L’EU si inchina alla madre patria

Settantaquattro militari uccisi, 19 dispersi e 171 feriti da parte russa, 115 soldati morti tra i georgiani. E’ sufficiente il bilancio delle perdite in quattro giorni di guerra in Georgia per comprendere  il motivo dell’ennesima figuraccia dell’Europa. Neppure tutti insieme i paesi della Ue sarebbero in grado di subire 74 caduti (non in quattro giorni ma neppure in un anno) per difendere la Georgia.

Nessun governo dell’Europa Occidentale è pronto a “morire per Tbilisi” né a spiegare alla propria opinione pubblica che occorre combattere per la libertà , la democrazia e soprattutto per i nostri interessi energetici nel Caucaso.

La posta in gioco in quella regione non ha nulla a che fare con la simpatia o meno per il presidente georgiano Mikhail Saakashvili, né con il sostegno alle rivendicazioni georgiane su Abkhazia e Ossezia del Sud che proprio l’Occidente ha reso discutibili riconoscendo un’indipendenza raffazzonata e traballante al Kosovo. L’Europa dovrebbe però difendere la Georgia principalmente per interesse.

Oltre a essere filo-occidentale al punto da inviare in Iraq 2.000 soldati e da aver chiesto l’adesione alla NATO, la Georgia è attraversata da pipeline che costituiscono l’unica via di approvvigionamento energetico proveniente dai giacimenti dell’Asia Centrale che non si sviluppi sul territorio russo.

Questo significa che difendere l’indipendenza di Tbilisi è di interesse strategico prioritario per tutti noi se non vogliamo dipendere completamente da Medvedev e Putin che utilizzano gas e petrolio per riportare Mosca ai fasti di grande potenza.

I russi, come i georgiani, sanno combattere e morire per i loro interessi nazionali. Noi non più e non ce ne vergogniamo neppure. Mentre i russi violavano l’accordo di cessate il fuoco firmato il 12 agosto scatenando i tagliagole dei battaglioni ceceni nei villaggi georgiani (lo confermano i media internazionali e Human Rights Watch) i ministri degli esteri della Nato si sono riuniti solo il 19 (su richiesta urgente di Washington), per discutere del conflitto concludendo i lavori con un documento debolissimo che critica Mosca senza però varare serie contromisure contro il neo-imperialismo di Putin.

Se Mosca lo ordinerà , i tank della 58a Armata potrebbero espugnare Tbilisi prima che dall’Europa qualcuno si decida ad alzare la voce e a farsi garante dell’indipendenza del piccolo paese caucasico. Eppure a fine luglio erano presenti in Georgia  1.800 soldati e una flotta della Nato, navi impegnate in esercitazioni ma dileguatesi ora che c’è da fare sul serio, per esempio impedendo alla flotta di russa di attuare un blocco illegale ai porti georgiani.
Mentre i russi demolivano le infrastrutture militari georgiane e il porto di Poti la Ue farneticava di una missione, ovviamente di pace, con 2/5.000 soldati sotto le insegne dell’Osce o delle Nazioni Unite.
Tutta aria fritta  ma se anche tale missione avesse un senso non potrebbe essere varata prima di due mesi. Intanto i militari russi e le milizie irregolari ossete e abhkaze hanno terrorizzato la popolazione e saccheggiato case e villaggi portando via persino i sanitari, gli infissi e i rivestimenti.
Scene già  viste quindici anni or sono a Vukovar, nelle Krajine e poi in Bosnia. Nel cortile di casa di un’Europa all’epoca imbelle davanti al conflitto jugoslavo e oggi infastidita dalla crisi caucasica di ferragosto, quasi che il neo imperialismo russo non fosse affare nostro.
Ad abbassare ulteriormente il profilo dell’eventuale intervento europeo, nel timore ossessivo di irritare Mosca, il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, ha dichiarato che si tratterebbe di “osservatori e facilitatori europei ma non parlerei di una forza di pace”.
Eppure con 2,2 milioni di soldati (il doppio dei russi) e un bilancio della Difesa complessivo di 200 miliardi di euro (sette volte quello russo) gli europei avrebbero potuto inviare rapidamente a Tbilisi almeno una brigata di paracadutisti, una ventina di caccia da difesa aerea e una forza navale sufficienti a scoraggiare Mosca dal penetrare in territorio georgiano. Invece Jim Murphy, sottosegretario britannico agli Affari Europei, ha dichiarato il 12 agosto che “l’offensiva russa in Georgia è brutale ma l’invio di truppe occidentali a sostegno di Tbilisi è fuori discussione”.
Un bel regalo al comando russo, incoraggiato anche dal ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier secondo il quale “l’Unione europea deve avere buone relazioni con tutti, anche con i russi”.
Un’affermazione salomonica ma pericolosa per un’organizzazione che aspira almeno a parole a ricoprire un ruolo chiave negli equilibri strategici mondiali e, proprio per questo, non potrà  andare sempre d’accordo con tutti. Oltre a registrare l’ennesima figuraccia di un’Europa codarda c’è da stupirsi nel costatare quanto sia degradato negli ultimi due decenni lo spessore dei politici del Vecchio Continente, timorosi quanto impreparati o forse timorosi proprio a causa della propria incapacità .
Non c’è da stupirsi se a Tbilisi la delusione per il “tradimento” di UE e Nato porta a fare paragoni con le invasioni sovietiche di Ungheria e Cecoslovacchia, paralleli che a noi suonano anacronistici perchè non ci siamo mai trovati i cosacchi ad abbeverare i cavalli nelle nostre fontane.
A Tbilisi e nell’est Europa hanno avuto esperienze diverse e infatti per trovare un sussulto di dignità  europea bisogna spostarsi a oriente dove le tre Repubbliche Baltiche e la Polonia (che di invasioni russe se ne intendono) hanno criticato pesantemente il piano di pace del presidente francese Nicolas Sarkozy, non solo perchè i russi non lo rispettano, ma perchè non vi è menzionato il diritto della Georgia all’integrità  territoriale.
Una “dimenticanza” sufficiente a dimostrare quanto la Ue abbia calato le braghe davanti all’orso russo.

di Gianandrea Gaiani

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