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Nessuno lo dice ma in Iraq e Siria è guerra di religione


img-_innerArt-_taglia22Che fare in Iraq e Siria? Che l’Occidente non abbia una strategia per affrontare il rapido precipitare della guerra irachena e di quella siriana, ormai unificate, è un fatto reso ancor più evidente dalle timide e incerte iniziative di europei e statunitensi. Abbiamo rimosso la guerra dal nostro linguaggio e anche se disponiamo paradossalmente della più sofisticata tecnologia bellica mai posseduta dall’umanità siamo del tutto incapaci sul piano politico e sociale di impiegarla per vincere i conflitti. Questo Occidente non è più neppure in grado di chiamare le guerre col loro nome. In Iraq e in Siria è in atto un conflitto tra sunniti e sciti che vede lo Stato Islamico (IS) controllare territori abitati dalla popolazione sunnita combattere contro eserciti e milizie scite di  Baghdad e Damasco. Al fianco dell’IS vi sono Paesi  e ambienti finanziari e politici di Paesi sunniti quali la Turchia e le monarchie del Golfo. Con le forze regolari siriane e irachene sono saldamente schierati l’Iran e il movimento scita libanese Hezbollah .

Perché allora non definire il conflitto in atto una guerra di religione?

61561Image11Siamo forse così schiacciati dal peso delle parole e delle convenzioni ipocrite che ci siamo autoimposti negli ultimi 40 anni nel nome della correttezza politica da non riuscire a pronunciarle per paura di dover affrontare la realtà? Dopo 13 anni abbiamo già rimosso tutte le lezioni apprese dall’11 settembre 2001 per paura di dover accettare le conseguenze di una guerra che è inevitabilmente, come lo sono state molte delle più grandi e lunghe guerre dell’umanità, uno scontro di civiltà.

Inutile fingere di meravigliarsi. La guerra di religione, lo scontro tra sunniti e sciti, era un obiettivo dichiarato di Osama bin Laden e di Musayb al-Zarqawi, leader di al-Qaeda in Mesopotamia, organizzazione jihadista che ha poi originato l’ISIS e oggi lo Stato Islamico. Anche l’eliminazione fisica delle minoranze come cristiani e yazidi rientra da sempre nei programmi pubblicamente annunciati dai jihadisti e del resto le violenze contro i cristiani in Iraq (e in tutto il mondo sunnita) e il loro esodo da Mosul non sono certo cominciati il mese scorso.

2014-08-17-Situation-Report-HIGH-012Così come non sono certo iniziate con l’uccisione di James Foley le barbare esecuzioni di ostaggi occidentali da parte di militanti islamici. Ne abbiamo visti tanti di video del genere negli anni scorsi ma li abbiamo rimossi imponendoci di credere che fossero la risposta “all’imperialismo di George Bush” invece che una dimostrazione di odio, un atto di guerra nei confronti nostri e della nostra civiltà. Che l’Islam sia un problema per il mondo intero è sotto gli occhi di tutti, soprattutto perché se gli estremisti si fanno notare molto bene, i cosiddetti “moderati” sembrano avere  voce flebile. Eppure, come ha evidenziato Massimo Introvigne  sulla Nuova Bussola Quotidiana,  l’Occidente  è pieno di studiosi dell’Islam pronti a sostenere interpretazioni buoniste e introspettive della parola “jihad”.

L’Europa finge di accorgersi solo oggi che ci sono islamici che sterminano cristiani per non dover fare i conti con la sua coscienza e con il dovere di armarli o difenderli con le sue potenti, deboli armi: potenzialmente devastanti e tecnologicamente avanzate ma inutili perché non abbiamo il coraggio di impiegarle né soprattutto ideali per i quali riteniamo necessario combattere.

Abbiamo perso a tal punto ogni senso d’appartenenza nazionale e culturale da non trovare un solo motivo, valore o interesse  per cui valga la pena fare una guerra? Se è così l’IS ha già vinto perché i suoi miliziani (che sono sempre di più anche in Europa) sono pronti a uccidere e morire per la loro causa.  Sarebbe sufficiente leggere, sempre sulla NBQ,  l’analisi di Luigi Santambrogio sui jihadisti in Europa per comprendere che dobbiamo svegliarci e anche in fretta.

ISISmappa1Come ha sottolineato sabato Edward Luttwak in un’intervista a Il Giornale, l’opinione pubblica in Italia e in Europa si è mobilitata per i civili palestinesi di Gaza ma non si è contata neppure una manifestazione per i cristiani iracheni. Merito certo di decenni di cultura terzomondista e di relativismo culturale ma anche un sintomo evidente di come le leadership e i popoli occidentali non abbiano neppure la percezione di quali siano gli interessi strategici da difendere.

Certo gli Stati Uniti possono avere molti vantaggi a “giocare sporco” anche in questa crisi per favorire il caos nelle aree energetiche nel momento in cui si avviano diventare il più grande esportatore di gas e petrolio. Ma noi europei di quel gas e petrolio in Medio Oriente e Nord Africa abbiamo e avremo bisogno: non possiamo permetterci di non avere una strategia, di non combattere o di non scegliere da che parte stare.

isis-640Eppure proprio questo stiamo facendo, favorendo l’affermazione dei jihadisti dalla Libia all’Iraq, come se la questione non ci riguardasse. Per questo oggi non armiamo i cristiani iracheni e aiutiamo i curdi così blandamente da risultare ininfluenti, con l’ossessione di non irritare Baghdad e Ankara che temono un Kurdistan indipendente. Al tempo stesso esitiamo a mobilitarci contro l’IS per non irritare le monarchie sunnite del Golfo che hanno investito centinaia di miliardi di dollari in Europa e oggi influenzano in modo sempre più imbarazzante la nostra politica estera.

Fingiamo così di non sapere che la Turchia, nostro alleato nella NATO, è anche il Paese che ha ospitato e fornito aiuti alle milizie jihadiste dell’attuale Stato Islamico per sostenerle nella guerra contro il regime siriano. Cosa che abbiamo fatto anche noi europei insieme agli americani ponendoci in antagonismo alla Russia, unico grande Paese rimasto a difendere la cristianità e i valori occidentali contro l’islamismo.

