.
Quasi contemporaneamente, il Comando del MARICENTROSUB venne assunto dal C.V. Gino BIRINDELLI, Medaglia d’Oro al V. M. della Decima Flottiglia Mas, al quale venne affidata anche l’alta direzione delle attività del Centro Arditi Incursori: era nato in questo modo MARISUBARDIN (Foglio d’Ordine n° 83 del 20 settembre 1955), che ebbe però vita molto breve.
Infatti, nel 1956, il C.te BIRINDELLI propose (ed ottenne da Maristat) la fusione del MARICENTROSUB e del MARICENTRARDIN nell’omnicomprensivo MARICENSUBIN, articolato in un Comando Base, un Gruppo Scuole ed un Reparto Operativo, nel quale confluirono i “GAMMA” del MARICENTROSUB e gli “Arditi Incursori”.

Stemma del COMSUBIN
Stemma del COMSUBIN

La componente operativa del MARICENSUBIN assunse la denominazione di “Gruppo Incursori” (perdendo così l’aggettivo “Arditi”), che venne diviso in due aliquote, denominate “Incursori Navali”e “Incursori Costieri”.
Questa divisione, all’inizio, non venne bene accolta da tutti, soprattutto fra gli Arditi Incursori che si sentirono “declassati” a Costieri.
Tuttavia gli stimoli e le esperienze di quel tormentato periodo del 1956 furono fondamentali per il successivo sviluppo dei reparti incursori e gettarono le basi per l’evoluzione verso l’attuale Incursore (senza aggettivi).
Nel 1957 MARICENSUBIN incorporò anche la Sezione Tecnica Autonoma di Bacoli (NA), ove, nel 1949, erano stati accentrati i mezzi speciali residuati del conflitto e, alla guida del C.V.Ernesto NOTARI, era stata posta la base per la rinascita dei Mezzi d’Assalto.
Con questa nuova configurazione, a coronamento di tutto il percorso fatto fino ad allora, nel 1961 venne costituito il Raggruppamento Subacquei e Incursori “Teseo Tesei”, telegraficamente chiamato  COMSUBIN .
Molta strada era stata  fatta, ma molta ancora ne rimaneva da compiere, il COMSUBIN non fu certamente il traguardo ma, semmai, un punto di partenza per una nuova vita di un nuovo tipo di soldato e di uomo: l’Incursore moderno.
Il resto è storia di oggi.
Viene  riportata la dichiarazione dell’Amm. di Sq. Gino Birindelli sulla  effettiva data  e sul luogo della costituzione del Gruppo Operativo Incursori.

dichiarazione dell'Amm. di Sq. Gino Birindelli
dichiarazione dell’Amm. di Sq. Gino Birindelli

In qualità  di suo primo Comandante, certifico  che il Gruppo Operativo Incursori della Marina Militare  fu costituito a Bocca di Serchio  il 5 Settembre 1939. Inizialmente era stato inquadrato  nella I Flottiglia MAS e, in tempi successivi, nella X Flottiglia MAS, in Mariassalto Taranto, nel Raggruppamento Teseo Tesei, assumendo struttura  e denominazioni diverse a seconda degli impieghi operativi assegnati.
F.to  Amm. Gino Birindelli

Tanto per la verità storica – Nel 63° anniversario della costituzione del G.O.I. – M.M. Varignano , lì 25 Ottobre 2002

http://www.youtube.com/watch?v=rZOwEHGu9Nc
Immigrati e Cittadini

Un pò di storia : La battaglia di Kasserine

La guerra d’Africa non fu solo l’epopea di El Alamein ma anche i successivi e ultimi sei mesi dove i nostri soldati sostennero durissimi combattimenti in Tunisia, su due fronti: l’8^ armata britannica e le forze anglo americane sbarcate in Nord Africa nell’autunno del 1942 (operazione Torch).
Alla fine di dicembre del 1942 le forze italo tedesche potevano contare su circa 100.000 uomini e avevano ricevuto qualche rinforzo corazzato (carri Tigre tedeschi). Il comando della 1^ armata italo tedesca fu affidato al Generale Messe che ricevette precisi ordini di Mussolini mirati ad arrestare le forze avversarie e successivamente prendere l’iniziativa per un’auspicata riconquista della Libia.
Considerata la gravità della situazione, l’esiguità delle forze e degli armamenti, Messe comunicò a Mussolini i suoi dubbi.
La risposta del Duce fu semplice e ovvia:
“Resistere comunque ad ogni costo allo scopo di ritardare, dopo la perdita dell’Africa, il conseguente attacco all’Italia”.

Il 6 febbraio 1943 le forze italo tedesche reduci da El Alamein completarono il dispiegamento lungo il confine libico tunisino. Le unità tedesche agli ordini di Messe comprendevano la 90^ divisione leggera, la 164^ divisione di fanteria, la 15^ panzer e la brigata paracadutisti Ramcke (dal nome del suo comandante). Le truppe italiane comprendevano le divisioni “Giovani Fascisti” (tutti ragazzi volontari con meno di vent’anni),  Pistoia, Centauro, Trieste e La Spezia. Interessante leggere la valutazione delle truppe (nel loro complesso) che Messe inviò al comando supremo l’8 febbraio 1943:
“provati nel fisico e turbati nello spirito. Logori ne sono usciti i materiali. In tutti è entrata la convinzione che la lotta non può essere decisa dal valore degli uomini, ma dall’avere disponibilità di mezzi non inferiore a quelli dell’avversario. Resta ben fermo che tutti osserveranno la consegna di compiere il proprio dovere fino all’estremo”.

I superstiti della Folgore furono radunati il 7 dicembre 1942, a Breviglieri, al Centro di Istruzione di Fanteria della Libia. Il reparto di formazione, denominato 285° battaglione paracadutisti “Folgore”, fu posto al comando del capitano Carlo Lombardini, già comandante della 20^ compagnia del VII° battaglione.

Questo grande soldato scrisse dopo la guerra:
“Sulla campagna di Russia sono stati scritti volumi e volumi, sulla campagna in Africa Settentrionale solo qualche volume e non sempre veritiero. Ufficiali portano sulle divise la placca della Campagna di Russia, la medaglia commemorativa per l’Africa Settentrionale, invece, fu abolita nel 1946 dal ministro della Difesa. A coloro che non si piegarono alle lusinghe russe diedero la Medaglia d’Oro al Valor Militare; a quelli che fecero la stessa cosa con gli Alleati, sanzioni disciplinari”.

Il 285° si articolava su cinque compagnie:
107^ – Compagnia Comando – agli ordini del capitano Riccardo Caroli, già comandante la 5^ compagnia del II° battaglione.
108^ – tenente Rolando Giampaolo, già comandante della 28^ compagnia del X°, poi IX° battaglione.
109^ – tenente Lodovico Artusi, uno dei volontari nel battaglione Curtatone e Montanara nel 1935-1936, che aveva comandato la 26^ compagnia del IX° battaglione Folgore.
110^ – tenente Vittorio Raffaelli
111^ – tenente Enrico Bosco Corradini, che aveva comandato la 3^ batteria-2° Gruppo-185° Reggimento Artiglieria “Folgore”.
Il 285° si schierò a Buerat a difesa della Via Balbia.

Dopo una sosta a Tavorga, il battaglione fu inviato a nord di Kussabat, sbarrando le piste provenienti da Beni Ulid. Mentre si trovava ad Ain Zara, il battaglione ricevette l’ordine, il 22 gennaio 1943, di schierarsi a sud dell’aeroporto di Castelbenito. Si doveva resistere ad oltranza, per permettere alle divisioni italiane e tedesche di ripiegare lungo la litoranea.Con la Folgore vi era anche un battaglione di paracadutisti tedeschi.

Il 23 gennaio si scontrò col nemico. La stessa sera, dopo la caduta di Tripoli, ricevette l’ordine di prendere posizione a sud del castello di Zuara. Dopo un nuovo ripiegamento il battaglione raggiunse la linea fortificata del Mareth, in Tunisia.

LA BATTAGLIA DI KASSERINE

Dopo aver raggiunto la linea del Mareth, l’8^ armata inglese di Montgomery era a corto di fiato e di rifornimenti e quindi incapace temporaneamente di offendere.
Rommel cercò subito la rivincita attaccando sul fronte occidentale tunisino. Egli prevedeva un attacco sui due settori delle forze alleate, inglese e americano, in direzione del colle di Kasserine per poi proseguire verso ovest in direzione di Tebessa dilagando nella pianura algerina e accerchiando le truppe alleate che minacciavano la 5^ Armata di von Arnim.
Quest’ultimo disponeva di circa 150 carri armati, Rommel solamente 50; vi era la disponibilità di una ventina di cannoni da 88mm.

Il 14 febbraio le unità corazzate di Rommel (10^ e 21^ Panzer Divison) si lanciarono all’attacco travolgendo le avanzanti formazioni americane; in prossimità di Sidi Bou Zid e in poche ore vennero distrutti una cinquantina di carri statunitensi.
Nel settore di Gafsa, le truppe americane del generale Robinett, dopo essersi ritirate su Feriana, il 15 febbraio contrattaccarono. bloccati prima dal potente fuoco di sbarramento degli 88 tedeschi e poi dai reparti corazzati, gli americani persero un altro centinaio di carri. A Gafsa finirono nelle mani di Rommel circa 1.400 prigionieri americani.
Il 20 febbraio, reparti della 10^ e 15^ Panzer conquistarono il passo di Kasserine, travolgendo le truppe americane a difesa della posizione.
Nella disperata battaglia si distinsero per valore e combattività i bersaglieri del 7° Reggimento, impegnati in durissimi scontri corpo a corpo contro le truppe alleate. il Comandante del reggimento, Colonnello Bonfanti, cadde in combattimento alla testa dei suoi bersaglieri, mentre li guidava all’assalto delle posizioni nemiche.
Il 28 febbraio 1943 il feldmaresciallo Rommel stabilì di scagliare un’offensiva contro il nemico, che denominò Azione Capri. Scopo dell’operazione era l’annientamento delle truppe nemiche che stavano posizionandosi tra il Mareth e Medenine. Si iniziò alle ore 06.00 del 6 marzo 1943, ma non si raggiunse il risultato sperato. Il giorno successivo il comando della 1^ Armata ordinava di rientrare alle posizioni di partenza.

