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Attacco alle torri gemelle

Nessuno lo dice ma in Iraq e Siria è guerra di religione


img-_innerArt-_taglia22Che fare in Iraq e Siria? Che l’Occidente non abbia una strategia per affrontare il rapido precipitare della guerra irachena e di quella siriana, ormai unificate, è un fatto reso ancor più evidente dalle timide e incerte iniziative di europei e statunitensi. Abbiamo rimosso la guerra dal nostro linguaggio e anche se disponiamo paradossalmente della più sofisticata tecnologia bellica mai posseduta dall’umanità siamo del tutto incapaci sul piano politico e sociale di impiegarla per vincere i conflitti. Questo Occidente non è più neppure in grado di chiamare le guerre col loro nome. In Iraq e in Siria è in atto un conflitto tra sunniti e sciti che vede lo Stato Islamico (IS) controllare territori abitati dalla popolazione sunnita combattere contro eserciti e milizie scite di  Baghdad e Damasco. Al fianco dell’IS vi sono Paesi  e ambienti finanziari e politici di Paesi sunniti quali la Turchia e le monarchie del Golfo. Con le forze regolari siriane e irachene sono saldamente schierati l’Iran e il movimento scita libanese Hezbollah .

Perché allora non definire il conflitto in atto una guerra di religione?

61561Image11Siamo forse così schiacciati dal peso delle parole e delle convenzioni ipocrite che ci siamo autoimposti negli ultimi 40 anni nel nome della correttezza politica da non riuscire a pronunciarle per paura di dover affrontare la realtà? Dopo 13 anni abbiamo già rimosso tutte le lezioni apprese dall’11 settembre 2001 per paura di dover accettare le conseguenze di una guerra che è inevitabilmente, come lo sono state molte delle più grandi e lunghe guerre dell’umanità, uno scontro di civiltà.

Inutile fingere di meravigliarsi. La guerra di religione, lo scontro tra sunniti e sciti, era un obiettivo dichiarato di Osama bin Laden e di Musayb al-Zarqawi, leader di al-Qaeda in Mesopotamia, organizzazione jihadista che ha poi originato l’ISIS e oggi lo Stato Islamico. Anche l’eliminazione fisica delle minoranze come cristiani e yazidi rientra da sempre nei programmi pubblicamente annunciati dai jihadisti e del resto le violenze contro i cristiani in Iraq (e in tutto il mondo sunnita) e il loro esodo da Mosul non sono certo cominciati il mese scorso.

2014-08-17-Situation-Report-HIGH-012Così come non sono certo iniziate con l’uccisione di James Foley le barbare esecuzioni di ostaggi occidentali da parte di militanti islamici. Ne abbiamo visti tanti di video del genere negli anni scorsi ma li abbiamo rimossi imponendoci di credere che fossero la risposta “all’imperialismo di George Bush” invece che una dimostrazione di odio, un atto di guerra nei confronti nostri e della nostra civiltà. Che l’Islam sia un problema per il mondo intero è sotto gli occhi di tutti, soprattutto perché se gli estremisti si fanno notare molto bene, i cosiddetti “moderati” sembrano avere  voce flebile. Eppure, come ha evidenziato Massimo Introvigne  sulla Nuova Bussola Quotidiana,  l’Occidente  è pieno di studiosi dell’Islam pronti a sostenere interpretazioni buoniste e introspettive della parola “jihad”.

L’Europa finge di accorgersi solo oggi che ci sono islamici che sterminano cristiani per non dover fare i conti con la sua coscienza e con il dovere di armarli o difenderli con le sue potenti, deboli armi: potenzialmente devastanti e tecnologicamente avanzate ma inutili perché non abbiamo il coraggio di impiegarle né soprattutto ideali per i quali riteniamo necessario combattere.

Abbiamo perso a tal punto ogni senso d’appartenenza nazionale e culturale da non trovare un solo motivo, valore o interesse  per cui valga la pena fare una guerra? Se è così l’IS ha già vinto perché i suoi miliziani (che sono sempre di più anche in Europa) sono pronti a uccidere e morire per la loro causa.  Sarebbe sufficiente leggere, sempre sulla NBQ,  l’analisi di Luigi Santambrogio sui jihadisti in Europa per comprendere che dobbiamo svegliarci e anche in fretta.

ISISmappa1Come ha sottolineato sabato Edward Luttwak in un’intervista a Il Giornale, l’opinione pubblica in Italia e in Europa si è mobilitata per i civili palestinesi di Gaza ma non si è contata neppure una manifestazione per i cristiani iracheni. Merito certo di decenni di cultura terzomondista e di relativismo culturale ma anche un sintomo evidente di come le leadership e i popoli occidentali non abbiano neppure la percezione di quali siano gli interessi strategici da difendere.

Certo gli Stati Uniti possono avere molti vantaggi a “giocare sporco” anche in questa crisi per favorire il caos nelle aree energetiche nel momento in cui si avviano diventare il più grande esportatore di gas e petrolio. Ma noi europei di quel gas e petrolio in Medio Oriente e Nord Africa abbiamo e avremo bisogno: non possiamo permetterci di non avere una strategia, di non combattere o di non scegliere da che parte stare.

isis-640Eppure proprio questo stiamo facendo, favorendo l’affermazione dei jihadisti dalla Libia all’Iraq, come se la questione non ci riguardasse. Per questo oggi non armiamo i cristiani iracheni e aiutiamo i curdi così blandamente da risultare ininfluenti, con l’ossessione di non irritare Baghdad e Ankara che temono un Kurdistan indipendente. Al tempo stesso esitiamo a mobilitarci contro l’IS per non irritare le monarchie sunnite del Golfo che hanno investito centinaia di miliardi di dollari in Europa e oggi influenzano in modo sempre più imbarazzante la nostra politica estera.