ISISS1_673769S11Meno di un anno or sono Washington e alcuni alleati europei erano pronti a bombardare Damasco per abbattere Bashar Assad come avevano abbattuto Muammar Gheddafi spianando la strada ai jihadisti. Oggi in Libia qaedisti e Fratelli Musulmani stanno vincendo grazie anche al disinteresse dell’Europa e dell’Italia mentre  in Siria rifiutiamo di riconoscere i nostri errori ma saremo costretti ad aiutare Assad a combattere l’IS. Non perché il regime siriano sia composto da cherubini ma semplicemente perché è nei nostri interessi farlo e perché in Medio Oriente e Africa ci conviene fare i conti con regimi laici, anche se non del tutto simili alla democrazia svizzera, piuttosto che con Emirati e Califfati che decapitano e torturano gli infedeli.

images5Nella storia il pragmatismo ha sempre indotto gli Stati a modificare alleanze e schieramenti, sport in cui l’Italia è stata “maestra” nei due conflitti mondiali fino al tradimento del Trattato di amicizia con Gheddafi nel 2011. Basti ricordare che la Seconda guerra mondiale iniziò nel 1939 con i sovietici che si spartivano la Polonia con gli alleati tedeschi e termino con l’Armata Rossa che occupava Berlino. Allora però c’erano statisti a guidare le nazioni non gli improvvisati di esile spessore che guidano oggi le cancellerie europee.

Il realismo militare impone di valutare che solo i curdi e le truppe siriane sono in grado di fermare lo Stato Islamico.

L’esercito iracheno è allo sbando, non regge il campo di battaglia mentre nessun Paese occidentale sembra intenzionato a mandare i suoi soldati a combattere i jihadisti. Come hanno sottolineato esponenti militari a Londra e Washington la guerra non si vince se non si combattono le forze di Abu Bakr al-Baghdadi anche in Siria.

“L’IS deve essere sconfitto in Iraq e in Siria prima che si espanda in tutta la regione”, ha detto Lord Dannatt ex capo di stato maggiore dell’esercito britannico. Infatti la gran parte dei mezzi pesanti catturati dai jihadisti falle truppe irachene sono stati portati nelle basi in Siria strappate all’esercito di Assad, al riparo dai cacciabombardieri americani. In questi giorni jet americani, iracheni e siriani hanno bombardato le milizie dell’IS ma lo hanno fatto in ordine sparso, senza coordinamento e in settori diversi esercitando così una pressione limitata sui jihadisti. Abu Bakr al-Baghdadi ringrazia.

di Gianandrea Gaiani 28 agosto 2014, da La Nuova Bussola Quotidiana

Oltre all’ambasciatore, gli islamisti vogliono uccidere la libertà d’espressione

ambasciatore bengasi Chris Stevens
L’ambasciatore americano a Bengasi Chris Stevens berbaramente ucciso daigli islamici

La democrazia l’ha acquisita a caro prezzo. Da Ratisbona alla “fatwa di Saint-Germain-des-Prés”, ora è sotto attacco
Le democrazie sono depositarie di un tesoro fragile e deperibile: la libertà d’espressione. Questa sembra incrinarsi, mentre un altro video dozzinale sull’islam fa il giro del mondo e miete vittime nel corpo diplomatico americano. Ieri su Repubblica Barbara Spinelli invitava a trovare un equilibrio fra libertà e responsabilità. Certamente esiste uno sciatto secolarismo, un gusto militante alla provocazione, che ferisce il sentimento del sacro nella comunità islamica, consegnando la rabbia contro la profanazione alla guida politica dei fondamentalisti. Ma Spinelli non centra il cuore del conflitto fra islamismo e “blasfemia”, come la chiamano i musulmani. E’ piuttosto il tentativo islamista di imporre le regole dei taglia-lingue anche in occidente. Ne è appena stata vittima Richard Millet, editor e autore cacciato da Gallimard per aver espresso idee diverse da quelle del conformismo multiculturale. Non a caso Elisabeth Lévy, direttrice della rivista Causeur, intellettuale non arruolabile nella pattuglia degli “xenofobi”, ieri non usava mezzi termini e parlava della “fatwa di Saint-Germain-des-Prés”.
Il diritto di esprimere la propria opinione, anche in modo traumatizzante, di mettere in discussione i tabù, fossero pure maggioritari, le democrazie occidentali l’hanno pagato caro. L’autocensura preventiva, la ritirata strategica di fronte alla furia islamista, sarebbero una regressione epocale. L’omicida fondamentalista è prima di tutto un assassino ideologico.
Spinelli scrive che “un Voltaire permissivo non è mai esistito (non è sua la frase ‘Disapprovo quel che dite, ma lotterò fino alla morte perché possiate dirlo’)”. A parte il fatto che l’apostolo della libertà di critica pronunciò davvero quella frase. Ma c’è di più. Voltaire, che si evoca a man bassa soltanto quando c’è di mezzo la chiesa cattolica, non rischiò la vita per mano di nemici che potevano scambiarsi informazioni su Internet per pianificarne la decapitazione sugli Champs-Elysées, come è successo a Theo van Gogh e poteva accadere a Robert Redeker, quello di “une fatwa au pays de Voltaire”. Due giorni fa a Bruxelles, di fronte alla classe dirigente europea, Mohammed Morsi, fratello musulmano e presidente egiziano, ha scandito: “Maometto non si tocca”. Parole grandiose, roboanti, una sfida politica e teologica all’Europa postmoderna. E infatti un intellettuale della gauche come Pascal Bruckner ha scritto che “l’islamofobia sta diventando un reato di opinione analogo a quello che si perpetrava un tempo, in Unione sovietica, contro i nemici del popolo”. L’invenzione di questo reato ideologico, che è una cosa ben diversa dall’attacco razzista ai musulmani in quanto persone, svolge molte funzioni: negare, per legittimarla meglio, la realtà di un’offensiva fondamentalista; indurire la mano di chi scrive; costringere gli occidentali alla difensiva; intimidire i “cattivi musulmani” interessati al cambiamento, e come dice Bruckner, “riabilitare l’offesa d’opinione per chiudere la bocca ai contraddittori”. Grazie a quest’offensiva, e al fatto che ormai soltanto qualche mosca bianca si avventura nella difesa della libertà di parola, da noi abbonda la paura.
Quattro anni fa la Tate Gallery di Londra ritirò l’opera “God is great” di John Latham a causa delle minacce. L’opera di Latham mostrava Bibbia, Corano e Talmud tranciati di netto da una lastra di vetro. Il critico d’arte Richard Cork accusò l’establishment britannico di svendere la libertà d’espressione: “Quando si inizia a pensare così, il cielo è il solo limite”. Per questo non è nostro diritto disquisire sulla bellezza dei video che si realizzano di là e di qua dell’oceano, sugli articoli che si scrivono, sulle opere d’arte che si esibiscono, sulle vignette che si disegnano. In occidente abbiamo conquistato a caro prezzo la libertà di farlo. Non spetta agli antichi custodi del fuoco il permesso di concedere il diritto di pensiero o parola. Non sono belle le caricature sul Profeta. Non sono belle le fotografie dell’iraniana Sooreh Hera. Non è bello “Fitna” di Geert Wilders. Ma in gioco non ci sono l’eleganza o il bon ton, ma un’Europa sottomessa al verbo incendiario di chi non tollera dissenso e critica.
Se l’11 settembre 2001 ha rappresentato l’avvio del jihad contro l’occidente, di cui l’attacco in Libia è l’ennesimo capitolo, il 12 settembre 2006 ha costituito il livello più alto di una insidiosa sottomissione degli ideali dell’occidente e di coloro che li proclamano, siano essi giornalisti, scrittori, vignettisti o pontefici. Quel giorno Papa Benedetto XVI tornò in Baviera, la terra dove è nato e ha iniziato a insegnare. All’Università di Ratisbona, Ratzinger tenne una lezione sulle radici della civiltà, citando una frase dell’imperatore di Bisanzio Manuele II Paleologo sull’islam. Il linciaggio a cui fu sottoposto il Papa nella umma e in occidente assunse una dimensione d’assedio sensazionale (sacerdoti furono anche martirizzati). Di quella campagna di criminalizzazione sono sentine anche l’omicidio Van Gogh, l’attacco al giornale Charlie Hebdo, la casa-bunker dei vignettisti danesi e i processi che si celebrano in occidente agli “islamofobi”.
Non possiamo permetterci di fare concessioni a chi vorrebbe scambiare la cittadinanza con il giogo, la common law con la sharia, l’ironia con la paura, il diritto di parola con la fatwa e la rappresentazione con la sottomissione. Equivarrebbe alla fine dell’occidente così come lo abbiamo conosciuto.

