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Operazione Achille : pochi uomini e mezzi insufficienti

Al fronte con mezzi insufficienti mentre quanto occorre a combattere resta in Italia. Una tradizione che, con governi di diverso colore, è servita a coprire l’ipocrisia delle “missioni di pace”. In Iraq il contingente italiano partì con i vecchi cingolati VCC, poche blindo Centauro e nessun elicottero da combattimento. Poi nelle battaglie a Nassiryah i VCC risultarono vulnerabili ai lanciarazzi dei guerriglieri e solo il fattore “c–o” ci salvò dal registrare numerosi caduti a bordo dei veicoli scoperti VM 90, centrati da razzi che fortunatamente non esplosero. In assenza di armi pesanti lasciammo agli anglo-americani il compito di fare la guerra spazzando via i guerriglieri con i raids delle cannoniere volanti ma dopo la morte del caporale Vanzan arrivarono i cingolati Dardo e persino i carri Ariete. Mezzi che non ebbero un impiego intensivo ma la loro presenza scoraggiò i miliziani dal tentare di riconquistare Nassiryah. Solo dopo la morte del maresciallo Cola, mitragliere ucciso su un elicottero che lo obbligava a esporsi dal portellone aperto, vennero inviati i Mangusta, elicotteri blindati in grado di colpire con precisione da lunga distanza.

VM90 colpito da una granata perforanteSe in Somalia non avessimo avuto i carri M-60 avremmo pagato un tributo di sangue ben più alto di tre caduti al Pastificio, il 2 luglio 1993 al check point Pasta. Non a caso pochi anni dopo in Bosnia e Kosovo pacificati dai raids della NATO, gli italiani schierarono anche carri Leopard. Oggi invece i corazzati sono in Italia o al massimo in Libano (come i cingolati Dardo) dove l’ambiguo mandato dell’ONU ne rendequasi impossibile l’impiego. Le potenti blindo Centauro sono in Kosovo e Libano ma non in Afghanistan, dove ormai è guerra aperta ma i nostri dispongono solo di mitragliatrici, blindo leggere Puma prive di torretta e i veicoli leggeri Lince, ben protetti contro gli ordigni stradali ma privi di armi pesanti.

A Kabul e a Herat gli italiani non hanno neppure artiglieria e cacciabombardieri. Ci sono elicotteri da trasporto ma non da combattimento, lasciati nelle basi in Romagna e Friuli benché proprio nell’Afghanistan Occidentale potrebbero offrire un importante contributo alle esigenze di controllo del territorio e di intervento rapido.
Anche il numero dei soldati è gravemente insufficiente nelle quattro province a comando italiano presidiate da appena 2.000 militari, per metà italiani delle forze speciali, del 151° reggimento fanteria e dell’aeronautica. Forze insufficienti come dimostra il confronto con i 5.000 soldati alleati che presidiano Kabul, i 4.000 schierati nel nord e i 15.000 a sud e a est mentre nella sola provincia di Helmand i britannici schierano oltre 6.500 militari.

La missione italiana in Afghanistan, attiva dal 2002, vede impegnati circa 2.000 militari dislocati in due aree distinte con un costo complessivo di circa 200 milioni di euro a semestre. A Kabul poco più di un migliaio di soldati dipendono dal Comando NATO della capitale, guidato dal generale francese Pierre de Villiers che ha alle sue dipendenze circa 5.000 militari alleati.
Gli italiani, basati a “Camp Invicta”, alla periferia orientale della città lungo la strada per Jalalabad, partecipano alle attività di pattugliamento di Kabul e di una vasta area circostante la città inclusa la Valle del Musahi, da dove si infiltrano in città terroristi, armi ed esplosivi. Proprio in quest’area si sono verificati gli attentati contro le truppe italiane eseguiti con ordigni stradali e qui vengono concentrati gli aiuti alla popolazione e gli sforzi per potenziare la polizia locale per garantire un maggiore controllo del territorio.

Il contingente italiano è attualmente composto dal 3° reggimento alpini con una componente del Genio affidata al 32° reggimento, unità specializzate più piccole dei carabinieri, delle trasmissioni e delle forze speciali (ranger), un reparto logistico e una compagnia del 7° reggimento NBC di Civitavecchia che si occupa delle eventuali minacce chimiche o biologiche. A completare lo schieramento italiano a Kabul vi sono tre elicotteri AB-212 della Task Force “Pantera” della Marina con compiti di osservazione ed evacuazione dei feriti.
Il contingente italiano più esposto alla minaccia militare talebana è però schierato a Herat, nell’Afghanistan occidentale, dove il generale Antonio Satta guida il Regional Command West della NATO che comprende quattro province: Herat, Farah, Badghis e Ghor.

Le truppe italiane gestiscono il Provincial Recostruction Team di Herat che si occupa delle attività di ripristino delle infrastrutture civili mentre gli altri Prt della regione sono affidati a spagnoli, lituani e statunitensi. Oltre a gestire il Prt le truppe italiane fornite principalmente dal 151° reggimento fanteria presidiano il comando NATO, l’aeroporto di Herat, dove opera un reparto dell’Aeronautica, e forniscono insieme agli spagnoli una forza di reazione rapida elitrasportata pronta a intervenire in tutta la regione. A questi si aggiunge un reparto di volo con tre elicotteri da trasporto CH-47 dell’aviazione dell’esercito e soprattutto un nutrito Task Group di forze speciali (incursori di Esercito e Marina, Ranger del 4° reggimento e team del 185° Reggimento Acquisizione Obiettivi) già entrate più volte in azione soprattutto nella provincia di Farah al fianco degli americani.

