Non si campa di sola ENEL

L’attenzione sulle prime pagine della stampa nazionale si è ormai spenta, ma la questione strategica delle carenze strutturali del nostro Paese in campo energetico resta. La vibrata protesta nei confronti del comportamento francese è stata fatta, ma una risposta concreta dall’Unione Europea arriverà solo in tempi lunghi. Al momento – in strettissima sintesi – la situazione sembra essere semplicemente di stand-by, né, come in altri casi, si intravedono altri possibili sbocchi positivi a breve termine.

In realtà, dietro la questione che poche settimane fa ha infiammato l’opinione pubblica, esiste una situazione molto complessa e articolata, che ha radici almeno pluridecennali, né può essere affatto schematizzata in modo unilaterale nella semplice questione “si” o “no” al nucleare perché investe ben altri piani e altre dimensioni. Il semplice buon senso comune basta a chiarire poi che, abbandonata questa via – non importa più ormai come –, prima di poter tornare a contare sul nucleare, anche ammettendo un improbabile ripensamento in tempi brevi, potrebbe passare almeno un decennio: decisamente troppo.

Come sempre si deve risalire alla più recenti vicende, ma in questo caso si deve osservare che il cambiamento principale non è stato compreso in tutte le sue implicazioni e soprattutto in quelle economiche. Per quasi mezzo secolo l’Europa, e in diversa misura il resto del mondo, è rimasta congelata in due blocchi; ne era garantita la stabilità, ma lo sviluppo economico era subordinato a questo assetto. La trasformazione più radicale verificatasi è stata proprio il rovesciamento di questo aspetto, per cui ora sarà lo sviluppo economico a garantire la stabilità e non il contrario. Nel frattempo è mutata tutta la struttura delle relazioni internazionali, senza però che cambiasse sostanzialmente il principale tipo protagonista, ovvero lo Stato nazionale. Benchè in parte eroso nella pienezza della “sovranità” – sia da movimenti localisti interni, che da trasferimenti sovranazionali del suo potere –, ad esso rimane pur sempre il compito della stabilità interna, ma deve trasformarsi profondamente, possibilmente in direzione geoeconomica.

Le frontiere geoeconomiche non sono però più impenetrabili che in passato e gli attori internazionali più attivi parlano più o meno apertamente di conquista o espansione. Le politiche neokeynesiane, basate ad esempio sulla spesa pubblica – o sulle semplici “opere pubbliche” – per far aumentare i consumi interni, non sono più sufficienti perché la crescita è export-oriented. Pensare di opporsi alla globalizzazione con misure protezionistiche è un’illusione, ma lo è altrettanto ritenere di poter mantenere posizioni di competitività riducendo una sola variabile interna. Ai fini dell’indispensabile stabilità interna degli Stati si pone ora il dilemma della scelta ormai ineludibile della trasformazione in senso geoeconomico o della vana e dispendiosa difesa delle posizioni acquisite. Il problema principale è diventato quindi quello di una responsabile gestione del cambiamento, ma anche della rapidità di intervento in settori chiave, per poter continuare ad esercitare il proprio ruolo di equilibrio tra libertà e giustizia.

Come tutti sanno il problema delle fonti energetiche in sé non è affatto nuovo, tantomeno nel nostro Paese. Prima della Seconda guerra mondiale in Italia si parlava genericamente di “materie prime” e si invidiavano altri paesi come la Francia, la Germania o l’Inghilterra che possedevano ricche miniere di ferro e carbone, anche se – in verità – tutte queste potenze avevano già cominciato il loro ciclo di dipendenza dal petrolio. L’Italia giolittiana, prima di diventare la vituperata “Italietta” del ventennio, aveva scoperto con successo l’energia idroelettrica e, soprattutto le industrie del nord, più vicine all’arco alpino, almeno fino alla Seconda guerra trassero enormi vantaggi dalle centrali costruite. Tra le due guerre l’illusione dell’impero sottrasse risorse ma produsse poco e, con uno di quei paradossi che solo la storia sa mettere in atto, la mancanza di rifornimenti dall’Italia fermò le offensive in nord Africa, quando invece il petrolio si trovava sotto il deserto percorso dai carri armati.

Arrivò il dopoguerra e fu l’intuizione di Enrico Mattei a far utilizzare il metano accanto all’energia idroelettrica ormai insufficiente. La stessa lungimiranza creò una rete di accordi politici nel Mediterraneo che consentì l’approvvigionamento di altre fonti energetiche, ma la tragica fine della controversa figura del fondatore dell’Eni segnò una battuta di arresto, oltre che sollevare un mare di polemiche e di accuse sulle modalità di quella scomparsa. Mattei aveva però osservato acutamente che la perdita delle colonie, nell’ambito della politica estera nei confronti dei paesi produttori, era stata un fatto positivo per l’Italia in quanto, oltre a sottrarla agli aspetti più drammatici della decolonizzazione, aveva rappresentato un’immagine nuova del Paese, un’immagine “non coloniale” più adatta a colloquiare con i nuovi soggetti internazionali. Il problema delle fonti di energia nel frattempo è però diventato sempre più serio e, ove mai fossero esistiti dubbi, fa parte dei grandi problemi strategici, pari a quelli della sicurezza del Paese.

