Obama, l’idolo della sinistra

Se non godesse dell’immenso credito concesso gratuitamente da media e opinione pubblica internazionali fin da prima della sua elezione, Barack Obama verrebbe oggi invitato da molti analisti e persino da esponenti del suo partito a lasciare la Casa Bianca per manifesta incapacità. In effetti non si ricorda una così lunga e totale serie di insuccessi conseguiti da un presidente americano nei primi  8 mesi trascorsi alla Casa Bianca. Tralasciando la situazione interna agli USA, con una disoccupazione ormai vicina al 10 per cento e una riforma sanitaria “obamiana” che sta spaccando il Paese, è sui temi internazionali e sulla sicurezza che i “flop” sono sempre più evidenti. La linea morbida con l’Iran ha ottenuto i risultai sperati….da Ahmadinejad, secondo molti analisti arabi ormai quasi pronto ad annunciare il possesso della bomba atomica. A differenza di Bush, che aveva dimostrato di saper usare la forza quando lo riteneva necessario, Obama sembra venir considerato una “tigre di carta” e del resto è stato lui stesso a dire al Letterman Show (dove nessun presidente era mai andato) che gli americani sono stanchi di guerra. Una frase che ha fatto felici iraniani, nordcoreani, talebani e tutti i nemici dell’Occidente, ringalluzziti dall’ammissione di debolezza del numero uno americano. Flop anche con la Russia dalla quale Obama sperava di incassare collaborazione nella questione iraniana rinunciando allo scido antimissile e alle basi in Polonia e Repubblica Ceca. Illusioni tramontate appena Mosca ha fatto sapere che non sosterrà l’inasprimento delle sanzioni a Teheran anche se l’aspetto più clamoroso della beffa russa all’ingenuo Obama potrebbe riguardare la fornitura di sistemi di difesa aerea S-300 al Venezuela finanziati con un prestito russo a Caracas di 2,2 miliardi di dollari. Missili che l’Iran chiede da anni e Mosca non ha mai concesso per non far infuriare Washington. Molti però sospettano (anche Hillary Clinton) che le dieci batterie ordinate da Hugo Chavez vengano poi trasferite a difesa dei siti atomici iraniani, ipotesi più che credibile considerati anche gli stretti rapporti di alleanza  e amicizia tra i due regimi e i due leader.   L’imbarazzo di Obama per i clamorosi insuccessi della sua presidenza è emerso anche dal ridicolo e dilettantesco impegno diretto, insieme alla moglie Michelle, per far assegnare alla sua città, Chicago, le Olimpiadi 2016. Manifestazione che si terrà invece a Rio de Janeiro con il risultato che Obama ha perso tutta la credibilità e il prestigio messi sul tavolo per un obiettivo che certo non valeva “la faccia” del presidente. Sempre nulla al confronto della ridicola melina che coinvolge Obama e tutto il suo staff sulla questione afgana. Tre ore di vertice nello Studio Ovale, il 30 settembre, non sembrano aver convinto Barack Obama a prendere decisioni circa l’invio di altri 40 mila militari in Afghanistan ritenuti indispensabili e urgenti dal comandante alleato a Kabul, il generale Stanley McChrystal. All’incontro erano presenti il vicepresidente Joe Biden, i vertici della sicurezza nazionale e delle forze armate, il segretario di stato Hillary Clinton e, in video conferenza da Kabul, anche il generale McChrystal. Nessuno ha rilasciato dichiarazioni alla fine della riunione a conferma del perdurare di un’indecisione sempre più imbarazzante riguardo al conflitto afgano. Oltre alla difficoltà politica di accordare altre truppe contro il parere della maggioranza del suo partito e con un’opinione pubblica che i sondaggi indicano per oltre metà contraria al conflitto, Obama deve fare i conti con le diverse opinione dei suoi più stretti collaboratori. Il primo a mettere in dubbio le richieste di McChrystal sembra essere proprio il numero uno del