Fingiamo così di non sapere che la Turchia, nostro alleato nella NATO, è anche il Paese che ha ospitato e fornito aiuti alle milizie jihadiste dell’attuale Stato Islamico per sostenerle nella guerra contro il regime siriano. Cosa che abbiamo fatto anche noi europei insieme agli americani ponendoci in antagonismo alla Russia, unico grande Paese rimasto a difendere la cristianità e i valori occidentali contro l’islamismo.

ISISS1_673769S11Meno di un anno or sono Washington e alcuni alleati europei erano pronti a bombardare Damasco per abbattere Bashar Assad come avevano abbattuto Muammar Gheddafi spianando la strada ai jihadisti. Oggi in Libia qaedisti e Fratelli Musulmani stanno vincendo grazie anche al disinteresse dell’Europa e dell’Italia mentre  in Siria rifiutiamo di riconoscere i nostri errori ma saremo costretti ad aiutare Assad a combattere l’IS. Non perché il regime siriano sia composto da cherubini ma semplicemente perché è nei nostri interessi farlo e perché in Medio Oriente e Africa ci conviene fare i conti con regimi laici, anche se non del tutto simili alla democrazia svizzera, piuttosto che con Emirati e Califfati che decapitano e torturano gli infedeli.

images5Nella storia il pragmatismo ha sempre indotto gli Stati a modificare alleanze e schieramenti, sport in cui l’Italia è stata “maestra” nei due conflitti mondiali fino al tradimento del Trattato di amicizia con Gheddafi nel 2011. Basti ricordare che la Seconda guerra mondiale iniziò nel 1939 con i sovietici che si spartivano la Polonia con gli alleati tedeschi e termino con l’Armata Rossa che occupava Berlino. Allora però c’erano statisti a guidare le nazioni non gli improvvisati di esile spessore che guidano oggi le cancellerie europee.

Il realismo militare impone di valutare che solo i curdi e le truppe siriane sono in grado di fermare lo Stato Islamico.

L’esercito iracheno è allo sbando, non regge il campo di battaglia mentre nessun Paese occidentale sembra intenzionato a mandare i suoi soldati a combattere i jihadisti. Come hanno sottolineato esponenti militari a Londra e Washington la guerra non si vince se non si combattono le forze di Abu Bakr al-Baghdadi anche in Siria.

“L’IS deve essere sconfitto in Iraq e in Siria prima che si espanda in tutta la regione”, ha detto Lord Dannatt ex capo di stato maggiore dell’esercito britannico. Infatti la gran parte dei mezzi pesanti catturati dai jihadisti falle truppe irachene sono stati portati nelle basi in Siria strappate all’esercito di Assad, al riparo dai cacciabombardieri americani. In questi giorni jet americani, iracheni e siriani hanno bombardato le milizie dell’IS ma lo hanno fatto in ordine sparso, senza coordinamento e in settori diversi esercitando così una pressione limitata sui jihadisti. Abu Bakr al-Baghdadi ringrazia.

di Gianandrea Gaiani 28 agosto 2014, da La Nuova Bussola Quotidiana

Crisi maro’: perche’ non poteva che andare cosi’

Vertici3Che la vicenda dei due marò italiani trattenuti in India da ormai 14 mesi sia stata una pièce  senza copione, recitata da attori improvvisati ed improvvisatori e con una regia pari alla recitazione, è chiaro a tutti. Che sulla tragicomica accelerazione delle ultime settimane abbiano pesato calcoli pre-elettorali è molto probabile. Che il giornalismo investigativo domestico sia stato a lungo un po’ pigro, contribuendo almeno per omissione a coprire la non-gestione della crisi, è un peccato. Ma oggi, mentre l’infinita partita di un nuovo Governo e di un nuovo Presidente della Repubblica ha di nuovo allontanato Salvatore Girone e Massimiliano La Torre dalle prime pagine, è più che mai necessario analizzare il sistema che ha reso possibile che un fatto circoscritto si trasformasse in una crisi diplomatica, di immagine e di sistema senza precedenti. Solo separando il software e l’hardware – cioè il singolo evento, sui cui contorni permangono ancora zone grigie non secondarie, dai meccanismi permanenti per gestire gli eventi al massimo livello – si può sperare di far sì che l’incredibile sequela di errori non si ripeta e indicare i provvedimenti correttivi da apportare ai rituali che l’hanno fatta da padrone rispetto persino all’osservanza delle norme di legge. Cosa ancora più importante, questo si può fare subito, senza aspettare il pur importante accertamento delle responsabilità individuali. Bisogna, infine, analizzare il contesto internazionale che ha permesso lo scatenarsi della crisi e chiedersi se anche qui non vi sia bisogno di fare qualcosa prima che altri buoi scappino.