di Giulio Meotti da “Il Foglio” del 15 settembre 2012

Sessantuno uomini di al quaeda in Italia

l'islam conquisterà Roma
l’islam conquisterà Roma

Sessantuno nomi che, nelle innumerevoli traslitterazioni dall’arabo si moltiplicano in una gamma quasi ingovernabile di alias e rimandano all’origine dei membri della galassia di al-Qaeda in Italia: tunisini, per la gran parte, ma anche algerini, marocchini, egiziani, libici, iracheni, somali.
Una conferma di come il Nordafrica, tradizionale bacino di immigrazione regolare e irregolare verso l’Italia, abbia costituito in questi anni il serbatoio principale per impiantare il jihadismo in Italia.
E di come, nel caso dell’attentatore libico Mohamed Game, condannato a 14 anni per l’attentato alla caserma Santa Barbara di Milano, sia anche luogo d’origine dei cosiddetti ‘homegrown terrorists’.
Dall’11 settembre 2001 il nostro Paese e’ stato usato in alcuni casi come semplice base logistica per reclutare e inviare combattenti in Iraq, nei giorni piu’ caldi della guerra, o in Afghanistan, in altri come vero e proprio ‘Dar al-Harb’, territorio di guerra, per compiere attentati che scoraggiassero l’opinione pubblica e costringessero i governi nazionali a ritirare i nostri contingenti militari. Sessantuno nomi su 259.
Tanti, sono quasi un quarto del totale, gli ‘italiani’ di Al Qaeda presenti sulla Lista Nera del Comitato del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che tiene traccia degli individui e delle entità associate con l’organizzazione di Osama Bin Laden e con i Talebani.
Un elenco di quanti, variamente inquadrati nei ruoli previsti dal copione jihadista (predicatori di violenza, fiancheggiatori, organizzatori, aspiranti kamikaze), hanno vissuto, soggiornato, o semplicemente transitato per il nostro Paese, vivendo la doppia condizione di cittadini, a volte insospettabili, e di combattenti salafiti.
A leggere l’elenco, che l’Onu inizio’ a stilare in base alla Risoluzione 1267 del 1999, e aggiornato al 21 ottobre scorso, scorre davanti agli occhi la ricostruzione di quello che la minaccia jihadista ha rappresentato (e ancora rappresenta) per la sicurezza nazionale e per quella dei Paesi alleati.
La gamma dei reati, e delle relative condanne, indicati nella Lista Onu, rimanda alle tante inchieste che si sono susseguite in Italia in questi anni, in particolare al Nord, e che spesso hanno visto il coinvolgimento di frequentatori delle moschee milanesi di viale Jenner e via Quaranta: fiancheggiamento, finanziamento, pianificazione di attacchi.
Come ricorda anche l’arresto, lo scorso anno, di 17 algerini accusati di vari reati, dal furto alla contraffazione di documenti, che hanno fruttato un milione di euro in 3 anni, transitati da un’istituzione culturale e in seguito usati per finanziare al-Qaeda nel Maghreb islamico.
Non mancano anche nomi ‘illustri’, come quello, ad esempio, di Mohammed Daki, il marocchino assolto nel 2005 dalle accuse di terrorismo internazionale dal gup Clementina Forleo, in base alla controversa distinzione operata dalla Forleo tra il ruolo di “guerriglieri” e quello di “terroristi”.
Daki e gli altri coimputati di quel processo furono poi espulsi nei loro Paesi d’origine nello stesso anno, l’assoluzione della Forleo fu poi cancellata dalla Cassazione e successivamente Daki e gli altri furono condannati per reati connessi al terrorismo internazionale.

Il prezioso contributo dell’islam alla civiltà

Mappa delle conquiste e delle civiltà cancellate o distrutte dall’islam

Mappa delle civiltà cancellate o distrutte dall'islam
Mappa delle civiltà cancellate o distrutte dall’islam

segue da Terrorism

632 d C       Morte di Maometto (8 giugno)

632-634       Conquista araba della Mesopotamia e della Palestina

635              Conquista araba di Damasco

638              Conquista araba di Gerusalemme

642              Conquista araba di Alessandria d’Egitto

647              Conquista araba della Tripolitania

649              Inizio delle guerre sul mare e conquista di Cipro

652              Prima spedizione contro la Sicilia

667              Occupazione araba di Calcedonia (Anatolia)

669              Attacco a Siracusa

670              Attacco ai berberi e conquista del Maghreb

674-680       Primo assedio arabo di Costantinopoli

698              Gli arabi prendono Cartagine ai bizantini

700              Assalto arabo a Pantelleria

704              L’emiro Musa proclama la guerra santa nel Mediterraneo occidentale; infesta il Tirreno e assale la Sicilia

710              Attacco arabo a Cagliari

711              Sbarco arabo nella Spagna meridionale Inizia la conquista della penisola iberica

715-717       Secondo assedio arabo di Costantinopoli

720              Attacco alle coste della Sicilia

727-731       Aggressioni alle coste della Sicilia

738              Liutprando sconfigge gli arabi ad Arles

740              Primo sbarco in Sicilia di un esercito saraceno

753              Ulteriore sbarco in Sicilia

778              Il giorno 8 settembre, Franchi e Longobardi sconfiggono gli arabi a Sabart, sui Pirenei

806              I mussulmani occupano Tyana, in Anatolia, e avanzano fino ad Ankara. Ademaro, conte franco di Genova, combatte i saraceni in Corsica

812-813       I saraceni attaccano Lampedusa, la Sicilia, Ischia, Reggio Calabria, la Sardegna, la Corsica e Nizza

