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Continuiamo a scherzare intanto che con metodo spalmo il burro sul pane. Lei parla della bambina, Beatrice. Nel frattempo tutte le fette sono imburrate e passo alla sistemazione della marmellata. Livia ha smesso di parlare e mentre addento una fetta alzo gli occhi e … Appoggiata alla parete di compensato marino, dritta come un fuso, composta come una scolaretta … dorme! Svenuta, crollata, distrutta dallo stress e dalla stanchezza.
Incrocio le braccia sul petto e la guardo, è bellissima, rilassata come una bambina, distesa in volto e con un sorriso beato sulle labbra. Mi perdo nel guardarla ed all’improvviso torno con i piedi su questa terra.

"Porca miseria … Livia! Livia!"
La chiamo, cerco di svegliarla. Mi alzo e sporgendomi dall’altro lato del tavolo la prendo per un braccio e la scuoto.
"Livia, svegliati!"
Nulla! L’unica cosa che ottengo è farle cadere la testa in avanti. Mi guardo intorno cercando aiuto, sono imbarazzatissimo mica posso lasciarla lì a dormire sulla panca, tra poco ci sarà il cambio del turno e qui si riempirà di gente che cercherà ristoro.
Il cuoco è sparito nella sua cucina e non c’è nessuno in giro per aiutarmi. Smonto il tavolo e lo richiudo ribaltandolo sulla parete. Faccio altrettanto con la panca. Adesso lei è lì di fronte seduta con le gambe leggermente aperte e le braccia rilassate lungo il corpo. O mammamia non posso mica passarle un braccio tra le gambe e mettermela sulle spalle, sarebbe disdicevole e poi come farei visto che sono quasi un metro e novanta e siamo in un sottomarino che non è molto più alto di me? Mi siedo di fianco, alla sua sinistra e lentamente comincio a passarle un braccio sotto le gambe e l’altro dietro la schiena. Ho le guance in fiamme, temo che qualcuno possa vedere ma non ho alternative e la sollevo. Lei con un sospiro mi cinge le braccia al collo e continua imperterrita nel suo sonno totale.
Accidenti quanto può essere pesante una persona in completo abbandono. Mi avvio lungo il tubo passando tra i portelloni delle paratie stagne facendo passare prima la sua testa e poi tutto il resto, me compreso. Un’attenzione spasmodica per non farle urtare nulla ed anche per non cadere con lei in braccio. Durante una di queste operazioni chi ti incontro? Uno che normalmente cammina ciondoloni, con le mani in tasca ed il berretto appoggiato sulla nuca. Sottovoce lo chiamo :
"Rivosecchi!"
E lui :
"Hei! Ma non dovevamo salvarla?"
"Rivosecchi non faccia il cretino e mi aiuti!"
"Tenente … lei non me la racconta giusta … certo che le ha dato una bella ripassatina, guarda comè conciata!"
"Idiota di un marinaio! Non si faccia venire idee strane, mi aiuti a portarla in branda"
"Certo, Signore, come ordina … hehehe, quando verranno a saperlo gli altri …"
"Rivosecchi, un giorno di questi la farò mettere ai ferri e butterò la chiave in mare … Mi aiuti, non so come fare ad aprire …"
Il ragazzone apre la porta dell’alloggio. Entro e lui resta lì in piedi a guardare con curiosità.
"Adesso può andare, grazie … e … ne riparleremo!"
Come al solito accenna ad un saluto che non ha nulla di militare e se ne và ficcando le mani in tasca.
Sono solo. Lei in braccio. Mi guardo attorno e mi accorgo che sto con le spalle alla branda. Ma porcaccia miseria mi sono rincretinito tutt’assieme? Ed ora che faccio? Impossibile girarmi con lei in collo, l’alloggio è un budello strettissimo. Guardo alle mie spalle torcendomi il più possibile e noto che la bimba dorme proprio nel mezzo della branda. Non è possibile, che sfiga! Ho questo fardello tra le braccia e non so dove posarlo ne tantomeno come. Un rapido ragionamente e lentamente mi siedo sull’ angolo in fondo alla branda sopportando stoicamente il dolore lancinante che proviene dell’osso sacro che sfrega sulla struttura in metallo.
"Livia, aiutami, svegliati, collabora un pochettino, dai ti prego!"