Il DPCM disatteso
Ma partiamo dai fatti, cercando di chiarirli non solo per il puro desiderio di raccontare “le cose così come sono andate” caro agli storici ma soprattutto per trarne tutti i possibili insegnamenti  ed evitare così di ripetere gli errori. Il Ministro Terzi rivendica ad ogni pie’ sospinto la collegialità delle decisioni adottate via via,  citando vagamente i consessi e le forme della concertazione. Se qualcosa è davvero mancato, è stata però la collegialità delle decisioni. Nessuno ha mai pensato di utilizzare gli organismi interministeriali che esistono da tempo e sono oggi normati dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) 5 maggio 2010, “Organizzazione nazionale per la gestione di crisi” e che avrebbero dovuto costituire la via maestra. Questo “hardware” comprende due tavoli di concertazione, l’uno tecnico (conosciuto giornalisticamente come Unità di Crisi, ma più precisamente NISP, Nucleo Interministeriale Situazione e Pianificazione) e l’altro di livello prettamente politico (il CoPS, Comitato Politico Strategico). La norma prevede che il CoPS sia presieduto dal Presidente del Consiglio e che vi siedano ministri, sottosegretari, capi dipartimento ed alti funzionari titolati a gestire le situazioni emergenziali. In compenso il Presidente Monti ha affermato in un’intervista televisiva che la decisione del rientro fu presa, per motivi tutti da verificare,  nella riunione del Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica (CISR), organo più di “intelligence” che di gestione delle crisi.
Se qualcuno nutrisse dubbi – come può capitare in un Paese in cui la conoscenza e il rispetto delle leggi sembrano un optional – sulla prevalenza del DPCM 5 maggio 2010, il decreto stesso definisce all’art. 2 una fattispecie di “crisi internazionale” che calza alla perfezione il caso dei marò: “eventi che turbano le relazioni tra Stati o, comunque, suscettibili di mettere in pericolo il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale e che possono coinvolgere o mettere a rischio gli interessi nazionali”. Ebbene, risulta per certo che nella crisi dei Marò nessuno dei due tavoli, ne’ quello tecnico ne’ quello politico, sia mai stato attivato e questo nella grave ed incomprensibile inosservanza da parte della Presidenza di una norma emanata dalla stessa Presidenza. Non è superfluo ricordare che lo stesso tavolo di crisi gestì il Millennium Bug e il post 11 settembre, autoconvocandosi sempre ad horas. Di norma lo stesso tavolo effettua, simulando il Vertice di Governo, le periodiche esercitazioni Nato ed europee che non infrequentemente disegnano scenari simili a quello che hanno riguardato i marò. Ma forse anche questo non è noto ai protagonisti di vertice di questa vicenda.  È anche utile avanzare, più che un sospetto, la ragionevole convinzione che siano gli stessi Ministri (o, comunque, le strutture ministeriali centrali e periferiche) a non voler fare funzionare i tavoli di coordinamento interministeriale istituiti, nella perniciosa convinzione che coordinare sottrarrebbe loro autonomia o esporrebbe il loro operato a un vaglio sgradito. In passato più di un componente di quello che oggi si chiama  NISP ammise, a microfoni spenti,  di aver avuto dal proprio dicastero istruzioni a non essere troppo zelanti e collaborativi nelle iniziative collegiali di Palazzo Chigi.

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 Nulla autorizza a credere che oggi le cose siano cambiate, anzi questa crisi conferma un peggioramento del quadro complessivo. Il fatto che l’operatore dominante sia la Farnesina rafforza la convinzione dell’insofferenza verso il giogo interministeriale. Nessuno come i diplomatici è da sempre  recalcitrante a che  alcuno si intrometta in  questioni che occorrano fuori dei confini nazionali.  L’unico caso che si ricordi in questo secolo fu quando Guido Bertolaso, con il suo caratteraccio, riuscì a ottenere la titolarietà della gestione dei fondi  nei paesi colpiti dallo Tsunami del 2004, dopo un lungo braccio di ferro con l’allora Ministro Fini, spalleggiato dalle feluche di turno. Nel caso marò anche il Presidente del Consiglio è parso un po’ distratto rispetto alla perentorietà del Decreto per la gestione delle crisi, forse perché non è riuscito a spogliarsi del personaggio di risanatore dell’economia per rivestire a pieno titolo quello di capo del governo. Il suo comportamento pare richiamare quello del tenace detentore della delega per la gestione dei Servizi; allora parve che fosse stata la tragica fine dell’ostaggio Lamolinara in Nigeria l’8 marzo 2012 durante un blitz unilaterale inglese a convincerlo a nominare finalmente un Sottosegretario con delega per gli organismi di Sicurezza. Oggi vi è da sperare che questa circostanza non colta da lui serva da monito al suo successore per dare finalmente concretezza alle attività di coordinamento interministeriale, che per queste materie non possono e non debbono avere l’unica sterile ed inadeguata espressione nel plenum del Consiglio dei Ministri. Prima riflessione parziale quindi: il Presidente del Consiglio di turno deve gestire gli eventi critici che comportano la competenza di più istituzioni in maniera coordinata, esercitando finalmente la potestà di coordinamento che la legge stessa assegna a lui (e solo a lui). Con più lungimiranza sarebbe auspicabile un coordinamento interministeriale permanente per la salvaguardia dell’interesse statuale permanente al centro dell’azione quotidiana, senza attendere la crisi. Negli USA, ad esempio, sin dal 1947  esiste il National Security Council.

