Quale futuro per questa Italia?

…L’Ungheria non rientrava, originariamente, nei piani di Stalin, per questo le truppe russe la trattarono, da principio, come una preda di guerra a smantellando e requisendo tutto ciò che potevano per spedirlo in URSS.  Sotto la guida dell’ammiraglio Horthy si era intanto costituito un governo provvisorio nel quale poco era lo spazio lasciato ai comunisti, questa carenza era, però compensata dal totale controllo esercitato dai compagni dello straniero sulle forze armate.
Le elezioni del 4 Novembre 1945, un tonfo per i comunisti, che ottennero, nonostante la minacciosa presenza dell’Armata Rossa soltanto il 17% dei voti, furono un trionfo per il partito dei piccoli proprietari, che raggiunse il 57% dei suffragi. Gli stalinisti, per i quali le elezioni non hanno mai avuto molto valore, scatenarono una violenta campagna, fatta di minacce, calunnie, torture e arresti immotivati, contro il partito uscito vincitore dalla consultazione elettorale, il leader dei piccoli proprietari, Ferenc Nagy, fu costretto all’esilio, il suo successore, Kovacs, venne semplicemente arrestato dall’Armata Rossa. Sulla poltrona di capo del governo s’installò il comunista Rajk. Le successive elezioni, tenutesi il 31 Agosto 1947, confermarono la forza d’animo e il saldo desiderio di libertà del valoroso popolo ungherese, La coalizione anticomunista ottenne il 45% dei voti, che sommato all’incredibile 8% del partito nazionalista dava ai movimenti della libertà la maggioranza assoluta. I comunisti, che avevano ottenuto il 22% dei consensi, sfogarono, col sostegno dell’Armata Rossa, la loro frustrazione sull’inerme popolo magiaro, si moltiplicarono i soprusi, le calunnie, gli arresti immotivati e gli esili. Nelle elezioni del 15 Maggio del 1949 i lacchè della Russia riuscirono finalmente a spuntarla. L’Ungheria, però, ancora non si arrendeva, una nobile voce si levò a rappresentare il desiderio di giustizia e libertà di un intero di un intero popolo, quella del cardinale Mindszenty. Il porporato, che nel 1944 era stato imprigionato dai nazisti, entrò ben presto in contrasto col governo comunista, contro il quale svolse un’ardita ed intensa propaganda. I comunisti lo fecero arrestare accusandolo di tradimento ed illecito finanziario, il processo contro l’alto prelato, uno dei più indegni fra i tanti che si svolsero nella sfortunata nazione danubiana, si concluse con la condanna all’ergastolo. L’Ungheria s’avviava a diventare uno di quei complessi di miseria, sporcizia, paura e soprusi, passati alla storia col nome di democrazie popolari.


