Sulla destra sociale

Roma fu «la chiamata di genti diverse ed inizialmente ostili a fare qualcosa di grande assieme» (Ortega y Gasset)

Roma fu «la chiamata di genti diverse ed inizialmente ostili a fare qualcosa di grande assieme» (Ortega y Gasset)

Il lettore Fabio A. mi scrive dalla Svizzera a proposito della diatriba con Giulietto Chiesa:
«Tale ‘scontro di penne’ mi ha posto in una inizialmente scomoda situazione: Conosco Giulietto Chiesa da anni, come giornalista e scrittore, da quando militavo nella sinistra radicale e lo stimavo parecchio, mentre lei direttore é ‘entrato’ nella mia vita molto dopo, quando le mie vedute hanno cominciato ad abbandonare il dogma sovietico per guardarsi intorno alla ricerca di qualcosa di migliore, di più umano e completo.
Ed ecco spuntare Blondet con la sua ‘destra sociale’ (mi piace identificare cosi il suo pensiero, mi smentisca se non é d’accordo) che, devo ammettere, mi ha rapito parecchio soprattutto sui temi economici e di politica estera in generale e che non può assolutamente essere identificata col pensiero di forzanuova come suggeriva un seguace di Chiesa che, evidentemente, non la conosce affatto…
».
Taglio qui la lettera, di cui ringrazio perché mi dà il modo di chiarire meglio, contro le accuse che mi sono state mosse, la mia posizione.
Per quel che vale, si capisce: non pretendo di contare nulla.
Voglio solo dichiarare apertamente, agli avversari ed amici, dove mi pongo.
E spiegare perché non posso accettare facilmente di essere messo in una casella riassuntiva («reazionario», «destra», «razzista») che, anche quando non intende bollare e diffamare, tradisce la complessità di una posizione a lungo pensata e vissuta.

Su «destra sociale», dunque, preciso: «io sono per l’interesse nazionale», il che può essere visto come «destra».
Ma secondo me, l’interesse nazionale è la sola guida possibile per l’azione politica «non ideologica».
Basta riflettere alle alternative.
Esiste un «interesse soprannazionale»?
Forse la solidarietà col proletariato mondiale: ma questa è ideologia, oltretutto confusa e irrealistica. E quando viene invocata, nasconde interessi oligarchici o imperiali: si pensi alla eurocrazia, a Kouchner, all’«aiuto fraterno» per cui l’URSS invase l’Ungheria.
Invece la nazione è un concetto abbastanza chiaro: è un destino comune, i suoi membri sono tutti nella stessa barca, e per questo «devono essere responsabili l’uno verso l’altro» e verso la sopravvivenza della comunità storica, della sua avanzata nel futuro.
Lo Stato deve organizzare questa responsabilità comune, per esempio con tasse ai ricchi che servano ad assistere i poveri, i malati e invalidi, i bambini, la vedova e l’orfano.
Ciò significa, in primo luogo, rifiutare le lobby (interessi particolari che si fanno prevalere dietro le quinte sull’interesse nazionale), e adottare un sistema penale efficacemente punitivo contro chi delinque, in quanto – come minimo – costui viene meno alla responsabilità che ha verso la nazione: per me, un lobbista e un rom stupratore sono, sotto il profilo criminale, eguali.

In vista del bene della nazione come comunità, lo Stato deve anche proteggere il dibattito intellettuale aperto e onesto – perché la circolazione delle idee fa bene alla nazione, la arricchisce di cultura e di prospettive.
E deve promuovere dirigisticamente la scienza e le tecniche di eccellenza, anche se ciò non porta profitto immediato e per questo – ad esempio – la ricerca viene abbandonata dai privati, che magari vendono aziende eccellenti agli stranieri per pagarsi lo yacht.
Sono anche per una misura seria di autarchia, oggi non a livello nazionale, ma possibile a livello europeo.
Se questa è «destra sociale», allora sia.
E difatti oggettivamente, come ho spesso ripetuto, è stato Bismarck (destra prussiana…) a inventare la prima forma di previdenza sociale per gli operai.
Si noti: previdenza generale e «obbligatoria», nel senso che il padronato fu obbligato a pagare i contributi pensionistici.
E Mussolini fu il primo a fare lo stesso in Italia, l’INPS.
I liberali se ne guardavano bene, era «un costo»…
I socialisti non ci avevano pensato, perché per loro non contava il bene nazionale, ma lotta di classe, ossia la distruzione di una classe della nazione per opera dell’altra.
Per Marx, peggio gli operai stavano, più si sarebbe accelerato il momento della rivoluzione: tanto peggio tanto meglio.
Ma la cosa peggiore di questa posizione di «sinistra», secondo me, è che essa nega alle classi non-proletarie – professionisti, imprenditori, docenti – il «diritto ad esistere».
Ritiene che siano meri ceti parassitari, illegittimi per definizione.
E che possano essere eliminate: fisicamente o socialmente, con la tassazione spoliatrice, riducendole a lavoro dipendente.