Il vero ruolo dei tecnici
Come si vede queste sono considerazioni tecniche, che prescindono dal colore del Governo di turno ma che dovrebbero far parte del bagaglio professionale delle strutture permanenti di gestione del Paese. Nel caso marò bisogna invece osservare come a mancare non sia stato il disegno politico di un Governo politico – titolato a fare scelte anche sbagliate, ma in qualche modo poggianti sul consenso popolare – quanto proprio la capacità tecnica di quelli che sulla carta erano ciò che di meglio le istituzioni potevano prestare alla politica. In altre parole, nessuno meglio di un diplomatico all’apice di una brillante carriera avrebbe potuto e dovuto valutare le conseguenze di un aspro confronto  con un grande Paese come l’India, così come nessuno meglio dell’Ammiraglio Di Paola, unica persona nella storia delle Forze Armate italiane ad aver ricoperto tutti gli incarichi di vertice nazionali ed internazionali, avrebbe potuto e dovuto  cogliere il senso  delle vicende operando  le scelte meno dannose per l’interesse nazionale e nel contempo più efficaci per tutelare i diritti dei due militari con la sua stessa uniforme. Senza contare il Ministro della Giustizia, un comprimario non da poco il cui ruolo – dato il contesto ed i riferimenti giuridici  cui  ambedue le parti fanno appello – non può sfuggire.
Ma forse questa, paradossalmente, è la seconda riflessione parziale da trarre. I militari, i diplomatici, i magistrati, i professori, proprio perché padroni del sapere specifico consolidato in lunghi anni ne restano po prigionieri nei momenti della decisioni importanti. L’etica dei loro comportamenti, divenuta negli anni pratica di vita, finisce per costituire ostacolo insormontabile per una politica più attenta a tutti gli interessi in campo. Infine, uno sguardo ora ad alcuni passaggi critici non sufficientemente chiari della vicenda. Dando per scontata l’indipendenza della magistratura indiana nell’effettuare le proprie indagini, non si capisce come mai l’Italia non sia stata ammessa a partecipare a una commissione di indagine governativa che potesse ricostruire meglio di chiunque altro l’accaduto. Giova ricordare, ed altrettanto andava fatto con le autorità indiane, che questa non sarebbe stata un’invenzione mirabolante ma solo l’applicazione di una consuetudine universalmente accettata da tutte le democrazie: quando capita un incidente che veda coinvolti più Paesi, le indagini vanno condotte da una commissione mista. La Nato ha fatto di questo concetto una norma in un apposito accordo permanente (in gergo, Stanag). Gli esempi sono tanti. A Ramstein, a seguito della tragedia causata dalle Frecce Tricolori nel 1998, indagò  una Commissione trinazionale  composta dalla Germania (ove era capitato l’evento), dagli USA (titolari della base) e dall’Italia (titolare della Pattuglia). Per la tragedia del Cermis furono create due commissioni governative distinte, che però poi operarono insieme, giungendo a conclusioni non del tutto condivise ma scaturite da un aperto e tenace confronto. Quando Nicola Calipari fu ucciso in Iraq a un posto di blocco statunitense, l’ambasciatore statunitense a Roma Mel  Sembler, in un incontro a Palazzo Chigi con Gianni Letta e Berlusconi, dovette cedere alle richieste manifestate dal nostro governo di inserire un membro italiano nella Commissione di inchiesta. Fu scelto l’ambasciatore Ragaglini, oggi all’ONU, che andò a integrare la Commissione USA e consentì all’Italia una totale visibilità sulle indagini in corso.

 20130402_maroLa Torre e Girone non sono né eroi, né assassini. I due militari incorsi in un inconveniente connesso alla loro professione solo gli unici due protagonisti che in questa penosa vicenda hanno tenuto un atteggiamento di compostezza, dignità e lealtà che può essere ammirato in tutto il mondo e ci rende orgogliosi di essere italiani. Se il nostro Paese avesse più memoria e fosse più attento al mondo della Difesa, si accorgerebbe che quello che accade oggi ai due marò è un film già visto più volte, con diverse sceneggiature ma appartenente allo stesso genere. Alla fine del conflitto nei Balcani il Generale Arpino e l’Amm. Guarnieri, rispettivamente Capo di Stato Maggiore della Difesa e della Marina, furono processati per la bombe sganciate in Adriatico dai velivoli Nato impegnati nelle operazioni belliche. I due furono trascinati in giudizio solo per aver compiuto il loro dovere; tra l’altro al gen. Arpino non fu neanche accordata l’assistenza dell’Avvocatura di Stato. La vicenda giudiziaria durò tre anni e si concluse con l’assoluzione dei due ufficiali imputati di “tentata strage colposa aggravata”. Arpino, in un colloquio telefonico con il suo amico Generale Wesley Clark, che quelle operazioni aveva diretto da Bruxelles, seppe riderci sopra: “Per lo stesso fatto, ossia il ruolo che tu ed io abbiamo ricoperto nelle operazioni per liberare i Balcani da Milosevic, tu sei candidato alla Presidenza degli Stati Uniti mentre io rischio di finire in prigione”. Ma la battuta non può risolvere un problema che continua a incombere sui servitori dello Stato come la proverbiale spada di Damocle.
Sempre per le operazioni nei Balcani quale Vice Comandante della coalizione aerea multinazionale, fui formalmente indagato dalla magistratura militare in quanto un gruppo di intellettuali serbi, in un esposto-denuncia, chiedeva giustizia per quasi tre mesi di bombardamenti in mancanza dichiarazione di guerra.Ed ancora, nel  marzo 2000, il Ten. Col. Maurizio De Rinaldis, allora comandante delle Frecce Tricolori, a seguito del sorvolo di Napoli per una cerimonia ufficiale, fu incriminato dal procuratore di turno per i reati di “inosservanza delle istruzioni ricevute” asserendo che il  sorvolo della pattuglia a bassa quota aveva creato “pubblico scandalo”. Anche De Rinaldis dovette difendersi solo per aver ottemperato a un ordine di volo; il proscioglimento giunse dopo circa un anno. Certamente frugando nel vissuto di altri comparti dello Stato si può immaginare una casistica voluminosa di incidenti di percorso subiti da servitori dello Stato incolpevoli. È il prezzo da pagare ai nuovi scenari, alle situazioni inedite per un soldato, i cui comportamenti non sono sempre rubricabili a fronte di norme certe, di quadri giuridici consolidati o a prova di magistrati – e questo pare una esclusività italiana – non sempre sereni o equilibrati. Ma è altrettanto certo che molti problemi nascono da un’ambiguità tipicamente italiana, nella quale le leggi che sanciscono i princìpi sono raramente seguite dai regolamenti che ne fissano i meccanismi operativi. Nel caso marò, ad esempio, neppure l’arrivo di un militare alla guida della Difesa è bastato a trarre il regolamento sulla tutela delle navi mercantili dalle secche nelle quali si era incagliato sotto il precedente titolare politico del dicastero. Si tratta, come già detto, di un difetto di struttura che non si può sperare di risolvere solo attraverso la presenza di singole persone più o meno zelanti. (A proposito: sarebbe interessante sapere se nelle ultime settimane il regolamento abbia fatto passi avanti, se sia stata chiarita la catena gerarchica e decisionale a bordo delle navi mercantili, se siano siglati memorandum d’intesa con i Paesi rivieraschi e, più in generale, sotto quali norme stiano operando oggi i marò sulle altre navi mercantili italiane nei mari infestati dai pirati).