819              Nuovo attacco alla Sicilia

827              Il 14 giugno, sbarco in Sicilia di un esercito, per la conquista dell’isola

829              I saraceni sbarcano a Civitavecchia

830              I saraceni invadono la campagna romana e saccheggiano le basiliche di San Paolo e di San Pietro

831              A settembre, Palermo si arrende agli arabi

838              Attacco saraceno a Marsiglia

839              Incursioni saracene in Calabria, sbarco e conquista di Taranto

840              Scontro navale, davanti a Taranto, tra saraceni e veneziani, che non riescono a fermare l’attacco. Saccheggio di Cherso, del Delta del Po e di Ancona

841              Gli arabi si spingono nel Quarnaro e distruggono la flotta veneziana all’isola di Sansego

842              Il 10 agosto Bari viene conquistata e vengono saccheggiate le coste della Puglia e della Campania

843              L’emiro di Palermo scaccia i bizantini da Messina

844              I normanni sbarcano in Spagna e occupano Siviglia

846              Spedizioni saracene a Ponza e a Capo Miseno. Il 23 agosto, gli arabi sbarcano alla foce del Tevere, assediano Ostia, saccheggiano nuovamente le basiliche di San Pietro e di San Paolo e l’entroterra fino a Subiaco, assediando poi Roma. Ritiratisi, depredano Terracina, Fondi, e assediano Gaeta

849              I saraceni saccheggiano Luni e Capo Teulada, in Sardegna

850              Attacco arabo contro Arles

852-853       Assalto alle coste calabresi e campane

856              Incursioni arabe a Isernia, Canosa, Capua e Teano

859              Gli arabi prendono Enna

867              Gli arabi saccheggiano il monastero di San Michele sul GarganoI saraceni occupano alcune città dalmate e assediano Ragusa. La flotta veneziana, guidata dal doge Orso, li insegue e li sbaraglia davanti a Taranto

868              Re Ludovico libera Matera, Venosa e parte della Calabria

869              Bande di saraceni invadono la Camargue

870              Gli arabi occupano Malta e saccheggiano Ravenna

879              Gli arabi prendono Taormina

879              I saraceni saccheggiano Teano, Caserta e la campagna romana

881              Il Papa scomunica il Vescovo di Napoli per la sua alleanza con i saraceni

885              I saraceni saccheggiano Montecassino e la Terra di Lavoro

890              I mori di Spagna attaccano la costa provenzale e stabiliscono una base a Frassineto (La Garde-Freinet)

898              Saccheggio saraceno della Badia di Farfa

912              Incursione saracena all’Abbazia di Novalesa

913              Attacco alla Calabria

914              Gli arabi stabiliscono basi a Trevi e a Sutri

916              Incursione saracena nella Moriana (Savoia)

922              Incursione e saccheggio di Taranto

924              Presa di Sant’Agata di Calabria

925              Incursioni saracene in tutta la Calabria, fino in terra d’Otranto; assedio e massacro di Oria

929              Saccheggio delle coste calabresi

930              Paestum viene saccheggiata

934              Assalto alla costa ligure

935              Saccheggio di Genova

936              Fallito attacco saraceno ad Acqui, difesa dal conte Aleramo

940              Incursione saracena al passo del San Bernardo

950              L’emiro di Palermo assale Reggio e Gerace e assedia Cassano Jonio

952              Gli arabi, alleati con Napoli, colonizzano la Calabria

960              San Bernardo da Mentone vince e insegue i saraceni in Val d’Aosta, fino a Vercelli

965              Gli arabi prendono Rametta, ultima roccaforte siciliana e in seguito sbarcano in Calabria

969              Saccheggi saraceni nell’Albesano

977              I saraceni prendono Reggio, Taranto, Otranto e Oria

978              I saraceni saccheggiano la Calabria

981              Ancora saccheggi in Calabria

986              I saraceni saccheggiano Gerace

987              I saraceni saccheggiano Cassano Jonio

988              Gli arabi prendono Cosenza e la terra di Bari

991              Presa di Taranto

994              Assedio e presa di Matera

1002            Incursioni a Benevento e nelle campagne napoletane, assedio di Capua

1003            Incursioni nell’entroterra di Taranto Attacco a Lérins, in Provenza

1009            Il califfo Al-Hakim tenta di distruggere il Santo Sepolcro

1029            Saccheggio delle coste pugliesi

1031            Saccheggio di Cassano Jonio

1047            Incursione saracena a Lérins

1071            Gli arabi vincono la battaglia di Manazkert e iniziano la conquista dell’Anatolia

1074            Sbarco di saraceni tunisini a Nicotera, in Calabria

1080            I saraceni saccheggiano Roma

1086            Gerusalemme cade in mano ai turchi

1096            Inizio della Prima crociata

1122            Scorreria saracena a Patti e a Siracusa

1127            Attacco a Catania e nuovo saccheggio di Siracusa

1144            L’atabeg di Mossul Zengi, con un colpo di mano, s’impadronisce di Edessa assumendo nel mondo islamico ruolo e fama di “difensore della fede”

1145            Papa Eugenio III bandisce la seconda crociata. A causa dei contrasti interni si rivelerà inutile

1187            Salah-ad-Din riconquista Gerusalemme

1190            Papa Clemente III organizza la terza crociata. Riccardo Cuor di Leone sconfigge per due volte Salah-ad-Din ma, sempre a causa dei dissensi interni alla coalizione, non poté liberare Gerusalemme Concluse però una tregua di tre anni, che prevedeva garanzie per i pellegrini (1192)

1195-1204   Si susseguono diversi tentativi pressoché inutili di organizzare una quarta crociata Anche in questo caso mancherà la necessaria coesione e le lotte interne la renderanno pressoché inutile

1213            Papa Innocenzo III tenta di bandire un’altra crociata che però non avrà luogo

1217-1221   Quinta crociata. Nel 1219 le cronache riportano la visita di Francesco d’Assisi al campo crociato Francesco predirà la sconfitta a causa delle faziosità e delle divisioni interne. La Chiesa non riconoscerà la quinta crociata

1221            Fallisce la conquista de Il Cairo e anche la quinta crociata si risolve con un nulla di fatto

1229            Federico II accordatosi con il sultano d’Egitto al-Kamil (Trattato di Giaffa) ottiene Gerusalemme, Betlemme, Nazaret e alcune località costiere fra San Giovanni d’Acri e Giaffa e tra Giaffa e Gerusalemme; e conclude anche una tregua decennale

1244            I mussulmani riconquistano Gerusalemme

1245            Papa Innocenzo IV bandisce la settima crociata Luigi IX, re di Francia, la organizza con le sue sole forze ma non riesce a conquistare Gerusalemme Ulteriori tentativi si concluderanno nel 1270 con pochi esiti.