…Il nuovo governo, che comprendeva i rappresentanti di tutte le forze bulgare antinaziste, firmò l’armistizio di Mosca nel 28 ottobre 1944 e s’impegnò a combattere contro i nazisti, a ricostituire l’economia e la pace nel paese. A tali scopi, il governo volle riprendere i principi contenuti nella Costituzione Turnovo del 1879, basandosi sul valore della libertà e sul rispetto dei diritti fondamentali. Istituì il Tribunale del Popolo, al quale era conferita la  principale funzione di assicurare la pace. In realtà, il Tribunale del Popolo travisò il proprio incarico e divenne una micidiale arma giudiziaria che emise 9155 sentenze, delle quali, si stima, circa 2730 furono capitali. Il governo, influenzato dalle componenti del partito comunista del Fronte Patriottico, non soltanto instaurò un regime di terrore, condannando a morte gli ex tre reggenti, il principe Cirillo, il generale Michov, l’ex primo ministro Filov, che avevano governato il paese dall’agosto 1943 in nome del giovane zar Simeone II, figlio di Boris, ma contribuì alla divisione dei partiti di sinistra, con il chiaro intento di ottenere la maggioranza alle elezioni che si sarebbero tenute nel ‘45. La scissione colpì sia l’Unione agraria sia il partito socialdemocratico. Georgi M. Dimitrov, filo occidentale, fu, infatti, costretto a dimettersi, processato ed infine condannato a morte. Al suo posto, fu nominato Nikolaj Petkov, personalità di gran rilievo e vice Presidente del Consiglio. Dmitri Petkov, padre di Nikolaj, era stato, a sua volta, un gran personaggio politico che aveva ricoperto la carica di ministro degli Interni ed in seguito di Presidente del Consiglio. Dmitri fu ucciso nel marzo 1907. Le tragedie, a sfondo politico, che colpirono la famiglia Petkov non si arrestarono. Poco dopo la morte di Dmitri, anche il figlio Petko perse la vita in un attentato a Sofia. Nikolaj Petkov, invece, fu internato in Germania, durante la seconda guerra mondiale, e riuscì ad evadere. Tornato in patria, prese parte all’Unione agraria e al governo di Georgiev. Tuttavia, allorché fu nominato capo dell’UNAB, egli si ritrovò ad affrontare la scissione del partito, operata dal partito comunista mediante la collaborazione di Alexandăr Obbov. Alla stessa sorte era destinato il partito socialdemocratico che assistette inerme alla sua frattura, con Nejkov che si schierò a fianco del Fronte Patriottico e con Lulčev che passò all’opposizione. Al momento delle elezioni, tenute  nell’ottobre del 1945, Petkov si rifiutò di farvi parte, poiché sarebbe stato costretto a presentare il proprio partito al di fuori della lista del blocco del Fronte Patriottico. Le elezioni si tennero ugualmente e i suoi risultati conferirono l’86% dei voti al Fronte Patriottico, il quale non aveva mancato di esercitare pressioni politiche, commettere brogli ed ingiustizie durante la campagna elettorale e durante la fase del conteggio dei voti.  La situazione politica bulgara impensierì gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, le quali, in una conferenza tenutasi a dicembre insieme all’URSS, decisero di far includere nel nuovo governo, presieduto sempre da Georgiev, due membri dell’opposizione. Il tentativo fallì, ma le pressioni anglo – americane fecero in modo che nella successiva elezione per la Grande Assemblea Nazionale bulgara fossero presenti anche le forze politiche dell’opposizione. Nel frattempo, il partito comunista acquistava sempre maggior controllo all’interno del governo, il quale, l’8 settembre 1946 indisse un referendum per l’abolizione della monarchia. Il referendum ottenne il 96% dei voti e lo zar Simeon e la sua famiglia furono costretti a fuggire, trovando ricovero in Egitto. L’elezione della Grande Assemblea Nazionale bulgara si tenne poco dopo, il 27 ottobre 1946. Ad essa partecipò anche l’opposizione con l’Unione agraria di Petkov e con il partito socialdemocratico di Lulčev. Durante la campagna elettorale non mancarono atti di violenza ed ingiustizie nei confronti dell’opposizione. Il risultato delle elezioni vide il Fronte Patriottico vincere ancora con il 70% dei voti contro il 28% ottenuto dall’opposizione. Alla guida del nuovo governo, figurò Georgi Dimitrov, appena ritornato da Mosca e precedente segretario del Comintern. Dieci ministri su venti facenti parte del nuovo governo erano comunisti. Georgi Dimitrov iniziò a governare la Bulgaria con lo scopo di accelerare e favorire il suo passaggio a stato socialista. In tal modo, mentre le prime riforme avevano luogo, le tensioni politiche aumentarono. Allorché fu firmato il trattato di pace nel giugno del 1947 con gli Stati Uniti, il governo iniziò ad eliminare l’opposizione. La prima emblematica vittima di questo processo, fu proprio Nikolaj Petkov, il quale, privato dell’immunità parlamentare, fu processato e condannato a morte il 26 settembre dello stesso anno. Durante il processo, Petkov mostrò e mantenne la propria dignità e difes

