Italiani “più flessibili” in Afghanistan
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di Gianandrea Gaiani
31 maggio - Verranno chiariti molto presto i molti punti ancora indefiniti e soprattutto i dettagli tecnici della modifica dei “caveat” posti all’impiego delle truppe italiane in Afghanistan che potrebbe entrare in vigore già tra poche settimane.
Aumentare la “flessibilità geografica” del contingente (come l’ha definita il titolare della Farnesina, Franco Frattini) significa mettere finalmente a disposizione degli alleati quelle risorse militari che gli anglo-americani chiedono da anni a italiani spagnoli, tedeschi e francesi.
Il via libera a distaccare temporaneamente reparti nelle aree dove sono in corso operazioni contro i talebani è stato subito apprezzato dai vertici della NATO.
Fino a oggi l’Italia si concede ben 72 ore per rispondere alle richieste di aiuto degli alleati. Un’era geologica in termini militari, un’eternità per un reparto assediato dai talebani. L’annunciata riduzione a sei ore consentirà invece di dare concretamente una mano ai contingenti alleati, cioè a britannici, canadesi, olandesi e australiani che combattono quotidianamente nelle province di Helmand, Kandahar e Oruzgan. Da quando nell’estate del 2006 le forze della NATO hanno esteso l’area di operazioni alla regione meridionale è infatti da qui che sono partite le richieste di rinforzi sotto forma di unità di fanteria, elicotteri da attacco e da trasporto per accerchiare i talebani o rifornire gli avamposti sotto attacco. Non va dimenticato che il problema dei limiti posti dai singoli paesi all’impiego delle truppe in Afghanistan sta spaccando la NATO in due. Da un lato coloro che combattono apertamente i talebani: USA, Canada, Gran Bretagna, Australia, Olanda, Romania, Danimarca, Polonia ed Estonia che forniscono 36.000 dei 50.000 militari che compongono l’International Security Assistance Force della NATO. Dall’altro 31 stati che forniscono appena 14.000 soldati tra i quali i contingenti più importanti sono offerti da Germania, Italia, Francia, Spagna e Turchia, tutti caratterizzati da limiti operativi che riguardano le possibilità di spostare queste truppe in zone di combattimento e di condurre azioni offensive. Questi contingenti non possono essere impiegati nelle aree più calde del sud né dare la caccia alle milizie talebane nel loro settore di competenza dove sono autorizzati solo a difendersi se attaccati o minacciati di attacco. I francesi hanno rimosso questi caveat per le forze aeree e le forze speciali (già attivi nel sud) ma li mantengono per i 1.200 soldati schierati a Kabul. I limiti più rigorosi riguardano gli 800 spagnoli che affiancano gli italiani nell’ovest dove non possono attaccare i talebani né operare fuori dalla provincia di Badghis che infatti è stata assegnata in parte ai tedeschi a causa della riluttanza del governo Zapatero a inviare rinforzi per fronteggiare la crescente penetrazione talebana. Con ogni probabilità gli alleati approfitteranno subito della nuova disponibilità italiana anche perché nell’ovest sono schierati i migliori reparti e mezzi italiani quali i reparti della brigata Friuli di capacità ben note agli alleati: elicotteri da combattimento Mangusta e da trasporto CH-47, fanti aeromobili del 66° reggimento ma anche le forze speciali della Task Force 45 che in molte occasioni hanno operato insieme ai colleghi britannici in azioni rimaste in buona parte segrete. A questo proposito approfittiamo dell’occasione per chiedere al neo ministro della Difesa, Ignazio La Russa di abrogare, con i caveat, anche la ridicola censura mediatica che da anni impedisce di realizzare veri reportage con i nostri contingenti e di avere informazioni di prima mano dalle fonti ufficiali italiane. Tornando agli aspetti operativi, affiancare gli alleati nel sud significa quindi condividere regole d’ingaggio “combat” che prevedono anche la ricerca e la distruzione delle forze talebane e non solo interventi difensivi o la risposta “proporzionata” agli attacchi dei jihadisti. Regole che, se applicate anche nel settore ovest, consentirebbero ai nostri soldati di svolgere un ruolo più incisivo contro le infiltrazioni talebane particolarmente minacciose a Shindand e Farah dove a snidare i talebani provvedono soprattutto le forze afgane e gli statunitensi dell’operazione Enduring Freedom.
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Filed under: Missioni militari di pace, Operazione Silicon, Talebani, afganistan, operazione Achille, terrorismo





















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