L'articolo 11 della Costituzione è un falso problema

La nostra costituzione è composta da 139 articoli (è annoverata tra le cosiddette costituzioni lunghe), ma quello più famoso è indubbiamente l’undicesimo. Questo è composto da un unico comma che testualmente recita: "L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo".

Perché questo articolo è così famoso? Si potrebbe pensare che esso debba la sua fama alla delicatezza del tema trattato, ma ciò non sarebbe sufficiente a spiegare la sua continua invocazione da parte di quasi tutte le forze politiche. Per capirlo bisogna approfondire alcune peculiarità della dialettica politica italiana. A tal fine vale la pena citare di seguito alcuni esempi esplicativi di un certo comportamento tipico degli uomini politici italiani.

Nel 1993 l’Italia si trovava nel pieno della bufera di tangentopoli. Per evidenti motivi politico-giudiziari, i partiti che avevano governato l’Italia negli ultimi 50 anni erano comunque condannati alla sconfitta, ma potevano evitare di estinguersi definitivamente dalla scena politica (illudendosi, quindi, di poter in futuro riconquistare i consensi perduti) solo allontanando il più possibile la data delle elezioni. Teoricamente, essendo iniziata la legislatura l’anno precedente e godendo essi della maggioranza in Parlamento, potevano sperare di ‘tirare avanti’ fino al 1997.

Tuttavia il presidente Scalfaro affermò chiaramente che il ritorno alle urne vi sarebbe stato l’anno successivo. Così facendo, il presidente esercitava il suo legittimo potere di scioglimento, dando un’interpretazione letterale dall’articolo 88 della nostra Costituzione, che assegna al capo dello Stato tale facoltà senza porre alcun vincolo, se non quello di consultarsi con i presidenti delle Camere (in maniera non vincolante). Tale decisione non era frutto di una sua idea politica, poiché, come recita il primo comma dell’articolo 87, il presidente "…rappresenta l’unità nazionale…" e quindi non può dare un indirizzo politico.

Dietro tale decisione c’era lo stato di perenne mobilitazione da parte degli italiani contro una determinata classe politica, nonché l’oggettiva necessità di rinnovare la stessa, cosa chiesta a gran voce anche da corpose fasce dell’opposizione. Tuttavia ciò non toglie che, se è vero che tale decisione fu presa con il pieno consenso popolare, è altrettanto vero che essa fu adottata contro la volontà della maggioranza parlamentare. Quest’ultima, per la verità, non fece molta resistenza una volta riscontrata la ferma volontà del presidente nel procedere anzitempo allo scioglimento, né avrebbe potuto poiché, approfittando di una delle periodiche crisi politiche che caratterizzavano quel periodo, il presidente Scalfaro aveva imposto un governo tecnico. Argomentò la sua decisione asserendo che, poiché un referendum tenutosi quell’anno aveva cambiato la legge elettorale, il parlamento era delegittimato, e si “doveva" tornare alle urne.

Facciamo ora un salto al 1998. La legislatura era iniziata nel 1996, e dopo due anni il governo Prodi cadeva per la defezione della sinistra radicale. Affinché la maggioranza uscita vittoriosa dalle precedenti elezioni rimanesse al potere, era necessario che parlamentari eletti con l’opposizione cambiassero schieramento. Poiché le elezioni si erano tenute con il sistema maggioritario, tale ‘tradimento’ appariva particolarmente odioso all’italiano medio, indipendentemente dalla sua fede politica. L’opinione pubblica, insomma, avrebbe gradito un ritorno alle urne, e già si vociferava la nascita di un governo tecnico guidato da Ciampi, che avrebbe portato a elezioni anticipate nel 1999 o nel 2000. Alla fine, però, Scalfaro diede via libera al D’Alema, che ottenne la fiducia grazie al voto determinante di alcuni deputati eletti nelle fila dell’opposizione. Scalfaro argomentò tale decisione affermando che, essendosi formata una determinata maggioranza in parlamento, il presidente era obbligato a dare via libera al governo da questa espresso. Egli asserì, infatti, che in una repubblica parlamentare il presidente “non può andare contro la maggioranza parlamentare”.

Questi episodi hanno molte analogie, ma differiscono per l’esito finale. In entrambi casi la correttezza politica, nonché l’opinione pubblica, suggerivano un ritorno anzitempo alle urne, e in entrambi i casi esisteva una maggioranza parlamentare orientata a portare a termine la legislatura. Al di là delle motivazioni ufficiali, il presidente in carica nel primo caso ha proceduto allo scioglimento anticipato delle camere, nel secondo si adoperò per scongiurarle. Quale banale insegnamento si può trarre? Che il politico italiano segue sempre la strada che gli sembra più opportuna, ma spesso non rivendica la scelta fatta come frutto di una propria ben precisa volontà (criticabile o meno, ma pur sempre legittima), ma come strada obbligata imposta da vincoli esterni. Possiamo criticare o meno tale prassi, ma questa è la realtà della politica italiana.

