In Algeria non servono gli amerikani per scatenare il jihad

di Carlo Panella

La terribile successione tra gli attentati di Casablanca, Algeri e dentro il parlamento di Baghdad, concatenati un giorno dopo l’altro, obbliga a prendere atto di qualcosa di molto più grave e preoccupante della evidente capacità di coordinamento e di iniziativa dell’arcipelago terrorista di al Qaida. E’ straordinario, ormai, il livello tecnico militare di cui danno prova gli attentatori: ad Algeri sono riusciti a colpire addirittura la sede ufficiale del capo del governo Abdulaziz Belkacem, nonostante la capitale sia da 16 anni sottoposta ad un ferreo controllo poliziesco e militare, nonostante in quelle stesse ore l’esercito stesse effettuando un rastrellamento a tappeto di santuari terroristi nel paese, nonostante le migliaia di arresti. Il tutto, in un paese che ha avuto 150.000 morti tra il 1991 e il 1998 e che negli ultimi otto anni ha avuto non meno di 400 morti all’anno per iniziative terroristiche.

Di più, l’attentato di Algeri dimostra che ormai i terroristi sono riusciti a uscire dalle sacche periferiche in cui erano stati costretti dalla feroce repressione governativa, con epicentro in Cabila, in cui da decenni agisce un forte movimento popolare autonomista berbero, e ormai sono in grado di nuovo di muoversi liberamente dentro lo spazio metropolitano di Algeri. Segno evidente di nuovi legami non solo militari, ma anche politici, con il tessuto delle moschee cittadine, da sempre epicentro del fondamentalismo, anche se da decenni sono sottoposte ad un pesante e occhiuto controllo delle forze di sicurezza. 
 L’attentato di Baghdad, al di là del numero contenuto delle vittime, segnala anch’esso una clamorosa capacità d’iniziativa, effetto di complicità diffuse e incontrollabili. L’esplosione è infatti avvenuta nella buvette del Parlamento, in piena Zona Verde, sotto un minuzioso controllo militare americano.
 Ma, una volta evidenziato questo elemento, va detto che a Baghdad si è avuta solo una ulteriore conferma di una forte tendenza al collasso della società irachena, successiva alla scomparsa del tallone di ferro di Saddam Hussein. L’elemento preoccupante, di importanza strategica della situazione irachena è che ormai la violenza dei terroristi è rivolta al 90% non nei confronti degli “occupanti”, non nei confronti delle stesse forze di sicurezza irachene che collaborano con loro, ma contro la popolazione civile. In Iraq, musulmani massacrano musulmani, sgozzano professori davanti agli alunni, massacrano lavavetri, massaie al mercato, fedeli nelle moschee e non solo secondo le direttrici di uno scontro settario tra sciiti e sunniti. Il tessuto stesso della società irachena, in tutti i suoi gangli, è attraversato da una violenza assassina intermusulmana che ha il suo aspetto più chiaro nella serie infinita di violenze di cui sono oggetto studenti, insegnanti, scolaresche intere.
 In Iraq tutto quanto accade non a causa di un improvvido intervento americano che al massimo ne è una concausa ma perché è in atto una vertiginosa “tendenza al collasso” della società arabo islamica che solo la miopia e l’ignoranza del pensiero politically correct può interpretare come “risposta” a iniziative dell’occidente e che ha avuto infiniti precedenti in Libano e in Algeria. Tutto il tessuto sociale iracheno è attraversato e sconvolto da una concezione della vita segnato dallo jihadismo, dall’esaltazione della cultura della morte, della punizione dei “falsi musulmani” (compresi i peccaminosi frequentatori di Internet cafè o le ragazzine che osano andare a scuola).
 Ma ora l’Algeria con i suoi attentati ci dimostra che questo fenomeno non è affatto la conseguenza della “guerra americana”, e  che è invece insito nelle società musulmane contemporanee (e di nuovo, il Libano di oggi conferma quella tendenza. Questa tendenza al collasso, questa concezione jiahdista, questa esaltazione del martirio, questo massacro di musulmani a opera di musulmani non iniziano infatti con il 2003 di Baghdad, con la caduta di Saddam Hussein. Iniziano invece nel 1975 in Libano (con quel massacro di Tell al Zatar che nessuno vuole ricordare, anteprima tutta araba di Sabra e Chatila) e nel 1992 in Algeria, in un paese che nulla ha a che fare con l’area d’influenza americana, che era semmai alleato al blocco socialista, in una nazione guidata da una élite nazionale forgiata da una vittoriosa guerra di liberazione nazionale, in un paese dalle straordinarie, immense, ricchezze naturali e dalle potenzialità economiche quasi di livello europeo non solo nel settore del petrolio, ma anche (quantomeno sino al 1963, quando i francesi fuggirono) anche nell’agricoltura e nel settore dei trasporti e delle comunicazioni.
 Il jihadismo, gli sgozzamenti di donne e bambini, i mujhaedin che massacrano il proprio popolo inerme, che sgozzano interi villaggi di contadini, nasce in Algeria nel 1992 e ha un padre e una madre. Il padre è il rovinoso fallimento della gestione del potere e dell’economia da parte dell’élite nazionale del Fln ( addestrato e pilotato dai sovietici ndb) che ha condotto la guerra di liberazione, che ha buttato il paese in una voragine di corruzione, sprechi, falò di miliardi e miliardi di dollari in progetti dissennati ( ne sappiamo nulla? ndb) . La madre è la religione musulmana, o meglio: l’affermarsi di un vero e proprio scisma religioso in campo sunnita che risente prepotentemente degli effetti del wahabismo saudita e che ha nell’alveo culturale dei Fratelli Musulmani il suo maieuta. Di più, il jiahdismo che esplode nel 1991 in Algeria e che lascia sul terreno 150.000 morti (tre volte tanti quelli dell’Iraq a oggi) si collega palesemente a quella guerra dentro la guerra che il Fnl ha condotto negli anni cinquanta contro gli algerini stessi. Nel mio Libro Nero dei Regimi Islamici ricordo le migliaia di algerini a cui vennero tagliati il naso o le mani dai “partigiani” del Fln perché violavano la proibizione di fumare,  e le decine di migliaia di algerini massacrati da algerini perché si rifiutavano di pagare il “pizzo” ai “partigiani” o perché parteggiavano per altre formazioni nazionaliste, che pure erano in armi contro i francesi ( un fenomeno conosciuto anche da noi col nome di strage di osoppo ndb) .
 Il bagno di sangue dell’Algeria ha dato il via ad un circuito infernale di proselitismo del jihadismo fondamentalista che ha immediatamente trovato la sua sponda naturale in Afghanistan. Qui, dopo la caduta dell’Urss e il suo ritiro da Kabul, la miscela esplosiva che già era deflagrata in Algeria, trova un formidabile volano in cui si mescolano le attività militari di mujaehdin jhaadisti provenienti da tutti i paesi arabi con l’indottrinamento, la formalizzazione di un “quartier generale” jihadista, dotato di una sua autonoma ideologia che aveva nell’egiziano Abdullah Azzam il principale riferimento sia teologico che militare. Qui, il wahabismo si incrocia con le elaborazioni più moderne dei Fratelli Musulmani egiziani allievi di Sayyed Qutb, si rafforza con l’incontro con il Deobandismo indiano (scuola teologica fondamentalista fondata nell’ottocento a Deoband) e crea quella miscela che produce il fenomeno dei Talebani e di al Qaida.
 Tutto questo è noto, ma quello che oggi l’attentato di Algeri dimostra, che grida al mondo la sigla che l’ha rivendicato –al Qaida del Magreb- è che se è vero che gli Usa hanno commesso formidabili errori in Iraq e non sono riusciti a sconfiggere il jihadismo, un identico e ben più grave fallimento si è verificato anche in Algeria, la dove gli americani non hanno mai messo piede, in un paese arabo che non ha nulla a che fare con la Palestina e con Israele, in cui, semmai, la politica di contrasto al terrorismo islamico è stata ispirata dall’Europa. E’ la Francia di Mitterrand e Chirac a appoggiare la decisione di invalidare le elezioni del 1991 che avevano assegnato la vittoria agli islamisti del Fis. Sono i servizi segreti francesi a collaborare –dichiaratamente- con quelli algerini per condurre la “guerra sporca”, che vede l’armata algerina massacrare non meno di 50.000 concittadini, molto spesso inermi contadini, non combattenti e a fare non meno di 10.000 desaparecidos.
 Fino all’altro ieri, si poteva sostenere che la risposta algerina e europea, o meglio, francese, al terrorismo, aveva funzionato, che il terrorismo era stato ridotto a fenomeno sicuramente cronico (400 morti l’anno sono comunque una cifra enorme), ma marginalizzato e che il paese, straordinariamente sostenuto dall’Ue e dal Fmi era riuscito a riavviare persino una timida ripresa economica.
 Ma la beffa dell’attentato riuscito al Palazzo di Algeri, la salvezza del tutto casuale dello stesso premier Belkacem, dimostrano che l’idra è risorta.
 L’Algeria di ieri come quella di oggi, ridicolizza tutte le teorie del fondamentalismo e del terrorismo islamici quale movimenti “reattivi” a colpe vere o presunte vuoi dell’occidente, vuoi della globalizzazione. Dimostra che sono misere tutte le letture del terrorismo arabo legato a fenomeni nazionalistici, di “terra”, che pure vanno per la maggior, non solo nella sinistra progressista.
 L’Algeria sunnita, così come il Libano e la Palestina della guerra civile a bassa intensità –che continua- tra al Fatah e Hamas con uno-due morti al giorno- dimostrano che i due scismi islamici che hanno sconvolto la umma nel novecento, sviluppi deformi della teologia musulmana, sono fenomeni assolutamente autoctoni, nati solo ed esclusivamente dentro l’Islam e in esso cresciuti con sempre maggiore consenso. Lo scisma wahabita salafita dei sunniti algerini, iracheni o afgani (così come di quelli sudanesi, marocchini, yemeniti, giordani, pakistani, indonesiani o filippini) si ritrova unito da una concezione del jihad –della “conversione attraverso la violenza” come magistralmente spiegato da papa Ratzinger a Ratisbona- che è identica a quella dello scisma khomeinista che vediamo all’opera nell’Iran di Ahmadinejad (con una straordinaria raffinatezza politica), nel Libano di Hezbollah o nell’Iraq di Moqtada Sadr. I due scismi peraltro si contrastano e spesso si odiano –retaggio storico sin dalla nascita del movimento wahabita nel 1700- ma spesso, vedi Hamas, si incontrano.
 Due scismi religiosi, radicati nella storia millenaria dell’Islam che hanno introdotto in quella religione un precetto religioso fondante terribile, che ne spiega la violenza e la ferocia: il culto della morte, l’esaltazione del martirio.
 E’ questo il terribile lascito di Khomeini, che è riuscito a convincere ormai milioni di musulmani sciiti come sunniti di un nuovo precetto:  il martirio deve essere obbiettivo materiale, concreto, da perseguire qui ed ora da parte del fedele. Un’aberrazione che però oggi riscuote un consenso impressionante in una immensa platea musulmana.
 Da qui, l’incomprensione di tanta parte della cultura occidentale del fenomeno, le balbettanti e ridicole analisi sul terrorismo “reattivo”, sulla “colpe dell’Occidente”.
 L’Occidente, semmai, si trova oggi di fronte ad un nuovo 1933, ma si rifiuta di prendere atto, come allora, che una ideologia totalitaria, basata sulla subordinazione della donna, sull’imperio del “partito unico” (Hezbollah) che consegna all’apostasia chi non ne riconosce i precetti di vita, che esalta la cultura e la pratica della morte, che si espande con la violenza assassina, riscuote un largo seguito di massa.
 Abbiamo di fronte un vero e proprio “fascismo islamico” (i puristi contestino pure la maggiore precisione del termine “nazismo” o comunismo islamico ndb) con larga base di adesione popolare, che ha al suo centro, di nuovo, la concezione escatologica della uccisione degli ebrei e della distruzione di Israele come dovere religioso, in obbedienza a quel terribile Hadith musulmano, parte fondante della Sunna che campeggia nello Statuto di Hamas e che recita: “ Il Profeta -le benedizioni e la Pace di Allah siano con Lui – dichiarò: “L’ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra e l’albero diranno: “O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo; ma l’albero di Gharqad non lo dirà, perché è l’albero degli ebrei”.
 Il fine della storia, l’apocalisse imminente, si compiranno solo quando “i musulmani non uccideranno gli ebrei” e la natura –l’albero e la pietra- collaboreranno con loro.
 Questo ci dicono.
 Questo dovremmo, almeno, capire.

3 commenti su “In Algeria non servono gli amerikani per scatenare il jihad

  1. Molto interessante fratello.

    Grazie per averlo pubblicato.
    Panella introduce il tema, ma del Libano ormai ci siamo tutti dimenticati.
    Se i morti italiani arriveranno lo faranno certamente da Beirut, dove la situazione è incandescente e dove i nostri soldati, come per altro in Afghanistan anche se con qualche garanzia in più, sono alla mercè di hezbollah e dei fondamentalisti.
    Il governo Siniora è praticamente defunto e con esso sono cessate tutte le regole che, fino ad oggi, hanno guidato le Forze armate libanesi di concerto a quelle Onu.

    In attesa degli eventi, spero di sbagliare.

    Baci

    ps. ti scrivo via e.mail entro sera

  2. Cambiato il template? 🙂
    E’ interessante questo articolo di Panella, un altro bravo giornalista che trova ben poco spazio nel circuito mediatico… chissà perché.
    Ciao!

  3. Moni,
    sai comè il terrorismo inizia con l’invasione in Iraq mentre prima si viveva felici e tranquilli senza fondamentalismo islamico 🙂

    Siro,
    si, mi piace cambiare e sono in cerca del mio stile 🙂 , ci saranno altri cambiamenti, vedrai

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