Dalla seconda metà del sec XIV, la progressiva avanzata dei turchi ottomani verso il cuore dell’Europa ridiede una certa attualità alla crociata, intesa però in senso non di guerra santa per la riaffermazione del cristianesimo in Oriente, ma di guerra per la difesa dell’Occidente stesso dall’islamismo sulla via di sempre più ampie conquiste.

Le crociate fallirono quanto al loro scopo originario, cioè la liberazione dei Luoghi Santi dai mussulmani. Restano tuttavia un fenomeno storico di grande rilevanza non solo religiosa, ma politica, economico-sociale, culturale. Politicamente, impegnarono i mussulmani contenendone e ritardandone l’avanzata in Europa, e ciò permise lo sviluppo degli Stati centro-occidentali

1308            I turchi prendono Efeso e l’isola di Chio

1326            I turchi conquistano Brussa

1329            I turchi prendono Nicea (Urchan)

1330            I turchi sconfiggono i bulgari, a Velbuzhd

1337            I turchi conquistano Nicomedia e si installano sul Mar di Marmara

1356            I turchi prendono Gallipoli, sul Mar di Marmara

1371            I turchi sconfiggono i serbi sulla Martz

1382            I turchi occupano Sofia

1386            I turchi occupano Nis, in Macedonia

1423            I turchi prendono il Peloponneso e la Morea

1425            Abbandono dell’isola di Montecristo a causa delle continue incursioni saracene

1430            I turchi prendono Tessalonica, la Macedonia, l’Epiro e la città di Giannina

1453            Maometto II prende Costantinopoli

1455            I turchi prendono Focea, Tasso e Imbro, nell’Egeo

1458            Maometto II conquista tutte le terre cristiane in Grecia, tranne le colonie veneziane Dopo due anni di assedio, cade l’Acropoli di Atene

1459            La Serbia diventa provincia ottomana

1460            I turchi occupano tutto il Peloponneso

1461            Cade anche Trebisonda, ultimo Stato bizantino. I turchi occupano la colonia genovese di Salmastro

1462            Maometto II occupa la Valacchia e Prende Mitilene ai genovesi

1465            Costantinopoli diventa la capitale dell’impero ottomano. La cattedrale di Santa Sofia viene trasformata in moschea

1470            I turchi occupano la veneziana Negroponte

1471            Scorrerie ottomane in Carniola, in Istria, nel Monfalconese e nel Triestino

1472            Scorrerie ottomane in Croazia

1473            Scorrerie ottomane in Carniola e Corinzia

1474            Scorrerie ottomane in Croazia e Slavonia

1475            Incursioni turche in Stiria inferiore e Carniola I turchi prendono Kaffa e tutta la Crimea ai Genovesi

1476            Incursioni turche in Carniola, Stiria, e in Istria, fino a Gorizia e Trieste

1477            Incursione in Friuli

1478            Scorreria in Carniola, Istria e Dalmazia

1480-1481   I turchi conquistano Otranto e ne massacrano la popolazione compiendo un’orribile strage

1482            Incursione ottomana in Istria e Carniola

1483            Incursione in Carniola Annessione turca dell’Erzegovina

1484            Conquista turca dei porti sulla Moldava

1493            Scorrerie in Istria, Carniola e Corinzia

1498-1499   Scorrerie ottomane in Carniola, Istria e Corinzia

1499            Grande scorreria turca in Friuli, fino ai confini della Marca Trevigiana

1511            I turchi conquistano la Moldavia

1516            Saccheggio di Lavinio, sul litorale romano

1521            Suleiman II prende Belgrado

1522            I turchi prendono Rodi ai Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, che si trasferiscono a Malta, assumendo il nome di “Cavalieri di Malta”

1526            Suleiman II sconfigge gli ungheresi a Mohàcs

1528            I turchi assoggettano il Montenegro

1529            Suleiman II intraprende il primo assedio di Vienna. Occupazione della Georgia e dell’Armenia

1531            Khaireddin saccheggia le coste dell’Andalusia

1543            Suleiman II conquista gran parte dell’Ungheria

1551            Dragut saccheggia Augusta, in Sicilia

1554            Dragut saccheggia Vieste

1555            Dragut assale Paola, in Calabria

1556            Ivan IV conquista Astrachan

1558            Dragut saccheggia Sorrento e Massa Lubrense

1566            Una flotta turca entra in Adriatico e bombarda Ortona e Vasto. I turchi prendono Chio ai genovesi

1571            Il 6 agosto, i turchi prendono Famagosta, ultimo caposaldo veneziano di Cipro. Il 7 ottobre, la flotta turca, guidata da Selim II, è sconfitta, a Lepanto, da quella cristiana

1575-1600   I pirati moreschi attaccano sistematicamente le coste della Catalogna, dell’Andalusia, della Linguadoca, della Provenza, della Sicilia e della Sardegna

1582            Saccheggio di Villanova-Monteleone in Sardegna

1587            Gli arabi attaccano Porto Vecchio, in Corsica

1588            Hassan Aghà saccheggia il litorale laziale e Pratica di Mare

1591            Il Pascià di Bosnia invade la Croazia austriaca

1618-1672   Gli arabi attaccano sistematicamente le coste siciliane

1623            Gli arabi saccheggiano Sperlonga

1636            Gli arabi occupano Soltanto

1647            Gli arabi saccheggiano parte della Costa Azzurra

1672            I turchi attaccano la Polonia e conquistano la fortezza di Kamenez. Con il Trattato di Bucracz ottengono la Podolia

1680            I turchi saccheggiano Trani e Lecce

1683            I turchi assediano Vienna dal 14 luglio. L’imperatore Leopoldo I si allea con Giovanni Sobieski, re di Polonia. Vienna è liberata dall’esercito austro-polacco del duca Carlo Leopoldo V di Lorena, con la battaglia di Kalhenberg, del 12 settembre

1703            Ahmed III fa guerra a Pietro I e lo sconfigge sul Prut

1708            Algeri riprende Orano agli spagnoli

1714            I turchi saccheggiano la zona di Lecce

1727            I mussulmani saccheggiano San Felice al Circeo

1741            I Bey di Tunisi cacciano i genovesi dall’isola di Tabarca

1754            Saccheggio arabo di Montalto di Castro

1780            I mussulmani saccheggiano Castro, in Puglia

1799            Dopo la partenza di Napoleone, i turchi riprendono l’Egitto

Maggiori dettagli con le descrizioni prese da autori arabi le trovate da “inchiesta storica

1915-1916   Genocidio degli armeni da parte dei turchi

1920-1922   I turchi respingono il Trattato di Sèvres e cacciano i greci dall’Anatolia

1923            Con la Pace di Losanna, la Turchia si riprende la costa dell’Anatolia È una vera pulizia etnica con la deportazione di intere popolazioni

