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Marò assassini e delinquenti

maro liberi subito
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l’India ride in faccia all’italietta dei professoroni Assassini, delinquenti e terroristi. Le pesanti accuse formali con le quali i fucilieri Salvatore Girone e Massimiliano Latorre sono stati incriminati il 18 maggio dalla giustizia indiana hanno determinato un brusco risveglio per il governo italiano che richiama l’ambasciatore in India dopo tre mesi di toni morbidi e braghe calate Il team inquirente, guidato dal commissario di polizia Ajith Kumar, ha annunciato il deposito presso il magistrato di Kollam di un  dossier di 196 pagine contenente i capi d’accusa per omicidio, tentato omicidio, danni e associazione a delinquere. Nel faldone anche la perizia sulle armi sequestrate a bordo della Enrica Lexie e le dichiarazioni di ben 60 testimoni, incluso l’equipaggio della nave italiana. Documenti che dovranno essere attentamente valutati dalla difesa poiché finora quanto reso noto circa la perizia balistica ha evidenziato gravi lacune, imprecisioni, confusione o malafede circa il calibro e il modello delle armi che il 15 febbraio hanno ucciso i due pescatori del Saint Antony. Da prendere con le molle anche le testimonianze dell’equipaggio del peschereccio indiano, variate almeno tre volte dopo l’incidente che anche l’accusa ammette si sia verificato a 22 miglia dalla costa, cioè in  acque internazionali. Un elemento a favore della tesi italiana, già espressa nel ricorso alla Corte Suprema di Nuova Delhi, secondo la quale l’India non avrebbe la giurisdizione per processare i due militari italiani. In concreto però questo elemento non sembra offrire molte chanches dal  momento che l’India si riserva il diritto di applicare le sue leggi anche alla zona economica esclusiva che si estende fino a 200 miglia dalla costa. Per difendere questa prerogativa  l’atto di accusa invoca addirittura il Sua Act, una convenzione internazionale sul terrorismo marittimo firmata a Roma nel 1998 che consente ai singoli Stati di applicare la propria giurisdizione nel caso di determinati tipi di reati marittimi avvenuti contro proprie navi e cittadini.  L’accostamento dei due militari ai terroristi così come l’accusa di associazione a delinquere risultano paradossali oltre che offensive e rappresentano un controsenso  se si valuta che le autorità del Kerala hanno accettato di trasferire tra 20 giorni Girone e Latorre dal carcere in una struttura “più adatta al loro status di agenti operativi di un Paese amico” come hanno riferito fonti vicine agli inquirenti. Anche la consegna in extremis dei capi d’accusa, a poche ore dalla scadenza dei 90 giorni di carcerazione preventiva, sembra confermare la fragilità delle prove in mano agli indiani. Il processo dovrebbe prendere il via a fine maggio ma le accuse formalizzate dagli indiani sembrano aver dato la sveglia a Roma dove una nota della Farnesina riferisce che “alla luce degli sviluppi della situazione in Kerala e dei capi di imputazione a carico dei due militari italiani l’ambasciatore a New Delhi Giacomo Sanfelice è stato richiamato a Roma per consultazioni”. L’Italia ha finalmente deciso di alzare i toni nella crisi con l’India? E’ presto per dirlo ma anche Christian D’Addario, nipote di Latorre, ha invitato il governo a “cominciare a battere i pugni sul tavolo”.  Il ministro degli Esteri. Giulio Terzi, ha chiesto sostegno nella vicenda persino al suo omologo sudanese, Ali Ahmed Karti, il quale non ha potuto far altro che esprimere “piena comprensione”. Se siamo al punto di chiedere aiuto ai sudanesi l’impressione è che, dopo aver persino pagato indennizzi agli indiani, manchi ancora una strategia per contrastare l’arroganza indiana. Più grintoso il sottosegretario Staffan De Mistura che ieri a Trivandrum ha incontrato Oommen Chandy, premier del Kerala, ribadendogli che “mi aspetto fatti e non parole” circa il trasferimento dei due italiani fuori dal carcere. “A questo punto, vogliamo vedere le carte dell’accusa: i motivi, gli argomenti e soprattutto le prove balistiche per poterci confrontare a viso aperto” ha aggiunto irritato De Mistura che ieri sera ha partecipato a un dibattito sulla Cnn indiana per “cambiare la percezione che gli indiani hanno del caso”. Una raffica di schiaffoni indiani è giunta all’Italia anche il 19 maggio quando il tribunale di Kollam ha respinto la seconda istanza di libertà su cauzione perché se Latorre e Girone ”fossero rimessi in libertà e dovessero lasciare l’India, sarebbe difficile assicurare la loro presenza al momento del processo”. Il giudice P.D. Rajan ha osservato che ”non sono sufficienti” le assicurazioni fornite dal governo italiano e quindi ‘ non c’è uno scenario appropriato per concedere in questa fase la libertà dietro cauzione”. Dichiarazioni che confermano come sia compromesso il rapporto di fiducia e cooperazione con l’Italia sul quale si è basata invece in questi tre mesi l’iniziativa di Roma che ha risposto convocando alla Farnesina l’ambasciatore indiano a Roma al quale è stata ribadito che i capi d’accusa sono inaccettabili e che la giurisdizione del caso spetta all’Italia poiché l’incidente è avvenuto in acque internazionali. A fare la ramanzina all’ambasciatore Debabrata Saha non è stato il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, che ha lasciato l’incombenza al direttore generale competente per le questioni asiatiche Giandomenico Magliano e al vice capo di Gabinetto, Andrea Tiriticco. Le reazioni di Roma non sembrano però impensierire gli indiani. Il quotidiano “The Hindu” ha registrato qualche irritazione al ministero degli Esteri di Nuova Delhi ma è stato smentito dal portavoce del ministero che ha parlato di “speculazioni della stampa” definendo il richiamo di ambasciatori per consultazioni “prassi non inusuale” per la quale “non c’è la necessità di reagire”.Gianandrea Gaiani