Nulla, resta abbandonata con le braccia attorno al mio collo. Con una manovra complicatissima, lasciandola in equilibrio sulle mie gambe, passo il braccio destro da sotto le ginocchia a dietro le spalle abbracciandola e liberando contemporaneamente il braccio sinistro. Adesso posso spostare Beatrice e con grande fatica la giro su un fianco mettendola con la faccina verso la parete. Ora viene il difficile. Sopportando le fitte che provengono dal fondoschiena, con la barra che mi sta letteralmente spezzando in due mi alzo di pochi centimetri spostandomi a sinistra. Due, tre balzi e sono a metà del letto, mi chino a sinistra in modo da poter appoggiare la testa di Livia sul cuscino. Le raccolgo le gambe e scorrendo verso destra mi sfilo da sotto di lei. Sono in un bagno di sudore e respiro peggio che se avessi fatto due percorsi di guerra in fila. Provo a sistemarla un pò meglio ma lei, girandosi sul fianco destro ed abbracciando la bimba, si aggancia con la fibbia della cinta al materasso attorcigliando la tuta. Le è pure uscito un seno! Ma tutte adesso devono capitare? Sono con le mani nei capelli! Mi chino di nuovo su di lei e provo a liberarla ruotandola leggermente verso di me. Ecco, ci siamo, ho la fibbia a portata di mano. La slaccio e faccio scorrere la canapa, piano molto lentamente per non svegliarla. Accidenti, che fatica. Resto in piedi, mani sui fianchi, a guardarle, praticamente due miniature! Provo con un ultimo tentativo a sistemare la stoffa sul seno, con due dita, senza toccarla. Sono decisamente patetico, le sfilo la matita dai capelli ed esco come un fantasma.
Mi butto in branda, pancia all’aria. Guardando il soffitto provo a ripensare agli avvenimenti delle ultime ore ma l’unica cosa che mi viene in mente è Livia. E’ bella, forte, morbida, simpatica, intelligente, coraggiosa e credo anche un pò pazza. Insomma, la mia gemella, solo che io sono un pò meno morbido.
Cado in letargo sognando Livia che mi carezza sulla guancia.
Il sonno è disturbato, ho la sensazione che ci sai qualcosa che non va. I rumori che ho memorizzato da quando siamo entrati nel sottomarino sono cambiati. Mi sento il viso bagnato e apro un occhio cercando di svegliarmi mentre guardo il cuscino. Ho dormito pesantissimo ed ho sbavato come un bambino. Il rumore tipico dei motori elettrici è cambiato da uno ZZZZZZ in un DUMDUMDUM ritmico. Nel dormiveglia penso : Questo è il battito del diesel, siamo in emersione. Diesel? Emersione? Ommiodio, siamo in emersione! Quanto tempo ho dormito? Guardo con ansia l’orologio e faccio rapidamente il conto. Diciotto ore! Ho dormito diciotto ore! Salto dalla branda come un grillo, maledizione, ho saltato il mio turno di guardia. Perchè non mi hanno chiamato? Come una furia mi precipito in sala comando indossando il pipistrello. Arrivo saltellando su un piede mentre cerco di infilarmi lo stivale sinistro.
Il comandante ed il secondo ufficiale sono al tavolo delle carte nautiche. Il Sig. Stefanini con aria interrogativa fa :
"Dove sta andando così di corsa? Per caso c’è un incendio a bordo?"
"Chiedo scusa, Signore, sono mortificato Signore, ma sono caduto in un sonno così profondo … sono in ritardo per la terza guardia"
Con un sorriso compassionevole mi fa :
"Ammiro il suo attaccamento al dovere ma dai turni risulta che lei dovrebbe iniziare domani"
"Domani, Signore?"
Sono costernato è incredibile come l’ansia per il dovere non mi abbia abbandonato. Anche quando andavo a scuola spesso mi alzavo di corsa e mi precipitavo a prendere l’autobus per poi scoprire che era domenica e che potevo restare a casa.
"Si, Signore, ora che me lo ha fatto notare … ha ragione Signore ma lei ben sa che non mi piace poltrire"
Una scusa patetica per coprire la vergogna e per darmi un tono davanti al primo ufficiale.
"Bene Tenente, allora vada, il turno è tutto suo!"
"AH! Il comando ci ha autorizzati a terminare l’operazione in corso, quindi la donna e la bambina restano con noi nel caso non riuscissimo a sbarcarle"
Chissà come mai la notizia di avere Livia tra i piedi mi mette allegria. Velocemente do un’occhiata alle carte nautiche per rendermi conto di dove siamo, al termometro, al barometro e penso : 800 millibar in diminuzione, brutto tempo.
Come un cane bastonato, vista la figuraccia, mi sistemo sotto la scaletta e col piede sinistro appoggiato al primo gradino urlo:
"Un uomo in plancia?"
Aspetto una risposta e continuando a guardare, attraverso la sagoma circolare del boccaporto, scruto il cielo nuvoloso.
Una voce dall’alto :
"Venga Tenente, c’è posto anche per lei"
Salgo agilmente e appena fuori vengo investito dall’aria fresca della notte. Un profondo respiro e con fare indifferente mentre sfrego le mani osservando i baffi schiumeggianti della prua esclamo :
"Freschetto stasera, vero?"

– continua –

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