Perché non ritirarsi dalle missioni
L’ultima considerazione da fare è prettamente politica. C’è chi ha strumentalizzato la vicenda Marò per chiedere il disimpegno italiano da tutte le missioni internazionali. Nulla di sbagliato, a meno di voler vanificare gli sforzi fatti negli ultimi vent’anni, con risultati operativi che ci vengono universalmente riconosciuti. Né si può trascurare l’importanza del rinnovamento culturale all’interno delle stesse Forze Armate per il passaggio da una mentalità da “Fortezza Bastiani” a quella della continua verifica sul campo di capacità, equipaggiamenti, dottrina e così via. È tuttavia altrettanto che, a fronte della generosità con la quale i governi italiani rispondono sempre a ogni richiesta proveniente dalla comunità internazionale, non si è avuto sinora un adeguato riconoscimento politico nelle sedi internazionali.  L’insensibilità di singoli Paesi o di organizzazioni multinazionali nei nostri confronti continua immutata.  Basti qui ricordare come nel 2011, in occasione della campagna di Libia, resa possibile in larghissima misura dalla concessione delle basi italiane nonostante gli evidenti impatti interni, l’Unione Europea si disinteressò del problema dei profughi in fuga (o lanciati?) verso l’Europa, addossando all’Italia non solo l’onere umanitario ma anche il rischio che tra le decine di migliaia di poveracci si nascondesse qualche terrorista pronto a farci pagare il conto dell’ospitalità data ai nostri alleati. Ricordare e far valere – senza ricatti, ma anche senza unilaterale generosità – il contributo che l’Italia ha sempre dato alla sicurezza collettiva, come previsto dall’art. 11 della Costituzione. Bisogna saper distinguere tra la protezione di interessi diretti, come la protezioni dei nostri mercantili, dalla partecipazione a missioni multinazionali per la difesa o il ristabilimento della pace, con ricadute solo indirette sull’Italia. Il fatto che i nostri militari tengano alta la bandiera d’Italia come pochi altri in questo momento fanno non può nascondere il fatto che gli scarsi ritorni politici sinora ottenuti dalla partecipazione capillare a tutte le missioni devono essere oggetto di riflessione quando i buoi – per così dire – sono ancora nella stalla, senza alterazioni emotive o ideologiche nell’uno o nell’altro senso. Tutto questo ovviamente nulla toglie al dovere perentorio di non recedere di un solo millimetro dall’impegno di sostenere in ogni foro il buon diritto dei nostri soldati.

di Leonardo Tricarico già Capo di stato maggiore dell’Aeronautica e consigliere militare di tre presidenti del Consiglio
articolo originale da http://www.analisidifesa.it/2013/04/crisi-maro-perche-non-poteva-che-andare-cosi/

Imparare dagli omicidi di boston

maratona-boston-bomba-tuttacronacaQuale sarà l’impatto a lungo termine dell’attentato alla maratona di Boston e della conseguente caccia all’uomo in stile film d’azione svoltasi fra il 15 e il 19 aprile, in cui hanno perso la vita quattro persone e 265 sono rimaste ferite? Cominciamo con quelli che non saranno gli effetti di quest’atto terroristico. Esso non unificherà l’opinione pubblica americana; se lo slogan”United We Stand”, “restiamo uniti”, è durato pochi mesi dopo l’11 settembre, il consenso dopo quanto accaduto a Boston sarà ancor più irraggiungibile. La violenza non spingerà gli Stati Uniti a prendere delle misure di sicurezza simili a quelle israeliane. Né indurrà a una maggiore preparazione nel gestire una letale violenza scoppiata a causa di “un’improvvisa sindrome da jihad instinct”. Non porrà fine alla disputa sulle motivazioni che si celano dietro la violenza musulmana indiscriminata contro i non-musulmani. E di certo non aiuterà a risolvere gli attuali dibattiti sull’immigrazione o sulla vendita delle armi.  Quello che farà è molto importante: quanto accaduto indurrà alcuni occidentali ad arguire che l’islamismo è una minaccia al loro modo di vivere. Infatti, ogni atto di aggressione musulmana contro i non-musulmani, sia esso violento o culturale, recluta un maggior numero di attivisti a favore della causa anti-jihad, porta più voti ai partiti riottosi, mobilita più manifestanti ai cortei contro l’immigrazione e più donatori alle cause anti-islamiste. “Imparare dagli omicidi” è come ho definito nel 2002 questo processo; noi che viviamo in Paesi democratici impariamo meglio la lezione sull’islamismo quando il sangue scorre nelle strade. I musulmani hanno cominciato col beneficiare di un’enorme dose di benevolenza, perché nel Dna degli occidentali è presente la solidarietà per gli stranieri, le minoranze, i poveri e per la gente di colore. Gli islamisti poi hanno vanificato questa benevolenza lasciandosi andare alle atrocità o mostrando atteggiamenti di supremazia. Gli atti terroristici eclatanti in Occidente – come gli attentati dell’11 settembre, di Bali, di Madrid, di Beslan e di Londra – scuotono l’opinione pubblica più di qualunque altra cosa.