1928            Hassan al-Banna fonda l’Associazione dei “Fratelli mussulmani”

1944            Fondazione della “Lega degli Stati arabi” (Lega Araba dal 1945)

1948            Proclamazione dello Stato di Israele

1965            Inizio di forti migrazioni maghrebine e turche nell’Europa occidentale

1968            Inizio del terrorismo di Al Fatah

1974            I turchi occupano la parte settentrionale di Cipro. Massacri effettuati dai Palestinesi in Alta Galilea

1975            Inizio dello sterminio dei cristiani maroniti del Libano

1979            Rivoluzione islamica dell’Ayatollah Khomeini, in Iran Per anni rimase esiliato e al sicuro in Francia

1980            Aumento degli attentati islamici nel mondo Primi disordini nei quartieri islamici in Europa

1981            Un terrorista turco attenta alla vita di papa Giovanni Paolo II (13 maggio)

1990            Occupazione siriana del Libano Il generale Michel Aoun si oppone tenacemente all’inglobamento del Libano nella “grande Siria” La debole politica occidentale lo porterà a cedere

1991            Inizio delle guerre nel Caucaso Rivolte in Cecenia

1991            Inizio degli sbarchi clandestini di massa in Italia

1992            Formazione di uno stato islamico in Bosnia

1993            Primo attentato al “World Trade Center” di New York

1996            Numerosi attentati di Hamas, in Israele. Attentati anti-americani, in Arabia Saudita. I talebani prendono il potere in Afghanistan

1998            Rivolta anti-serba nel Kosovo

2001            L’undici settembre il “World Trade Center” di New York viene completamente distrutto

2003            Operazione “Enduring Freedom” Guerre in Afghanistan e in Iraq La dittatura di Saddam Hussein viene abbattuta Strage contro gli italiani a Nassiriya, in Iraq (12 novembre)

2004            Numerosi attentati in Iraq Stragi a Madrid (11 marzo) con 190 morti, e a Beslan (3 settembre): oltre 300 le vittime, per lo più bambini, vilmente assassinati in Ossezia del Nord Strage di Taba, in Egitto (8 ottobre) Numerosi altri attentati in tutto il mondo

2005            Numerosi Attentati in Iraq Strage nella metropolitana e negli autobus londinesi (7 luglio): oltre cinquanta morti e centinaia di feriti L’attentato avviene in contemporanea con l’assemblea del G8 in Scozia. Il 23 luglio seguono gli attentati di Sharm El-Sheik con oltre 60 morti e decine di feriti. Attentato a Bali (Indonesia) il 1° ottobre (23 morti e 150 feriti) Dal 27 ottobre al 16 novembre: violenze e rivolte delle comunità immigrate nelle periferie di Parigi e di altre città. L’8 novembre il governo impone misure d’emergenza, tra cui il coprifuoco. Due le vittime, circa 4500 arrestati, oltre 10000 le auto incendiate, distrutti 200 edifici pubblici. Il 9 novembre ad Amman (Giordania) tre attentati suicidi in tre alberghi frequentati da turisti provocano 60 morti e oltre 90 feriti. Il 10 novembre Al Qaeda rivendica la paternità degli attentati

E continua …

Islamic Terror Attacks for First Part of 2010

Islamic Terror Attacks for 2009

Islamic Terror Attacks for 2008

Islamic Terror Attacks for 2007

Islamic Terror Attacks for 2006

Islamic Terror Attacks for 2005

Islamic Terror Attacks for 2004

Islamic Attacks from September 11th, 2001 through 2003

La Turchia torna al passato

Teste di Armeni
Teste di Armeni

Il Genocidio Armeno : Tra il 1915 e il 1916 un milione e mezzo di armeni furono eliminati o lasciati morire di fame e stenti. Scrissi tanto tempo fa, questo articolo : La Turchia di Atatürk verso lo scontro tra laicità  e islamismo. Tutti sappiamo che la nazione Anatolica, a fronte del suo laicismo (conquistato e difeso dai militari) voleva entrare in Europa.  Purtroppo le cose non sono andate come speravamo. Il laicismo è stato sconfitto e la Turchia è caduta nelle mani degli islamisti. Gli ultimi avvenimenti, con gli accordi con l’Iran, l’avvicinamento alla Siria, allontanano la possibilità di un qualsiasi ingresso in Europa … almeno dal mio punto di vista.

Aspettiamoci che anche i Turchi a breve si mettano ad odiarci. Prendiamone atto e comportiamoci di conseguenza.

Intanto rinfreschiamoci la memoria e rinfreschiamola anche alla Turchia. E visto che ci siamo ricordiamo anche l’organizzazione dei fratelli musulmani, quella che si sta dando tanto da fare per il califfato mondiale (Sayyd Qutb). Essa nasce in Egitto nel marzo 1928, con la riunione di un gruppo ristretto di persone nella villa egiziana d’Ismaliya, vicino al Canale di Suez. Alla loro testa stava un giovane precettore, un fervente religioso dall’eloquio eccezionale: Hassan al Banna (nato nel 1906 quando l’Egitto faceva parte dell’impero britannico). A dispetto della giovane età, Hassan si scagliava contro la rilassatezza dei costumi che, a sentire lui, stava corrodendo e mandando in rovina la società egiziana. L’Egitto di allora era una monarchia semicoloniale sotto la protezione inglese, dove nepotismo, istituzioni medievali e povertà spadroneggiavano incontrastate. Hassan al Banna era deciso a modernizzare il paese e a liberarlo dal giogo coloniale, attraverso un ritorno collettivo alle fonti della religione musulmana. Fondò un’associazione che incoraggiava il risveglio dell’islam presso gli egiziani, la società dei Fratelli musulmani: una creazione ibrida tra il partito politico, l’associazione religiosa e il movimento di massa organizzato in struttura militaresca.

The Armenian Genocide

http://youtu.be/MSuEeSW0Fys

Però il centrodestra ha solo una cosa da imparare : Berlusconi faccia come Erdogan