Sulla linea del Mareth si distinse il sottotenente paracadutista Cesare Cristoforetti, che guadagnò la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria, con questa motivazione:
“Comandante di plotone paracadutisti a protezione di un nucleo di genieri d’arresto che di notte stavano costruendo un campo minato, mortalmente colpito da numerose schegge di granata che gli amputavano completamente le gambe e lo ferivano in tutto il corpo dava prova di grande serenità. Mentre era trasportato al posto di medicazione, conscio del grave stato in cui si trovava, incitava i portaferiti a compiere sempre il loro dovere e a testimoniare ai suoi genitori che moriva serenamente dopo aver dato tutto alla Patria. Negli ultimi istanti di vita trovava ancora la forza di intonare l’inno dei paracadutisti italiani”.
Questo non bastò a fermare l’avanzata alleata.

Alla fine, tra contrattacchi e ripiegamenti, il gruppo Armate Afrika vedeva restringersi sempre di più il proprio spazio di manovra. Lo schieramento delle forze della 1^ Armata sulla linea di Enfidaville era il seguente (dal mare verso l’Interno):
XX° Corpo d’Armata(90^ Leichte Division, Divisione Giovani Fascisti, Divisione Trieste),
XXI° Corpo d’Armata (Divisione Pistoia, 164^ Leichte Division).
In riserva si poteva contare sulla 15^ Panzer Division con solo 15 carri, il Raggruppamento Piscicelli, un battaglione della Pistoia e due battaglioni di avieri.

La notte del 23 marzo, truppe scozzesi espugnarono alcuni nostri avamposti a El Harran.

Il 23 marzo stesso, il comandante del 66° reggimento di fanteria, di cui il Folgore costituiva il III° battaglione, ordinava il contrattacco alla compagnia che fungeva da caposaldo arretrato del battaglione, cioé quella del tenente Lodovico Artusi, la 109^. Ricevuti gli ordini dal comandante, Artusi disse:
“Vinco o non torno!”
Divise il reparto in due gruppi e si lanciò all’assalto gridando “Folgore”, alla testa dei suoi uomini. Molti furono i feriti e gli uccisi. Egli fu gravemente ferito ed accecato. lo stesso tenente Artusi, soccorso dai suoi uomini ebbe ancora la forza di dire:
“Abbiamo vinto, Folgore!. Viva l’Italia!”.

Per il suo valore gli fu conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:
“Comandante di una compagnia inviata in rinforzo ad un battaglione per rioccupare una posizione raggiunta dall’avversario, impavido, alla testa dei suoi uomini, sotto intenso fuoco li trascinava in un travolgente vittorioso contrassalto che permetteva di rioccupare di slancio la posizione perduta. Rimasto gravemente ferito alla testa, rifiutava ogni soccorso ed additando ai suoi uomini le posizioni avversarie, gridava con le forze residue “Folgore, abbiamo vinto. Viva l’Italia”.

Montgomery subisce gravi perdite. Egli invia a Londra messaggi drammatici “ferma, disperata resistenza”. (soprattutto con i tedeschi della V Armata di Arnim che ha ancora mezzi efficienti e non è appiedato come Messe.
Churchill fu costretto ad ammettere la parziale  sconfitta e Montgomery chiese due settimane di tregua.
La spaventosa lotta era durata sei giorni.
“Ammucchiati i cadaveri inglesi di fronte ai nostri capisaldi”; annientate Unità famose, come la “Brigata Guardie”, i Btgg. “Black Watch” e “Durham Light” della 30° e 51° Div. ; ridotti in briciole I 50 carri della 23° Brigata Corazzata.

Messe, commentando la sconfitta inglese scrive: le Divisioni combatterono con grande valore e magnifico slancio, superando in bravura i tedeschi…. Ben diverso epilogo avrebbe potuto avere l’azione (contrattacco della 15° Div. Cor. tedesca) se questa incrollabile barriera di punti di appoggio fosse caduta in mano al nemico… Tutte le truppe italiane tennero meraviglioso contegno, ma una parola di particolare elogio va all’eroico 8° Bersaglieri che superò se stesso”. E accennando al comportamento della truppa soggiunse: “Durante il furibondo attacco inglese alla posizione di resistenza della Div. “Giovani Fascisti”, episodi epici hanno perfino indotto l’Ufficiale di collegamento germanico a segnalare l’ammirazione dei reparti tedeschi che ne erano stati testimoni”

Sulla battaglia del Mareth, giunse una lunga relazione di Messe a Mussolini, che il duce più tardi così commentò “…in quella relazione distribuiva più elogi agli inglesi che non alle forze italiane; eccessivi tali riconoscimenti ai nemici che si rifrangevano anche sugli italiani, in quanto dimostravano che i nostri soldati avevano combattuto contro soldati non di seconda classe ma di prima classe.

Quando Messe venne catturato a fine conflitto e trattato da Re dagli inglesi Mussolini ebbe a dire: “Oggi, alla luce del tradimento particolarmente obbrobrioso di Messe, ci si domanda se tutto ciò non fu calcolato e intenzionale, in vista di una cattività che Messe non poteva escludere dal novero delle possibilità. E’ altresì indubbio che Messe, attraverso la sua relazione, godé di una immediata buona stampa in Inghilterra, ed è altresì documentato dalle fotografie che, giunto in volo nei pressi di Londra, il Messe fu accolto da uno stuolo di generali non come un prigioniero e italiano per giunta, ma come un ospite di riguardo” (Articolo di Mussolini, pubblicato sul Corriere della Sera del 1945, poi raccolti insieme ad altri  in “Il tempo del bastone e della carota”).

Il 30 marzo la “Folgore” si schierò di nuovo sulla linea dell’Uadi Akarit.

Il 9 marzo iI feldmaresciallo Rommel, viene richiamato in patria dopo la battaglia di Médenine, fa tappa a Roma e si incontra con Mussolini cui non nasconde la gravità della situazione. Ma Mussolini replica solennemente: “La Tunisia deve essere conservata ad ogni costo… Sono del parere del Fùhrer: bisogna conservare la Tunisia”. Il comando delle forze tedesche in Tunisia è affidato al gen. Jurgen Von Arnim, mentre il comando supremo delle truppe dell’Asse è tenuto dal gen. Giovanni Messe.

Dal diario dell’aiutante di campo di Rommel:  “… ha ottenuto dal Q.G. del Fuhrer l’atteso congedo, a sua domanda per gravi motivi di salute; lo sostituisce von Arnim nella V Armata, ma il Generale Messe assume il comando della I Armata e il comando dell’A. Korps in Africa. Il sig Mar. Rommel parte domani per il Reich, in aereo”
Su questa partenza sarà mantenuto il massimo segreto per volere del Comando Supremo della Wermacht e personalmente del Fuhrer.
Infatti il cambio della guardia rimane segreto per ragioni psicologiche; e di prestigio. Montgomery sarà sempre convinto di battersi contro Rommel, e saprà solo alla fine della battaglia che al Comando d’Armata c’era Von Armin.
Data l’urgenza di nominare in comandante di tutte le forze fu affidato a Messe il comando effettivo (il primo e unico caso di divisioni tedesche agli ordini di un generale italiano).

Montgomery, dopo le disfatte era titubante. Sospese l’azione chiedendo a Londra due settimane di tregua. Ma Londra insistette per riprendere l’offensiva immediatamente che riprese infatti, il 26 marzo, con le nuove forze corazzate provenienti dall’Egitto (altri 500 carriarmati).

Una manovra aggirante costringe Messe a ritirarsi verso la linea dell’Akarit, iniziando (scrive) una guerra di movimento (senza mezzi di movimento!). Poi si ritira (a piedi) fino ad Enfidaville (250 Km). Sono manovre inutili, perché gli avversari hanno una superiorità schiacciante.

ENFIDAVILLE

5 aprile. Nella notte l’8a armata del gen. Montgomery sferra un poderoso attacco alla linea dell’Akarit. A mezzanotte la 4a divisione indiana raggiunge quota 275 aggirando cosi da sud l’Akarit. Ma la linea non viene sfondata e le truppe dell’Asse possono retrocedere ancora verso nord, verso cioè la nuova linea difensiva di Enfidaville, una serie di rilievi che si estendono fino al Djebel Mansour e che rappresenta l’ultima protezione di Tunisi. Le perdite dell’Asse sono enormi: la divisione italiana Centauro è stata sciolta e quelle che sono rimaste non raggiungono il 50% degli effettivi.

Il 6 aprile gli inglesi sferrarono contro le forze dell’Asse, un forte attacco. Comincia alle ore 23, con il fuoco di 450 cannoni. Montgomeri mette in campo anche i suoi 500 mezzi corazzati, mentre la 15a divisione tedesca ne ha soltanto 16. La battaglia dura un giorno solo, ed è la battaglia più violenta e selvaggia dopo El Alamein, (scriverà Montgomery). La notte stessa le forze dell’asse si ritirarono verso Enfidaville.

Il battaglione dei parà era ridotto a circa 200 uomini, ripartiti tra la 108^ compagnia del tenente Rolando Giampaolo e la 112^ del tenente Orciuolo. All’Uadi Akarit era rifulso il valore del tenente Giampaolo.