Io lo so perché ho avuto modo di esperire direttamente questo processo. Seduto a un tavolo di un ristorante in Svizzera, nel 1990, Bat Ye’or mi parlò dei suoi timori riguardo alle ambizioni islamiste in Europa ma io pensai che fosse allarmista. Nel 1994, Steven Emerson mi telefonò per raccontarmi del Council on American-Islamic Relations, ma inizialmente concessi al Cair il beneficio del dubbio. Come gli altri, anch’io ho avuto bisogno di tempo per rendermi perfettamente conto della portata della minaccia islamista in Occidente. Gli occidentali stanno davvero prendendo coscienza di questa minaccia. Lo si può capire guardando gli sviluppi nei Paesi europei, che in fatto di immigrazione, Islam, musulmani, islamismo e Shari’a (legge islamica) sono più avanti dell’America del Nord e dell’Australia di circa vent’anni. Un segnale di questo cambiamento è la crescita dei partiti politici focalizzata su tali questioni, come nel caso del Partito per l’indipendenza del Regno Unito (Ukip), il Fronte nazionale in Francia, il Partito del Popolo in Svizzera, il Partito per la Libertà fondato da Geert Wilder nei Paesi Bassi, il Partito del progresso in Norvegia e i Democratici svedesi. Nelle recenti elezioni suppletive di Eastleigh, l’Ukip è arrivato secondo, aumentando la sua porzione di voti e passando dal 4 al 28 per cento, creando così una crisi nel partito conservatore.

Nel 2009, l’elettorato svizzero approvò un referendum che vieta i minareti con un margine di 58 a 42, un voto più significativo per il suo risultato piuttosto che per le sue implicazioni politiche, che furono quasi nulle. A quell’epoca, i sondaggi d’opinione rilevarono che altri europei condividevano questi punti di vista pressappoco nelle stesse percentuali. I sondaggi registrano altresì nel corso degli anni un marcato inasprimento delle posizioni su quegli stessi argomenti. Qui di seguito (e ringrazio Maxime Lépante) alcuni sondaggi recenti condotti in Francia:
•    Il 67 per cento degli intervistati ritiene che i valori islamici siano incompatibili con quelli della società francese.
•    Il 70 per cento sostiene che ci sono troppi stranieri.
•    Il 73 per cento vede l’Islam in modo negativo.
•    Il 74 per cento considera l’Islam intollerante.
•    L’84 per cento è contrario all’uso dell’hijab in spazi privati aperti al pubblico.
•    L’86 per cento è favorevole a inasprire il divieto sul burqa.

Come osserva Soeren Kern, opinioni simili sull’Islam sono state espresse anche in Germania. Un recente rapporto diffuso dall’Institut für Demoskopie Allensbach ha chiesto agli intervistati quali sono le caratteristiche che i tedeschi associano all’Islam:
•    Il 56 per cento ha risposto: la lotta per l’influenza politica.
•    Il 60 per cento: la vendetta e le ritorsioni.
•    Il 64 per cento: la violenza.
•    Il 68 per cento: l’intolleranza verso le altre fedi religiose.
•    Il 70 per cento: il fanatismo e il radicalismo.
•    L’83 per cento: la discriminazione contro le donne.

Al contrario, solo il 7 per cento dei tedeschi associa l’Islam all’apertura, alla tolleranza o al rispetto dei diritti umani.Queste percentuali sono più alte rispetto agli anni precedenti, il che denota in Europa un inasprimento delle posizioni che diventeranno ancor più ostili all’islamismo col passare del tempo. In questo modo, l’aggressione islamista garantisce che l’anti-islamismo in Occidente vinca la sua corsa con l’islamismo. Gli eclatanti attacchi di matrice islamica come l’attentato che ha sconvolto Boston esacerbano questa tendenza. È proprio questa la sua importanza strategica. Il che spiega il mio cauto ottimismo riguardo al fatto di respingere la minaccia islamista.

di Daniel Pipes da The Washington Times 24 aprile 2013 http://it.danielpipes.org/12824/imparare-dagli-omicidi-di-boston
Pezzo in lingua originale inglese: “Education by Murder in Boston”

Inutile dialogare con l’islam

Intervista a Edward Luttwak di Andrea Cuomo

michigan protesters - no democracy we want just islam
michigan protesters – no democracy we want just islam

Professor Edward Luttwak, l’attentato di Bengasi ria­pre il conflitto tra l’islam e gli Stati Uniti?

«Il conflitto non è tra il mondo islamico e gli Stati Uniti, ma tra il mondo islami­co e l’intero mondo non islamico. A Mindanao attaccano i filippini cristiani, il Paki­stan è in conflit­to con l’India, ovunque c’è l’islam in contatto con il non-islam, l’incitamento alla violenza da par­te dei predicatori ha il suo effetto.
Per fortuna in pochi ricorrono al­la violenza, ma tutti gli altri stan­no a guardare, compresi eserciti e forze dell’ordine».

È molto carico l’economista sta­tunitense di origine romena, 69 anni, conosciuto per le sue pub­blicazioni sulla strategia militare e la geopolitica, che segue con grande attenzione le vicende ita­liane e parla benissimo la nostra lingua.
Pessimista e provocatorio lo è sempre stato; che sia contra­rio al buonismo del dialogo con i sordi e alle missioni di pace in genere non è certo una novità.
Eppu­re stavolta c’è qualcosa di più: a migliaia di chilometri di distanza da noi, la sua rabbia serena, se si può dire così, stavolta si percepisce anche attraverso il filo del tele­fono.
Forte e chiara.
Per lui ogni sforzo di venire a patti con l’islami­smo è sciocco e va­no.
E inutilmente cercheremo rag­gi di luce nel cor­so dell’intervista.

Un quadro cupo, il suo…

«Ma non è mica un quadro cu­po, è la realtà».

Dove potrà arrivare la reazio­ne degli Stati Uniti?