Ecco spiegato il segreto del tanto successo dell’articolo 11: la sua grande versatilità. Si presta con eccezionale elasticità a dare supporto alle idee politiche più diverse. Se una forza politica è contraria a un determinato intervento militare particolarmente critico o fortemente contestato, può invocare le prime parole del suddetto articolo, cioè quelle che testualmente affermano: "L’Italia ripudia la guerra…". Queste, isolate dal resto della frase (notoriamente l’italiano medio non conosce la Costituzione), danno una risposta rigidamente negativa all’ipotesi di inviare truppe all’estero. Se, invece, una forza politica è favorevole alla missione in questione, può invocare le ultime parole del medesimo articolo, cioè quelle relative alle limitazioni di sovranità in favore delle istituzioni internazionali che favoriscano la pace (quale istituzione internazionale non dichiara di favorirla?).

Come per dire: siamo moralmente obbligati a intervenire perché vi è una esplicita richiesta dell’Onu. E se in una missione militare la copertura politica dell’Onu tardasse ad arrivare, si potrebbe sempre ricordare che il ripudio della guerra è tale solo se questa è intesa "…come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…". Che l’Italia voglia portare offesa a qualche altro popolo non ci crede nessuno e l’accenno alle “controversie internazionali” è da intendersi nel contesto storico nel quale fu scritta la Costituzione, quando si utilizzava tale espressione per indicare le classiche contese territoriali (Danzica, Trieste, ecc…), oggi completamente estranee alla nostra realtà politica.

Questa grande versatilità, d’altra parte, era voluta dal costituente, poiché l’articolo 11 è un articolo programmatico. Esso, insomma, vuole tradursi in una forte e calda raccomandazione dalla quale, però, se è lecito poter trarre alcune conseguenze giuridico-politiche, non può in alcun modo scaturire un vero e proprio vincolo all’azione politica del Parlamento.

Bisogna prendere atto, quindi, che ogni decisione presa in ambito militare è figlia esclusivamente di una ben determinata volontà politica, e non già eredità di uno scomodo articolo della Costituzione. E’ opportuno, quindi, investigare sul perché di tale volontà politica, alzando il comodo velo dell’articolo 11 e guardando oltre.

In alcuni casi è fin troppo evidente che determinate decisioni in materia di politica estera sono frutto non di una attenta riflessione volta a individuare come meglio perseguire l’interesse nazionale, ma bensì da una analoga attenta riflessione volta, però, a individuare come meglio raggiungere l’interesse di partito se non addirittura di un singolo.

Il classico esempio di ciò lo fornisce la sinistra radicale che, accettando nei governi di coalizione in cui essa è presente una determinata linea politica in materia di missioni militari all’estero, dimostra di essere formata da politici che, al di là delle apparenze, sono lontani dalle posizioni massimaliste tipiche dei passati periodi storici. Ma ciò nonostante non esitano a mettere mille paletti all’azione militare, paletti che poco hanno a che fare con la strategia politico-militare che il nostro Paese di volta in volta intende perseguire, ma che bensì sono volti esclusivamente a curare gli ‘istinti politici’ della propria base elettorale.

Questi vincoli costringono i nostri militari ad acrobazie linguistiche e talvolta tecniche e generano una sfiducia negli ambienti politico-militari internazionali, che vanifica in parte i grandi risultati che i nostri uomini ottengono praticamente in ogni missione. Sarebbe certo demagogia ignorare le esigenze elettorali dei politici. Questi, infatti, derivano il loro potere dal consenso elettorale e quindi è ovvio che si debbano prendere cura del loro elettorato. Tuttavia, per un politico deve essere un imperativo categorico il principio secondo il quale l’interesse nazionale debba prevalere sempre sull’interesse di una parte o di un singolo e, se nell’applicazione di tale principio è ammessa un po’ di comprensione, nei periodi pre-elettorali, nessuna attenuante può esservi in altri momenti, specialmente ad inizio legislatura, quando cioè il ritorno alle urne è particolarmente distante.

Tali comportamenti, però, non sono di esclusivo appannaggio della sinistra radicale, ma sono tenuti, sia pure più sporadicamente, anche da politici di altri orientamenti. In tal caso la causa scatenante non è la cura del proprio elettorato, bensì la volontà di colpire un avversario politico. E su questa eventualità non è necessario dilungarsi oltre per esprimere la più spezzante condanna.