Per contro, la visione nazionale ritiene che la nazione abbia bisogno di «tutte» le classi: quelle che creano ricchezza, e quelle che creano scoperte e pensiero, quelle che fanno avanzare la scienza e quelle che garantiscono la difesa legale (gli avvocati), non meno di quelle che fabbricano e lavano i pavimenti.
Di conseguenza, «tutte sono legittime» e tutte hanno diritto di operare liberamente nel quadro legale. Di più: le esigenze che pongono, per esempio le richieste di denaro pubblico che avanzano per sè, vanno ascoltate e prese in considerazione.
Lo Stato deve però vegliare che le esigenze delle classi, specie di quelle potenti, vengano dichiarate «apertamente», non dietro le quinte; e discusse nel pubblico dibattito, il più vasto possibile: in modo che gli interessi contrari possano dire le loro obiezioni e farle ascoltare, e che le classi che chiedono favori debbano giustificarli dimostrando che esser servono l’interesse nazionale, non la loro sola casta.
Perciò la discussione va liberata, senza censure preventive.
Questo è il «dibattito politico», la cui libertà ha però un limite: istanze private o capricciose (come le pretese dei gay o dei trans) non hanno dignità politica, perché possono essere soddisfatte privatamente, senza chiedere denaro pubblico che deve andare – prima – ai bisogni «della vedova e dell’orfano», dei vecchi, dei malati, dei bambini, e dei poveri onesti.

Per questo sono contro il deputato Vladimir Luxuria: non per moralismo di destra, ma perché oscura e falsa il dibattito sull’interesse nazionale.
Tale dibattito politico deve avvenire alla presenza di uno Stato che sia capace non di «mediare», come usa oggi, ma di valutare quali esigenze vadano soddisfatte prima, e quali dopo o per niente – e di assumersi la responsabilità di decidere in base alle priorità.
E qui viene il difficile.
Qualunque decisione, anche la migliore, ha degli effetti collaterali negativi per qualche membro, o classe, della comunità nazionale.
Se una scelta fosse completamente buona, fare politica sarebbe facilissimo: ma non è mai così.
Qualunque decisione è anche un azzardo e richiede qualche sacrificio: per esempio, fino a che punto non aumentare le pensioni minime per dare più fondi alla ricerca?
Il futuro non dimostrerà che si è presa la decisione sbagliata?
E’ possibile.
E il popolo – il sovrano – deve essere ben cosciente che «ogni» scelta può essere sbagliata («opinabile»), e ognuna può essere discussa all’infinito.
E che esistono diverse visioni dell’interesse nazionale, anche opposte, ma legittime nella misura in cui non siano particolariste o all’opposto sovrannazionali-ideologiche.

Ma la discussione deve essere troncata ad un certo punto: e il popolo deve capire che, votando a maggioranza per un programma e un gruppo d’uomini che sostengono quel programma, ha delegato a loro – fino a scadenza del mandato – la «decisione» sulle priorità.
Il gruppo d’uomini scelto dal popolo (il sovrano) deve avere lealtà verso la nazione, deve avere «carattere» – non rimangiarsi la decisione per viltà alla prima opposizione – e deve imperativamente darsi le informazioni e le competenze necessarie per decidere al meglio possibile: per questo, chiamerà a sé altri uomini, i competenti, tecnici e i tecnocrati più stimati nel loro campo.
Lo farà con generosità – chiamando anche chi magari è di altre idee politiche generali, se è bravo – ma anche con attenta sorveglianza, perché i tecnici tendono a imporre la tecnocrazia, come forma di governo «oggettivo» e «scientifico», che è un mito ideologico dietro cui si nascondono interessi non dichiarati (vedi alla voce Eurocrazia, o Goldman Sachs).
Oggi, il liberismo globale e senza limiti legali è la forma più devastante di tecnocrazia, al servizio della finanza e dei suoi profitti.