– Questo eccezionale ufficiale che aveva combattuto nel 51° reggimento fanteria sul fronte occidentale, in Albania, Montenegro e Grecia, si arruolò volontario nei paracadutisti, e il 21 aprile 1942 conseguì il brevetto. Quando la divisione Folgore fu inviata in Africa Settentrionale fu comandante della 28^ compagnia, X° battaglione, 187° reggimento di fanteria paracadutisti. Dopo le perdite sanguinose subite dal IX° e X° battaglione nella battaglia di Alam el Halfa di fine agosto, primi di settembre 1942, i due reparti si fusero nel IX°. Dopo la fine delle ostilità in Tunisia, il tenente Giampaolo fu prigioniero nel famigerato Campo 305 in Egitto. Non cooperatore dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, subì angherie di ogni genere dal detentore inglese, che non gli risparmiò neppure il kalabush. Fu rimpatriato nel 1947. Fece parte delle ricostituite Nembo e Folgore, a Pistoia e a Belluno. Quando, nel 1952, presso la Scuola Militare di Paracadutismo fu ricostituito il 1° battaglione paracadutisti del dopoguerra, ne fu -col grado di maggiore- il primo comandante. Promosso colonnello nel 1962, fu nello stesso anno il primo comandante del 1° reggimento paracadutisti. Amato dai suoi soldati e dai suoi collaboratori, era affettuosamente chiamato “Papà Rolando”.  –

Per l’eroico comportamento all’Uadi Akarit fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione:
“Comandante di compagnia paracadutisti contrassaltava truppe avversarie che con l’appoggio di mezzi corazzati erano riuscite ad occupare in forze una nostra importante posizione e dalla quale minacciavano di aggirare tutto lo schieramento della divisione. Con azione decisa e violenta guidava i suoi uomini e, dopo rapido combattimento all’arma bianca, annientava il nemico, catturando numerosi prigionieri e distruggendo alcuni mezzi corazzati”.

Gli fu concessa la promozione in servizio permanente effettivo per merito di guerra, al posto di una seconda medaglia d’argento. Guadagnò tre croci al merito di guerra e riportò tre ferite in combattimento.
Anche il paracadutista Giovanni Battista Corlazzoli guadagnò una Medaglia d’Argento al Valor Militare. Ecco qui di seguito la motivazione:
“Paracadutista porta fucile mitragliatore, già distintosi in precedenti combattimenti, in azione di contrassalto, con calma, perizia e severo sprezzo del pericolo, infliggeva, con il fuoco della propria arma notevoli perdite all’avversario. Ferito da arma da fuoco alla gamba destra rifiutava di abbandonare il suo posto di combattimento fino a quando, una raffica d’arma automatica nemica non gli stroncava il braccio destro. Contribuiva così efficacemente a scoraggiare ogni ulteriore velleità nemica. Al proprio Comandante di Compagnia, si dichiarava fiero di aver donato alla Patria un braccio”.

I combattimenti a Enfidaville cominciarono il 19 aprile, con il solito bombardamento delle artiglierie alleate contro le nostre posizioni; furono prese di mira in particolare le posizioni sul Garci e sul Takrouna e su questi colli continuò l’eroica resistenza dei nostri soldati.

TAKROUNA

Il 20 aprile i Neozelandesi attaccarono, sopraffacendolo, il caposaldo di Gebel Takrouna, villaggio berbero posto su una grossa rupe che chiudeva la pianura di Enfidaville. Il caposaldo era presidiato dal 1° battaglione del 66° reggimento fanteria della Divisione Trieste, e da un plotone di avieri tedeschi. Alle 09.00 del 20 aprile fu dato l’ordine di contrattaccare.
I granatieri, comandati dal tenente Diletti, dopo due ore furono decimati dal fuoco nemico. Un granatiere portò al comando del 285° Folgore la notizia del disastro. Il colonnello Pettinau, comandante di settore, ordinò al 285° di riprendere Takrouna. Le due compagnie del battaglione, la 108^ del tenente Giampaolo, e la 112^ del tenente Orciuolo, iniziarono il movimento cantando l’Inno dei Paracadutisti. Per percorrere i quattro km che separavano le nostre linee avanzate da Takrouna, ebbero l’ordine tassativo di non correre sul terreno scoperto, ma di camminare, per non essere individuati. Per fortuna dopo il costone di Deblijate il terreno era pieno di cespugli.
I circa 170 paracadutisti erano stati divisi in due gruppi: un gruppo doveva dirigersi verso il costone orientale (tenente Giampaolo), l’altro verso quello occidentale (tenente Orciuolo). In appoggio vi erano le mitragliatrici dei granatieri.
I primi paracadutisti a cadere furono il sergente maggiore Cubelli e il sergente Ghetti, il quale prima di morire ebbe la forza di gridare :
“La Folgore é sempre la Folgore”.
Verso sera le perdite erano di circa 40 paracadutisti, tra morti e feriti ma la prima parte dell’attacco era riuscita.

Il capitano Lombardini tenne un consiglio di guerra e dopo aver studiato a fondo la situazione, decise di fare effettuare una scalata dalla parte più impervia, che risultava meno presidiata dal nemico. Occorrevano però paracadutisti provenienti dagli alpini. Il sergente maggiore Donato Sanità si offrì volontario per comandare la pattuglia di scalatori. Egli proveniva dalla Guardia alla Frontiera ed era un soldato di grande coraggio. Lombardini, che era appartenuto al corpo degli alpini, spiegò come comportarsi per scalare questo “canalone” di una quarantina di metri. La compagnia del tenente Giampaolo ricevette l’ordine di compiere un’azione diversiva, aprendo un fuoco violento di armi automatiche. I paracadutisti del sergente maggiore Sanità iniziarono la scalata in silenzio; lo sforzo era notevole, non bisognava fare rumore. Dall’alto, all’improvviso, sentirono gridare: “Folgore. Folgore”; si udirono crepitare i mitra e scoppiare le bombe a mano. Contemporaneamente, il plotone del sottotenente Andreolli, della compagnia Giampaolo, si era spinto in alto verso la moschea, catturando molti prigionieri maori.

Alle 20.00 potettero informare il comando della Divisione Trieste che su Takrouna sventolava il Tricolore.

L’azione era stata sanguinosa, circa settanta paracadutisti erano morti o feriti. Il tenente Giampaolo mandò un portaordini con un messaggio di richiesta di rinforzi, perché non si avevano più notizie del sottotenente Andreolli e del suo plotone. Dopo la fine della guerra e il rimpatrio dalla prigionia, il sottotenente Andreolli dichiarò che dei suoi 25 uomini ne furono uccisi 20. Due, feriti, furono evacuati; due scortarono i prigionieri al Comando, e un altro fu catturato mentre rastrellava l’abitato. Egli stesso, rimasto ferito, si era asserragliato in una casa con quattro o cinque paracadutisti feriti. Quando finirono le munizioni, furono vigliaccamente uccisi dai Neozelandesi. Al sottotenente Andreolli fu conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:
“Comandante di plotone paracadutisti, impegnato in accanito contrattacco per la rioccupazione di importante posizione, si distingueva per coraggio. Alla testa del suo reparto, duramente provato dal fuoco avversario, penetrava arditamente in un abitato presidiato dal nemico impegnandolo in combattimento all’arma bianca. Caduti uccisi quasi tutti i suoi paracadutisti, si asserragliava con i pochissimi superstiti fra i ruderi di una casa e, sebbene ferito, resisteva ai ritorni offensivi di truppe fresche nemiche finché esaurite le munizioni e sfinito dal sangue perduto, era catturato dopo che tutti i suoi uomini erano caduti uccisi”

Sul Takrouna si distinsero i reparti della Trieste e dei paracadutisti della Folgore; il presidio della posizione era stato affidato al 1° battaglione del 66° Reggimento fanteria agli ordini del Capitano Politi, rinforzato da un plotone tedesco del 47° Reggimento fanteria, da un plotone mortai da 81 e da due batterie di artiglieria. A sinistra del Takrouna c’era un altro colle, il Dj Bir, difeso da una compagnia del 47° Reggimento tedesco. Il pesante bombardamento dell’artiglieria nemica colpì duramente queste due posizioni.
Sul caposaldo di Dj Bir, i germanici pur opponendo una forte resistenza furono sopraffatti, lasciando aperta la strada per il Takrouna. Gli assalti nemici furono fermati dai fanti della Trieste a costo di gravissime perdite: particolarmente impegnati in furiosi combattimenti corpo a corpo gli uomini della 2^ compagnia, che dopo aver difeso strenuamente la loro posizione furono costretti a cedere. La scalata del nemico verso la cima del Takrouna fu bloccata all’ultimo momento dai tedeschi del 47° Reggimento.
Il capitano Politi guidò personalmente un travolgente contrattacco per respingere le fanterie nemiche che dilagavano ormai da tutte le direzioni. Per mantenere la posizione dovettero intervenire le forze tenute in riserva: due compagnie di parà della Folgore agli ordini del capitano Lombardini ed una compagnia di Granatieri di Sardegna, agli ordini del sottotenente Delfo Filetti.
Grazie ai rinforzi il capitano Politi potè riprendere l’iniziativa contrattaccando ferocemente il nemico: i paracadutisti della Folgore assalirono le posizioni nemiche, ricacciando i neozelandesi dalle pendici est del colle e riconquistando il caposaldo della 2^ compagnia. Furono fatti 150 prigionieri, tutti appartenenti alla 2^ Divisione neozelandese. A tal riguardo il Generale Messe scrisse:
“sul Takrouna la lotta è veramente epica; i centri di fuoco sulle falde dell’altura continuano a fulminare i reparti nemici che sono letteralmente decimati; anche i nostri elementi sono assoggettati al fuoco concentrico nemico e al tiro di cecchinaggio da parte di elementi annidatisi nelle case sulla vetta del cocuzzolo, vero torrione quasi inaccessibile. Contro questi partono all’attacco, col classico slancio dei paracadutisti, le compagnie del battaglione di formazione Folgore. Per tutto il pomeriggio fino a sera e nella notte è una vera caccia di casa in casa, di sasso in sasso; le perdite sono micidiali per entrambi i contendenti “.