Anche i talebani perdono

di Daniele Raineri da “Il Foglio” del 25 maggio
Come sta andando la grande offensiva di primavera dei talebani in Afghanistan? Male, per loro. I primi sedici attacchi suicidi del 2007 hanno avuto soltanto una vittima, l’attentatore. Il diciassettesimo è riuscito a uccidere anche un poliziotto afghano. Il numero diciotto è stato arrestato, al numero diciannove hanno sparato. In totale diciannove volontari sacrificati per uccidere un agente della nuova polizia afghana, un potere offensivo piuttosto debole. Nella maggioranza dei casi gli attentatori hanno assaltato a piedi o in auto convogli di militari stranieri, ma non sono riusciti ad arrecare alcun danno. Di solito la bomba esplode troppo presto oppure non supera la spessa corazza dei mezzi. Secondo l’inchiesta di Brian Glyn Williams e Cathy Young, professori americani di Storia islamica che hanno analizzato 158 attacchi suicidi in Afghanistan dal 2001 al 2007, confrontando tutte le fonti d’informazione disponibili – i briefing dei militari, le agenzie e i proclami sui siti islamisti –, i talebani fanno così perché non si possono permettere una campagna suicida contro i soft target, i mercati affollati, le processioni religiose e le code per ottenere lavoro, come invece succede in Iraq. Hanno bisogno del favore o perlomeno della neutralità della popolazione, o la loro guerra è già persa in partenza. Così la campagna suicida 2007 è rivolta contro gli “hard target” – postazioni ben difese, mezzi blindati, soldati armati – ma sta diventando piuttosto un suicidio tattico.
Il mullah Hayat Khan, il 27 gennaio scorso, aveva promesso in un’intervista alla rete satellitare al Jazeera che il 2007 sarebbe stato l’anno di guerra “più sanguinoso”. Il 20 maggio nel distretto meridionale di Sangin i guerriglieri tendono un’imboscata a una pattuglia mista americana-afghana. Arrivano gli aerei. Venticinque talebani uccisi. Lo stesso giorno nella provincia centrale di Ghazni scoppiano altri scontri. Trenta talebani uccisi. Il 18 maggio altra imboscata nella provincia di Paktia, al confine con il Pakistan. Intervengono gli aerei. Sessantasette talebani uccisi, tra loro ci sono arabi, ceceni e pachistani. Altri venti nella provincia di Kapisa. Il 17 maggio quattordici talebani uccisi nel distretto di Baktwa. Il 13 maggio nella zona di Paktika cinquantacinque. Stesso giorno, nel distretto di Nara Saraj, nella provincia più violenta, Helmand, settanta talebani uccisi. L’8 maggio, in scontri nella provincia di Farah, diciassette talebani uccisi. Il primo maggio, settantacinque nel distretto di Sangin, ancora provincia di Helmand. Il trenta aprile, centotrentasei in una grande operazione nella valle di Zerkoh, vicino Herat. Non è nemmeno un mese. Nello stesso periodo, muoiono cinque soldati della coalizione occidentale e trentuno poliziotti afghani.
L’anno orribile minacciato da Hayat Khan sta diventando quello dei talebani, che pure sciamano a centinaia dalle aree tribali del Pakistan del nord, si nascondono nei fondovalle sulle rive dei fiumi, dove la vegetazione e le coltivazioni di papavero confondono i visori termici, ma poi escono e diventano sagome luminose per i caccia e gli elicotteri americani e della Nato. Il rapporto tra le perdite che i talebani infliggono e quelle che subiscono è irrimediabilmente a loro svantaggio. Così, fino a oggi, la tanto temuta grande offensiva di primavera – la campagna militare che doveva scatenarsi non appena le nevi si fossero sciolte e le montagne fossero tornate percorribili – è restata piuttosto la solita routine dell’intimidazione salafita contro bersagli che non possono difendersi da soli: scuole femminili bruciate, barbieri minacciati di morte perché rasano i clienti, funzionari governativi assassinati nei loro letti. “Il 2007 non è l’anno decisivo. I talebani stanno subendo parecchi colpi – ha detto martedì il capo dei servizi segreti tedeschi, Ernst Uhlrau, alla Frankfurter Allgemaine – anche se rimangono un fattore di insicurezza nella regione che va preso molto seriamente”.
La campagna suicida è lontana dall’essere risolutiva e quella militare stenta a materializzarsi. E intanto i leader talebani più potenti muoiono. A dicembre un drone americano che sorvola l’area di Bramcha, sulla frontiera con il Pakistan, fulmina con un missile a guida laser il veicolo su cui sta viaggiando con due compari Akhtar Mohammad Osmani, il leader più alto in grado. Quando ancora i talebani erano al potere, Osmani, amico di Osama bin Laden, era il comandante generale del loro esercito – fu lui a ordinare la distruzione dei grandi Buddha di pietra di Bamyan, perché ogni immagine umana è una brutta copia dell’opera di Allah – e dopo la cacciata da parte degli americani era diventato uno dei tre consiglieri più stretti del mullah Omar. Dieci giorni fa è stato ucciso il leader carismatico numero due, il mullah Dadullah Akhund. Non soltanto faceva parte anche lui di quella shura di dieci persone che assieme al leader spirituale, il mullah Omar, prende tutte le decisioni di guerra, ma era diventato,  grazie alla crudeltà e alla voglia di apparire sui media – chiamava con il telefono satellitare al Jazeera, la Bbc, la Reuters, ha concesso un’intervista pure al Corriere della Sera, girava video, organizzava grandi cerimonie in cui benediceva i futuri “martiri” – la faccia spaventosa dei talebani. E’ stato proprio Dadullah ad annunciare l’imminenza dell’offensiva di primavera, e a minacciare terribili conseguenze. Però è stato preso in contropiede dalle forze della coalizione e dell’esercito regolare afghano, e nella sua ultima apparizione è finito sotto un lenzuolo rosa, con un lembo appositamente sollevato perché si notasse la gamba mancante, su una lettiga nella residenza di quel governatore della provincia di Helmand che lui aveva più volte minacciato di morte. (il suo cellulare ha attirato un Hellfire NdB)
La centrale di comando dei talebani, è notizia universalmente accettata dalle intelligence militari impegnate nell’area, resta ben nascosta nei dintorni della città pachistana di Quetta (la città da dove i nostri giornalisti di sinistra facevano i loro programmi NdB), e da lì impartisce istruzioni ai suoi combattenti al fronte. Ma appena i comandanti varcano il confine e fanno capolino a nord, in territorio afghano, diventano vulnerabili. Assieme a Osmani e Dadullah sono già state colpite decine di comandanti di medio- alto livello. Dei cinque capibastone talebani liberati in cambio della vita del giornalista italiano Daniele Mastrogiacomo, c’era anche il capo della cellula che organizzava attentati suicidi a Kabul, quattro sono già stati uccisi. In meno di cinquanta giorni. (ma non smettono di parlare al cellulare NdB).
Si sta aprendo un problema di leadership. La vecchia guardia, quella che ha imparato a fare la guerra per dieci lunghi anni contro l’Armata rossa dei sovietici, si sta estinguendo. E i vuoti sono riempiti dalla nuova generazione, giovani fanatici allevati artificialmente nelle madrasse pachistane, che conoscono il Corano a memoria, sanno salmodiare in quella lontana lingua araba che non è la loro, ma finiscono presi in giro dagli uomini delle tribù perché muoiono ancora vergini.