Ma il danno peggiore che ha inferto all’Occidente è l’aver creato una classe politicante che, anche se volesse, manca della «cultura di governo» per dirigere la nazione in vista del suo bene comune. Ogni politicante ha per interesse il suo partito e le sue clientele, a volte minime, e questo da troppi decenni.
Non ci sono più scuole che insegnino la cultura dello Stato (ciò è bollato come «fascista») né l’arte della direzione governativa («dirigismo», «colbertismo»).
Eppure, negli Stati nazionali, con tutti i loro limiti, questa cultura veniva coltivata.
In Francia, l’Ecole Nationale d’Administration (ENA) prepara (preparava) i dirigenti ministeriali, custodi della nazione, necessari al ministro – politico, con il peso finale di decidere – con la sua competenza e lealtà.
Lealtà verso la nazione, non verso il politico che passa.
Questa cultura veniva formata, con metodi autoritari oppure pluralisti, in tutti i Paesi, dalla Germania all’Inghilterra.
Per incredibile che sembri, anche l’Italia aveva scuole di alta formazione pubblica, che imprimevano questa cultura.
Ne uscivano direttori generali, questori, prefetti magari autoritari ma ricchi di «carattere» e con una vera dedizione alla comunità nazionale; si pensi al prefetto Mori.
Il liberismo, attaccando lo Stato nazionale («residuo del passato, i confini non esistono più, sono un ostacolo al commercio») ha fatto sparire questa cultura.
In più come ha sancito la Thatcher, la sua ideologia sancisce che «non esiste la società, esistono solo individui».

Per questo abbiamo Mastella, o la Lega, o le rivoltanti «autonomie regionali» secessioniste di fatto. Per questo pulluliamo di particolarismi, dove ognuno pensa a sé, da vero «liberale assoluto», anche quando si proclama «comunista» o «fascista».
Per questo le università non producono più grandi giuristi: i confini di Stato sono anzitutto i limiti entro cui si applica il diritto nazionale, e «la sparizione dei confini ha fatto sparire il diritto», sostituito dai «regolamenti europei» da nessuno votati, da «direttive» suggerite da lobby anonime a Bruxelles.
Dalle università è scomparsa anche l’economia politica: i sedicenti economisti italioti d’oggi sono scopiazzatori dei dogmi del liberismo globale di Chicago.
Oppure loschi tecnocrati europei alla Padoa Schioppa.
Quando questa ideologia liberista cadrà – come è caduto il marxismo e per gli stessi motivi: perché è contraria alla vita umana – e avremo bisogno di gruppi capaci di dirigere la nazione ridotta all’autarchia, non li troveremo.
Mastella e Luxuria non ci serviranno a nulla.
Né la Lega, né Forza Nuova, né Forza Italia.
E visto che mi hanno bollato come «ideologo di Forza Nuova», è il caso di parlarne.

Forza Nuova riprende e posta i miei modesti articoli: dichiaro che ne sono felicissimo, perché le idee che esprimo non sono nemmeno tutte mie – anzi sono una elaborazione di idee che ho imparato da altri, migliori – e una volta espresse, è bene (per la nazione) che le idee circolino il più possibile, senza brevetti di proprietà.
Se il Manifesto o Indymedia riprendessero i miei articoli, persino senza la mia firma, ne sarei ugualmente felice.
E’ un guaio che non lo facciano e si trincerino nel loro ideologismo fondamentalista; lo ritengo un segno di debolezza e paura, oltrechè di rozzezza intellettuale.
Mi invitano più spesso gruppi di destra: non è colpa mia.
Quando mi ha invitato «Faremondo», i rossi intelligenti di Bologna, ne sono stato felice, ho apprezzato il coraggio di Emanuele Montagna che mi ha invitato (e che avrà i guai suoi con i compagni, per questo «infiltrato») – anche se su tante questioni mi ha espresso il suo disaccordo
– e sono onorato di chiamarmi suo amico personale, come spero sia per lui.
Certamente abbiamo visioni diverse dell’interesse nazionale, magari opposte.
Ma Montagna è inoltre un uomo buono, più buono di me (ci vuol poco).
Quando mi rimprovera i miei impulsi «di destra», lo fa con argomenti su cui spesso debbo dargli ragione.

