Ong e cosiddetti volontari

Ormai è un fenomeno in continua espansione che cresce di pari passo con le emergenze che ogni giorno si presentano, sempre più di frequente, nel mondo. E’ il mondo del cosiddetto “volontariato”, quello degli aiuti umanitari e dei programmi di sviluppo, quello dei ragazzi che decidono di dedicare la loro vita all’aiuto del più debole, del più bisognoso. E’ il mondo delle Ong,  e delle varie sigle correlate a questo universo.
Nonostante esistano ormai da molti anni, si è iniziato a parlarne con una certa frequenza a seguito di fatti incresciosi accaduti in Iraq (Simona & Simona) e in Afganistan (Clementina Cantoni) e spesso, purtroppo, senza sapere di quello di cui si parla, contribuendo quindi a fomentare ridde di voci spesso incontrollabili e a creare confusione sull’effettivo lavoro (perché di lavoro si tratta) svolto da queste organizzazioni.
le Ong non sono tutte uguali e si differenziano tra quelle riconosciute e non riconosciute. Non solo, anche le riconosciute possono esserlo dal ministero degli Esteri italiano ma non esserlo da parte di altri organismi internazionali, con conseguente limitazione dell’accesso al credito di vasta portata.
 
 Ad esempio, le Ong riconosciute partner da Echo (European Commission Humanitarian aid) godono di vantaggi di accesso al credito, rispetto alle altre non considerate idonee.
Rispolverati i significati delle sigle abbinate alle organizzazioni umanitarie, bisogna sfatare un altro luogo comune, quello cioè che vede tali organizzazioni definite “di volontariato” in senso assolutamente generico, intendendo con tale definizione, l’apporto di carattere puramente volontario degli operatori.
In realtà, pur esistendo una fetta di operatori volontari (quasi sempre alle prime missioni, quando si ha necessità di costruirsi un curriculum) la maggior parte di loro percepisce uno stipendio fino a diverse migliaia di euro, a seconda del luogo dove ci si trova a operare, del tipo di lavoro svolto e della qualifica con cui si opera.
Chiarito anche questo aspetto, analizziamo il modo di operare di una Ong tipo. Innanzi tutto l’aspetto operativo in termini di obbiettivi, cioè stabilire quali siano i target di intervento della nostra ipotetica Ong: sviluppo, emergenza o entrambi.
Nel caso di obiettivi indirizzati allo sviluppo, si dovrà impostare l’ipotetico intervento nel paese scelto nel medio e lungo termine, cioè si dovranno studiare progetti di sviluppo che gradualmente e senza compromettere lo svolgimento delle normali attività locali, nel rispetto delle usanze, con un impatto ambientale controllato e calcolato, porti il paese destinatario dell’intervento a uno sviluppo graduale, continuo e sostenibile. Questa tipologia di intervento è la più difficile da attuare e anche la più dispendiosa, soprattutto per quanto riguarda il numero degli attori coinvolti a partire dalla progettazione fino ad arrivare alle realizzazione.
Diverso è il discorso per quanto riguarda l’intervento di emergenza, il quale, quasi sempre, avviene a seguito di un avvenimento improvviso e inaspettato come un terremoto, uno sconvolgimento atmosferico e anche a seguito di insurrezioni, rivolte o vere e proprie guerre. In questo caso il tempismo e l’organizzazione sono di fondamentale importanza e la professionalità degli operatori deve essere sicura e accertata. Alcune Ong sono specializzate solo per questo tipo di intervento.
Infine, esistono Ong che curano sia programmi di sviluppo che di emergenza. Queste, generalmente le più grandi, sono strutturate come vere e proprie multinazionali dell’assistenza umanitaria, con personale altamente qualificato e selezionato, sia nei teatri operativi che all’interno della sede, da dove vengono coordinati tutti gli interventi, che molto spesso sono centinaia sparsi in tutto il mondo, con conseguente necessità di un coordinamento preciso e affidabile a partire dalla base.
Dire Ong , non significa automaticamente dire “volontariato”, significa invece dire: professionalità giustamente retribuita, organizzazione portata ai massimi livelli, analisi dettagliata delle varie situazioni, cooperazione con gli stati o con altre entità. Ricordiamo quindi quando vediamo un “volontario” partire zaino in spalla, per chissà quale oscura destinazione, che dietro c’è una organizzazione, spesso perfetta, ma soprattutto ricordiamo di chiamarlo con il suo nome: cooperante.

4 Comments

  1. Edmund

    Impeccabile.

    Chiaro.

    Risolutivo.

    Degno di diventare una voce di Wikipedia.

    Complimenti.

    🙂

  2. Bisqui

    Grazie!

    Vorrei che tu leggessi anche quello precedente, Nassirya e gli Italiani.

    Riesci a vedere il blog, ora?

  3. Edmund

    l’ho letto.

    Si adesso è perfetto

  4. andreadaimola

    Concordo in pieno.

    Conosco -in parte- sia il mondo militare che quello delle Ong e trovo che su moltissimi aspetti non abbiano troppe differenze. Oltre agli “impulsivi del volontariato” (lo sono stato anch’io a 20 anni…) c’è un sottobosco di professionisti seri e motivati che fa un mestiere ad altissimo coinvolgimento emozionale

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