Da radio Londra, gli inglesi tentarono di giustificare il loro insuccesso, giungendo ad affermare:
“Sul Takrouna l’Italia ha fatto affluire i suoi migliori soldati”.
Un grande riconoscimento al valore dei nostri militari.

Il 21 furono rinnovati gli attacchi contro il colle; i primi a essere investiti furono i parà della Folgore, che occupavano ancora il caposaldo della 2^ compagnia. Dopo aver respinto numerosi assalti nemici, i parà, alla fine, furono travolti. Anche sugli altri capisaldi la situazione era gravissima. Nel primo pomeriggio il capitano Politi inviò al comando della Trieste il seguente messaggio via radio:
“Situazione criticissima, disperata. Abbiamo sparato le ultime cartucce. Le perdite sono ingenti. Il nemico ha occupato quasi totalmente le nostre posizioni. Moltissima la fanteria nemica che aumenta sempre. In basso moltissimi carri armati. Situazione disperata. Fare presto fare presto Politi”.
Il generale Messe inviò in soccorso di Politi la 103^ compagnia arditi, che, però non riuscì a raggiungere la posizione a causa del potente fuoco di sbarramento nemico. Verso le 17.00 di quella stessa giornata, fu captato dal comando della divisione Trieste un ultimo messaggio proveniente dal Tkrouna:
“La stazione è assalita da elementi nemici”.
Dopo la mezzanotte si scatenò l’inferno. Fuoco intenso di armi automatiche, fuoco violento di artiglieria, tiri di carri armati. Paracadutisti e granatieri si batterono con grande determinazione. Poi fu il silenzio.

Il 21 aprile, verso le 16.00, il nemico si impadronì della cima del roccione.

Il sergente maggiore Sanità calò i feriti dal monte, e ripiegò per sottrarsi alla cattura. Nella serata, la posizione del Takrouna poteva considerarsi perduta, tranne qualche piccolo focolaio di resistenza che continuò a respingere gli assalti nemici fino il giorno dopo. Si concludeva così una delle pagine più belle ed epiche della storia militare italiana, scritte con il sangue dei nostri valorosi combattenti, che avevano ripercorso le gesta degli eroi di Cheren, Bir El Gobi e di El Alamein.

Bollettino di guerra N. 1062 del 22 aprile 1943

” Nella tenacissima difesa di un elemento avanzato della nostra linea si è particolarmente distinto il I° battaglione del 66° Reggimento Fanteria Trieste che, al comando del capitano Mario Politi da Sulmona, ha inflitto ingenti perdite alle unità neozelandesi attaccanti “.

Sempre il 22 l’attacco nemico si spostò lungo la fascia costiera impegnando duramente i reparti della divisione Giovani Fascisti e della Trieste. Sul Gerbi, furono i fanti della Pistoia a respingere i furiosi attacchi nemici. Tra il 27 e il 29 aprile, le forze alleate tentarono ancora di sfondare lungo la costa: ancora una volta i nostri soldati mantennero saldamente le posizioni.

Il 30 aprile la prima battaglia di Enfidaville poteva ritenersi conclusa.

Alle 18.00 del 30 aprile, il comando di reggimento convocò il capitano Lombardini che al suo arrivo trovò un ufficiale superiore che lo accompagnò al comando del XX° Corpo d’Armata. Il generale Orlando Taddeo, comandante del XX°, gli consegnò la medaglia d’argento al valor militare sul campo dicendogli:
” La dò a Te per il Tuo eroico battaglione”.

Ecco la motivazione:
“Battaglione di paracadutisti, con impeto travolgente contrattaccava il nemico che in forze preponderanti, aveva occupato gran parte di una nostra importante posizione montagnosa, snidandolo di roccia in roccia e ricacciandolo con gravissime perdite. Nuovamente attaccato da altre forze nemiche, resisteva a lungo sotto l’incessante fuoco dell’artiglieria avversaria, assolvendo sino al limite estremo di ogni energia e di ogni possibilità il compito affidatogli”.

LA SECONDA BATTAGLIA DI ENFIDAVILLE

Nonostante la strenua resistenza delle forze italo tedesche, la morsa si stava inesorabilmente stringendo intorno a loro. Dopo la caduta di Tunisi e di Biserta, avvenuta il 7 maggio, in mano alle forze dell’Asse restava solo la penisola di Capo Bon.
La seconda battaglia di Enfidaville iniziò il 9 maggio: dopo solo due giorni, l’11, la 5^ Armata di Von Arnim depose le armi (intanto Rommel, quasi alla chetichella aveva da tempo lasciato l’Africa). I reparti italiani in forza alla 5^ Armata tedesca che operavano nell’estremo nord (5° e 10° bersaglieri, battaglione Bafile del Rgt. San Marco della Marina) continuarono a combattere anche dopo la resa dei tedeschi fino al completo esaurimento delle munizioni.

Nella serata dell’11 maggio, Mussolini inviò al generale Messe il seguente messaggio:
“Tutti gli italiani seguono ammirati e fieri le pagine di storia che la Prima Armata sta scrivendo. Il Paese sarà superbo nei secoli della gloria che irradia, per virtù di capi e di gregari, dall’ultimo lembo d’Africa oggi in nostro possesso. Con soldati come quelli della Prima Armata la Patria può contare sicuramente sul suo avvenire “.
Nella mattinata del 12 maggio, Messe a sua volta inviò un messaggio al Comando Supremo italiano, sottolineando che la sua Armata non poteva resiste più a lungo:
“La Prima Armata, cui la sorte ha serbato il privilegio di restare ultima e sola a difendere il tricolore in terra d’Africa, continuerà fino all’estremo. Il nemico ormai preme da tutte le direzioni: La situazione generale, l’enorme sproporzione delle forze ed il progressivo esaurimento delle munizioni di artiglieria, lasciano prevedere che la resistenza non potrà protrarsi a lungo “.

Alle 11,15 del 12 maggio 1943, Mussolini inviò un nuovo messaggio per lasciargli carta bianca ed eventualmente trattare la resa:
“Poiché gli scopi della resistenza possono considerarsi raggiunti, lascio V.E. libera di accettare onorevole resa. A voi e agli eroici superstiti della Prima Armata rinnovo il mio ammirato vivissimo elogio “.

Subito dopo, Messe via radio inviò al comando alleato la richiesta di resa con gli onori delle armi. Gli alleati risposero che avrebbero accettato solo una resa incondizionata. Messe prese tempo. Solo quando nella serata giunse da Roma l’ordine di cessare il combattimento (insieme alla nomina di Messe a Maresciallo d’Italia), Messe inviò suoi emissari al comando alleato per ricevere le condizioni di resa. Nello stesso tempo, il neo Maresciallo d’Italia ordinò la distruzione di tutte le armi pesanti e automatiche, per evitarne l’utilizzo da parte del nemico.

Il 13 maggio 1943 la 1^ Armata Italo-Tedesca si arrendeva a Capo Bon.

Gli ultimi colpi prima della resa, furono sparati dai “Giovani Fascisti” e dai paracadutisti, a Nabeul.

Alle 12,30 del 13 maggio, Messe comunicò al comando alleato l’accettazione delle condizioni di resa e a Roma la fine delle ostilità. Prigioniero, prima di essere portato via, una fonte americana definì il Maresciallo Messe “triste e serio” mentre in piedi su un’autovettura scoperta alleata salutava per l’ultima volta i suoi soldati che avevano combattuto e difeso strenuamente l’ultimo lembo d’Africa. Ben gli si attaglia il detto: “I vecchi soldati non muoiono mai”.

Per alleviargli il dolore della cattura Mussolini promuove Messe Maresciallo d’Italia per meriti di guerra. Ma lui non segue i prigionieri, vola a Londra come ospite di riguardo degli inglesi, mentre i suoi soldati furono scaraventati nel Sud Africa, in Rhodesia e torneranno dalla prigionia nel 1946. Umiliati perché avevano perso, offesi perché si erano arresi, disprezzati perché gli onori in quel periodo (1946 e successivi) erano riservati tutti ai partigiani che invece di combattere per la Patria erano scappati dalle caserme per tornare a casa e poi sui monti.

Qui potete trovare la stessa storia raccontata dai reduci neozelandesi. C’è anche una bellissima bacheca fotografica.

NOTA:
Il Generale CAVALLERO, rimosso come Capo di Stato Maggiore, finirà in galera prima dell’8 settembre 1943, accusato da Badoglio di essere antiamericano. Si difese con un memoriale affermando che era stato invece sempre anti-tedesco. Ma lasciato libero l’8 settembre (prima della fuga di Badoglio e il Re) il memoriale finì in mano tedesca (Badoglio lo lasciò sulla sua scrivania). Ovviamente seguì l’arresto immediato di Cavallero che dopo 24 ore era già morto con un colpo di pistola alla tempia destra. Peccato che lui fosse mancino.
Cavallero aveva sostituito sul fronte greco Badoglio che fu radiato dal comando per incapacità manifesta sul campo. Cioè fu allora stroncata la carriera di Badoglio. Non ebbe più nessun incarico. Si prese la rivincita su Cavallero il 25 luglio ’43
.
Il Generale MESSE, rimosso dal comando dell’Armir in Russia, successivamente fu inviato in Africa dopo la partenza di Rommel (Assumendo prima il comando delle truppe italiane poi – con la partenza di Rommel- anche quelle tedesche. Dopo la sua cattura in Tunisia e dopo l’8 settembre ’43, rientrò dalla prigionia dall’Inghilterra (Sic!) in Italia nel novembre del ’43. Unitosi al Re e a Badoglio fu nominato Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Italiane fino al 1945. Una carriera splendida per un nemico degli Alleati e prigioniero di guerra dopo una resa! Infatti, Messe, dopo la resa, volò a Londra a raccogliere onori, e dopo l’8 settembre fu nominato da Badoglio Capo di Stato Maggiore (ovviamente per combattere i tedeschi, e unirsi agli anglo-americani). Quando lo vennero a sapere nei campi di concentramento, furono molti a capire tante cose. E che il suo fono a Mussolini, con la frase “condividerò la sorte dei miei soldati, anche con la prigionia se necessario” era una gran balla. A Londra si stava meglio che a Bulawajo!

Ancora : quando chiesero un’opinione sull’armistizio firmato dall’Italia, Montgomery: rispose semplicemente “Il più grande voltafaccia della storia”. Allora gli spiegarono pazientemente che gli italiani, diventavano un’altra cosa, che non erano più nemici. Lui se ne uscì con una battuta lapidaria “Cobelligeranza? Che roba è?”

Come potete vedere la classe dirigente di allora non era molto diversa da quella di oggi mentre i militari, quelli “veri” non i “politicanti” hanno conservato tutto l’antico latino valore.

Fosse anche la mia vita purche’ l’Italia viva

scudetto della decima mas
scudetto della decima mas

… All’alba del 26 marzo 1941, avemmo una batosta, quando il porto di Suda fu attaccato da sei veloci barchini esplosivi. L’incrociatore York fu danneggiato gravemente…
Anche la nave cisterna Pericles (8324 tonn.) fu colpita… Il nostro unico incrociatore con cannoni da 203 era così; eliminato.
Mi ha sempre colpito quanto gli italiani erano bravi in questo tipo di attacchi.
Avevano certo uomini capaci delle più valorose imprese…
Prima che la guerra finisse, dovevamo subire ulteriori perdite di questo genere per la coraggiosa iniziativa dei marinai italiani.
Chi parla è un cronista d’eccezione, nientemeno che l’ammiraglio inglese Cunningham, comandante in capo della Flotta del Mediterraneo nell’ultimo conflitto mondiale. Nel suo libro di memorie, A sailor’s odyssey (pubblicato nel 1951) l’alto ufficiale inglese riconosceva, da vero gentleman, le non comuni doti dei suoi agguerritissimi e singolari avversari: i marinai italiani della DECINA FLOTTIGLIA MAS.
Frank Goldsworthy, ufficiale del servizio segreto navale inglese, ebbe a dire (intervista del 25 dicembre 1949 al Sunday Express), parlando degli attacchi italiani a Gibilterra, condotti sempre dagli incursori della Decima, che ognuna (delle incursioni) richiese da parte degli attaccanti tanta audacia e resistenza fisica da suscitare il rispetto di qualsiasi marina del mondo.
Lo stesso Churchill affermerà : “L’ Inghilterra ha perso, con la perdita delle navi affondate, la supremazia della flotta in Mediterraneo; prepariamoci a subirne le conseguenze”.
In tutto il 1942 si susseguono diverse missioni con ottimi risultati, molte con il coinvolgimento degli uomini “Gamma”.
Il 1° maggio 1943 Junio Valerio Borghese assume il comando dell’intera Xª Flottiglia MAS. Poi arriva il tragico 8 settembre 1943.

“In ogni guerra, la questione di fondo non e’ tanto di vincere o di perdere, di vivere o di morire, ma di come si vince, di come si perde, di come si vive, di come si muore. Una guerra si puo’ perdere, ma con dignita’ e lealta’. La resa e il tradimento bollano per sempre un popolo davanti al mondo“.

Questa era la “Decima MAS” e questi i suoi uomini

Nel titolo leggete il credo della “X flottiglia MAS”, unica formazione italiana che continuò a combattere per l’Italia e non per un partito politico o un particolare governo.
La Decima era così determinata che anche i tedeschi dovettero piegarsi al loro volere.
Immediatamente dopo l’8 settembre, a Livorno, nel confronto armato tra i marinai italiani e le truppe tedesche non fu sparato un colpo. Chissà,  se si fossero combattuti magari la storia avesse preso una piega diversa.
La “X” come dicevo è stato l’unico reparto che ha combattuto, sola contro tutti, per difendere il territorio italiano.
Ad essa si aggiunsero anche altri reparti, bersaglieri, paracadutisti, granatieri di Sardegna, immigrati, antifascisti, tutti con un’unico obiettivo : mantenere integro il territorio nazionale.
Un’altra peculiarità della Decima Flottiglia M.A.S. è l’apoliticità. L’iscrizione a qualsiasi partito era vietata per i marò, dato che si combatte per il proprio paese e non per un leader politico, un’ideologia od un partito. Valerio Borghese, il comandante, espulse e mandò nelle Brigate Nere un veterano di Nettuno, Rinaldo Dal Fabbro, solo perché si fregiava del distintivo di squadrista.
Dal Fabbro capirà, ed andrà a morire al fronte col battaglione d’assalto Forlì.
In questo reparto si uniscono volontari appartenenti alle fedi politiche più disparate, compresi quelli nati in famiglie di storico orientamento socialista. Un esempio per tutti: la terza compagnia Volontari di Francia aggregata al Battaglione Fulmine. La formano figli di emigrati, rientrati in patria per difendere l’onore del paese dei propri padri.

Ed in molti casi erano dei fuoriusciti politici, ribelli al regime fascista.

In questa incredibile frammentazione di reparti, che Borghese cercava di tenere uniti viaggiando di continuo in automobile da una sede all’altra, facendo di fatto più l’ispettore che il comandante, poteva esserci di tutto. Ci furono figuri che seminarono terrore nel Canavese, ma ci furono anche gli uomini del battaglione N.P. (nuotatori paracadutisti) che desideravano combattere al fronte e si rifiutarono di partecipare ad operazioni antipartigiane: l’episodio accadde nella caserma di Valdobbiadene alla fine del dicembre 44, con un ammutinamento in piena regola.
Si potrebbe andare avanti citando altre diecine di esempi. Nella Decima c’era tutto e il contrario di tutto. Nel frattempo nella Repubblica Sociale non mancava chi, preoccupato dell’autonomia del principe Borghese, temeva che questi meditasse un colpo di stato: dal 13 al 24 gennaio del 44 il comandante, insieme ai capitani Ricci e Paladino, viene rinchiuso nel carcere di Brescia.
La liberazione avvenne su precisa disposizione tedesca, e servì per far capire a Mussolini che la Decima non si poteva toccare. Con profonda coerenza, l’uomo arrestato per sospetto di cospirazione, pochi mesi dopo venne nominato sottocapo di Stato Maggiore della Marina. In questa occasione Borghese rifiutò la promozione ad ammiraglio offertagli da Mussolini.

Perchè?

Perchè il regolamento della Decima prevedeva infatti il congelamento di tutte le promozioni, tranne quelle ottenute per merito di guerra sul campo. Comunque il duce non perse la sua sfiducia e ordinò due inchieste su Borghese. La prima, affidata alla Banda Koch, escluse che il principe romano abbia mai avuto mire golpiste; la seconda, effettuata dall’ufficio investigativo della Guardia Nazionale Repubblicana, si soffermò, in mancanza di meglio, su pettegolezzi da portineria, raggiungendo vertici di ridicolo laddove si affermò che Borghese era ormai incapace di esercitare un comando perché debilitato dai suoi eccessi sessuali ( dall’archivio segreto di Mussolini).
Nel gennaio del 45, quando ormai tutto sta andando allo sfascio, la pubblicazione della rivista della Decima, L’Orizzonte, contenente articoli decisamente anticonformisti, provoca le ire del Ministro della Cultura Popolare, Mezzasoma, che cerca di far sequestrare le copie in tipografia, e la reazione di Borghese, che ne dispone il ritiro dalla tipografia manu militari e la vendita per Milano con strilloni improvvisati, protetti dai mitra degli uomini della Decima.

…Disseminati in tutta l’Italia del Centro-Nord, la Decima costituisce servizi, comandi tappa, ospedali, collegamenti, servizio informazioni. E ancora a Trieste, Pola, Fiume, Cherso, Lussino basi e reparti di fanteria di Marina.
Disseminata in Francia, Germania, sul Mare del Nord basi di sottomarini.
Persino a Tien-Tsin, in Cina, la base della Marina Italiana chiede di far parte della Decima MAS.
Le vicende belliche impediscono che tutti i reparti possano schierarsi sul fronte Sud, e cosi’ gran parte della Decima viene schierata sul confine italo-jugoslavo nel tentativo di opporsi alla invasione delle forze di Tito. La Decima MAS sublima cosi’ la sua vera natura di Unita’ combattente per la difesa del suolo italiano. Unita’ intere della Decima si sacrificano con la quasi totalita’ dei loro Maro’, come il Btg. Fulmine a Tarnova, per la salvezza di Gorizia. Cosi’ pure i Btg. N.P., Sagittario, Barbarigo e tanti altri reparti ed uomini per difendere sino all’estremo sacrificio i confini orientali della Patria dall’invasore comunista perdendo l’80% degli effettivi. Insomma questo sparuto esercito impedì il dilagare, nel territori Italiano, delle orde titine e sovietiche che già avevano occupato Vienna.