Tuttavia, sarebbe assolutamente miope considerare i vincoli che il potere politico sovente pone alle autorità militari sempre come espressione di esigenze politiche interne. Non possiamo escludere che questi siano sottili strumenti di politica estera, che si inseriscono nel complesso gioco diplomatico internazionale, né che essi siano da considerare dei veri atti politici di dissenso nei confronti della strategia adottata in una determinata missione militare. E qui la discussione si fa più interessante.

Di due cose possiamo essere certi. La prima è che in alcune missioni militari internazionali, quali per esempio quella in Iraq e quella in Afghanistan, tutte le decisioni importanti sono prese dagli Usa, che si sentono liberi di accogliere o di ignorare (come spesso avviene) i suggerimenti provenienti dagli altri contingenti. Detto in maniera tanto più rozza quanto più efficace, in dette missioni, in virtù della loro sovrastante presenza militare, sono gli Usa che comandano. La seconda è che gli americani, come hanno abbondantemente dimostrato in Vietnam, Somalia, ecc…, adottano spesso una strategia sbagliata e controproducente.

Premesso che la vita umana è sacra, se il sacrificio di un soldato per una giusta causa è comunemente e dolorosamente accettato, il sacrificio per una causa sbagliata è assolutamente inaccettabile. Solitamente quando un governo si rende conto che la strategia percorsa è sbagliata cerca di promuovere una revisione della stessa, ma se questa non è accettata si pone davanti a un bivio: o abbandonare la missione o sopportare perdite umane che non porteranno ad alcun risultato.

Un governo responsabile dovrebbe senza indugio optare per la prima ipotesi, ma nel contesto internazionale odierno ciò non è accettabile. Difatti, se la strategia americana è sbagliata, è altrettanto vero che il fine principale che si pongono gli Usa in linea generale è doverosamente da condividere: la lotta al terrorismo. I terroristi, invece, se adottano una strategia tristemente vincente, si pongono come scopo delle loro azioni un fine assolutamente inaccettabile: la conquista del potere con la violenza e la successiva proliferazione del terrorismo in altre parti del mondo.

Questi fattori portano un governo responsabile ad avere le mani legate: da un lato la impossibilità di abbandonare le missioni condotte con strategie ritenute sbagliate e controproducenti; dall’altro la impossibilità di impegnarsi a fondo in tali missioni onde evitare inutili perdite umane.

A questo punto nasce l’esigenza di essere coerenti con il fine strategico che si pone la missione, ma contemporaneamente di distinguersi dagli alleati. Forse sarà perché l’Italia è il paese di Machiavelli, ma è indubbio che in tale arte vi riesce meglio delle altre nazioni. Forse talvolta dovrebbero essere inquadrati in questo contesto i paletti che vincolano l’azione dei nostri militari. Sarebbe sicuramente piacevole pensare che talvolta le limitazioni che sminuiscono l’aspetto prettamente militare del nostro Paese agli occhi dei nostri alleati altro non sono che sottili mosse di una astuta strategia.

Ma è veramente così? Considerando che i comuni mortali non sono a conoscenza neanche della decima parte di ciò che avviene dietro le quinte, per noi è assai difficile riuscire a capire quali sono i veri propositi che si celano dietro determinate decisioni politico-militari. D’altra parte, una determinata azione, se resa nota o solo anche facile da interpretare, di colpo rimbalzerebbe sui mass-media e assumerebbe un significato diverso da quello desiderato. Per intenderci, molte cose non sono note al grande pubblico e devono continuare a non essere tali perché il loro scopo è di perseguire obiettivi che sono raggiungibili solo con la discrezione e l’assenza di clamore (vedi le operazioni di intelligence).
L’unica cosa costruttiva che possiamo fare è riflettere insieme sui diversi episodi e avanzare delle ipotesi. E questo sarebbe già tanto, perché ci permetterebbe di uscire dalla classica e sterile contrapposizione che immancabilmente si verifica in Italia quando si esprimono giudizi inerenti la politica estera.

Non sfugge a nessuno che a livello dell’uomo della strada la dicotomia tra chi in generale è favorevole a una missione militare e chi ne è contrario si risolve in una polemica infruttuosa e semplicistica. Chi è contrario invoca strumentalmente un buonismo che mal si coniuga con le sofferenze della popolazione che si intende soccorrere, che manifestamente traggono giovamento dalla maggiore sicurezza pubblica garantita dai nostri soldati, nonché dagli aiuti internazionali che immancabilmente accompagnano ogni missione. Chi è favorevole invoca, invece, il medesimo buonismo, che però, sottolineando l’aiuto e la protezione offerto alla popolazione locale, comporta conclusioni diametralmente opposte.

