L'Italia contro le forze armate

Premessa

Stop in Senato per la Finanziaria: la commissione difesa ha dato parere contrario alla manovra economica per le parti di sua competenza. Ad essere decisiva, l’assenza del capogruppo Pdci, Manuela Palermi. L’esito del voto contrario al parere sulla Finanziaria è stato preceduto da una seduta della commissione Difesa abbastanza movimentata, che si è conclusa con l’abbandono della commissione da parte dell’Unione, e il presidente Sergio De Gregorio, dell’Italia dei Valori, che ha votato assieme all’opposizione. (continua a leggere al link)

Articolo

Le prossime settimane, se non addirittura i prossimi giorni, potrebbero essere molto importanti per il futuro delle Forze armate italiane. I segnali in questo senso si stanno moltiplicando e l’appuntamento (decisivo?) dovrebbe essere oramai vicino e cioè quel Consiglio supremo di difesa di prossima convocazione da parte del presidente della Repubblica dopo il suo incontro, il 22 novembre scorso, con il presidente del Consiglio e il ministro della Difesa. Una convocazione che segue, di fatto, le dichiarazioni dello stesso presidente della Repubblica in occasione della festa del 4 novembre e nelle quali egli ricordava come, alla luce della difficile condizione di bilancio dello Stato, fossero necessarie verifiche e revisioni in campo organizzativo per ottenere un impiego più efficiente delle risorse disponibili.

Tutto lascia intendere, insomma, che sia veramente vicina la soluzione di quello che rappresenta il punto cruciale dei problemi del nostro strumento militare: il rapporto tra le sue dimensioni e le risorse a esso assegnate. In poche parole, la sostenibilità economico-finanziaria del modello professionale di Forze armate a 190.000 uomini. In una tale situazione, l’unica e realistica via di uscita non può che essere rappresentata da una più o meno drastica riduzione degli organici.

Del resto l’imminente Consiglio supremo di difesa non è che l’ultimo degli indizi in tale direzione. In tema di risorse lo stesso ministro della Difesa è stato chiaro: alla luce dei tagli apportati nella scorsa legislatura e della necessità di contenere la spesa pubblica (principio che sembra valere quasi esclusivamente per il comparto Difesa), la prospettiva più realistica è rappresentata dal raggiungimento del valore del 1% del rapporto tra Pil e spese militari entro la fine della legislatura. In pratica nel 2011 – bene che vada – si sarà ritornati agli stessi livelli di una decina di anni prima.

Gli stessi provvedimenti contenuti sia nel bilancio ordinario che nella legge finanziaria per il 2007 a una più attenta lettura costituiscono solo in parte quella tanto sospirata inversione di tendenza (o bisogna parlare di discontinuità?) con il precedente esecutivo. I fondi previsti, sia per l’investimento che per l’esercizio, ad altro non servono se non per pagare impegni già presi verso aziende e fornitori e fino a oggi non rispettati. In pratica non è possibile intraprendere alcun nuovo programma di investimento o ammodernamento, mentre per l’esercizio stesso rimangono sostanzialmente inalterati i problemi relativi a voci di spesa fondamentali quali la formazione nonché l’addestramento del personale e la manutenzione dei mezzi.

Per ciò che riguarda, invece, il tema delle dimensioni Forze armate, sempre la legge finanziaria prevede una riduzione dei fondi per la pofessionalizzazione delle stesse, che si tradurrà in un’analoga riduzione del numero dei volontari in ferma prefissata valutata in almeno 10.000 unità. Riduzione che, gioco forza, non potrà non riguardare tutte le altre componenti delle Forze armate. L’effetto combinato di queste norme con i pesanti tagli apportati alla Difesa che, iniziati nel luglio 2004, hanno più che dimezzato le risorse per i fondamentali capitoli dell’investimento e dell’esercizio e che molto difficilmente potranno essere riassorbiti completamente, costituiscono la cornice entro la quale si inserisce questo più che probabile taglio strutturale del personale.

Ma come si è potuti arrivare ad una tale situazione? Si tratta, senza alcuna ombra di dubbio, di una sorta di corto circuito tutto interno alla politica italiana. Tutto comincia nel corso della 13^ legislatura, quando il Parlamento approva la legge 14 novembre 2000 n. 331. Un provvedimento, per certi versi, storico perché sanciva la sospensione del servizio di leva obbligatorio, la contemporanea istituzione del servizio militare professionale con la relativa valutazione degli oneri finanziari fino al suo completamento (temi ulteriormente precisati con la Legge 23 agosto 2004 n. 226), fissava la consistenza numerica delle “nuove” Forze armate in 190.000 uomini e, inoltre, ne precisava i compiti: la difesa dello Stato, l’operare al fine della realizzazione della pace e della sicurezza, in conformità alle regole del diritto internazionale e alle determinazioni delle organizzazioni internazionali delle quali l’Italia fa parte, il concorrere alla salvaguardia delle libere istituzioni e svolgere compiti specifici in circostanze di pubblica calamità e in altri casi di straordinaria necessita ed urgenza.

In altre parole, appena dei anni fa, e in presenza di un quadro generale di sicurezza più favorevole e di un impegno complessivo dello strumento militare meno consistente di quelli attuali, il Parlamento varava una legge che trasformava radicalmente la struttura delle Forze armate, ne stabiliva i compiti e, soprattutto, ne fissava la consistenza numerica. Peccato che poi la politica stessa si sia dimenticata di corrispondere le risorse necessarie per rendere coerente il tutto.

Quella che si profila è quindi una riduzione dello strumento che, si badi bene, non avviene per una diminuzione delle minacce per il Paese e per il mondo in generale, al quale corrisponda una condizione di maggiore sicurezza e stabilità. Non avviene un aumento dei fondi destinati all’acquisizione di quelle nuove tecnologie che consentono, a parità di capacità operative, di enfatizzare l’aspetto qualitativo rispetto a quello quantitativo ma, nemmeno, per una diminuzione degli impegni delle Forze armate o, ancora, per giungere a una razionalizzazione laddove necessaria. Nulla di tutto questo. La riduzione avverrà molto semplicemente perché è mancata – tanto per cambiare – la giusta, adeguata e corretta attenzione nei confronti di tutti questi temi, principalmente in termini di fondi assegnati.

Una decisione che, peraltro, appare oramai inevitabile anche alla luce della più totale impossibilità di pianificare, rispetto a qualsiasi orizzonte temporale, alcunché da parte dei vertici militari, in presenza di un quadro che, come ricordato più volte, rimane caratterizzato da risorse decrescenti e sempre più incoerenti rispetto ai compiti assegnati. In sintesi: una condizione di quasi totale incertezza sul futuro. Ma una decisione che diventa ancor più paradossale alla luce del fatto che la transizione al modello previsto dal Parlamento è ancora lungi dall’essere completata, visto che tale traguardo è (era?) fissato nel lontano 2021. Invece, nel giro di poco più di un lustro, le Forze armate saranno nuovamente costrette a cambiare. Allora i casi sono due: o qualcuno si è sbagliato nel 2000 e negli anni immediatamente successivi o qualcuno si sta sbagliando oggi ( vedi la premessa).

Ma la questione non finisce qui, perché le domande sul tappeto sono molte. Il taglio di personale, prima di tutto, quale consistenza avrà? La nuova ‘linea del Piave’ sarà rappresenta da quella quota 160mila uomini che di tanto in tanto ricorre in diversi ambienti o invece si scenderà ancor più in basso? E poi, in che modo avverrà e quali componenti (in termini di singola Forza armata e di categorie di personale) interesserà? Una cosa è chiara fin da adesso: una operazione del genere non solo non produce vantaggi economici nell’immediato, ma, anzi, determina maggiori costi che sarebbe comunque meglio prevedere fin da subito (rileggi la premessa). E ancora: quali certezze vi sono che i futuri risparmi sul personale saranno devoluti agli altri capitoli di spesa? Ma, ‘madre di tutte le domande: quale impatto avrà sulle capacità operative delle Forze armate italiane? Rimarranno cioè inalterate, sia pure innestate su di uno strumento più piccolo, oppure, ipotesi più probabile, subiranno anch’esse una riduzione?