Il capo del PCI, Palmiro Togliatti diramava il celebre, spregevole invito a mezzo stampa “lavoratori triestini! Il vostro dovere è accogliere le truppe di tito come liberatrici e di collaborare con esse nel modo più stretto“.

Non ostante l’appoggio dei traditori della formazione partigiana “Garibaldi” l’avanzata dell’armata rossa fu bloccata ed a causa di questo, la “X” si è meritata l’odio di tutti i comunisti italiani. Odio che condivide con la brigata partigiana, monarchica, “Osoppo“.
In ricordo di quella disperata difesa, proprio oggi i reduci della “X” si sono radunati a Gorizia, l’ultima linea del fronte prima della smobilitazione.
Il 25 aprile del ’45 tutti gli uomini e mezzi della Decima sono ancora in armi sui fronti di combattimento…Ma sono finiti i tempi del “vincere e vinceremo”, questo lo sanno tutti, ma i volontari vedono nella Decima il mezzo per riscattare il proprio paese dalla vergogna, andando al fronte a combattere contro quelli che per 3 anni sono stati i nemici, e lo devono rimanere, pur nella consapevolezza che la vittoria è oramai un lontano miraggio. Lo stesso Eisenhower darà ragione a questi uomini scrivendo, dopo la fine del conflitto : “La resa dell’Italia fu uno sporco affare.


Milano, ore 17 del 26 aprile 1945, era una giornata grigia e piovosa. eravamo schierati attendendo il discorso del comandante.

DECIMA MARINAI!, gridò lui.

DECIMA COMANDANTE!, rispondemmo.

( un partigiano : “Il grido possente di quegli uomini e di quei ragazzi ci arrivò come uno schiaffo, sul volto, e percosse anche le finestre e i balconi vuoti delle case circostanti. Quel grido era sfida, coraggio, disprezzo, rabbia, abnegazione. Era un grido esaltante di guerra e di morte!” )

Borghese dice che la guerra è persa, ma restano i principi, la difesa dell’onore fino all’ultimo, l’impegno a rispondere a qualsiasi richiamo della nazione. Dice che le armi saranno consegnate a lui perché la “Decima” non si arrende ma smobilita: e idealmente la “Decima” è tutta qui ( 700 uomini di circa 20.000).
Poi fa l’appello dei marinai morti…
Gli uomini si riscossero dal silenzio.

Trieste, comandante!“.

Il grido restò nella piazza, tutt’intorno chiusa dai reticolati. Tre squilli di tromba e la bandiera di combattimento fu ammainata…
Gli ufficiali partigiani e la loro scorta erano sull’attenti. Eravamo tutti soldati, tutti italiani.

Quando pareva vinta Roma antica
sorse l’invitta Xª Legione;
vinse sul campo il barbaro nemico
Roma riebbe pace con onore.
Quando l’ignobil otto di settembre
abbandonò la Patria il traditore
sorse dal mar la Xª Flottiglia
e prese l’armi al grido “per l’onore”.

  Decima Flottiglia nostra
che beffasti l’Inghilterra,
vittoriosa ad Alessandria,
Malta, Suda e Gibilterra.
Vittoriosa già sul mare
ora pure sulla terra
Vincerai!

Navi d’Italia che ci foste tolte
non in battaglia ma col tradimento
nostri fratelli prigionieri o morti
noi vi facciamo questo giuramento.
Noi vi giuriamo che ritorneremo
là dove Dio volle il tricolore;
noi vi giuriamo che combatteremo
fin quando avremo pace con onore.

  Decima Flottiglia nostra
che beffasti l’Inghilterra,
vittoriosa ad Alessandria,
Malta, Suda e Gibilterra.
Vittoriosa già sul mare
ora pure sulla terra
Vincerai!

Potete leggervi la storia della “X” facendo una semplice ricerca su Google oppure acquistate il libro “Decima marinai” – “Decima comandante” oppure “Duri a Morire” di Marino Perissinotto

Partigiani

Francesco Saverio Nitti
Francesco Saverio Nitti

Ecco le parole di Francesco Saverio Nitti nel 1945, al suo rientro in Italia dopo l’esilio per la sua opposizione al Fascismo: “Gli italiani sono stati ubriacati con le menzogne per centocinquant’anni. […]
Anche il movimento partigiano, che agiva in nome della liberazione, era fondato su una menzogna. I partigiani italiani vorrebbero farci credere che la loro fu una lunga, nobile lotta contro i mali del Fascismo, dell’occupazione e della repressione durante la tremenda campagna invernale del 1944-45 […]
Alcuni gruppi della resistenza agirono con coraggio, e molti dei loro componenti pagarono a caro prezzo, ma la stragrande maggioranza dei partigiani, circa duecentomila elementi, entrò nei ranghi solo dopo il termine delle ostilità .

Ci è stato fatto credere per anni che il processo di opposizione al Fascismo fu continuo e presente anche durante il Ventennio, pronto per esplodere prima il 25 luglio 1943 e ancor più violento l’8 settembre 1943.
La contrapposizione tra la minoranza fascista e la maggioranza antifascista porterà  così alla lunga lotta armata di questi ultimi che si batteranno per la democrazia e per la libertà . In realtà , a parte pochissimi autentici e coerenti antifascisti nelle carceri o all’esilio, la maggioranza degli italiani fu con il Fascismo, fino a quando capì che era più conveniente cambiare posizione.

Non esistono dei dati precisi sul numero dei partigiani, ma secondo alcune stime nel dicembre 1944 il loro numero era attorno alle 100.000 unità ; di questi solo 10.000 operavano come veri guerriglieri, gli altri erano solo profughi o uomini rifugiatisi in montagna per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi. La maggior parte dei partigiani entrò a far parte del movimento solo alla fine delle ostilità , quando ormai la conclusione era scontata. Alcune fonti affermano addirittura che, dopo la fine del conflitto, in Italia furono distribuiti circa settecentomila certificati di militanza partigiana contro il pagamento di una modesta somma.

Inoltre bisogna considerare che il numero di partigiani aumentò ogni qualvolta veniva emesso un bando di chiamata alle armi dal governo della RSI. I giovani, per sottrarsi agli obblighi di leva, preferirono fuggire in montagna, ove furono poi assorbiti dai partigiani presenti. Non fu la loro una scelta di campo, ma una conseguenza derivante dalla situazione bellica.

Quale fu il contributo allo sforzo bellico di questi partigiani? Anche secondo gli Alleati fu scarso e non servì ad accelerare la fine della guerra in Italia. Il maresciallo Alexander, comandante delle forze alleate in Italia e nel Mediterraneo disse: “La loro collaborazione fu trascurabile e di poco conto“.

Giuseppe Osella, famoso industriale manifatturiere, fu fucilato per aver organizzato e finanziato i primi nuclei di partigiani comunisti della Valsesia; a lui furono dedicate piazze e vie e figura come “martire della libertà . Ma nessuno ricorda il suo passato di squadrista (quelli che manganellavano la gente e la riempivano di olio di ricino); fece la Marcia su Roma e fino al 25 luglio 1943 fu podestà  di Varallo Sesia.
Un tipico esempio di coerenza italica.

Davide Lajolo, giornalista e scrittore, discorrendo con Curzio Malaparte dichiarava: “Noi militanti del PCI dal fondo di una cella abbiamo capito dalle corrispondenze che lui mandava dal fronte che i tedeschi non ce l’avrebbero fatta …”. A dire il vero Lajolo non fu mai rinchiuso in nessuna cella, ma all’epoca dei fatti in riferimento, egli era un ufficiale volontario delle Camicie Nere, reduce da tutte le guerre mussoliniane e vicefederale fascista di Ancona fino al 25 luglio 1943.

Giorgio Pisanò ricorda nei suoi libri alcuni incontri con i partigiani: “Ponte Valtellina era si in mano ai partigiani. Ma appena ci videro scapparono via. Non ci fu nemmeno bisogno di sparare. Quei pochi che furono raggiunti dai nostri ragazzi gettarono le armi a terra e alzarono le braccia. Vennero liquidati a calci nel sedere. Erano le 10,30 del 28 aprile del 1945 […]
Quando fummo a circa seicento metri da Grosio, sentimmo alle nostre spalle alcuni colpi di fucile e delle raffiche di mitra. I partigiani, accortosi che in paese non c’era più un fascista, si erano decisi a liberarlo”.

Mazzantini in uno dei suoi libri rileva evidenti distorsioni dei fatti fra ciò che viene riportato dal Longo in un suo racconto e ciò che realmente è accaduto, essendo lui stesso protagonista di quegli episodi. “Diecimila fascisti, che dall’11 marzo erano stati trattenuti in valle dalle forze di Moscatelli, abbandonarono l’11 giugno la Valsesia”; in realtà  si parla della Legione Tagliamento composta da 1000 uomini che non abbandonava la Valsesia, ma veniva trasferita sulla linea Gotica. “A Camasco (Valsesia) il 63o Battaglione “M” per due giorni di seguito è attaccato dai nostri distaccamenti e obbligato alla fuga, dopo aver lasciato sul terreno il vicecomandante, trenta morti e la bandiera”; in realtà  si trattava di piccoli scontri con qualche morto e ferito e soprattutto senza nessuna bandiera lasciata sul terreno. Confrontando le sue personali esperienze con il libro “Il Monterosa è sceso a Milano” dei partigiani Pietro Secchia e Gino Moscatelli evidenzia come, delle sparatorie tipiche del modo di operare partigiano, siano trasformate in operazioni militari di grande portata. Anche in questo libro una compagnia di 90 uomini diventano delle colonne di migliaia di uomini e, durante uno scontro con una colonna tedesca di 500 uomini appoggiata da autoblinde e cannoni semoventi: “le nostre perdite ammontano a un morto, cinque feriti e due dispersi (gruppo Damiani). Le perdite nemiche a cento uomini”. Tutte queste falsità  e distorsioni dei fatti sono le basi sulle quali è stata impostata la “verità  ufficiale“.