«Guardi, c’è un macrotrend evi­dente, che è quello di lasciare gli islamici cuocere nel loro brodo.
Gli Stati Uniti sono riluttanti a in­tervenire in Libia, in Siria, perché è chiara ormai l’inutilità di certe azioni.
Basti pensare all’Irak, al­l’Afghanistan. Grandi spese, nes­sun risultato. Una perdita di soldi e di tempo.
Me lo lasci dire, in alcu­ni casi si tratta di barbari che go­vernano selvaggi.
È tutto inutile.
L’ambasciatore Chris Stevens rappresentava quell’entusiasmo per la questione mediorientale che ora, con la sua uccisione, sarà sempre meno convincente e avrà sempre meno riscontro nella real­tà ».

Questo è il macrotrend, come lo chiama lei. Ma nell’imme­diato qualcosa l’Occidente può fare?

«Certo: possiamo liberarci del linguaggio falsificante.
Ad esem­pio non c’è una nuova democra­zia in Libia, perché se non c’è ri­spetto della persona non può es­serci democrazia.
E non credo che le cose potranno cambiare per un secolo o due.
Per ora islam e democrazia sono due parole in­compatibili ».

Ma ci sono esempi di islam de­mocratico, pensi alla Turchia…

«Certo, ma lì c’è democrazia nella misura in cui ci sono regimi anti-islamici. Ma appena sale al potere un partito islamico, e con Erdogan ci siamo quasi, bye-bye alla democrazia turca».

L’attentato all’ambasciata Usa a Bengasi ha colpito l’Occidente senza varcare i confini li­bici. Possiamo attenderci di es­sere colpiti prossimamente anche all’interno dei nostri confini? Ci potrebbe essere un altro 11 settembre?

«Solo nei limiti delle possibilità degli islamisti, che per fortuna so­lo limitate.
Del resto l’11 settem­bre è stato “fabbricato” in Occidente, basti pensare a Mohammed ’Atta, uno degli attentatori, un ingegnere egiziano che lavora­va in Germania.
Quando invece gli attentati sono progettati in que­sti Paesi non arrivano a questo li­vello di organizzazione.
Gli isla­mici sono incapaci anche nella violenza».

Neanche l’Italia corre rischi a suo giudizio?

«L’Italia e tutta l’Europa non hanno nulla da temere, soprattut­to se agiranno con moderazione ».

Ecco, qual è il ruolo in tutto questo dei Paesi che affaccia­no sul Mediterraneo e in parti­colare dell’Italia?

«Nessun ruolo.
I Paesi del Medi­terraneo hanno solo la sfortuna di essere più vicini geografica­mente all’islam, dovranno turar­si il naso per non sentire la puzza di integralismo, di ideologia, di selvaggeria. Mentre noi negli Stati Uniti abbiamo il lusso di essere lontani da tutto ciò».

Beh, c’è sempre la diploma­zia. Possibile non possa fare nulla?

«Certo, bisogna essere diplo­matici, ma non cretini.
Quando trattiamo con i Paesi islamici è giu­sto essere cauti e moderati.
Ma quando parliamo tra di noi occi­entali è meglio non prenderci in giro, almeno nell’uso delle parole ».

da “Il Giornale” del 14 settembre

Oltre all’ambasciatore, gli islamisti vogliono uccidere la libertà d’espressione

ambasciatore bengasi Chris Stevens
L’ambasciatore americano a Bengasi Chris Stevens berbaramente ucciso daigli islamici