Una scelta di questo tipo non rappresenterebbe certo una sconfitta per le sole Forze armate, ma piuttosto per l’intero Paese, che ne ricaverebbe solo un danno sotto forma di una diminuzione del peso sulla scena internazionale: quella retrocessione a una fascia di secondo o terzo livello più volte evocata dal capo di stato maggiore della Difesa. L’ennesima, triste, dimostrazione di un Paese che pensa in grande, ma agisce in piccolo.

Giovanni Martinelli, 30 novembre 2006

 
 

Sabato 2 dicembre 2006 a Livorno, alle ore 11.00, avrà luogo la cerimonia del giuramento degli allievi ufficiali dell’Accademia navale alla presenza del presidente del Senato, Franco Marini, del sottosegretario alla Difesa, Giovanni Lorenzo Forcieri e del capo di stato maggiore della Marina militare, ammiraglio di squadra Paolo La Rosa.

A prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica saranno 148 allievi ufficiali della prima classe dei corsi normali, 51 allievi appartenenti al 7° corso ufficiali in ferma prefissata, otto allievi del 6° corso per ufficiali piloti di complemento. Faranno parte dello schieramento anche quattro allievi stranieri, due della Marina irachena e due della Marina peruviana.

L’Accademia navale di Livorno rappresenta il punto di partenza della vita militare di tutti gli ufficiali di Marina dove, gli studi universitari, lo sport e le esercitazioni professionali in mare e a terra formano e contemperano le qualità del manager e del marinaio. La cerimonia di quest’anno è solennizzata oltre che dalla concomitanza con i festeggiamenti della patrona della Marina militare, Santa Barbara, anche dalla ricorrenza del 125° anniversario della fondazione dell’Accademia navale.

8 Comments

  1. monica

    Ciao Bis.
    Ho pubblicato un post che potrebbe interessarti, visto che ne sei l’artefice in qualche modo.
    Torno da te stasera, con maggiore calma.
    Un abbraccio

  2. Hermes

    l’altro giorno qui a Spezia parlavo con una persona che mi diceva come in arsenale sono costretti a spegnere i gruppi elettrogeni delle navi alla fonda, i riscaldamenti degli uffici e in generale a sospendere tutte le forniture non assolutamente essenziali in quanto mancano i soldi per pagarle. I fornitori con fatture in scadenza, invece, vengono pagati a 48 mesi!!
    E questi vogliono tagliare i fondi E andare in Libano a fare a chi ce l’ha più lungo con i franzusi… che teste di ca##o…

  3. Perla

    Ciao, Bisquì. -)))
    Da liberista penso che lo Stato si debba occupare di pochissime cose e tra queste pochissime c’è la sicurezza e la difesa del cittadino.

    E invece no, abbiamo lo Stato sciupone che dilapida denaro pubblico per potenziare la partitocrazia sinistrorsa e lascia a rischio la vita di tutti.

    Amico mio, allora ti piace il mio banner anti captcha?

    Lo adotti?
    E’ importante, tu lo sai bene. -))

    http://perlascandinava.blogspot.com/2006/11/adotta-il-banner-perch-possibile.html

    Bacio

    Perla

  4. monica

    caro Bis,
    prendendo atto di tutto ciò che scrivi, illuminante nei dettagli, la considerazione
    che lo Stato ha per la Sicurezza è pari alla considerazione che Prodi ha degli italiani.

    Ora, è pur vero che negli anni precedenti la situazione non era brillante, ma oggi le cose
    stanno degenerando, non solo in merito alle risorse destinate alle FF.AA. ma anche agli onori
    negati.

    Forse, con quanto sto per scriverti, uscirò dal tema essendo i Vigili del Fuoco un corpo
    che dipende dall’Interno, ma sappi che al Centro Nazionale Telecomunicazioni dei VV.F
    non hanno ancora la linea ADSL…Inoltre non possono far viaggiare a regime i mezzi per
    problemi di manutenzione e approvvigionamento di carburante…

    Un caro saluto

  5. tek

    caro bis
    tutta questa montagna di soldi spesi per che cosa? per difendere i confini
    israeliani?, qualche paesetto in iraq? qualche camioncino dell’onu in afganistan?
    la cosa certa è che le forze armate italiane non servono il paese e i suoi cittadini, allora per quale motivo il contribuente deve pagare?
    pls avrei bisogno di risposte.
    tek

  6. Bisquì

    Tekelon,
    la domanda non è chiedersi se le forze armate sono utili ma se sono impiegate bene.

    Vedi, l’organizzazione delle forze armate è tale che l’impiego di uomini e mezzi è pressochè istantaneo sia per impieghi “civili” che per quelli “militari”.
    Nel caso di calamità naturali non esiste un’organizzazione privata che possa muovere tanti uomini con i mezzi e coordinarli come accade per le forze armate.
    Nel caso di “rivolta popolare” (chiamiamola così) le forze di polizia non hanno gli equipaggiamenti adatti ad operazioni di antiguerriglia prolungate nel tempo.

    Innanzitutto, le forze armate sono utili per la difesa della nazione, poi viene tutto il resto. Il resto è composto da : aiuti agli alleati, rispetto di accordi internazionali, supporto all’ONU, partecipazione alla Nato. Tutti impegni ai quali non si può prescindere a meno di “cancellare” le forze armate.

    In questi anni le nostre forze di proiezione oltre i confini sono state impegnate molto più che nel passato, sembra strano ma questa forma di aiuto ha un ritorno economico per la nazione sotto forma di accordi commerciali, scambi di risorse e tecnologia.

    Vedi, l’intervento in Afganistan ha lo scopo di fermare l’integralismo islamico che è dilagante. Bloccarlo è come se avessimo aiutato indirettamente tutte le nazioni che pottrebbero esserne coinvolte, compresa la nostra.
    L’intervento in Iraq è analogo ma con risvolti politici molto più ampi, è inutile che sto qui a scrivere un papiro ne è stato parlato e discusso abbastanza.

    La missione in Libano.
    Su questa ho le mie perplessità. Non serve a nulla, assolutamente a nulla se si guarda la risoluzione ONU. Se invece si “legge” cosa avviene sul campo, allora ci si accorge che serve ai terroristi di riarmarsi. Serve a coprire le mire egemoniche di siria ed iran.
    Ecco in questo caso le spese per sostenere questa missione sono spese inutili ai fini di un ritorno per la nostra nazione.

    Spero di essere stato esaudiente.

  7. tek

    caro bis
    per quanto riguarda le calamità naturali abbiamo un’onorevole protezione civile ed più che eroi dimenticati chiamati vigili del fuoco, basterebbe finanziare ed equipaggiare meglio per avere meglio gli già ottimi risultati. non credo che i paesi vicini abbiano intenzione di farci guerrarra al nostro paese, tra l’altro ai confini dell’impero.
    se noi mandiamo al macello i nostri connazionali per poi avere qualche
    lucroso contratto per i soliti noti, beh è meglio che neanche si ipotizzi,
    se fosse sarebbe un’infamia. la difesa dei nostri valori si può ottenere con più incisività usando altri mezzi più efficaci. e forse sarebbe megli difendere il terreno metropolitano.
    per tutto questo, ancora non capisco perchè si debbano spendere miliardi
    di euro per mantenere pingui generali e delle forze inutili al cittadino.
    la questione vale anche per i cc i quali diventati la quarta arma nello schieramento
    delle nostre forze armate non si capisce perchè debbano svolgere ancora
    funzioni di polizia. un’ambiguità tutta nel migliore stile italiota.
    caro bis la nostra tradizione militare non è mai esistita, patton disse che le guerre si possono
    vincere e perdere, ma mai nessun esercito ha perso una guerra con infamia come l’esercito italiano.
    saluti tek

  8. Hermes

    mi verrebbe da rispondere “e i francesi?” ma questo vorrebbe dare serietà di battuta a quella che invece è solo una cazzata e pure spregevole. Patton poi probabilmente temeva di inimicarsi l’alleato…(per la cronaca , è la prima volta che sento questa citazione: ma siamo sicuri che sia vera?)
    Farò finta che tu sia semplicemente ignorante in fatto di storia e non ti apostroferò come meriteresti (tanto ho il sospetto che lo farà il padrone di casa! 🙂 ).
    Studia però. Così ti rendi conto delle cazzate che spari.

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