La politica dei partigiani comunisti

Il 12 ed il 13 settembre 1943 i delegati del Partito Comunista Croato e quelli del Partito Comunista Italiano si riunirono a Pisono e decidero che l’Istria doveva far parte della Croazia alla fine della guerra. Di conseguenza tutti i partigiani comunisti italiani sarebbero passati sotto comando croato. Inoltre a metà  ottobre 1944 Palmiro Togliatti incontrò l’esponente dei partiti comunisti jugoslavi e consigliò allo stesso che sarebbe stato utile per la causa comunista che i partigiani di Tito occupassero tutta la Venezia Giulia. A chi dare la responsabilità  delle foibe e di tutte le atrocità  che subirono in seguito gli italiani presenti in quei territori?

Il 7 gennaio 1945, sulle montagne del Friuli, avvenne l’eccidio di Porzus. Quest’episodio per anni tenuto nascosto dai più, permette di comprendere quali erano gli atteggiamento e le finalità  dei partigiani comunisti in Italia. Essi consideravano nemici non solo i fascisti, ma chiunque non fosse comunista e non allineato con le loro posizioni. A Porzus i partigiani della brigata Osoppo vennero massacrati dai partigiani della brigata Garibaldi-Natisone, eseguendo così l’ordine del commissario delle formazioni garibaldine Mario Lazzero del Partito Comunista Italiano (nel dopoguerra segretario della Federazione Comunista di Udine e successivamente deputato al Parlamento). I partigiani della Osoppo vennero torturati, evirati e infine uccisi. I comunisti fecero capire in quel modo chi comandava e quale fine attendeva chi non si fosse adeguato.

Nei primi giorni dopo l’8 settembre fascisti ed antifascisti s’incontrarono per trovare una soluzione pacifica che non permettesse lo scontro fra le due fazioni. Sarà  la politica dei comunisti che porterà  allo scontro e alla guerra civile; non volendo scendere a patti per il bene di tutti, seguiranno la strada dell’assassinio. Sono evidenziate anche da parte antifascista sia la ricerca di una soluzione pacifica da parte dei non comunisti sia l’opposta scelta dei comunisti. La diffidenza dei moderati verso i comunisti e l’iniziale rifiuto alle loro pressanti sollecitazioni ad agire, ha a fondamento la consapevolezza che i comunisti, sostenuti in quella scelta dagli azionisti, si battono per un disegno, che va al di là  della vittoria sulla Germania. “Per i primi il capovolgimento degli attuali assetti sociali, per l’attuazione della rivoluzione proletaria, e per gli altri una rigenerazione radicale e altrettanto sanguinosa della società  in senso giacobino”.

A poco più di due mesi dall’armistizio, la situazione iniziale sembra si stia avviando verso uno stato di non belligeranza tra i due schieramenti, di una tregua nella quale dalla parte antifascista c’è una maggioranza moderata che non ha alcuna intenzione di venire ad una rottura cruenta, e da parte fascista, oltre a un’autentica aspirazione alla riconciliazione nazionale diffusa in vasti ambienti, tutto l’interesse che la situazione si stabilizzi, in modo da poter ricostituire le Forze Armate da portare sulla linea del fronte per riscattare con le armi la vergogna dell’8 settembre. Per i comunisti però, che la situazione si normalizzi su posizioni di tregua, è un pericolo da scongiurare a tutti i costi. Essi non possono accettare che la liberazione dai tedeschi e dai fascisti avvenga per mano degli eserciti alleati. Il compito specifico del PCI è realizzare un progetto rivoluzionario mondiale, mentre una soluzione del genere condurrebbe ad una sorta di restaurazione del governo precedente il periodo fascista, ove sono i partiti borghesi a gestire il potere. Permettere questo sarebbe per il PCI buttar via un occasione unica: quella cioè di una nazione disgregata e dalle strutture in pezzi, con tutto il sistema dei valori borghesi in crisi profonda; una situazione perfetta per gettare le basi di una rivoluzione. Questa è la reale meta dei comunisti, sia dei militanti, quanto dei dirigenti, formatisi nelle strutture organizzative del Comintern.

“Eravamo giovani ed idealisti, per noi l’obbiettivo era soltanto la sovietizzazione dell’Italia” confessava, ricordando quei tempi, l’ex capo partigiano Mendel a “Il Giornale” l’8 settembre 1990.

I comunisti quindi vanificarono qualsiasi progetto di ricomposizione, spinsero alle estreme conseguenze quella situazione di latente guerra civile, perchè la rivoluzione ovviamente non ha bisogno della composizione ma dello scontro, del taglio netto. Saranno i comunisti che provocheranno con le armi e smuoveranno l’apparente calma venutasi a creare; d’altronde ai fascisti non può che essere che conveniente quella quiete interna a prova del consenso e della rassegnazione popolare. Gli antifascisti che partecipano agli incontri tenuti a Milano, Venezia, Modena, Firenze, Ferrara, Bologna fanno un’opera di pacificazione con i fascisti, rifiutano quella strada che può portare ad una sanguinosa guerra civile. Chi determina la svolta a questa situazione è la direzione del PCI dando inizio ad una campagna di attentati terroristici e di agguati a uomo, allo scopo di esasperare le reazioni dell’avversario, di far esplodere la violenza latente, di zittire ed emarginare i moderati, quindi di far fallire il progetto di normalizzazione. Il terrorismo urbano è la prova di questa volontà ; non formazioni armate sui monti o nelle campagne per operazioni militari, sabotaggi ad installazioni tedesche, colpi di mano a colonne, ponti, ferrovie, ma il terrorismo urbano, l’agguato contro i fascisti, soprattutto la dove si ventilano possibilità  di intese, di convivenza tra le due parti.

Gli assassini del federale di Ferrara Igino Ghisellini, del federale di Milano Aldo Resega, del federale di Bologna Eugenio Facchini, del federale di Torino Ather Capelli, furono tipiche azioni di provocazione terroristica. E non a caso furono uccisi quei fascisti più moderati che avevano avviato degli incontri con gli esponenti antifascisti disposti al dialogo. Queste azioni ebbero la capacità  di suscitare puntualmente enormi risonanze e scatenare reazioni sproporzionate sia nella misura che nella violenza, come era nelle previsioni.

Gli uomini più avvisati, Mussolini in testa, si sforzeranno di placare gli animi, ben consci degli scopi che la strategia dell’assassinio politico si propone. Scrisse a proposito dei pensieri di Mussolini, Giovanni Dolfin suo segretario: “Mussolini è ben consapevole del rischio che la provocazione terroristica provoca. E invita a non rispondere a non lasciarsi trascinare nel gorgo della vendetta. Gli avversari che hanno da tempo inaugurato l’assassinio politico come sistema di lotta, fanno evidentemente il possibile per portarci sullo stesso terreno. Sarebbe da parte nostra un grave errore il seguirli, facendo il loro giuoco”.

Carlo Silvestri, il socialista che aveva capeggiato la campagna di stampa contro Mussolini all’epoca del delitto Matteotti, l’uomo che nel periodo delle RSI fu uno dei più attivi nel tentativo di gettare un ponte tra le due parti, dichiarò: “Affinchè non vi siano ombre sulla mia chiarezza, testimonio ancora una volta, che tutte queste uccisioni furono volute col criterio di esasperare la situazione e rendere inevitabile la guerra civile secondo il desiderio di Londra e di Mosca”.

Alberto Franceschini, uno dei capi storici delle BR, il quale da ex-partigiani comunisti, con la consegna delle vecchie armi di quelli, riceve l’investitura della continuità  della Resistenza, ha dichiarato: “La storia non si può negare. La mitologia del nucleo storico delle BR è fatta proprio di quegli episodi e di quei racconti [di ex gappisti]… Noi avevamo il mito dei GAP. A Milano alcuni entrarono nelle BR sull’onda dei racconti della Volante Rossa”.

Primavera di sangue

“I delitti gratuiti compiuti durante la Resistenza furono voluti e compiuti dai comunisti. Si pose un velo su di essi perchè non si ebbe la possibilità , o il coraggio di impedirli, nè di punirli nè di sconfessarli” (Don Luigi Sturzo, L’ultima crociata, La Nuova Cultura, 1956).

Per diversi mesi del 1945, il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia) ebbe mano libera nell’Italia settentrionale e fu una carneficina. Le formazioni partigiane saccheggiavano liberamente e massacravano chiunque fosse sospettato di essere fascista. Le pattuglie militari alleate fecero ben poco per ristabilire l’ordine fino a quando non si placò la sete di sangue. Ad oggi le autorità  italiane ammettono che i morti furono ufficialmente 17.322, ma si calcola che la cifra reale oscilli intorno alle 100.000 persone fra uomini, donne e bambini. In molti casi furono sterminate intere famiglie.

Il Comitato insurrezionale, avvalendosi della copertura e dell’appoggio del CLN e del CVL, indicò come nemico i fascisti che dovevano essere tutti ammazzati senza processo perchè “fuori legge”. Ecco il testo di una circolare segreta, dattiloscritto su carta intestata Comitato di Liberazione Nazionale: “Disposizioni sul trattamento da usarsi contro il nemico […] Gli appartenenti alle Brigate Nere, alla Folgore, Nembo, X Mas e tutte le truppe volontarie, sono considerati fuorilegge e condannati a morte. Uguale trattamento sia usato anche ai feriti di tali reparti […] In caso che si debbano fare dei prigionieri per interrogatori ecc., il prigioniero non deve essere tenuto in vita oltre le tre ore”.