Sono amico anche di Roberto Fiore, il capo di Forza Nuova.
Non sapevo nulla di lui fino a qualche anno fa.
Ricevetti un invito ad andare a Londra a parlare ad una piccola società che in Inghilterra trovava stanze e posti-letto per studenti italiani d’inglese.
Era la ditta di Roberto Fiore e di Massimo Morsello, allora entrambi latitanti perché accusati falsamente di un numero di «stragi fasciste» mai commesse, e di cui sono stati assolti con formula piena.
Per non aver commesso il fatto.
Trovai che Fiore era una persona ragionevole (ai tempi, come me, aveva speranze in Berlusconi: speranze tradite, ma non per colpa nostra), simpatica e molto ben informata sulle questioni internazionali.
Trovai che era tornato al cattolicesimo, ed ha dieci figli, dieci (da un’unica donna, sua moglie legittima…).
Ora che è tornato in Italia ed ha organizzato la sua Forza Nuova, sono in disaccordo con lui sui metodi, le tattiche e molte delle sue idee, e gliel’ho detto.
Lasciamo da parte le etichette: «fascismo», «teppismo», «skinhead».
La mia obiezione principale è un’altra.
La visione nazionale non è nazionalismo ottocentesco.
Se vogliamo, è una visione antichissima: si rifà a Roma imperiale.
Ed ora sottolineo il perché, a beneficio di chi mi accusa continuamente di razzismo.

Roma fu la più grande integratrice di popoli diversi, che chiamò a partecipare al suo potere barbari e nordafricani, li civilizzò, addossando loro il peso di corresponsabilità nel governo, offrendo ad essi di «fare le cose insieme».
Settimio Severo era stato un bravo generale bèrbero, e fece una certa carriera nello Stato: diventò imperatore.
Quella è civiltà: siccome «c’è da fare» e tanto – governare un impero, sollevare le condizioni di vita e di cultura generali, più gente si guadagna a condividere il compito (e migliori si rendono quei collaboratori) meglio si fanno le cose, meglio avanza il progetto comune.
Lo stesso fece la Spagna, quando ebbe il suo impero: quando il re dovette decidere se stanziare i fondi per mandare Colombo nell’oceano, impresa mai tentata prima, il fatto che Colombo non fosse iberico, «dei nostri», non entrò nemmeno per un istante nella valutazione dei pro e dei contro.
Anche l’impero americano ha fatto qualcosa di simile, fino a quando non è caduto sotto il colpo di Stato di Bush e dei neocon.
Come applicare la lezione di Roma, senza retorica, nella attuale situazione italiana, ahimè ben poco imperiale?
Verso gli immigrati, direi questo: essi devono essere soggetti alle leggi nazionali con rigore eguale a quello usato per i cittadini; senza privilegi sui cittadini di nascita, senza mutui agevolati ed esenzioni dal ticket che sono negati ai cittadini nati qui.
Ci dev’essere anche la coscienza che i cittadini nati e cresciuti italiani hanno qualche «precedenza» nella divisione dei fondi, perché pagano le tasse da molto più che gli immigrati ed hanno contribuito di più alla nazione.
I poveri, specialmente: abbiamo un obbligo primario verso i «nostri» poveri, prima che verso i loro.