e i suoi valori politici strenuamente. Al termine della sentenza della condanna a morte, per “nome del popolo bulgaro”, egli rispose: “No! Non in nome del popolo bulgaro! Sono condannato a morte per ordine dei vostri padroni stranieri, quelli del Cremlino o di altrove. Il popolo bulgaro, schiacciato dalla cruenta tirannia che voi vorreste far passare per giustizia, non crederà alle vostre infamie!”. Per quanto riguardò la sorte dell’Unione agraria, privata del suo leader, essa fu inglobata nel partito comunista ed assunse in pieno la sua ideologia. Il partito socialdemocratico, rimasto libero, si fuse con il partito comunista. In tal modo l’opposizione era stata eliminata ed il governo Dimitrov instaurò progressivamente un regime dittatoriale. Tra le prime iniziative si annoverano la riforma agraria che limitava a 20 ettari l’estensione della superficie della terra; la collettivizzazione, la nazionalizzazione che comportava la riduzione del settore privato e la pianificazione industriale, divisa in due piani quinquennali, il primo rivolto alle industrie di base ed il secondo all’agricoltura. Infine, nel giugno del 1947, fu votata una nuova costituzione, inspirata a quella sovietica ed iugoslava, che definiva finalmente la Bulgaria una nuova democrazia popolare. Con quest’ultimo passaggio istituzionale, di natura più formale che sostanziale, si avviò il regime dittatoriale comunista in Bulgaria che terminò 44 anni dopo, nel 1991, con la nuova costituzione che proclamava la Bulgaria una repubblica parlamentare.

…Tra l’autunno del 1944 e la primavera del 1945, nonostante le feroci rappresaglie condotte dalla polizia comunista e dall’armata russa d’occupazione, in Transilvania iniziarono a formarsi anche diversi nuclei di resistenza composti da appartenenti alla folta minoranza etnica ungherese e tedesca. Quest’ultima, addirittura, riuscì a ricevere qualche modesto aiuto dalla stessa Germania nell’ambito della Fallschirmschpringer-Aktion: un’operazione aerea segreta nel corso della quale, per qualche mese, apparecchi tedeschi paracadutarono in Transilvania rifornimenti e un certo numero di consiglieri militari della FAK (Front Aufklarungs Kommando) che già in precedenza, tra il 1942 e il 1944, aveva sostenuto i guerriglieri nazionalisti e anticomunisti operanti nelle regioni caucasiche mussulmane. Nonostante questi (modesti) tentativi di soccorso, nel marzo del 1945 le forze di polizia rumene riuscirono a ripulire i boschi transilvani e ad annientare quasi tutti i gruppi di resistenza, proprio mentre il nuovo governo di Bucarest avviava una grande purga all’interno dei quadri dell’esercito per eliminare qualsiasi soggetto legato al precedente regime di Antonescu o sospettato di favorire i gruppi ribelli. Di conseguenza, diversi vecchi anticomunisti romeni, alcuni dei quali appartenenti all’ex Legione dell’Arcangelo Michele (formazione parafascista e nazionalista), dovettero prendere la via dei boschi e dei monti, unendosi agli ultimi reparti partigiani ancora in armi. Nel 1947, in seguito alla creazione della Repubblica dei Popoli Romeni, il governo di Bucarest intensificò la sua spietata politica di annientamento delle congregazioni religiose e delle minoranze etniche del paese, avviando nelle campagne un processo di collettivizzazione forzata dei terreni agricoli (piano completato tra mille difficoltà soltanto nel 1962) che portò all’arresto e all’eliminazione fisica di non meno di 80.000 contadini accusati di essersi rifiutati di consegnare al governo le proprie terre e i propri averi. Queste violente repressioni indussero un migliaio tra piccoli e medi proprietari e braccianti a rifugiarsi nelle foreste e nelle più sperdute ed inaccessibili regioni montane dando vita ad un’organizzazione patriottica chiamata i Fratelli della Foresta. I membri di questa assai poco nota (almeno in Occidente) compagine sopravvissero e combatterono per anni sulle montagne, grazie al sostegno di gran parte della popolazione contadina. Secondo recenti studi, alcuni reparti di questa organizzazione non soltanto elusero i periodici rastrellamenti condotti dall’esercito regolare, ma rimasero con le armi in pugno addirittura fino al 1960, anno in cui gli ultimi combattenti vennero eliminati dalle forze speciali di Bucarest. Nel 1949, gli ufficiali anticomunisti datisi alla macchia sulle montagne di Vrancea suddivisero la loro truppa, composta da circa 2.000 uomini, in due sezioni: la ‘junior’ (formata dagli elementi più giovani) e la ‘senior’ (in cui militavano elementi di età superiore ai 40 anni). Nell’inverno del ’45 una spia comunista riuscì ad infiltrarsi in una delle due compagini e in breve l’intero contingente finì vittima di un’imboscata tesa da reparti romeni e sovietici. I pochi scampati al massacro, compresi i feriti, vennero fucilati o eliminati con un colpo di pistola alla nuca. Nel corso di questa lunga e sconosciuta lotta che insanguinò le foreste romene si misero in evidenza alcuni comandanti dalle doti e dal carisma eccezionali come Gheorghe Arsenescu, che oppose resistenza armata sulle montagne meridionali Fagaras fino al 1952, anno in cui scomparve misteriosamente. Dopo una lunga pausa, nel 1959 Arsenescu e la sua banda ripresero improvvisamente ad operare, ma appena dodici mesi più tardi il capo partigiano venne catturato dalle forze antiguerriglia governative e condotto nella prigione di Campulung Muscel dove fu costretto a suicidarsi. Sui contrafforti settentrionali dei monti Fagaras, un altro gruppo di guerriglieri, guidato dall’ingegnere Gavrilachw, combatté fino al 1956, anno in cui venne preso prigioniero un altro famoso “fratello della foresta”, Dumitru Moldoveanu. Prima di essere strangolato con un filo di ferro dai miliziani, quest’ultimo venne torturato, ma la polizia politica non riuscì ad ottenere da lui alcuna informazione sui suoi compagni. Sempre nel 1956, in Transilvania, una altro manipolo di partigiani anticomunisti venne circondato dai reparti speciali e costretto alla resa dopo un breve ma violento combattimento al termine del quale tutto il gruppo venne passato per le armi. Ed anche la popolazione del vicino villaggio, accusata dalla polizia di avere dato aiuto ai partigiani, venne in seguito massacrata. In quella circostanza i miliziani comunisti uccisero non meno di 900 civili (tra cui molte donne, vecchi e bambini), i cui cadaveri furono gettati nelle capanne e nella chiesa del villaggio che vennero dati alle fiamme con la benzina. E’ da notare che, nonostante simili fatti fossero noti ai servizi segreti statunitensi e britannici, nulla o quasi venne fatto per sostenere i partigiani romeni che – come accadde anche alle consistenti formazioni dell’UPA (“Esercito di Liberazione Ucraino”, i cui partigiani combatterono fino al 1956) o lituane (il numeroso “Fronte Attivistico Lituano” che contrastò i sovietici fino al 1952) – vennero lasciati praticamente al loro destino, soli ad affrontare un nemico infinitamente più forte. Un’eccezione venne però fatta per gli albanesi “balisti” (formazioni che tra il 1945 e il 1949 opposero una feroce resistenza alle forze jugoslave titine in Kossovo) in quanto questi ultimi per un certo periodo (almeno fino al 1950) furono riforniti ed appoggiati, seppure in maniera del tutto inadeguata, dai reparti speciali dei servizi segreti inglesi di base a Malta, da reparti speciali statunitensi (nella fattispecie la Compagnia 4000 agli ordini del colonnello F.H. Dunn) e perfino dal governo comunista albanese di Enver Hoxha, notoriamente avverso al regime di Belgrado.

Aggiornamento, q

ui trovate un interessantissimo articolo sulle reazioni del partito comunista e dei gerarchi di allora, compreso napolitano

14 commenti su “Quale futuro per questa Italia?

  1. Bello il leone. Mio padre m’insegnava l’inno del S.Marco quando ancora ero bambino, insieme ad un po’ di scherma…

    Quella del colpo alla nuca ad uno dei due prigionieri legati sulla riva del fiume era una pratica anche delle SS ungheresi; diciamo che fa parte della ferocia balcanica, ma tutto il resto e’ sacrosanto. Ormai non si distingue piu’ tra la storia vera e i cartoni animati e la falce il martello sono “una risorsa”. Un po’ di socialismo reale non ci avrebbe fatto gran male; almeno si saprebbe cos’e’…

  2. Ciao Sauro,

    è un piacere averti qui.

    Il leone? Se solo gli Italiani avessero la metà delle palle di quegli uomini…

    A cominciare dall’epoca di Agostino Barbarigo…

    1. Sul mare per la Patria combattemmo

    la buona guerra contro l’oppressore;

    sul mare i nostri morti deponemmo

    con ciglio asciutto, fieri nel dolore.

    2. Ma Giuda cambia in oro il miglior sangue,

    cadono i lauri al vento che li schioma!

    Un Uomo s’erge ancora, insonne, esangue,

    con l’occhio fisso sull’eterna Roma.

    – Barbarigo, Barbarigo,

    battaglione dell’onore!

    Brucia ed arde la tua fede,

    la vendetta rugge in cuore.

    3. Se la morte ci dà un bacio

    caldo e rosso come un fiore,

    sorridiam tra le sue braccia

    alla Patria che non muore.

    4. Vendute da un re vil le nostre navi, da fanti a terra combatteremo noi! Latraron nelle fogne i servi ignavi, dal ciel ci benedissero gli Eroi.

    – Barbarigo, Barbarigo,

    battaglione dell’onore!

    Brucia ed arde la tua fede,

    la vendetta rugge in cuore.

    5. Siamo quelli che siamo, e da nessuno vogliamo onori o mendichiam l’alloro. Di noi parlano i morti di Nettuno Al mare ed alle stelle, e tra di loro.

    6. Il nome di Bardelli è un’ostia pura che d’oro splende con la sua medaglia; egli non dorme nella sepoltura, ma marcia in testa a noi nella battaglia.

    7. E dell’aspro Gianicolo le zolle

    repubblicano han sangue che risplende; e il nostro amore incendierà quel colle dove ci chiama Garibaldi e attende.

    – Barbarigo, Barbarigo,

    battaglione dell’onore!

    Brucia ed arde la tua fede,

    la vendetta rugge in cuore.

  3. Ottimo lavoro Bisquì ho letto con molto interesse, in questi approfondimenti sei insuperabile.

    Un abbraccio fratello.

  4. Bisquì.

    L’imperialismo sovietico è un fatto, oggettivo, che spesso in molti dimenticano, come se fossero cose accadute secoli fa…

    spesso queste invasioni, in particolare mi riferisco a quelle ungheresi sono state caldeggiate da esponeti politici che tutttora manovrano le leve del potere, e presto le manovreranno nuovamente. Uno di questi è al quirinale. Che poi napolitano si sia pentito mi interessa poco, anche perchè i finanziamenti del kgb non li ha mai rimandati al mittente.

    La storia dell’imperialismo sovietico la dovrebbero studiare gli ex comunisti italiani, che per anni la hanno difesa e caldeggiata.

    gtazie per gli ottimi spunti storici.

  5. Bisquì,

    ti volevo dire una cosa, che non vuole essere altro che un’osservazione. Il tuo nuovo sfondo affatica molto la mia vista. Se è un problema mia, ok, se questo vale per tutti potresti prendere provvedimenti?

    Perchè mi affatica molto la vista….grazie, magari chiedi agli altri.

    Scusa se mi sono permesso.

  6. Non è solo un riferimento storico. E una memoria sul metodo. L’uso della politica e della magistratura per arrivare al potere anche in condizioni d’inferiorità.

    Leggere e basta è riduttivo, bisogna riflettere. Riflettendo ci si rende conto che il metodo è lo stesso in qualsiasi nazione dove il comunismo è andato al potere.

  7. Il leninismo come metodo politico può benissimo sopravvivere alla sconfitta del comunismo come ideologia, perdendo solo in minima parte di efficacia.

    Quello che è successo nel nostro paese ne è la dimostrazione più lampante: l’occupazione delle casematte del potere, per dirla alla Gramsci, le campagne giudiziarie e mediatiche contro l’avversario politico, il rassicurare i ceti borghesi facendo leva sulla propria “serietà” ed “efficienza” rispetto ai disorganizzati liberali, la mancanza di alcun riguardo effettivo verso l’opposizione mentre a parole si elogia il dialogo e anzi si accusa l’avversario di fomentare il conflitto.

    Tutta storia già scritta, tutta storia che si ripete.

    E ora ci risiamo da noi: magari non apriranno gulag (chissà?), ma la loro morsa sul potere non la spezzeremo per un pezzo…

    Hermes

I commenti sono chiusi.