Poi c’erano i famigerati “Tribunali del popolo” composti dai più fanatici tra i capi partigiani comunisti. La procedura veniva inventata di volta in volta e l’unica pena prevista era la pena di morte. Era sufficiente essere fascista per essere condannato, anche se non veniva dimostrato nulla.

Il “tribunale del popolo” era composto da una decina di capi banda, quasi tutti comunisti. Il pubblico era formato in maggioranza di partigiani. Il processo fu rapidissimo. Un capo partigiano aveva pronunciato la requisitoria. L’imputato era fascista, ciò era sufficiente per essere condannato. Il presidente si era rivolto al pubblico e aveva gridato: “Lo volete vivo o lo volete morto?”. “Morto” fu la risposta. L’imputato fu fucilato il giorno dopo.

Le Corti d’Assise straordinarie, istituite con un decreto che portava la firma del Luogotenente generale del Regno il principe Umberto, contemplavano tutta una serie di reati per cui i tre quarti del popolo italiano avrebbero dovuto finire in galera, a cominciare dallo stesso Umberto. Anche essere stati figli della Lupa poteva essere considerato un reato: la legge infatti era retroattiva.

Per tutto l’inverno le Corti d’Assise straordinarie continuarono a lavorare a pieno ritmo, giudicando decine di migliaia di fascisti. Da un calcolo approssimativo effettuato nell’aprile del 1946 si stabilì che, senza considerare le numerosissime sentenze di morte, i giudici antifascisti, nel volgere di circa un anno, avevano emanato condanne per un totale di circa centocinquantamila anni di galera.

Scomparvero un cuciniere e quattro legionari del presidio di Mazzo. Nelle prime ore del pomeriggio furono ritrovati nella cantina di una casa di Sernio: massacrati a colpi di pugnale, con gli occhi strappati e gli organi genitali in bocca.

[…] si era iscritto al Fascio repubblicano mosso solo da un amore infinito per la sua Patria. Nel pomeriggio del 29 aprile, alcuni partigiani lo prelevarono da casa sotto gli occhi della moglie e dei figli; lo costrinsero a correre davanti a loro per le vie della cittadina, sparandogli tra le gambe. Alla fine lo gettarono contro un muro e l’ammazzarono come un cane tirandogli addosso una scarica di bombe a mano.

Pisanò in uno dei suoi libri ricorda di essere stato accusato da un partigiano valtellinese di essere stato visto mesi prima andare in giro con un barattolo pieno di occhi sinistri di partigiani. In realtà  egli era arrivato in Valtellina solo il 20 aprile.

Poi c’erano le ausiliarie. I partigiani entravano nelle prigioni dove le donne erano rinchiuse e ne abusavano per ore. Nessuno mai impedì quella vergogna.

Bardelli, reduce dal fronte di Nettuno e comandante del battaglione Barbarigo, cadde in un vile agguato e venne barbaramente ucciso con nove dei suoi uomini. Furono ritrovati i loro corpi spogliati degli indumenti e dei valori personali, strappati gli anelli dalle dita e i denti d’oro dalle bocche piene di terra e di erba in segno di sfregio.

Toccò al capitano […]. Accusarono anche lui di torture, sevizie, massacri. Tutto inventato. Rifiutò di difendersi. Quando il tribunale emise il verdetto di morte, gridò con quanto fiato aveva in gola: “Vigliacchi, viva l’Italia“. Lo fucilarono la mattina dopo.

Fu assolto. Era stato difeso da alcuni partigiani del suo paese e non fu accusato di nulla. La mattina seguente lo vennero a prendere poco prima dell’ora di aria e lo ammazzarono tre ore dopo. Lo misero insieme ad altri quattordici fascisti prelevati dalla ex Casa del Fascio. Dovettero scavarsi la fossa e poi dovettero ammucchiarsi dentro. I partigiani li mitragliarono alle gambe e, mentre quegli sventurati urlavano implorando il colpo di grazia, li irrorarono con decine di litri di benzina e li bruciarono vivi.

A Clusone un reparto di giovanissimi ufficiali della Guardia Nazionale, spontaneamente disarmatosi dietro promessa della libertà , fu interamente massacrato.
Ad Oderzo la compagnia anziani del battaglione Bologna, cui era stata garantita la vita all’atto del loro pacifico disarmo, furono freddamente trucidati sulle stesse vecchie trincee del Piave. In molti casi i partigiani entrarono negli ospedali militari, trascinarono giù dal letto i feriti e li fucilarono nei cortili o sulla strada davanti ai parenti che li assistevano.

Il 28 aprile 1945 a Rovetta, in provincia di Bergamo, vennero fucilati da partigiani comunisti tutti i componenti del presidio del passo della Presolana, composto da 43 militi di una compagnia della legione Tagliamento, i quali secondo le disposizioni del CLNAI si erano arresi e avevano consegnato le armi; ma una formazione di partigiani comunisti scesi dai monti si impose con le armi al CLN locale, ruppe i patti e fucilò tutti quei prigionieri.

Fascisti o presunti tali furono portati davanti a plotoni d’esecuzione, appesi a un cappio, linciati. Uomini adulti, ragazzi, donne, vecchi, civili e militari, mutilati, ciechi di guerra, giovani ausiliarie denudate e violentate, preti, giornalisti, poeti, attori. Presidi e interi reparti militari che si arresero, consegnarono le armi dopo regolari trattative con i CLN, in totale spregio ai patti stipulati, vennero passati per le armi dopo inenarrabili sevizie. Gente fu prelevata a forza dalle prigioni e scomparve nel nulla, per una rassomiglianza, un accusa senza alcun fondamento.

Sul quotidiano l'”Indipendente” dell’11 novembre 1993, Giampiero Mughini scriveva: “Ma diciamolo francamente, quella di Mussolini e della sua donna fu un’opera di macelleria. E ancor più lo era stato il massacro davanti al muretto di Dongo di gente in camicia nera che non aveva nulla di cui essere imputata”.

Giorgio Bocca ha dato una cifra approssimativa tra i dodici e i quindicimila uccisi. Già  “L’Opinione” del luglio 1945 riportava la notizia di ventimila “fascisti o presunti tali” eliminati, tra i quali 3.000 donne. Nel 1951 il giornalista Ferruccio Lanfranchi, testimone dei fatti, secondo i suoi calcoli, su “Il Tempo” (13 agosto) avanzava l’ipotesi di 50/60.000 uccisi. E Silvio Betoldi nel settembre 1990 sul “Corriere della Sera” riferiva che in un colloquio con Ferruccio Parri, poco prima della sua morte, questi, che era stato comandante dei volontari della Libertà , gli aveva confidato che si era trattato di “più di trentamila morti”. Escludendo gli uccisi nella Venezia Giulia ad opera dei partigiani titini (circa 23.000), E’ stato stabilito che, fra militari e civili, gli eliminati dal 25 aprile al 31 maggio 1945, furono circa 42.000!

I tedeschi e i partigiani

Nella Wehrmacht la tattica antipartigiana non mirava principalmente a ucciderli, ma a simulare azioni organizzate, costringendoli a tornare fra i monti, dove potevano causare pochi danni. In questo la Wehrmacht aveva un grande successo persino quando i partigiani erano più numerosi e meglio armati.

La rivolta di Napoli

Quando la retroguardia della Wehrmacht incominciò a evacuare la città , vi fu una specie di sollevazione, anche se non proprio all’altezza della leggenda popolare. Vi furono alcune scaramucce che si protrassero per quattro giorni e costarono la vita a cinquanta italiani e a meno di una dozzina di tedeschi. Con questo la città  si convinse di aver espiato con quel gesto il suo passato e di aver diritto al rispetto degli Alleati; ma non lo ottenne, soprattutto da parte dei britannici che continuarono a trattare gli italiani con disprezzo.

Gli Alleati e i partigiani

Nel maggio 1945 alcuni paracadutisti tedeschi si unirono alle truppe americane che pattugliavano le zone a nord del lago di Caldonazzo.
Gli Alleati avevano finito la guerra e non avevano intenzione di rischiare la pelle per intervenire nelle complicate vicende politiche di un popolo che disprezzavano, per cui assegnarono a questi soldati tedeschi il compito di sorvegliare e proteggere le proprietà  private e le grandi tenute agricole da un nemico comune: il partigiano italiano.

Pisanò racconta in un suo libro di come gli inglesi non potevano sopportare i partigiani. Se ne erano serviti e ora li disprezzavano. Li definivano senza tanti complimenti, carne venduta.
Quando poi il discorso cadeva sui partigiani comunisti, li avrebbero sbattuti in prigione al posto dei fascisti, visto che continuamente nascondevano armi in vista di una prossima rivoluzione bolscevica.

Ecco uno stralcio della testimonianza giurata del capitano di vascello Agostino Calosi resa nel corso del processo contro Borghese: “Come capo dell’ufficio informazioni della Marina del Sud, feci passare le linee a molte persone con incarichi militari; al Borghese, però, inviai degli emissari di mia iniziativa e senza il consenso degli anglo-americani, i quali, per questo fatto, minacciarono di rinchiudermi in un campo di concentramento. Gli anglo-americani solevano far passare le linee ad elementi di estrema sinistra o comunisti, talchè io mi vidi costretto a far figurare i miei uomini come militanti o simpatizzanti dei partiti di sinistra al fine di poterli inviare al Nord. Da tale situazione di fatto deriva la logica conseguenza che la lotta partigiana è stata provocata e accesa da elementi interessati al fine di inviperire vieppiù la guerra fratricida tra italiani e italiani”.

La grande bugia – Giampaolo Pansa

Il sangue dei vinti – Giampaolo Pansa