Ancora una volta l’interpretazione più lucida sugli aspetti di quella che potrebbe diventare una crisi con serie conseguenze viene dall’altra parte dell’Atlantico. Alla fine dello scorso mese di febbraio Power and Interest News Report, espressione di uno dei tanti think-tanks nordamericani, ha messo in guardia sulla questione, collegandola così allo slancio francese in difesa dei propri spazi geopolitici (France, U.E. e The Rise of French Pro-Sovereignty Movements and their Geopolitical Consequences), ma anche alle difficoltà italiane a mantenere le proprie posizioni su mercati strategici.

Da una parte l’iperpatriottismo francese – e si sa bene che lo sciovinismo è nato oltr’Alpe –, ma dall’altra l’incapacità nostrana di proteggere con successo i propri settori strategici, come già annunciato dalla stessa fonte americana nel settembre dello scorso anno (Economic Brief: Italy’s Loss of Its Strategic Market) che si riferiva alle vicende di Gazprom e della Banca Antonveneta. La questione – dal nostro punto di vista – si impernia infatti su questi due aspetti: un Paese reclama giustamente il rispetto di alcuni principi, come appunto la libertà del mercato, ma è stato comunque improvvido: non ha affrontato seriamente un problema strategico, non solamente energetico in senso stretto, anche ammettendo cioè che dietro il tentativo dell’Enel esistesse realmente una politica energetica-strategica, o piuttosto – secondo le apparenze – solo una soddisfacente operazione finanziaria.

Indubbiamente Parigi, fino al 1989, ha svolto un ruolo sproporzionato rispetto le reali dimensioni e potenzialità e, dopo lo spostamento ad est degli equilibri europei, il peso della Francia si è ridimensionato notevolmente. Sulle rive della Senna nessuno battè ciglio di fronte alla riunificazione tedesca, benchè si comprendesse benissimo lo spostamento di un centro di gravità europeo. Contemporaneamente è iniziata una forte difesa dello status quo che ha fatto perno su una forte classe dirigente di tecno-burocrati che poteva vantare una delle migliori scuole di formazione al mondo e una tradizione bisecolare. Qualche scricchiolio si era già sentito durante la crisi balcanica, quando le posizioni francesi erano risultate all’occhio dell’opinione pubblica europea le più difficili da comprendere mentre oggi, al contrario, il disegno si completa e fa balzare agli occhi il carattere difensivo ad oltranza del tentativo.

In questo momento i nodi stanno venendo al pettine e le vicende dell’approvazione della Costituzione UE, delle banlieu parigine, degli studenti della Sorbona e dello sciopero generale dell’altro giorno sono collegate all’insostenibilità di questa linea di difesa ad oltranza. La difesa ad oltranza delle posizioni, del resto – come ha osservato un autorevole economista quale il ministro Martino (IBL Focus, n. 19, 27.02) – non è nemmeno una caratteristica dei governi conservatori, visto che l’attuale governo spagnolo sta preparandosi a un dura opposizione all’ingresso di capitali tedeschi nella penisola iberica con l’acquisto di Endesa e in questo caso addirittura l’offerta tedesca sarebbe molto più vantaggiosa.

Proporre rimedi o soluzioni semplici è a forte rischio di demagogia. Impossibile però non notare delle palesi contraddizioni. Tutte le grandi aziende europee operanti nel settore strategico dell’energia rappresentano in diverse misure e con varie caratteristiche dei monopoli, se non addirittura imprese dove l’apporto dell’attore pubblico è determinante. Utopistico quindi parlare di libero mercato, soprattutto in termini politici e strategici più che economici. Il rafforzamento di una di queste imprese con una fortunata operazione finanziaria non risolve affatto un problema continentale e quindi geopolitico o – se si preferisce – geoeconomico. Tutta la questione dell’energia deve essere affrontata al più presto nella sede “superiore” e quindi almeno con un coordinamento europeo. Dopo l’ossatura emersa in questi anni più recenti di una politica di sicurezza, è urgente oltre che indispensabile riflettere ora sull’energia. Anche nel caso della sicurezza sono state superate difficoltà enormi, ma è stato comunque avviato un processo istituzionale. I problemi sono comuni a tutti e anche le difficoltà e per questo diventa auspicabile un’autentica soluzione condivisa e non solo appelli generici al libero mercato.
Giovanni Punzo, 20 marzo 2006

3 Comments

  1. liberoconcetto

    Ciao carissimo,

    cosa pensi del nucleare.

    E soprattutto perchè skeno si è incazzato con te nel mio blog???

  2. Bisqui

    Liberoconcetto,

    il nucleare è realizzabile. Tecnicamente non ci sono più i grossi problemi di una volta. Mi sembra una pazzia scartarlo aprioristicamente.

    Perchè il compagnetto si è incazzato non lo so. Mi sembra di essere stato educato. Il fatto è che quando li metti con le spalle al muri, frignano.

  3. liberoconcetto

    E’ vero, la tua educazione è innegabile, mi sembra strano.

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