La morte di Osmani e di Dadullah porta dritti a un altro grosso problema che mina l’offensiva di primavera dei talebani: le spie. Nelle aree tribali del Waziristan e nel sud dell’Afghanistan, i presunti santuari del movimento, negli ultimi due anni ci sono state almeno duecento esecuzioni  per “spionaggio a favore degli americani o dei loro fantocci a Kabul”, anche se è probabile che in molti casi si trattasse di sfortunati oppositori. Le vittime sono state lasciate ai bordi delle strade con la testa posata sul corpo e sulla fronte la scritta a pennarello “traditore”. Dopo l’uccisione di Osmani, il mullah Dadullah ordinò che l’uomo sospettato di averne rivelato la posizione agli americani, Ghulam Nabi, fosse decapitato dalle mani di un bambino di dodici anni. Il video, efferato anche per gli standard di ferocia asiatica del movimento, ha fatto il giro del mondo un mese fa. Ma evidentemente la fine di Nabi e degli altri duecento prima di lui non basta a scoraggiare chi ancora continua a rivelare le posizioni dei talebani. Forse anche lo stesso Mullah Dadullah è morto dopo una soffiata.
Resi sospettosi dall’ubiqua presenza di “spie”, decimati dagli airstrike che improvvisamente rompono il cielo afghano di notte e di giorno, i talebani hanno incominciato anche a litigare tra loro. Negli ultimi mesi, Jalaluddin Haqqani e Gulbuddin Hekmatyar, leader storici della guerra santa contro i russi prima e gli americani oggi, hanno visto con orrore il mullah Dadullah cooptare – grazie al suo status di nuova star del jihad – i loro preziosi volontari suicidi nei suoi ranghi e sprecarli come combattenti ordinari. Tutta la paziente opera di Haqqani e Hekmatyar nelle zone frontaliere con il Pakistan, per allineare le tribù locali al loro fianco e trasformarle in brigate bene addestrate e motivate, tutto il lavoro di indottrinamento necessario a convincere i futuri “martiri” era finito a beneficio del mullah. Dice Syed Saleem Shahzad, capo dell’ufficio pachistano di Asia Times con entrature in tutta l’area, che anche Baitullah Mehsood, Hafiz Gul Bahadur e Maulavi Sadiq Noor, emiri dei talebani pachistani nel sud e nel nord Waziristan, erano passati armi e bagagli a Dadullah.
Haqqani, l’unico comandante militare talebano veramente vicino alla leadership di al Qaida, è andato anche a lamentarsi al consiglio della shura. Era stato messo lui alla testa della grande offensiva, come osava ora Dadullah scorrazzare con i suoi – che un tempo erano fedeli a lui – nel mezzo della sua zona di operazioni? La shura non gli aveva dato risposta, e Dadullah ne aveva approfittato per risucchiare ancora più volontari già addestrati nella provincia di Helmand – quest’anno la provincia più violenta – a scapito delle operazioni nelle zone di Paktia, Paktika e Khost, dove comanda uno dei due figli di Haqqani. Il risultato è che in queste tre province il numero degli attacchi contro la Nato e le truppe afghane è crollato rispetto all’anno scorso, quando a comandare nella zona era Maulana Kalam, ucciso dal solito raid aereo lo scorso settembre.
Quanto contino questi contrasti interni s’è visto alla fine di marzo, quando i binladenisti uzbeki di Tahir Yuldashev e i talebani pachistani, che in teoria dovrebbero guatare al di là del confine in attesa di irrompere, riprendersi la città santa Kandahar, proseguire fino a Kabul e uccidere il governo eletto, hanno cominciato a spararsi tra loro. Con mitragliatrici, mortai e lanciarazzi. Duecentocinquanta morti. Da una parte erano schierati talebani di fiera schiatta pashtun, con complicità profonde con l’establishment e il governo pachistano, soprattutto con i suoi servizi segreti. Loro hanno per obbiettivo politico esportare il potere talebano in Afghanistan, riportare il paese sotto l’influenza di Islamabad, ripristinare quello status quo scompigliato dal tragico avventurismo degli arabi di al Qaida l’11 settembre 2001. Dall’altra c’erano i miliziani stranieri, la Brigata internazionale salafita – uzbeki, ceceni, africani – che accorre dovunque ci sia da sparare, dalla Cecenia al Kashmir, e che avrebbe voluto cominciare la guerra santa proprio dal Pakistan “corrotto e amico degli americani”. Questi non hanno motivi – né alleati – politici, hanno soltanto la loro incrollabile ispirazione islamista, e non sono affatto ben visti dai talebani.
Quest’elemento etnico gioca contro i talebani anche in Afghanistan. Il generale uzbeko Rashid Dostum ha appena offerto al governo Karzai di ripulire in sei mesi il paese dai guerriglieri. “Posso radunare subito diecimila veterani della guerra contro i talebani, chiamare soldati anche di altre etnie e combattere a fianco del contingente occidentale”. Il generale sa di che cosa sta parlando. Fu anche lui, nel 2001, a permettere che le truppe americane, pure sei volte inferiori di numero rispetto a quelle schierate adesso, prevalessero in pochi mesi sui talebani con poche perdite. “Ci vuole gente dura almeno come i talebani per fermarli”, dice Dostum, su cui ancora pende un’accusa di crimini di guerra per aver lasciato morire nei container i prigionieri nemici nell’autunno violento di sei anni fa. Scatenare sul terreno i suoi sarebbe una mossa capace di rompere definitivamente la grande offensiva di primavera.
La chiave per sconfiggere definitivamente i talebani resta però una soltanto. Il movimento – dice Ahmed Rashid, che ne è il massimo esperto, su Foreign Affairs – è quasi una proiezione afghana dell’Isi, la potentissima intelligence pachistana. Prima dell’11 settembre almeno 60 mila pachistani hanno combattuto a fianco dei talebani, anche ufficiali dell’esercito in servizio attivo e persino piccole unità delle truppe speciali. L’esercito dei talebani – un po’ come il loro traffico aereo, che era gestito tutto dalle torri di controllo pachistane – era un appalto consegnato a Islamabad. E oggi l’influenza e l’appoggio degli ambienti militari pachistani si fanno ancora sentire. Se il loro aiuto venisse meno, i talebani sentirebbero messa in pericolo non la già tanto annunciata vittoria finale, o la tenuta della campagna militare, ma la loro stessa esistenza. Per ora non c’è alcun segnale di questo tipo. Il governo di Musharraf sta anzi cedendo il controllo delle province di frontiera, prima il Waziristan e poi il Bajaur, che subito si trasformano in basi sicure per i combattenti. Vuole sfiancare le istituzioni afghane e indebolire il sostegno dei soldati occidentali, fino a che non ritorni al potere un governo di talebani “moderati”. Non è uno scenario improbabile. Nel 2002 al capotalebano Haqqani era stato proposto il posto di primo ministro dal presidente Hamid Karzai in persona e  solo lo scorso settembre al mullah Dadullah – per placarne la furia – era stato proposto ufficiosamente l’incarico di ministro della Difesa, nello stesso esecutivo protetto dalle truppe occidentali.