Oggi il problema politico primario italiano è che ci opprime la Casta inadempiente e costosissima, il ceto parassitario che – in altre condizioni – suscitò contro di sé la rivoluzione francese.
E’ quello il nemico principale, contro cui non bisogna distrarsi né perdere tempo scontrandosi con nemici secondari o fantastici.
Per questo, occorre radunare il numero maggiore possibile di italiani onesti, renderli coscienti del problema primario, organizzarli nella protesta efficace.
Ci sono, sono a «sinistra» come «a destra», etichette ormai truffaldine.
Orbene: se per questo scopo altamente nazionale si deve rinunciare a simboli che ricordino il fascismo e perciò suscitano il rifiuto istintivo a «sinistra», se certe tattiche dividono quando è necessario unire, si rinunci ai simboli.

L’attaccamento a simboli passatisti, e perdenti verso l’opinione pubblica per giunta (data la schiacciante propaganda contraria) non indica solo che non si sa distinguere l’essenziale dal superfluo.
Indica, temo, un ritrarsi «identitario» – e le «identità etniche» o gli etnicismi sono contrari all’interesse nazionale – un rimpicciolimento, un volontario rinchiudersi in un ghetto.
Non lo fa solo Forza Nuova, lo fanno tutti i partiti.
Quando ciò avviene, vuol dire che «non c’è tanto da fare», o non lo si vuol fare: ci si contenta di difendere la propria «identità», gridando nel vuoto, invece di «chiamare a raccolta genti diverse a fare qualcosa di grande insieme».
Vuol dire che non si ha nessun progetto per la comunità, né l’energia e la volontà di realizzarlo.
Un simile movimento politico, qualunque sia l’etichetta che si dà, è secondo me «inautentico» (1): non coglie la situazione autentica, si rifugia in nostalgie, simboli e mondi fantastici, situati in qualche plaga lontana tra la Luce del Nord e il paese di Tolkien, e molta tifoseria.
Ma qui non si sta recitando la parte dei guerrieri antichi.
Qui ci sono le tasse che colpiscono i piccoli e i deboli, ci sono le corruzioni scandalose a spese dei pensionati minimi, c’è lo spreco del denaro dei contribuenti che l’hanno guadagnato col sudore della fronte.
C’è la prosaica realtà del degrado generale della nazione, della sua incultura e ignoranza crescente, dei suoi particolarismi trionfanti (questi sì illegittimi): e purtroppo, né Tolkien né Evola sono di aiuto come manuali sul «cosa fare» oggi, subito, per i pensionati e i malati e gli immigrati che lavorano, ed hanno diritto alla protezione della legge come tutti noialtri.

La stessa cosa avviene a «sinistra»: il sogno bolscevico, la rifondazione del comunismo, non sono meno irrealisti e inautentici.
Compagni, basta sognare!
Le Officine Putilov non esistono più, e non esiste più la Breda, la Falck, la Pirelli.
Quelli che avete votato ve le hanno vendute, saccheggiate, e mandate in Cina.
La prima cosa che ha fatto Veltroni per avere una chance di governare è «farsi una banca», Montepaschi-Antonveneta: capitalismo finanziario-parassitario, a spese dei risparmiatori, ma purtroppo questa è la realtà attuale.
Rileggete la vera lezione di Marx: anzitutto, partire dall’analisi della società così com’è, dei rapporti economici reali e spietati.
Mai perdere il contatto con la realtà, anche se è complessa come oggi.
Questo direi anche a quelli del Manifesto, se mi invitassero a parlare.
Non mi invitano, e allora sono «di destra».

Ma non avete ancora capito chi è il «nemico principale»?
Perché perdete anche voi tempo con nemici secondari e creati dalla vostra fantasia, dai vostri incubi?
E’ una scusa, secondo me.
Per nascondere che ritenete «non ci siano cose da fare», o che non siete capaci di farle.
In questo, siete identici a Berlusconi.
Eh sì.
Anche lui annuncia continuamente che il governo Prodi cade, sta per cadere, cadrà da solo: bella scusa per non fare niente, per non radunare forze reali allo scopo.
Dicono che si sia stufato della politica: benissimo, ma allora perché non se ne va?
Incoroni Tremonti, gli passi l’elettorato di Forza Italia e tolga l’ingombro.
Tremonti forse ha il «carattere» che serve, ha una visione per la nazione.
Perché il problema italiano così tragicamente urgente è aggravato dall’ingombro di personaggi che «non hanno più niente da fare», non sanno «cosa fare», e si ostinano a non togliere il disturbo, a restare sulla scena confondendo le acque torbide.
Luxuria protesta perché un parroco l’ha rifiutata (rifiutato?) come testimone di nozze religiose: scusate, vogliamo seriamente spaccarci su questo, sul «diritto» del trans a fare il testimone di nozze?
E’ da qui che si distingue chi è di «destra» da chi è «di sinistra»?
E gli operai meno pagati d’Europa, devono aspettare che, prima, siano soddisfatti i «diritti» del trans?
E’ questa la priorità nazionale?
L’individualismo edonista è di sinistra?

Non faccio moralismo.
Lo so, si ride molto sui giornali del «decalogo della Mafia» scoperto dopo gli ultimi arresti: com’è moralista, com’è vecchio-cattolico!
Rispetta tua moglie, non guardare le donne dei compagni mafiosi, mantieni la parola data, è vietato drogarsi.
Siamo così stupidi, che ne ridiamo.
Senza capire il perché i capi-bastone abbiano stilato un decalogo e ci tengono tanto, da minacciare di morte chi lo viola: perché quelli hanno «cose da fare».
Le stanno facendo.
E sono tante le cose da fare, che hanno bisogno di uomini veri, duri, di carattere, che non perdano tempo a toccare il culo alle donne, che arrivino di corsa quando li si chiama («anche se tua moglie sta partorendo»), e che non arrivino strafatti di coca: abbiamo da fare, mica giochiamo qui, mica possiamo permetterci un senatore a vita di 82 anni cocainomane, o di imbucare nei posti alti un cugino scemo e fumato tanto per dargli un reddito.
Se no l’impresa va a catafascio, il progetto generale crolla, e la mafia cinese – albanese, ebraica, fate voi – ci rosicchia il nostro impero.
In breve, quello non è il codice della Mafia: è il codice del «comando».
Chiunque comandi davvero, e abbia qualcosa di autentico da fare, impone un codice simile a sé e ai suoi sottoposti.
Devo dire che solo i siciliani hanno il carattere del comando, oggi, purtroppo guastato dal particolarismo, dalla secessione etnicista.
Ed è un peccato – uno spreco per la nazione – che lo Stato, lo staterello, non sia stato capace di attrarre simili caratteri, simili uomini di «comando», duri e laconici.
Più precisamente, non ha voluto: perché si può immaginare cosa farebbero questi «comandanti» a Mastella e a Luxuria, se lo Stato fosse in carico a loro, con tante cose da fare per raddrizzarlo.
Il prefetto Mori era uno così infatti, siciliano.

Definitivamente, questo fa di me uno «di destra».
Eppure – strano – Fini, Alemanno, Storace, non mi hanno mai chiamato a parlare ai loro ragazzi. Non sono abbastanza «di destra», per loro.
Allora, in che casella sto?
Qual è l’etichetta che mi spetta?
Lasciamo perdere le etichette, o almeno troviamone di nuove.

Maurizio Blondet


Note

1) Un esempio patente di inautenticità è stato dato dalla «caccia al romeno» scatenata da giovani di Roma.
Questi giovani si richiamano in qualche modo al fascismo.
Ma nel fascismo, che al suo apice fu una realtà internazionale, la Romania era un Paese-fratello.
Decine di migliaia di soldati romeni seguirono i nostri alpini nella tragica ritirata di Russia: i nostri padri soffrirono insieme.
Per di più, come ha notato anche Il Secolo di Fini, questi giovani «neri» di oggi rievocano Codreanu, il capo del movimento nazionale romeno… ma poi danno la caccia ai romeni. Che cosa significa?
Che la memoria storica nazionale di questi «fascisti» è una tradizione morta, inoperante.
La «tradizione» che vive in loro è quella della tifoseria calcistica, il «noi» contro «loro», la xenofobia incivile, e molto americana.

Copyright © – EFFEDIEFFE – all rights reserved.

Della serie : invecchiando si rinsavisce?

Optimization WordPress Plugins & Solutions by W3 EDGE
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: