Operazione Acid Gambit

Kurt Muse

Kurt Muse

l’operazione Acid Gambit e stato un piano per recuperare Kurt Muse, un americano che viveva a Panama civile e ampiamente segnalato per essere un operativo della CIA.
Imprigionato nel Carcel Modelo, un famigerato carcere a Panama City, Muse era stato arrestato nel 1989 per la costituzione di un networdk di trasmissioni segrete anti-Noriega.
Alcune considerazioni politiche ritardarono il raid rispetto la data prefissata ma il giorno 20 dicembre 1989 alle ore 00,45 fu  condotto da 23 operatori della Delta Force.
I militari atterrarono sul del carcere con degli elicotteri MH-6 Little Bird. Uno discese a corda doppia sul lato stradale del palazzo, per raggiungere la finestra della cella Muse ed eliminare la guardia dato che erano state fatte minacce di ucciderlo nel caso ci fosse stato un tentativo di liberazione.
Dopo aver fatto saltare la porta sul tetto gli altri militari si precipitarono per due rampre di scale fino alla cella di Kurt Muse eliminando le guardie di turno.
Fu fatta saltare la porta della cella di Muse e gli operatori Delta vestirono l’uomo con corpetto antiproiettile, casco e occhiali balistici e si trasferono con lui sul tetto, dove si imbarcarono di nuovo sugli MH-6 Little Birdsi.
Purtroppo il carico del primo elicottero dove si trovava il “prezioso carico” (Muse) era troppo e per il pilota fu impossibile alzarsi in volo in modo perfetto.
L’elicottero si schiantò ad un’isolato di distanza.
Pat Savidge, James Sudderth, e Kelly Venden rimasero feriti nello schianto, mentre Musa e gli operatori Mickey Cantley, John inglese ei due piloti restarono illesi.
Tutti si posero rapidamente in copertura in un edificio vicino e segnalarono con una torcia all’infrarosso ad un’elicottero di soccorso la loro posizionee. In tutto l’operazione durò solo sei minuti e fu così che termino il più clamoroso salvataggio di ostaggi dopo quello di Entebbe.

Tutto questo per dire che volendo possiamo ed abbiamo i mezzi per andare a riprenderci i nostri marinai.

Le contraddizioni del governo italiano nella crisi con l’India e l’assenza di una strategia complessiva e mediatica mostrano una superficialità e un dilettantismo disarmanti. Incredibile che i due marò, ma è solo il più alto in grado a rispondere alle domande, non siano stati autorizzati a raccontare alla stampa italiana quanto accaduto nel pomeriggio del 15 febbraio quando una barca da pesca si è avvicinata in modo sospetto alla petroliera Enrica Lexie che navigava in acque internazionali. Una “verità” che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno scritto nel rapporto inviato a Roma e raccontato nei tribunali indiani. La scusa del riserbo dovuto alle indagini in corso non regge perché in tal caso non si capisce perché gli imputati possano rilasciare interviste ma non rispondere alle domande. Mentre i media indiani attaccano i militari italiani dipingendoli come assassini a loro non viene consentito neppure di spiegare la loro versione dei fatti.

i nostri Marò incarcerati in india

i nostri Marò incarcerati in india

Chi ha autorizzato l’intervista senza consentire loro di rispondere in modo franco e diretto? Nessuno è stato in grado di dircelo ma anche i più sprovveduti in fatto di comunicazione sanno che frasi quali “no comment” o “non rispondo” sono bandite dalle “note di linguaggio” perché inducono a sospettare reticenza e omertà. La Marina ha molti ufficiali esperti nella comunicazione ma pare che nessuno di essi sia stato inviato in India per gestire la crisi sul piano mediatico e per preparare i due militari ad affrontare le interviste. A gestire la vicenda non è la Difesa ma il Ministero degli Esteri che fino a ieri ha raccomandato il massimo riserbo. Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi ha detto giorni fa in Parlamento che l’India ha usato un “sotterfugio” per far entrare la Enrica Lexie nel porto di Kochi e “mezzi coercitivi” per far sbarcare dalla nave i due fucilieri. Ciò nonostante lo stesso ministro si è recato in India pochi giorni dopo per discutere di affari con Nuova Delhi dispensando sorrisi e strette di mano a chi ha ingannato gli italiani usando la forza per arrestare i nostri militari. In attesa del verdetto degli esami balistici (circa i quali sarebbe ingenuo fidarsi del responso degli indiani) il viceministro Staffan De Mistura, ha dichiarato che ”dobbiamo essere pronti a tutto”. ”Se i proiettili che hanno ucciso i pescatori – spiega de Mistura – non appartengono alle armi italiane, la cosa si chiude nel giro di un mese”. Ma se, ”malauguratamente, i proiettili fossero identificati come quelli usati dalle nostre forze armate, rimane il fatto che i nostri militari non volevano mai colpire dei pescatori; e ricordiamoci che in condizioni del genere un militare va sempre giudicato a casa propria”. Finora però l’Italia aveva sempre escluso ogni ipotesi di responsabilità dei militari italiani nella vicenda. A questo punto ci sono solo due possibilità. O i due militari e la Marina hanno mentito negando di aver sparato contro il peschereccio Saint Antony per nascondere le responsabilità italiane nella morte di due poveri pescatori oppure il governo si appresta a calare ulteriormente le braghe e ad accettare che i nostri militari vengano accusati con prove false o costruite ad hoc in un Paese del terzo mondo. Nell’intervista Latorre dice tra le righe un paio di cose interessanti. Precisa che “siamo scesi dalla nave perché ci è stato detto di farlo” ma aggiunge un “non rispondo” alla richiesta di indicare chi avesse impartito tale ordine. Toccherebbe al governo fare chiarezza perché senza trasparenza questa vicenda rischia di diventare l’ennesimo vergognoso mistero italico. Latorre ha poi espresso dispiacere per la morte dei due indiani “come ci dispiace della morte di altri cinque pescatori indiani in un incidente con una nave pochi giorni dopo”. Secondo la Guardia costiera indiana una nave di Singapore, la Prabhu Daya ha speronato il primo marzo il peschereccio Don-1 al largo delle coste del Kerala causando la morte di cinque pescatori. La nave ha raggiunto il porto di Chennai per accertamenti su “invito” delle autorità indiane ma sembra che i pescherecci indiani abbiano il brutto vizio di avvicinarsi ai mercantili in transito in acque internazionali. Un’abitudine pericolosa soprattutto perché le coste indiane sono interessate da un fenomen o di pirateria che vede imbarcazioni da pesca abbordare mercantili in transito o alla fonda per razziare denaro e valori.

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