awere-n

L’islàm e le donne: la mistificazione continua

Giovane musulmana deturpata con l'acido
Giovane musulmana deturpata con l’acido

Un’amica mi ha segnalato l’articolo a firma di Chiara Scattone: “Sul complesso rapporto tra islàm e universo femminile”, argomento di grande interesse e attualità vista la miserabile situazione del sesso femminile nel mondo islamico.

Purtroppo, conoscendo sufficientemente i sacri testi dell’islàm, devo dire che l’articolo affronta l’argomento con parzialità preoccupandosi più di difendere la religione islamica che di analizzare le caratteristiche antropologiche, comuni a quasi tutte la società patriarcali, ma specialmente evitando di spiegare i motivi per cui le radici culturali giudaico cristiane della società occidentale hanno consentito l’equiparazione dei sessi mentre le radici culturali islamiche l’hanno impedita e continuano ad impedirla.

Ma esaminiamo subito le affermazioni più evidentemente inesatte riportate dall’articolo della Scattone (non voglio pensare che si tratti di affermazioni false a sostegno di tesi preconcette). In estrema sintesi la Scattone riprende il vecchio argomento della corretta interpretazione del corano e della difficoltà della sua traduzione in altre lingue che possono suscitare tragici equivoci come il verbo Arabo “wadribwhunna” riferito alle donne, che non significherebbe “picchiatele” ma “allontanatele”. Conferma questa irenica interpretazione che smentisce 1400 anni di civiltà islamica, invocando l’esempio di Maometto che non avrebbe mai picchiato le sue mogli e avrebbe sempre condannato chi lo faceva.

A parte il fatto che, secondo la fede islamica, il Corano è la parola del Creatore, non creata, perfetta ed immutabile per l’eternità e quindi, se interpretabile, interpretabile con estrema circospezione ed attenzione, le interpretazioni non possono stravolgere il testo. Effettivamente la radice Araba da-ra-ba oltre che picchiare (il senso più comune) ha molti altri significati, dettati dal contesto, tra cui anche “incrociare” riferito a navi che incrociano su di un braccio di mare. Il fatto è che tutti i più autorevoli traduttori moderni del Corano (in passato non si traduceva il Corano, ma si imparava l’Arabo!) hanno inteso il verbo in questione, se pur con varie sfumature, come battere o picchiare. Per quanto riguarda i 10 più autorevoli traduttori del Corano in lingua Inglese, la loro versione del verbo “wadribwhunna” del Versetto 34 della Sura 4 del Corano è la seguente:

Pickthall: “and scourge them” cioè “e frustatele”
Yusuf Ali: “(And last) beat them (lightly)” cioè “(E infine) battetele (leggermente)”
Al-Hilali/Khan: “(and last) beat them (lightly, if it is useful)” cioè “(e infine) battetele (leggermente, se fosse utile)”
Shakir: “and beat them” cioè “e battetele”
Sher Ali: “and chastise them” cioè “e punitele severamente”
Khalifa: “then you may (as a last alternative) beat them” cioè “poi potete (come ultima alternativa) batterle”
Arberry: “and beat them” cioè “e battetele”
Rodwell: “and scourge them” cioè “e frustatele”
Sale: “and chastise them” cioè “e punitele severamente”
Asad: “then beat them” cioè “e battetele”
[Piccardo: “e battetele” (N.d.T.)]
[Guzzetti: “e battetele” (N.d.T.)]
[Bonelli: “e battetele” (N.d.T.)]
[Mandel: “picchiatele” (N.d.T.)]
[La radice Araba DaRaBa significa colpire, picchiare, ma non molto delicatamente, tanto che “daraba âunuqahu” = colpire il collo di qualcuno, significa “decapitare” (N.d.T.)]

Anche le traduzioni Italiane, sia di Bausani che di Guzzetti, Bonelli, Mandel e Piccardo parlano di “percosse”. Sembra quindi che il tentativo di interpretare questo disgraziato verbo in modo diverso, sia non solo impraticabile ma sopratutto sbagliato e comunque non accettato dalla quasi totalità dei musulmani praticanti.

Vittime della violenza sulle donne
Vittime della violenza sulle donne

Dato e non concesso che il verbo in questione significhi “allontanarsi” e non “picchiare”, il versetto stabilisce comunque la completa soggezione della moglie al marito, tanto è vero che vengono stabiliti mezzi di correzione per le mogli “disobbedienti”, con tanti saluti alla parità dei diritti in ambito familiare. E’ accettabile una tale sottomissione della moglie al marito, anche se questi si astiene dalle punizioni corporali, limitandosi solo a quelle morali?

Ma veniamo all’esempio del Profeta.