Pentagono, Robert Gates, che secondo il Wall Street Journal avrebbe espresso il dubbio che “anche 40 mila truppe in più non possono darci slancio sufficiente sul terreno per proteggere gli afgani se la situazione nel nord e nell’ovest continua a deteriorarsi”. Una valutazione che considera anche il peggioramento della situazione nei settori a comando tedesco e italiano anche se proprio Gates era stato un fautore del “surge afgano”, l’aumento di truppe per consolidare la sicurezza sulla falsariga di quanto attuato in Iraq negli anni scorsi. Forse Gates ha fiutato il vento e, nominato da Bush e confermato da Obama al Pentagono, vuole evitare di sbilanciarsi per non venire sacrificato dal presidente alle prime difficoltà. Ricordate le dichiarazioni di Obama in campagna elettorale e fino al marzo scorso circa la “guerra giusta” da vincere contro al-Qaeda in Afghanistan e la “guerra sbagliata” di Bush in Iraq ?  Tutto dimenticato, per Obama ormai gli americani sono “stanchi di guerra” e sono bastati poco più di cento caduti tra luglio e agosto sul fronte afgano a far cambiare idea al presidente. Se Obama e Gates sembrano voler mantenere il livello di truppe americane intorno ai 68.000 effettivi previsti entro la fine dell’anno, a favore di un rafforzamento della “counterinsurgency” restano tutti i vertici militari del Pentagono (dall’ammiraglio Mike Mullen, al generale David Petraeus) e Hillary Clinton. Il vice presidente Joe Biden, si improvvisa stratega e vorrebbe invece ridurre le truppe in Afghanistan per aumentare le forze speciali assegnate ai raids contro i vertici di al-Qaeda in territorio pakistano, tesi che Gates avrebbe già bocciato perché “non crede sia la via verso il successo in Afghanistan”. Anche perché sarebbe difficile colpire con più forza in Pakistan perdendo il controllo di gran parte dell’Afghanistan. Di fronte a questo quadro caratterizzato da dilettantismo, opzioni contraddittorie e idee confuse è lecito chiedersi se il presidente che ha appena ricevuto il Nobel per la Pace avrà la capacità di condurre la guerra afgana nel modo più appropriato. Obama sembra comunque avere ancora un asso da giocare: prendere tempo evitando di esprimersi ora sul poco popolare tema dei rinforzi per far trascorrere l’inverno, stagione che in Afghanistan rallenta notevolmente le operazioni militari. I rinforzi a McChrystal potrebbero venire concessi in primavera contando sull’impatto mediatico e politico del progressivo ritiro di truppe dall’Iraq. I 124.000 militari ancora  a Baghdad dovrebbero scendere a 50.000 entro agosto 2010 ma il generale Ray Odierno, alla testa dell’operazione “Iraqi Freedom”, ha dichiarato che il rimpatrio dei 74.000 militari potrebbe essere più rapido e completarsi già in primavera. Una bella notizia per Obama che potrà attenuare con il massiccio rientro dall’Iraq l’impatto determinato dall’invio dei rinforzi in Afghanistan. Che potrebbero essere anche meno dei 40.000 richiesti se qualche alleato europeo accettasse di contribuire al “surge” afgano. Incontrando il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, il danese Anders Fogh Rasmussen, Obama ha voluto precisare che quella afgana “non è una guerra degli Usa ma della Nato”. Affermazione certo incontestabile anche se sono gli USA a guidare le operazioni da loto stessi iniziate dopo l’11 settembre, sono gli USA a fornire i due terzi delle truppe e l’80 per cento degli aerei e i consiglieri diplomatici stranieri assegnati ai governatori di tutte le province afgane non provengono dalla Nato ma dal Dipartimento di Stato di Washington. Vuoi vedere che Obama mette già le mani avanti e, fiutato il rischio che la vittoria sfumi,  vuole cominciare a dividere con gli alleati il fardello della sconfitta ?

Gianandrea Gaiani 5 ottobre