La questione dei rinforzi da inviare a Herat non è solo al centro del dibattito politico italiano ma rappresenta un’esigenza operativa sottolineata anche dai vertici della NATO. Lo stesso ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, ha ammesso il 21 marzo che “la guerra sta arrivando anche a Herat e non credo che le truppe italiane siano in una buona situazione” aggiungendo però che “non possiamo inviare più truppe”.
L’acceso dibattito politico interno alla maggioranza sembra aver finora impedito persino l’invio dei due velivoli teleguidati da sorveglianza Predator, promessi dal ministro Arturo Parisi al vertice della NATO di Siviglia, ancora schierati sulla base aerea di Amendola e che secondo il capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Camporini, non saranno operativi a Herat prima di maggio.
Nonostante le polemiche i vertici militari hanno predisposto piani per rafforzare in tempi brevi il contingente schierato a Herat, soprattutto in caso di emergenza.
Indiscrezioni confermano infatti che la Difesa ha già pianificato l’invio di alcuni “assetti” che potrebbero raggiungere l’Afghanistan Occidentale nel giro di pochi giorni per migliorare il controllo del territorio e la sicurezza delle basi.
Si tratterebbe di mortai da 120 millimetri e due o tre compagnie di fanti che rafforzerebbero i reparti del 151° “Sassari” che già schiera a Herat 300 dei suoi 800 soldati e il comando del reggimento, guidato da colonnello Pietro Luigi Monteduro, un esperto di operazioni anti-insurrezionali decorato con Croce d’Oro per il ruolo ricoperto nelle due battaglie dei Ponti di Nassiryah della primavera 2004.

Improbabile invece l’invio di blindati Centauro e corazzati Dardo (paradossalmente impiegati in Libano dove per ora la missione presenta meno rischi di quella afghana) e simili a quelli messi in campo da britannici, canadesi e olandesi che in Afghanistan hanno schierato anche carri armati e artiglieria pesante. Mezzi di questo tipo richiederebbero però tempi lunghi di trasferimento e un ampio supporto logistico che incrementerebbe notevolmente la consistenza numerica del contingente italiano, fissata dal decreto approvato l’anno scorso in 1938 unità. Un numero di fatto già superato considerato che gli effettivi stabilmente in Afghanistan sono qualche decina in più e durante gli avvicendamenti dei reparti raggiungono per alcune settimane anche le 2.200 unità. Del resto questo tetto non impedirebbe di inviare rinforzi specie in caso di impellenti necessità operative o gravi minacce nel settore italiano.

I mezzi più idonei a rafforzare il dispositivo italiano senza incrementare radicalmente il numero dei militari sono gli elicotteri da combattimento A-129 Mangusta, già impiegati in Iraq, in grado di garantire rapidità d’intervento, capacità di sorveglianza del territorio e un notevole volume di fuoco grazie ai cannoni a tiro rapido, missili e razzi imbarcati. Una delle opzioni in corso di valutazione prevede l’invio di tre o quattro elicotteri di questo tipo all’aeroporto di Herat con poche decine di tecnici e specialisti per la manutenzione.

Da analisi difesa

4 comments

  1. monica says:

    Caro fratello,
    ormai i tuoi post sono davvero articoli d’informazione di alto spessore!

    E leggerli è più che un piacere.

    Di oggi la notizia che il Generale Satta ha chiesto rinforzi per l’Isaf… Chissà se riuscirà a vedere esaudita la sua richiesta prima che qualcuno dei nostri ci lasci veramente la pelle!

    Sai, al Palazzo devono prima sentire il parere degli antagonisti, poi dei moderati, poi dei massimalisti, dei riformisti, dei cattolici….
    Ci vuole tempo insomma.
    Qualcuno dicesse ai talebani di aspettare a sparare, please…

  2. Bisquì says:

    Sorellina,
    lo sapevo ed infatti è già pronto il post di domani. Questo è il motivo dell’affollamento delle notizie 🙂
    Se continua così dovrò aprire un’altro blog.

    Hai cliccato sulla foto per vedere i danni dell’RPG sul VM90?

  3. Lo PseudoSauro says:

    Come fare le nozze con i fichi secchi…
    Una pratica secolare, ma ascrivibile alla sconfitta della IIa GM.
    Infatti nessuna delle nazioni che ha persa la guerra ha ancora
    recuperata del tutto la capacita’ bellica: ne’ difensiva, ne’ offensiva.
    Poi mettici il lavoro di forze politiche apertamente schierate con il nemico
    e vedrai che tutto torna a fagiolo. Manca la minima analisi costi – benefici
    che ha sempre permesso di quantificare i vantaggi conseguenti alla
    nostra esposizione sulla scena internazionale. In altre parole,
    peso politico zero e rischi inutili per i nostri connazionali
    inviati in armi in zone pericolose, spesso senza nemmeno la possibilita’ di farne uso.
    E’ pretendere troppo dalla congerie di disadattati che ora sta al governo,
    ma temo che anche la destra avrebbe seri problemi. E’ un fatto di cultura:
    gli eserciti sono impopolari, meglio le ONG, e questo vale anche in USA.
    Altro piccolo dettaglio: sembra che ormai la “difesa” non serva piu’ a niente
    tanto i nostri militari sono dislocati ai quattro cantoni dell’universo.
    Almeno cambiassero il nome al ministero… da “Ministero della Difesa” a
    “Ministero della Pace Perpetua”. Amen. 🙂

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