La democrazia l’ha acquisita a caro prezzo. Da Ratisbona alla “fatwa di Saint-Germain-des-Prés”, ora è sotto attacco
Le democrazie sono depositarie di un tesoro fragile e deperibile: la libertà d’espressione. Questa sembra incrinarsi, mentre un altro video dozzinale sull’islam fa il giro del mondo e miete vittime nel corpo diplomatico americano. Ieri su Repubblica Barbara Spinelli invitava a trovare un equilibrio fra libertà e responsabilità. Certamente esiste uno sciatto secolarismo, un gusto militante alla provocazione, che ferisce il sentimento del sacro nella comunità islamica, consegnando la rabbia contro la profanazione alla guida politica dei fondamentalisti. Ma Spinelli non centra il cuore del conflitto fra islamismo e “blasfemia”, come la chiamano i musulmani. E’ piuttosto il tentativo islamista di imporre le regole dei taglia-lingue anche in occidente. Ne è appena stata vittima Richard Millet, editor e autore cacciato da Gallimard per aver espresso idee diverse da quelle del conformismo multiculturale. Non a caso Elisabeth Lévy, direttrice della rivista Causeur, intellettuale non arruolabile nella pattuglia degli “xenofobi”, ieri non usava mezzi termini e parlava della “fatwa di Saint-Germain-des-Prés”.
Il diritto di esprimere la propria opinione, anche in modo traumatizzante, di mettere in discussione i tabù, fossero pure maggioritari, le democrazie occidentali l’hanno pagato caro. L’autocensura preventiva, la ritirata strategica di fronte alla furia islamista, sarebbero una regressione epocale. L’omicida fondamentalista è prima di tutto un assassino ideologico.
Spinelli scrive che “un Voltaire permissivo non è mai esistito (non è sua la frase ‘Disapprovo quel che dite, ma lotterò fino alla morte perché possiate dirlo’)”. A parte il fatto che l’apostolo della libertà di critica pronunciò davvero quella frase. Ma c’è di più. Voltaire, che si evoca a man bassa soltanto quando c’è di mezzo la chiesa cattolica, non rischiò la vita per mano di nemici che potevano scambiarsi informazioni su Internet per pianificarne la decapitazione sugli Champs-Elysées, come è successo a Theo van Gogh e poteva accadere a Robert Redeker, quello di “une fatwa au pays de Voltaire”. Due giorni fa a Bruxelles, di fronte alla classe dirigente europea, Mohammed Morsi, fratello musulmano e presidente egiziano, ha scandito: “Maometto non si tocca”. Parole grandiose, roboanti, una sfida politica e teologica all’Europa postmoderna. E infatti un intellettuale della gauche come Pascal Bruckner ha scritto che “l’islamofobia sta diventando un reato di opinione analogo a quello che si perpetrava un tempo, in Unione sovietica, contro i nemici del popolo”. L’invenzione di questo reato ideologico, che è una cosa ben diversa dall’attacco razzista ai musulmani in quanto persone, svolge molte funzioni: negare, per legittimarla meglio, la realtà di un’offensiva fondamentalista; indurire la mano di chi scrive; costringere gli occidentali alla difensiva; intimidire i “cattivi musulmani” interessati al cambiamento, e come dice Bruckner, “riabilitare l’offesa d’opinione per chiudere la bocca ai contraddittori”. Grazie a quest’offensiva, e al fatto che ormai soltanto qualche mosca bianca si avventura nella difesa della libertà di parola, da noi abbonda la paura.
Quattro anni fa la Tate Gallery di Londra ritirò l’opera “God is great” di John Latham a causa delle minacce. L’opera di Latham mostrava Bibbia, Corano e Talmud tranciati di netto da una lastra di vetro. Il critico d’arte Richard Cork accusò l’establishment britannico di svendere la libertà d’espressione: “Quando si inizia a pensare così, il cielo è il solo limite”. Per questo non è nostro diritto disquisire sulla bellezza dei video che si realizzano di là e di qua dell’oceano, sugli articoli che si scrivono, sulle opere d’arte che si esibiscono, sulle vignette che si disegnano. In occidente abbiamo conquistato a caro prezzo la libertà di farlo. Non spetta agli antichi custodi del fuoco il permesso di concedere il diritto di pensiero o parola. Non sono belle le caricature sul Profeta. Non sono belle le fotografie dell’iraniana Sooreh Hera. Non è bello “Fitna” di Geert Wilders. Ma in gioco non ci sono l’eleganza o il bon ton, ma un’Europa sottomessa al verbo incendiario di chi non tollera dissenso e critica.
Se l’11 settembre 2001 ha rappresentato l’avvio del jihad contro l’occidente, di cui l’attacco in Libia è l’ennesimo capitolo, il 12 settembre 2006 ha costituito il livello più alto di una insidiosa sottomissione degli ideali dell’occidente e di coloro che li proclamano, siano essi giornalisti, scrittori, vignettisti o pontefici. Quel giorno Papa Benedetto XVI tornò in Baviera, la terra dove è nato e ha iniziato a insegnare. All’Università di Ratisbona, Ratzinger tenne una lezione sulle radici della civiltà, citando una frase dell’imperatore di Bisanzio Manuele II Paleologo sull’islam. Il linciaggio a cui fu sottoposto il Papa nella umma e in occidente assunse una dimensione d’assedio sensazionale (sacerdoti furono anche martirizzati). Di quella campagna di criminalizzazione sono sentine anche l’omicidio Van Gogh, l’attacco al giornale Charlie Hebdo, la casa-bunker dei vignettisti danesi e i processi che si celebrano in occidente agli “islamofobi”.
Non possiamo permetterci di fare concessioni a chi vorrebbe scambiare la cittadinanza con il giogo, la common law con la sharia, l’ironia con la paura, il diritto di parola con la fatwa e la rappresentazione con la sottomissione. Equivarrebbe alla fine dell’occidente così come lo abbiamo conosciuto.

di Giulio Meotti da “Il Foglio” del 15 settembre 2012

Un altro attacco islamista all’occidente servile

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Consolato

di Daniel Pipes da Liberal del 15 settembre 2012
Articolo in lingua originale inglese: “Another Islamist Assault, Another Western Cringe”

Gli attacchi di martedì 11 settembre contro le missioni americane al Cairo e a Bengasi rientrano in uno schema abituale di intimidazione islamista e di appeasement occidentale che risale all’affare Salman Rushdie del 1989. La risposta indolente dell’amministrazione Obama all’uccisione dei diplomatici americani aumenta le probabilità che episodi del genere possano presto ripetersi. La crisi Rushdie scoppiò improvvisamente quando l’Ayatollah Khomeini emise un editto di morte contro lo scrittore indiano (ma naturalizzato britannico), “colpevole” di avere scritto “Versetti satanici”, un’opera di carattere fantastico ma comunque realista, dichiarando che il libro era «contro l’Islam, il Profeta e il Corano». La sua fatwa fu solo la prima di una lunga serie capace di scatenare l’ira islamista. Ricordiamo, fra le altre, quelle scoppiate in risposta a: un fregio della Corte Suprema Usa nel 1997 (raffigurante Maometto in veste di legislatore che decora la sala, ndt); il leader evangelico americano Jerry Falwell, nel 2002 (che durante la trasmissione 60 minutes definì il Profeta un terrorista, ndr); il settimanale Newsweek nel 2005; le vignette satiriche su Maometto pubblicate dal quotidiano danese Jyllands-Posten nel 2006; Papa Benedetto XVI, sempre nel 2006; il predicatore della Florida Terry Jones, nel 2010 (che bruciò pubblicamente il Corano, ndr) e i soldati americani in Afghanistan, all’inizio del 2012 (sempre per aver bruciato il libro sacro dei musulmani, ndr). In ognuno di questi casi, la percepita offesa all’Islam ha portato ad atti di violenza commessi molte volte contro gli occidentali, e assai più spesso contro gli stessi musulmani.
In effetti, l’episodio di violenza del 2010 in seguito al rogo del Corano da parte di Terry Jones causò circa 19 morti in Afghanistan, spingendo David Goldman, che allora scriveva per la rivista First Things, a osservare che «un pazzo che porta con sé dei fiammiferi e una copia del Corano può recare più danno al mondo musulmano di quanto possa fare un autobus pieno di attentatori suicidi.… Continua su Analisi Difesa