Italiani "più flessibili" in Afghanistan

Verranno chiariti molto presto i molti punti ancora indefiniti e soprattutto i dettagli tecnici della modifica dei “caveat” posti all’impiego delle truppe italiane in Afghanistan che potrebbe entrare in vigore già  tra poche settimane.

Aumentare la “flessibilità  geografica” del contingente (come l’ha definita il titolare della Farnesina, Franco Frattini) significa mettere finalmente a disposizione degli alleati quelle risorse militari che gli anglo-americani chiedono da anni a italiani spagnoli, tedeschi e francesi.
Il via libera a distaccare temporaneamente reparti nelle aree dove sono in corso operazioni contro i talebani è stato subito apprezzato dai vertici della NATO.
Fino a oggi l’Italia si concede ben  72 ore per rispondere alle richieste di aiuto degli alleati. Un’era geologica in termini militari, un’eternità  per un reparto assediato dai talebani. L’annunciata riduzione a sei ore consentirà  invece di dare concretamente una mano ai contingenti alleati, cioè a britannici, canadesi,  olandesi e australiani che combattono quotidianamente nelle province di Helmand, Kandahar e Oruzgan. Da quando nell’estate del 2006 le forze della NATO hanno esteso l’area di operazioni alla regione meridionale è infatti da qui che sono partite le richieste di rinforzi sotto forma di unità  di fanteria, elicotteri da attacco e da trasporto per accerchiare i talebani o rifornire gli avamposti sotto attacco. Non va dimenticato che il problema dei limiti posti dai singoli paesi all’impiego delle truppe in Afghanistan sta spaccando la NATO in due. Da un lato coloro che combattono apertamente i talebani: USA, Canada, Gran Bretagna, Australia, Olanda, Romania, Danimarca, Polonia ed Estonia che forniscono 36.000 dei 50.000 militari che compongono l’International Security Assistance Force della NATO. Dall’altro 31 stati che forniscono appena 14.000 soldati tra i quali i contingenti più importanti sono offerti da Germania, Italia, Francia, Spagna e Turchia, tutti caratterizzati da limiti operativi che riguardano le possibilità  di spostare queste truppe in zone di combattimento e di condurre azioni offensive. Questi contingenti non possono essere impiegati nelle aree più calde del sud né dare la caccia alle milizie talebane nel loro settore di competenza dove sono autorizzati solo a difendersi se attaccati o minacciati di attacco. I francesi hanno rimosso questi caveat per le forze aeree e le forze speciali (già  attivi nel sud) ma li mantengono per i 1.200 soldati schierati a Kabul. I limiti più rigorosi riguardano gli 800 spagnoli che affiancano gli italiani nell’ovest dove non possono attaccare i talebani né operare fuori dalla provincia di Badghis che infatti è stata assegnata in parte ai tedeschi a causa della riluttanza del governo Zapatero a inviare rinforzi per fronteggiare la crescente penetrazione talebana. Con ogni probabilità  gli alleati approfitteranno subito della nuova disponibilità  italiana anche perchè nell’ovest sono schierati i migliori reparti e mezzi italiani quali i reparti della  brigata Friuli di capacità  ben note agli alleati: elicotteri da combattimento Mangusta e da trasporto CH-47, fanti aeromobili del 66° reggimento ma anche le forze speciali della Task Force 45 che in molte occasioni hanno operato insieme ai colleghi britannici in azioni rimaste in buona parte segrete.  A questo proposito approfittiamo dell’occasione per chiedere al neo ministro della Difesa, Ignazio La Russa di abrogare, con i caveat, anche la ridicola censura mediatica che da anni impedisce di realizzare veri reportage con i nostri contingenti e di avere informazioni di prima mano dalle fonti ufficiali italiane. Tornando agli aspetti operativi, affiancare gli alleati nel sud significa quindi condividere regole d’ingaggio “combat” che prevedono anche la ricerca e la distruzione delle forze talebane e non solo interventi difensivi o la risposta “proporzionata” agli attacchi dei jihadisti. Regole che, se applicate anche nel settore ovest, consentirebbero ai nostri soldati di svolgere un ruolo più incisivo contro le infiltrazioni talebane particolarmente minacciose a Shindand e Farah dove a snidare i talebani provvedono soprattutto le forze afgane e gli statunitensi dell’operazione Enduring Freedom.

di Gianandrea Gaiani 31 maggio –

6 Comments

  1. dario trivelli

    Accecati dall’orrore e dalla polvere, scossi dall’emozione, catturati dall’incedere di eventi sempre più impossibili, abbiamo lasciato scorrere sotto i nostri occhi tanti piccoli dettagli che solo a distanza di tempo, rivisti e analizzati con il supporto di esperti del settore, sembrano suggerire una certa quota di complicità da parte dell’amministrazione americana, se non un vero e proprio “autoattentato”, messo in scena dagli stessi personaggi che ne avrebbero poi tratto un indiscutibile vantaggio di tipo politico, economico e strategico a livello globale.

    Non è quindi di “antiamericanismo” che si tratta, e non è “contro” le istituzioni che ci si rivolge, ma si chiede anzi chiarezza proprio nel nome e per la salvaguardia di quelle istituzioni, che vorremmo in tutti i modi mantenere sane ed efficienti.

    Che siano due oppure duemila, nessun numero di mele marce potrà mai giustificare il mancato tentativo, da parte di quelle sane, di mantenere intatto l’unico grande cesto che ormai tutti dobbiamo condividere.

    Se globalizzazione deve essere, che lo sia anche sul piano giuridico, etico e morale, e non solo su quello materiale.

    ——————————————————————————–

    Il vero problema è psicologico

    Come potrà constatare chiunque affronti l’indagine a mente aperta, sgombra di preconcetti, gli indizi contro la versione ufficiale si rivelano presto essere di una quantità sconcertante.

    Ma per arrivare a vederli con chiarezza, bisogna prima rimuovere quella spessa corazza protettiva che tutti noi portiamo, e che ci impedisce di vedere tutto ciò che in qualche modo non saremmo in grado di accettare.

    Se sentiamo che un certo discorso ci porta verso una conclusione poco gradita, alziamo tutti istintivamente una barriera di rifiuto – gli americani lo chiamano denial, o diniego – assolutamente solida e impenetrabile, anche a costo di apparire ridicoli davanti al mondo.

    Questo meccanismo però, tanto facile da riconoscere negli altri quanto invisibile in noi stessi, non va nè deriso nè disprezzato: si tratta infatti di una preziosa valvola di sicurezza, che permette all’individuo di non impazzire per l’improvvisa perdita di orientamento che gli deriverebbe da una notizia per lui troppo difficile da accettare.

    La testimonianza di David Ray Griffin

    Significativa, in questo senso, è stata la testimonianza di David Ray Griffin – forse il più importante di tutti i ricercatori sull’undici settembre – al Convegno Internazionale di Bologna del settembre 2006: “Io sono arrivato tardi sulla scena – ha raccontato lo studioso americano – Inizialmente un amico mi sottopose queste “teorie alternative”, ma dopo una rapida occhiata le respinsi come assolutamente inaccettabili. Solo dopo che mi furono sottoposte di nuovo, e con una certa insistenza, cominciai a vedervi qualcosa di sensato. A quel punto, nell’arco di due giorni, recuperai tutto il terreno perduto, e di colpo vidi chiara l’immagine di quello che era davvero successo quel giorno”.

    Lo sconcerto iniziale di Griffin non è affatto difficile da capire: in fondo tutti noi prima o poi abbiamo pensato: “Non è possibile. Gli americani non arriverebbero mai a farsi da soli una cosa del genere”.

    E questo, per fortuna, è verissimo. Gli “americani” non si farebbero mai una cosa del genere, come non la farebbe la stragrande maggioranza dei cittadini di una qualunque altra nazione al mondo. L’idea di uccidere a sangue freddo dei propri connazionali, autoinfliggendosi danni economici non indifferenti, per un qualunque fine secondario, è qualcosa che non sfiorerebbe mai la mente di tutti coloro che consideriamo “gente normale”.

    Ma gli uomini della cosiddetta “amministrazione Bush” non sono affatto “americani qualunque”, e non è affatto detto che debbano ragionare secondo gli stessi criteri etico-morali a cui tutti noi “gente normale” facciamo comune riferimento.

    Vista la complessità della materia, sarà un lavoro separato, “La verità di cristallo”, a cercare di approfondire gli elementi che supportano la tesi dell’autoattentato. Qui proponiamo solo un breve excursus storico, che permetta di capire come tale tesi sia tutt’altro che improponibile. Lo è sicuramente almeno quanto quella che vorrebbe bin Laden a capo di una banda di sciamannati, che avrebbe voluto questi attentati per motivi che il mondo intero aspetta ancora di capire.

    Al proposito anticipiamo solo un fatto, tanto significativo quanto sconcertante: Osama bin Laden non è, nè è mai stato, ufficialmente ricercato dall’FBI in relazione agli attentati dell’undici settembre 2001.

  2. dario trivelli

    Accecati dall’orrore e dalla polvere, scossi dall’emozione, catturati dall’incedere di eventi sempre più impossibili, abbiamo lasciato scorrere sotto i nostri occhi tanti piccoli dettagli che solo a distanza di tempo, rivisti e analizzati con il supporto di esperti del settore, sembrano suggerire una certa quota di complicità da parte dell’amministrazione americana, se non un vero e proprio “autoattentato”, messo in scena dagli stessi personaggi che ne avrebbero poi tratto un indiscutibile vantaggio di tipo politico, economico e strategico a livello globale.

    Non è quindi di “antiamericanismo” che si tratta, e non è “contro” le istituzioni che ci si rivolge, ma si chiede anzi chiarezza proprio nel nome e per la salvaguardia di quelle istituzioni, che vorremmo in tutti i modi mantenere sane ed efficienti.

    Che siano due oppure duemila, nessun numero di mele marce potrà mai giustificare il mancato tentativo, da parte di quelle sane, di mantenere intatto l’unico grande cesto che ormai tutti dobbiamo condividere.

    Se globalizzazione deve essere, che lo sia anche sul piano giuridico, etico e morale, e non solo su quello materiale.

    ——————————————————————————–

    Il vero problema è psicologico

    Come potrà constatare chiunque affronti l’indagine a mente aperta, sgombra di preconcetti, gli indizi contro la versione ufficiale si rivelano presto essere di una quantità sconcertante.

    Ma per arrivare a vederli con chiarezza, bisogna prima rimuovere quella spessa corazza protettiva che tutti noi portiamo, e che ci impedisce di vedere tutto ciò che in qualche modo non saremmo in grado di accettare.

    Se sentiamo che un certo discorso ci porta verso una conclusione poco gradita, alziamo tutti istintivamente una barriera di rifiuto – gli americani lo chiamano denial, o diniego – assolutamente solida e impenetrabile, anche a costo di apparire ridicoli davanti al mondo.

    Questo meccanismo però, tanto facile da riconoscere negli altri quanto invisibile in noi stessi, non va nè deriso nè disprezzato: si tratta infatti di una preziosa valvola di sicurezza, che permette all’individuo di non impazzire per l’improvvisa perdita di orientamento che gli deriverebbe da una notizia per lui troppo difficile da accettare.

    La testimonianza di David Ray Griffin

    Significativa, in questo senso, è stata la testimonianza di David Ray Griffin – forse il più importante di tutti i ricercatori sull’undici settembre – al Convegno Internazionale di Bologna del settembre 2006: “Io sono arrivato tardi sulla scena – ha raccontato lo studioso americano – Inizialmente un amico mi sottopose queste “teorie alternative”, ma dopo una rapida occhiata le respinsi come assolutamente inaccettabili. Solo dopo che mi furono sottoposte di nuovo, e con una certa insistenza, cominciai a vedervi qualcosa di sensato. A quel punto, nell’arco di due giorni, recuperai tutto il terreno perduto, e di colpo vidi chiara l’immagine di quello che era davvero successo quel giorno”.

    Lo sconcerto iniziale di Griffin non è affatto difficile da capire: in fondo tutti noi prima o poi abbiamo pensato: “Non è possibile. Gli americani non arriverebbero mai a farsi da soli una cosa del genere”.

    E questo, per fortuna, è verissimo. Gli “americani” non si farebbero mai una cosa del genere, come non la farebbe la stragrande maggioranza dei cittadini di una qualunque altra nazione al mondo. L’idea di uccidere a sangue freddo dei propri connazionali, autoinfliggendosi danni economici non indifferenti, per un qualunque fine secondario, è qualcosa che non sfiorerebbe mai la mente di tutti coloro che consideriamo “gente normale”.

    Ma gli uomini della cosiddetta “amministrazione Bush” non sono affatto “americani qualunque”, e non è affatto detto che debbano ragionare secondo gli stessi criteri etico-morali a cui tutti noi “gente normale” facciamo comune riferimento.

    Vista la complessità della materia, sarà un lavoro separato, “La verità di cristallo”, a cercare di approfondire gli elementi che supportano la tesi dell’autoattentato. Qui proponiamo solo un breve excursus storico, che permetta di capire come tale tesi sia tutt’altro che improponibile. Lo è sicuramente almeno quanto quella che vorrebbe bin Laden a capo di una banda di sciamannati, che avrebbe voluto questi attentati per motivi che il mondo intero aspetta ancora di capire.

    Al proposito anticipiamo solo un fatto, tanto significativo quanto sconcertante: Osama bin Laden non è, nè è mai stato, ufficialmente ricercato dall’FBI in relazione agli attentati dell’undici settembre 2001.

    italia= m.e.r.d.a.

  3. Bisquì

    Si,
    proprio come scrivi tu. Peccato che ci sono voluti 45 anni per scoprire che le fosse di Katin sono stati un eccidio Sovietico e non Tedesco.

    45 anni di propaganda rossa che ha coperto la verità, così come è propaganda quella che si sta facendo contro gli USA ed a favore di un terrorismo alleato della sinistra mondiale.

    Non a caso solo i governi ed i movimenti di sinistra appoggiano i terroristi internazionali giustificandoli e sostenendoli con la propaganda e col denaro.

  4. Hermes

    “Al proposito anticipiamo solo un fatto, tanto significativo quanto sconcertante: Osama bin Laden non è, nè è mai stato, ufficialmente ricercato dall’FBI in relazione agli attentati dell’undici settembre 2001.”

    Beh, forse perchè l’FBI investiga sulle minacce -interne- alla nazione, mentre il controspionaggio e la difesa esterna è prerogativa CIA?

    Sono formidabili: passano giorni a scrivere pagine di cazzate e pisciarle ovunque tipo cane dalla vescica debole, e poi non controllano dettagli come questo…

  5. Salvatore Stefio

    Caro amico, ti informo che a breve inizierà il mio processo.
    Ho appena letto sul mio blog che un mio sostenitore esporrà dal balcone un tricolore e un drappo azzurro con la scritta “Con STEFIO” come atto di solidarietà.

  6. turambar

    sono turambar,
    bello il tuo blog, vorrei avere il link! il mio blog è warbegin.blogspot.com e dimmi!

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