In una recente interessante intervista, la Dr. Wafa Sultan, apostata musulmana, per tale motivo minacciata di morte, ha pronunciato un commento che mi ha colpito: parlando dei Cristiani, ha osservato che, pur commettendo gravi errori o macchiandosi di orrendi crimini, hanno la possibilità di cambiare e migliorarsi imitando il fondatore della loro religione, Gesù. Questo percorso è seguito anche dai musulmani che devono imitare il comportamento del profeta, al-insan al-kamil (l’uomo perfetto) e wswa hasana (ottimo esempio); Corano 33:21. Purtroppo si tratta dell’uomo che ha decapitato in un giorno tutti i maschi della tribù dei Banu Qurayza a Medina, perché “sospettati” di tradimento, lo stesso uomo che passò la notte con una bella ebrea, Safiyya bint Huyayy (Muslim, Volume 1, Libro,8 Numero 367) di cui aveva fatto uccidere padre, fratello e marito. I particolari edificanti della uccisione del marito, mediante tortura, sotto la personale supervisione dello stesso Maometto nello stesso giorno precedente la notte di “nozze”, sono raccontati da Ibn Ishaq nella sua biografia del profeta dell’islàm (Ibn Ishaq, The life of Muhammad [sirat rasul Allah], Oxford University Press, 1955, Pag. 515).

Chiara Scattone, nel suo articolo afferma che questo “bell’esempio (C33:21)“ non ha mai personalmente picchiato le sue mogli e ha sempre condannato chi lo faceva. Purtroppo non è vero, come dimostrato da questi due ahadith autentici: nel primo Aisha, la moglie prediletta di Maometto, racconta di essere stata picchiata dal Profeta sul torace (Muslim, Vol. 4, Capitolo 203, Numero 2127) e nel secondo, ancora Aisha, dopo aver condotto al profeta una donna piena di lividi per le percosse del marito violento senza che lui lo rimproverasse, lamenta di “non aver mai visto una donna soffrire tanto quanto soffrono le donne credenti” (Muslim, Vol. 7, Libro 72, Numero 715).

Non solo, anche se una improbabile interpretazione coranica leggesse “andar via” invece che “battere” e anche se fosse corretto dimenticare gli ahadith scomodi e citare solo quelli utili, rimarrebbero numerose disuguaglianze, sancite dal Corano, parola di Dio, e impossibili da modificare senza una impensabile “correzione” del testo coranico. Mi limito a citare la ridotta importanza della testimonianza della donna rispetto a quella del maschio (la testimonianza di due donne equivale a quella di un maschio), la disuguaglianza della donna rispetto ai maschi in tema di eredità (la femmina eredita la metà di quanto eredita il maschio), ma soprattutto la poligamia, sancita, anche se non consigliata, dal Corano (Corano, 4:3). Da notare che il Corano limita il numero delle mogli legittime a 4, ma non limita il numero delle schiave concubine, il cui numero dipende solo dalla ricchezza e dall’appetito sessuale del credente. Lo stesso Maometto, che ebbe, unico musulmano, oltre 10 mogli legittime, ebbe anche numerose schiave concubine, la più celebre delle quali fu la famosa Maria la Copta di cui c’è menzione perfino nel Corano Corano 66:1-5)

Evidentemente ci sono tra i musulmani coloro che si battono per cambiare la situazione, ma bisogna riconoscere che il principale ostacolo al superamento di questa barbarie è proprio l’Islàm e la sua interpretazione tradizionale, incarnata nella sharia che, oltre a disconoscere i diritti della donna, disconosce anche i diritti dell’uomo, così come sancito da tutti gli stati islamici che, dopo aver rifiutato di firmare la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite, hanno sottoscritto la Dichiarazione del Cairo del 1990, tuttora valida.

Ogni infedele che denuncia questa situazione è bollato col neologismo “islamofobo”, termine denigratorio simile a “razzista reazionario”, mentre i musulmani che osano farlo sono accusati di apostasia e per questo rischiano la pelle. Difatti gli apostati devono essere giustiziati, se non per la legge degli uomini, sicuramente per la legge di Allah (almeno secondo il manuale di legislazione islamica di scuola Shafiaita, tradotto in Inglese: “Reliance of the traveller”, approvato dall’Università islamica al-Azhar del Cairo nel 1991). E non si pensi che la mia sia una affermazione esagerata: il riformatore musulmano Mahmud Taha, autore di “Il secondo messaggio dell’islàm” è stato giustiziato in Sudan nel 1985 per apostasia.

Per concludere, mi sembra che l’atteggiamento corretto dovrebbe essere quello di sostenere quei pochi musulmani coraggiosi che a rischio della vita si battono per rompere le catene dell’oscurantismo che avvolgono la loro religione e che si sforzano di criticare i macroscopici errori cristallizzati nella tradizione islamica più retrograda. Solo i musulmani, infatti, potranno riformare l’islàm dall’interno; compito degli occidentali è sostenerli e difenderli, invece di impegnarsi in dialoghi inconcludenti con interlocutori poco credibili. Ma la cosa più importante è di riconoscere la vera natura del problema; come diceva quel tale: non si può risolvere un problema se prima non si riconosce che c’è un problema, e, a mio parere, l’islàm è il problema.

di Paolo Mantellini

Articolo tratto da : Lisistrata

One comment

Comments are closed.