La medesima sterile polemica si sviluppa, sia pure in ambito ristretto, tra gli appassionati del settore allorché i mass-media mettano in risalto i vincoli che il nostro vertice politico pone ai comandi militari. Vi è chi ripete che l’articolo 11 ci vieta di fare la guerra e che quindi si ha l’obbligo di imporre determinati paletti ai nostri reparti operativi e chi si lamenta del fatto che i militari italiani abbiano le mani troppo legate e per questo talvolta rimediano magre figure con i loro colleghi stranieri.

Ma mai nessuno che approfondisca seriamente il discorso e che quantomeno si sforzi di guardare oltre le apparenze. Ovviamente certe sottili considerazioni non possono nascere dall’uomo comune, ma solo da coloro che a vario titolo frequentano ambienti o siti militari (e quindi siano degli ‘appassionati del settore’). E questi, nelle loro varie discussioni, hanno l’obbligo morale di andare oltre le apparenze, nella speranza di poter coinvolgere un domani anche l’uomo comune in dibattiti di maggiore spessore sull’argomento.

Matteo Rossi

7 Comments

  1. ephrem

    Scusa l’OT, ma hai letto delle pressioni di Visco per rimuovere istantaneamente rimosso i vertici della GdF che indagava su Unipol/BNL e Coop?

  2. baron litron

    ottimo post, complimenti a mr Rossi.
    un suggerimento “costituzionale”: ho trovato la migliore costituzione ad oggi vigente (non a caso modellata sull’insuperato Statuto Albertino), la potete trovare qui: http://ospitiweb.indire.it/costituzione/estero/giappone.htm
    a mio avviso, non c’è nulla di meglio. (chiaro, la pappina italiana non la prendo nemmeno in considerazione)
    saluti a tutti

  3. Lo PseudoSauro

    Ben scritto, ma ci sarebbero un po’ di cosette da rivedere, qui un paio, dato che il testo e’ lungo:

    Si tratta di “giusta causa” o di “tattica inefficace”? Non e’ la stessa cosa, in quanto una causa puo’ essere moralmente apprezzabile, ma perseguita con mezzi tattici inidonei 8ed e’ il nostro caso).

    Anche in questo caso, come si puo’ parlare di “giusta causa” quando il “comune sentire” nazionale e’ spezzettato in visioni ideologiche e religiose spesso antitetiche? Come dire: qualunque costituzione si adotti, se tutti i cittadini non si riconoscono in ogni suo punto, e’ carta straccia.

    Naturalmente una carta costituzionale piu’ snella lascia meno possibilita’ di essere interpretata a seconda delle circostanze e delle ubbie di questo o di quello, ma, al solito, per concepire una nuova carta, tutti devono riconoscersi negli stessi valori…

    Il fatto e’ che la costituzione e’ stata concepita per minimizzare lo scontro tra comunisti e tutti gli altri. Cosi’ come il divieto di portare armi da fuoco viene dal fatto che questi avevano arsenali immensi nascosti in tutte le principali fabbriche del nord… e poi pure l’ URSS si diceva “contro la guerra” e la DDR era “democratica. Parole vuote e senza senso che ognuno usa per conseguire i propri scopi.

    I miei ossequi, Signore. 🙂

  4. Bisquì

    Ephrem,
    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=179800

    Baron,
    Credo che qualsiasi costituzione di stampo liberale sia meglio della nostra di tipo sovietico 🙂

    Sauro,
    l’ambiguità fa parte di una certa parte politica. Lo sappiamo bene, no?

  5. Countrygirl

    Purtroppo è vizio dei nostri sinistri pacifinti estrapolare parti che a loro interessano x i loro porci comodi. Il problema di base sta nel bizzantinismo della nostra costituzione astrusa ad arte per far si che si può interpretare in miriadi di modi

  6. FabioC.

    Ma c’è davvero tanto genio nella politica estera di questo governo (e non solo, per la verità)?

    A me sembra molto raffazzonata, e basata sul concetto di “fare presenza” Un po’ come Mussolini che sperava di potere soltanto fare presenza nella Seconda Guerra Mondiale e quindi ottenere grandi risultati col minimo sforzo.

  7. Bisquì

    Fabio,
    ciao. Non credo che sia genio. Penso, invece che sia una politica criminale che si basa sul vendere il sangue atrui per i propri interessi. D’altronde abbiamo un’abbondanza di esempi che provengono dall’area comunista a confutare la tesi.

Comments are closed.

Optimization WordPress Plugins & Solutions by W3 EDGE
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: