La sala macchine

Purtroppo il tono non è così basso e tutti coloro che si trovano in sala manovra vengono messi al corrente di quello che sta succedendo. Ormai non mi interessa più la riservatezza perchè è impossibile tenere un segreto quando si vive in cinquanta in un tubo di quattro metri di diametro e qualche decina di metri di lunghezza.
Questo è il bello della marina, si vive in una famiglia e si condivide tutto, gioie e dolori.
Mi volgo verso il comandante per fare rapporto ed incrocio il suo sguardo che è gelido.

So cosa significa, lo conosco troppo bene, non condivide e non gli piace come mi sto comportando. Sostengo lo sguardo per qualche secondo e per ascoltare la sua voce atona : "Ruggeri ha già fatto rapporto ed è sufficente il suo. Adesso è IMPERATIVO che LEI torni ad essere un UFFICIALE della marina da guerra".
Quando mi da del lei con quel tono significa che non c’è amicizia, lui è il comandante ed io il sottoposto.
Ho capito benissimo cosa intende.

Come faccio? La passione per Livia è esplosa senza che ci fossero segnali, che me ne rendessi conto. E’ vero ci conosciamo da poco ma siamo fatti per vivere in simbiosi, ha ragione lei. Tutto è avvenuto così velocemente, sono schiacciato, oppresso e tanto confuso.
Non voglio dare un dispiacere a Stefanini ma neanche a Livia ma sopratutto non voglio far del male a nessuno e tantomeno a me stesso.

Con questi pensieri mi dirigo verso la sala macchine. Apro la porta ed il bumbum ovattato dei motori diventa un boato assordante. Mi infilo tra i tubi di metallo cercando Livia e la vedo che sta stendendo i vestiti bagnati sul circuito di raffreddamento.
La guardo di nascosto.
E’ incredibilmente elegante.
Anche i semplici gesti da massaia, fatti da lei, sono musica. E’ il portamento che mi lascia ammirato. Schiena eretta, spalle piatte ed un arco dorsale da brividi. Ha i capelli sciolti e solo adesso mi accorgo che sono lunghi e le cadono a piombo paralleli alle spalle.
Veste il classico corpetto bianco della marina che le resta un pò discosto dall’addome, ed i pantaloni della tuta ginnica, quelli blu orrendi, chiusi alla caviglia con un’elastico e che fanno sempre le borse alle ginocchia.
Qualsiasi donna vestita così, sarebbe contro ogni tentazione ma lei no è comunque terribilmente attraente.
Esco allo scoperto e mi faccio vedere.
"Zaccaria ma non ti sei cambiato? Ancora sgoccioli! Vieni qui che ti strizzo""
"Livia dobbiamo parlare"
"Siamo qui per questo, no?"
"Si"
Mi scruta in volto ed il sorrisetto le si spegne dalle labbra. Mi sento trafitto da quello sguardo magnetico, indagatore.
"Che succede? Non mi vuoi più? Neanche un pò?"
"No, non è questo è che ho perso la testa anch’io ma sono già impegnato con la marina e, capisci, non posso avere altre relazioni"
"Ma io non ti porterò via. Lo so che vivi per la marina, so che hai firmato un impegno, so tutto non sono mica così ignara. La nostra è una scommessa, io non posso lasciare il mio lavoro e tu non lascerai mai il tuo ma potremo sempre provare a vederci, sentirci …"
S’è fatto silenzio.
Continua ad osservarmi il viso cercando di guardarmi dritto negli gli occhi, intanto che a testa china rimugino i pensieri.
Con voce calma le dico :
"Livia, adesso che ti ho incontrata non ho nessuna intenzione di perderti però dobbiamo considerare che entrambi facciamo una vita che non ci permetterà mai di fare programmi. Non saremo mai sicuri di quando vederci, sentirci. Siamo due pazzi!"
Le si è formata una vena sulla fronte e respira come se dovesse scoppiare a piangere.
"Mi stai dicendo che questa storia finisce prima di cominciare? Mi stai dicendo che una volta a terra non proveremo neanche a sentirci?"
Ho un gesto come se dovessi scacciare qualcosa.
"No, no! Dico che non potremo mai avere una vita normale almeno fino a quando non mi libererò dai vincoli contrattuali che ho con lo stato o che tu la smetta con il tuo lavoro"
"Quando sara?"
"A trentuno anni"
Sgrana gli occhi :
"Trentuno! … Una vita!"
Stiamo così, uno di fronte all’altra, in piedi, in silenzio e ci guardiamo. Ad un certo punto lei fa due passi indietro e con un lampo ribelle negli occhi, alza il naso con fare fiero e con voce tremante dice :
"Ok, Tenente, siamo in guerra ed io e questa guerra la voglio vincere, non rinuncio, non mi arrendo, non so te, ma dovessi spendere tutta la vita ti aspetterò e combatterò per averti"
Da lei non mi sarei aspettato nulla di diverso.
Poi con tono dolcissimo aggiunge :
"… sei un tesoro … prezioso … troppo … puro e onesto … e io non rinuncio facilmente"
Sono quasi disperato :
"Livia, non sei tu il problema ma io. So come comportarmi con gli uomini, pianificare una missione, combattere, ma questa cosa non so proprio come gestirla. Sono confuso, atterrito, spaventato perchè è successo tutto così in fretta che non vorrei … fosse solo un’infatuazione. Non ne ho il controllo, non l’ho metabolizzata, mi sfugge e questo non mi piace. Vorrei tanto che fosse come desideri tu ma …"
mannaggia, non si riesce mai a finire un discorso, c’è sempre qualcosa o qualcuno che ci interrompe. Questa volta è uno dei motoristi che si aggira come se cercasse qualcosa :
"Ah! Signore ha chiamato il comandante, vuole vederla immediatamente"
Per un’attimo chiudo gli occhi e poi mi rivolgo a Livia :
"Devo andare"
e lei secca con un’espressione decisa :
"Ti aspetto, non puoi sfuggirmi"
Esco dalla sala macchine. Il tragitto che devo fare non è lungo ma ci metto una vita ad arrivare, ho le gambe legnose e mi sento spossato, stanchissimo. Per la prima volta nella mia vita non so che fare, come comportarmi, non riesco a concentrarmi. Così è impossibile trovare il bandolo della matassa.
Sono arrivato ma il comandante non c’è, al suo posto c’è il primo ufficiale che appena mi vede fa un cenno come per dire – è di sopra.
"Un uomo in plancia?"
"Vieni Zaccaria"
Sto su in un’attimo ed a gambe larghe per mantenere meglio l’equilibrio assicuro la sagola di sicurezza. Siamo soli. Lui, io ed il mare immenso.
"Giulio …"
Stefanini sta scrutando il mare con fare pensieroso. Mi aggrappo alla battagliola per affrontare l’ennesima colonna d’acqua che spazza il ponte e resto in attesa. Mi sento un condannato a morte. Forse passano dieci minuti o venti prima che mi rivolga la parola.
"Pensavo … dimmi se è possibile … nel caso che all’intimazione dell’alt non si arrestino, te la senti di abbordarli?"
Guardo l’orizzonte, lì dove dovrebbe trovarsi il cargo che stiamo inseguendo e rispondo :
"Non abbiamo tutto quello che ci serve ma i meccanici potrebbero darci una mano con i mezzi ed i materiali in officina. Tu quanti uomini puoi darmi?"
"Il primo ufficiale, il secondo sott’ufficiale e 4 marinai, te ne servono di più? Poso aggiungere al massimo altri 4 marinai".
"Devo parlarne con i miei ragazzi e fare un piano operativo. Dobbiamo aspettare che finiscano i turni, li raduno tutti e ti faccio sapere in tempi brevi".
"Non c’è fretta, siamo su una rotta d’intercettazione ed ho fatto in modo che li incroceremo col buio. Non potranno non vedere i segnali luminosi e contemporaneamente ti faciliterò il lavoro. Se le previsioni del tempo sono corrette dovremmo stare fuori da questa zona di bassa pressione e non dovreste ballare troppo, prenditi il tempo necessario ai preparativi"
Si rimette a scrutare il mare.
Sono certo che non è quello il motivo principale per il quale mi ha fatto chiamare, ha un’espressione troppo preoccupata.
E’ lì che guarda il mare che si sta distendendo, come se fosse da solo in mezzo all’oceano. Il suo profilo è teso, le guance infossate lo sguardo fisso, le labbra serrate, l’acqua gli gocciola dalla tesa. Inizia a parlare, a tratti, come se parlasse tra se e se :
"Tu sei come un fratello minore, in te rivedo me alla tua età … Non voglio che tu soffra … Il nostro mestiere ci porta a stare lontani per lunghi periodi e non possiamo permetterci debolezze … sopratutto te con il tuo mestiere … hai delle grosse responsabilità nei confronti dei sottoposti e di chi ti è vicino … potresti non tornare mai più … saresti un’egoista a legare una donna, una famiglia, sopratutto adesso che sei così govane ed in servizio permanente. … Aspetta di aver terminato almeno il periodo di comando e poi fa la tua scelta ma senza dimenticarti di valutare chi è lei"
Intanto che parla mi passa per la mente il passato, il tormento dei miei ad avermi lontano, lo sgomento alla notizia della scelta del reparto, la voce rotta di mia madre, i cinque lunghi anni passati nei quali non sono mai tornato a casa, Stefanini che mi rincuorava ed adesso Livia. Sto per aprire bocca ma vengo interrotto.
"Pensa bene a quello che fai … rifletti … tu sei un fedele servitore della patria e sei pronto a dare la vita per essa ma alla fine l’unico riconoscimento che otterrai sarà una misera pensione o una bandiera che ti farà da coperta nel gelo del sonno eterno … ci hai pensato?"
"Mi stai dicendo di fare domanda di proscioglimento?"
"E’ una possibilità ma solo tu sai cosa fare, ti sto dicendo di valutare cosa è meglio per te"
Mentre pronuncia queste parole si gira guardandomi come per sottolineare le parole e prosegue :
"So quanto ami il tuo lavoro e quanto hai sofferto per arrivare qui, non buttare tutto, pondera bene non avrai una seconda possibilità, una volta fatta la scelta non potrai più tornare indietro … o marina da guerra o lei o un’altra o qualsiasi altro motivo"
Ho un nodo alla gola, Giulio ha sempre argomentazioni solide e nessun altro tranne i miei genitori può conoscermi come lui. Ha ragione da vendere, sto in marina perchè lo sognavo da bambino e per tutta la vita ho fatto il necessario per diventare un ufficiale ed ora sono qui anche grazie a lui.
Il grado mi obbliga a fare delle scelte che non sono solo per me perchè io non appartengo più a me stesso a ai miei uomini.
Ho la responsabilità del reparto non posso mere a rischio la vita degli altri a causa del fatto che ho la testa da un’altra parte.
Non sono proprietario della mia vita perchè l’ho messa al servizio del prossimo.
Lui torna a guardare il mare. Lo sguardo fisso all’orizzonte, lontano e questo significa che il discorso è chiuso.
Guardo ancora il profilo che tra i lampi sembra quello di un uomo molto più vecchio dell’età che ha.
L’orizzonte si sta schiarendo ed è più riconoscibile con il suo colore viola-arancio.
"Giulio … vado a riposare, domani sarà una lunga giornata, faccio salire la guardia?"
"Dammi cinque minuti"
Lo lascio solo.
Scendo la scaletta e con un gesto della mano faccio capire agli uomini del turno di aspettare cinque minuti. Faccio chiamare Rivosecchi che dovrebbe aver finito il suo turno.
Come al solito si presenta con le mani in tasca. Sono nervoso di mio, metto la mano sulla bocca per evitare di urlare, lo odio quando fa così. Sulle unità da guerra la formalità va a farsi benedire ma lui esagera, decisamente esagera.
"Rivosecchi, un giorno quella chiave toccherà il fondo dell’oceano!"
Ciondolando la testa a destra e sinistra e distogliendo lo sguardo come fanno i cani timidi si ricompone alla meno peggio.
"Signore?"
"Rivosecchi prenda contatto con i meccanici, ci servono dei rampini d’abbordaggio da usare con le nostre corde, se non bastano si faccia dare dei mezzimarinai e ne faccia dei rampini"
"Si, Signore"
"Faccia la conta di quante armi ci sono a bordo e di che tipo e si organizzi per quattro squadre, avremo con noi sei componenti dell’equipaggio. Credo che basti"
"Annunziata, Signore?"
"No è troppo giovane ed è ancora convalescente"
"Si, Signore, entriamo in azione Signore?"
"Speriamo di no Rivosecchi, speriamo che non sia necessario"
"Signore?"
"Dica"
"Si sente bene Signore? I suoi occhi …"
"Sono stanco, adesso vada e faccia del suo meglio"
Se ne va continuando a girarsi all’indietro guardandomi da sopra la spalla. Non l’ho convinto.
Ho la morte nel cuore.

– continua –

2 commenti su “La sala macchine

  1. Bisquì…non so che dire…mi sento impotente: certo non sarò io a darti la soluzione, nè riuscirò a consolarti battendo qualche lettera di questa fredda tastiera.
    Posso solo mandarti un abbraccio e prometterti che pregherò per te, perchè tu prenda la giusta decisione.

    Ciao amico

  2. Salo,
    sei troppo forte. devi consolare Zaccaria, non me! 🙂 Neanche posso dirti come finisce altrimenti ti levo la parte più interessante.

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