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Italia sovrapopolata

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Densità delle popolazioni a livello mondiale.

Un approccio globale soffre però di gravi difetti: chi non dispone di una formazione specifica spesso si trova in difficoltà di fronte al compito di cogliere appieno il significato di un quadro così vasto. È una evidente ovvietà il fatto che, quando le cifre in gioco diventano astronomiche, la mente di noi persone comuni fatica ad afferrare il significato quantitativo di numeri “fuori portata” e perde il senso delle proporzioni. [1] Ciò appare ancor più vero e preoccupante alla luce dei rapporti del PISA (“Programme for International Student Assessment”) sullo stato dell’istruzione. [2]

Tra i fenomeni per i quali occorre impiegare numeri non certo valutabili con l’aritmetica delle dieci dita, si colloca anche il trascurato, sminuito e spesso mistificato problema del rapporto tra l’estensione di un territorio e la popolazione che vi dimora. Nella consapevolezza che la ricerca di soluzioni per un problema parte dal riconoscere l’esistenza e la natura del problema stesso, e allo scopo di ricondurre ad una dimensione più umana numeri che purtroppo richiedono l’uso di dieci cifre, mi occuperò qui (senza pretesa di rigore scientifico) esclusivamente degli aspetti nazionali della questione.


La superficie globale del territorio italiano, è di 301.230 chilometri quadrati. [3]
La popolazione umana censita ivi residente sfonda ormai il tetto dei 59.000.000 individui. [4] Come è ovvio, questo dato non comprende gli individui illegalmente dimoranti sul territorio, alias i cosiddetti “clandestini”, la presenza dei quali rende imprecise per difetto quelle rilevazioni che potrebbero altrimenti avere valenza assoluta.
In questo scritto, fingerò che il fenomeno della clandestinità non esista (il lettore tenga ben presente questa precisazione).Anche per i nostri quindicenni, per quanto vituperati dal PISA, sarebbe molto semplice ricavare la quantità di superficie territoriale “lorda” disponibile per ogni abitante: 0,51 ettari [5] (il dato lordo mondiale è di 2,27 ettari pro-capite). [6] Il dato lordo costituisce già un buon indicatore sullo stato di affollamento “fisico” del nostro territorio, ma non è veramente indicativo della quantità di territorio produttivo a disposizione di ciascuno di noi.
Fin dalla terza elementare ci viene insegnato che “l’Italia ha un territorio prevalentemente montuoso”, senza però soffermarsi più di tanto sulle implicazioni di questa apparentemente bucolica affermazione. Una prima implicazione è che la presenza di una così ampia percentuale di territori montuosi, insieme ad altri fattori quale l’urbanizzazione del territorio, abbatte la quantità di terreno produttivo disponibile per ciascuno di noi. La SAU (Superficie Agricola Utilizzata) italiana, secondo i dati rilevati nel censimento del 2000, era di soli 132.000 chilometri quadrati. [7] Calcolatrice alla mano, considerando la popolazione di quell’anno, [8] ciò si traduceva in 0,232 ettari di terreno agricolo produttivo pro-capite. [9] Per maggiore precisione, 2.317 m2 a testa. Secondo diverse fonti, la disponibilità mondiale si attesterebbe su una quantità attorno ai 2.150 m2 pro-capite. [10]
Sono cifre che dovrebbero indurre alla riflessione: ci si sente spesso ricordare che il pianeta è sovrappopolato, ma mai l’Italia viene inclusa tra i Paesi più affollati, neppure nei libri di testo scolastici. Viene da chiedersi quale forma di censura o autocensura possa essere così forte da indurre a celare un dato di fatto tanto arido quanto incontestabile.
Già, i dati di fatto… Secondo l’ISTAT, [11] mentre nell’ultimo quinquennio il saldo naturale è divenuto moderatamente vantaggioso (con un lieve calo complessivo valutabile intorno alle 70.000 unità), l’incremento dovuto all’immigrazione (regolare) è andato crescendo progressivamente, vanificando la virtuosa continenza riproduttiva interna. Come risultato, nel periodo 2001-2006, la popolazione in Italia è purtroppo ulteriormente cresciuta di oltre due milioni di individui. [12]
Che è accaduto alla SAU nel frattempo? Non sono riuscito a reperire dati più aggiornati di quelli già a mia disposizione. Una semplice osservazione relativa all’ampliamento delle superfici urbanizzate o comunque cementificate negli ultimi tre anni, sotto gli occhi di chiunque non intenda fingersi cieco, mi induce a credere empiricamente che essa si sia ulteriormente ridotta. L’impressione parrebbe confermata da Maria Cristina Treu, che afferma: «Secondo i dati Eurostat, in Italia […] ogni anno si consumano 100.000 ettari di campagna […]». [13] Dando credito alle sue parole, mi limiterò a sottrarre alla SAU censita nel 2000 gli ettari sacrificati annualmente alla follia cementificatrice. I 13.200.000 ettari di SAU si riducono così a 12.600.000.
Ho ancora accanto la mia calcolatrice. Rapportando la popolazione attuale con la SAU così aggiornata, si ottiene una superficie produttiva utile di 0,213 ettari pro-capite. Più precisamente, 2.135 metri quadrati a testa. Parrebbe che, dal 2000 ad oggi, abbiamo già perso almeno 180 metri quadrati di superficie produttiva a testa. In soli sei anni e secondo un calcolo molto prudente. Ma, come già ammesso, potrebbe essere che i calcoli non siano il mio forte, quindi…
…tralasciamo per un attimo i dati e lanciamoci lungo la china della riflessione qualitativa piuttosto che di quella quantitativa.
Potrebbe venirvi in mente che vaste superfici di territorio collinare e montano anticamente destinate all’agricoltura sono state abbandonate, per cui potreste essere indotti a pensare che sarebbe sufficiente recuperare ai fini agricoli quelle aree per risolvere il problema. Sarebbe effettivamente così, se non si dovessero fare i conti con la situazione idrogeologica del nostro territorio.
La precarietà dei nostri monti è nota. [14] I più diffusi luoghi comuni la attribuiscono al degrado del territorio conseguente all’abbandono di quelle zone da parte della popolazione che un tempo vi risiedeva. Quello che quei luoghi comuni non tengono in considerazione sono le condizioni e lo stile di vita di quegli antichi residenti, molto diversi dalle nostre abitudini odierne, e gli effetti a lungo termine della loro presenza su quei territori. Osservazioni empiriche di prima mano mi permettono di affermare che il degrado e il dissesto non avvengono a causa dell’abbandono, ma a causa delle attività precedenti a quell’abbandono: in primo luogo le attività agricole. Se pensiamo ai mezzi che i nostri antenati impiegavano per coltivare i propri piccoli campi sparsi lungo i pendii e li confrontiamo con quelli oggi a nostra disposizione, ci rendiamo conto di due cose: 1) l’agricoltura moderna è molto più aggressiva nei confronti del territorio di quanto non fosse quella antica e 2) la coltivazione in ambienti montani e collinari non può essere neppure lontanamente produttiva quanto quella in ambienti di pianura (se non forse nel caso di produzioni di nicchia inadatte ad alimentare una popolazione di 59 milioni di individui), mentre una sua pratica di tipo industriale ha come risultato effetti devastanti in termini di erosione e dissesto. Questo taglia la testa al toro: le aree montane e collinari non possono costituire una valvola di sfogo per le nostre esigenze di produzione alimentare. Ma, abbiamo veramente bisogno di una maggiore produzione alimentare? Un altro luogo comune vuole che venga posta la classica obiezione: «Se davvero abbiamo una produzione tanto deficitaria, perché ogni anno vengono distrutti a causa della sovrapproduzione tonnellate di arance e pomodori?»
Il fatto è che non esiste sovrapproduzione, anzi…
Ancora una volta, l’ISTAT può offrire spunti sui quali spendere qualche pensiero, [15] nonostante i dati siano solitamente strutturati secondo un taglio economico che si rivela poco funzionale ad un’analisi per la quale sarebbe più utile disporre di dati relativi al tonnellaggio delle merci scambiate, piuttosto che di quelli relativi al loro valore in euro o in dollari. Parrebbe comunque che gran parte dei prodotti agricoli di maggior importazione rientrino tra quelli “di base” (cereali, olive, carne e pesce, latte, uova, zucchero), mentre tra i prodotti agricoli per i quali parrebbe che ci si possa considerare autosufficienti rientrano una quantità di merci altamente deperibili che in gran parte supponiamo non vengano impiegate per l’alimentazione ma finiscano nella pattumiera per una serie di ragioni “logistiche”. [16]
…e invece no, perché gli sprechi, per quanto riguarda quel particolare tipo di produzione, sono in certa misura fisiologici. Certo, una loro riduzione è possibile con un grande sforzo di ottimizzazione, ma non si può trattare di una riduzione drastica, a causa delle caratteristiche intrinseche del sistema di produzione e distribuzione che, già oggi, risulta favorito dall’impiego di notevoli quantità di conservanti, dalle tecniche di refrigerazione, da mezzi di trasporto efficienti e veloci.
Vi renderete sicuramente conto che la questione, anche affrontandola ad un livello così superficiale, sta diventando tremendamente complicata.
Già, perché non abbiamo ancora considerato che l’agricoltura italiana, per la natura della tecnologia impiegata, ha oggigiorno una produttività per unità di superficie veramente strepitosa, in costante crescita da diversi decenni.
Questo parrebbe lasciar ben sperare: basterebbe tagliare gli sprechi…

Ecco alcuni esempi, scelti a caso tra i dati forniti dalla FAO: [17]

  1961 (q/h) 2002 (q/h)
variazione %
frumento 19,103 32,320 +69,188%
mais 32,882 95,597 +190,727%
fagioli 52,003 88,374 +69,940%
mele 206,972 363,252 +75,508%
albicocche 46,154 136,533 +195,821%
eccetera…

Analizzare dati riferiti ad annate precedenti al 1961, porterebbe agli anni nei quali la cosiddetta Rivoluzione Verde non aveva ancora avuto luogo, e il divario si farebbe ancora più evidente (e comunque, la FAO non riportava quei dati nel sito da me consultato).
Cosa porta a una produzione tanto elevata? La tecnologia e l’impiego dei combustibili fossili, questi ultimi tanto sotto forma di energia quanto sotto forma di fertilizzanti e di pesticidi
.
Perché preoccuparsi, allora? La tecnologia, da sempre, va migliorando, per cui la produzione aumenterà ancora, e ancora…
Non è così, purtroppo. La tecnologia avanza “a balzi” e talora, se le condizioni non sono favorevoli al suo sviluppo, retrocede. Ebbene, stiamo entrando in una fase tutt’altro che favorevole allo sviluppo della tecnologia. Quando inizierà il calo della produzione petrolifera, [18] parallelamente alla crescita della domanda determinata dallo sviluppo dei Paesi emergenti, ci troveremo di fronte a seri e repentini problemi non solo di ordine energetico, ma anche di ordine alimentare. La tecnologia non è in grado di sostituirsi alla mera disponibilità di terreno agricolo.
La nostra agricoltura, privata delle basi tecnologiche e, soprattutto, delle materie prime per implementarle concretamente, si troverebbe costretta a retrocedere verso livelli di produzione per unità di superficie simili a quelli del periodo anteguerra.
Chiedete a qualche anziano contadino di vostra conoscenza quali erano i livelli di produzione e il carico di lavoro necessario per ottenerli, e cominciate a preoccuparvi seriamente. Contare sull’alta tecnologia come mezzo di sopravvivenza non è mai un buon modo di procedere.
La valutazione del grado di sovrappopolamento dell’Italia non può prescindere dall’esame di altri aspetti non meno importanti di quelli fin qui citati. Ritengo che molte altre questioni dovrebbero entrare a far parte dell’analisi parziale e approssimativa che vi ho proposto. La sempre più pressante crisi idrica con la quale già oggi ci troviamo a misurarci (spesso uscendone cronicamente perdenti). L’inquinamento, che riduce ulteriormente, contaminandolo, un territorio già fisicamente limitato. La congestione, che rende sempre più tormentosa la mobilità. L’affollamento, che riduce i nostri spazi di libertà costringendoci ad accettare regole sempre più vincolanti. L’inflazionamento dell’individuo, il cui valore viene eroso e reso risibile dal crescere della cosiddetta “massa”…
Ecco come Fabrizio Argonauta, cofondatore del MIDD [19], propone alcune tematiche di rilievo per suggerire opportuni spunti d’indagine:

  1. ACQUA — Siamo portati a pensare che la penuria d’acqua sia un problema di Paesi altri dal nostro ma sono ormai anni che il fiume Po tocca in estate i minimi idrometrici mentre alcune zone del nostro meridione soffrono la siccità da ancora più tempo. L’inverno 2006/07 ha avuto temperature estive senza precipitazioni nevose di rilievo — che sono la riserva idrica alpina per la pianura Padana popolata da decine di milioni di abitanti per i quali la disponibilità d’acqua è una necessità primaria — e l’estate che verrà è prevista la più asciutta a memoria d’uomo. I cambiamenti climatici portano con sé una variazione del regime delle precipitazioni, mentre la popolazione continua ad aumentare accrescendo le esigenze e riducendo le disponibilità idriche pro-capite. Due tendenze che non tarderanno a rendere drammatiche le crisi idriche già ricorrenti su tutto il territorio italiano.
  2. ARIA — La concentrazione massima consentita di polveri sottili nell’aria delle nostre città è superata costantemente e la miscela di veleni che respiriamo è per lo più causato dalle industrie, dagli impianti di riscaldamento e dal parco veicoli circolanti. La pianura Padana vista dal satellite è come un catino colmo di veleni mentre la sua popolazione continua ad aumentare accrescendo in modo direttamente proporzionale le emissioni industriali, quelle degli impianti di riscaldamento e quelle del parco veicoli circolanti. Non possiamo qui tacere sul grave fatto che l’Italia pur avendo sottoscritto il trattato di Kyoto sulla riduzione delle emissioni in atmosfera le ha aumentate anno dopo anno invece di ridurle. Vorremmo che i sostenitori della crescita
    spiegassero come l’aggiunta ogni quinquennio di una nuova metropoli delle dimensioni di Milano dovrebbe aiutare a migliorare la situazione.
  3. ENERGIA — Energeticamente parlando l’Italia è un Paese ricco solo di sole e con la crisi energetica mondiale all’orizzonte risulta facile comprendere che non è possibile alcun piano energetico rassicurante a popolazione stabile, figuriamoci a popolazione crescente! Anche riuscendo ipoteticamente a contenere l’impiego pro capite d’energia, l’aumento degli utilizzatori inevitabilmente vanificherebbe ogni sforzo aumentando la richiesta e l’impiego energetici complessivi.
  4. GIUTIZIA — Lo sfacelo del sistema giuridico italiano è regolarmente raccontato nei dettagli ad ogni apertura di anno giudiziario per voce della stessa magistratura e sappiamo che i crimini aumentano con l’aumentare della popolazione, specie di quella giunta disperata clandestinamente. Con l’aumentare della popolazione la crisi della giustizia diverrà una disfatta ed il rischio vero è quello di perdere la pacifica convivenza.
  5. LAVORO — Il combinato disposto dell’automazione e della delocalizzazione industriale verso paesi esteri riduce i posti di lavoro mentre contemporaneamente l’aumentare della popolazione dimorante in Italia aumenta il numero di lavoratori disoccupati così come di quelli schiavizzati. Interessante a proposito notare come la creazione di posti di lavoro aumenti col tempo il numero assoluto dei disoccupati. Anche se sembra un paradosso, pensate ad una città con un tasso di disoccupazione per esempio del 10% nella quale un nuovo insediamento industriale riducesse della metà la disoccupazione (5%). Si da il caso però che la mobilità di chi è in cerca di lavoro porterà in città (urbanizzazione) molte persone sino a ricondurre la disoccupazione al 10% ma sarà un 10% su di un numero totale maggiore e dunque i disoccupati saranno aumentati in numero assoluto rispetto al passato. Il famoso esercito di riserva a disposizione dei condottieri d’industria.
  6. LIBERTÀ — Assumendo il principio liberale che prevede un limite alle libertà personali solo quando infrangono le libertà altrui diviene intuitivo comprendere che le libertà personali di ognuno sono inversamente proporzionali al numero delle persone coinvolte in uno spazio dato. In altre parole, e per fare un esempio su tutti, pensate alla mobilità urbana: semafori, divieti, sanzioni, restrizioni, limitazioni d’ogni tipo — tutte cose che restringono la libertà personale di movimento — esistono perché le strade sono sovraffollate e le restrizioni aumentano con l’aumentare dei veicoli circolanti. Più siamo e minori sono le libertà di ognuno, in ogni campo.
  7. PAESAGGIO — “L’occhio vuole la sua parte”. Su questo motto si fonda buona parte della nostra industria turistica. Peccato che nell’ultimo mezzo secolo siamo talmente cresciuti in numero e desiderio di disponibilità materiali che abbiamo scientificamente lavorato alla distruzione del Bel Paese. È come se stessimo segando il ramo sul quale siamo seduti. Gli
    scricchiolii e le oscillazioni che sentiamo sono il chiaro segnale del danno che abbiamo già apportato. Ogni ulteriore colpo di sega è un evidente segno di autolesionismo acefalo. Non resta che smettere di
    segare, ovvero di crescere.
  8. RIFIUTI — Quella dei rifiuti solidi urbani, specie nel Sud, è una conclamata emergenza nazionale. Non vogliamo qui entrare nel merito della diatriba termovalorizzatori sì o termovalorizzatori no. Riduzione degli imballaggi sì o riduzione degli imballaggi no. Noi vogliamo qui semplicemente segnalare che l’aumento del numero di individui presenti sul nostro territorio, con i propri desideri e le proprie necessità, annullerà i benefici di ogni soluzione adottata a prescindere dal suo grado d’efficienza o dalle sue controindicazioni. Agli attuali tassi di crescita della popolazione dimorante in Italia non si scorge una soluzione al costante aumento dei rifiuti. Non a caso il napoletano, che ha un tasso record in Italia di abitanti per chilometro quadrato, è il luogo dove il problema si manifesta più drammaticamente.
  9. SALUTE — Carenza di acqua e aria pure, prodotti agricoli e zootecnici contenenti veleni, vittime della strada, montagne di rifiuti anche tossici, ricomparsa di malattie infettive un tempo debellate e comparsa di nuovi ceppi virali sono tutte condizioni imposte dal sovraffollamento. È normale che oltre un certo livello di sovraffollamento la salute pubblica risulti minata. Già sentiamo i commenti dei lietopensanti che ci dicono che la durata della vita media è aumentata e dunque quelli sulla salute sono allarmi ingiustificati. Invece no: anche se la tecnologia applicata alla scienza medica riesce a mantenere in vita nonostante i danni causati alla salute dal sovraffollamento che vita è? Vita per noi è aria pulita, acqua pura, cibo sano, la massima libertà individuale possibile, spazio vitale pro capite a disposizione ed integrità psicofisica. Non una condizione più o meno acuta di patologie fisiche e psicologiche che ci accompagnano sino a tarda età costringendoci ad una sequenza di cure per tirare avanti alla meno peggio e per di più ingrassando le industrie farmaceutiche. Questa per noi non è salute, questa per noi non è vita auspicabile.

Le generazioni che ci hanno preceduto, ci hanno coinvolto in una spirale impazzita. Il motore che spinge quella spirale è stato troppo a lungo lasciato senza controlli di sorta, accumulando un’inerzia che rende difficile arrestarne il moto. Stiamo parlando dello sbilanciamento tra l’entità numerica e lo stile di vita di una popolazione, e l’estensione e la capacità rigenerativa del territorio che la ospita. Che risulti da rigorose analisi scientifiche o dall’intuito e dalla saggezza popolare, è evidente: siamo troppi in Italia e siamo troppi nel mondo.
S’è fatto uso ed abuso del termine sostenibilità [20]. È opportuno ed urgente semplificare e condividere il vero significato di quel termine, e ritengo che quel significato debba necessariamente implicare l’inderogabile necessità di un consistente decremento demografico. Tutti conosciamo bene la natura delle soluzioni indispensabili per poter perseguire in ogni realtà locale il decremento demografico e con esso la sostenibilità, ma manca l’onestà intellettuale necessaria per riconoscerne pubblicamente l’opportunità e per proporne pubblicamente l’implementazione. Un aiuto a comprendere quanto quelle soluzioni siano urgenti può venire dall’approfondire personalmente i temi che ho appena sfiorato in questa pagina, a partire dalla superficie agricola pro-capite disponibile in Italia, in calo di circa 30 metri quadrati all’anno.

Contate con me: 2.130… 2.100… 2.070… 2.040…

Aldo Carpanelli

Note e riferimenti

[1] Vedi http://www.oilcrash.com/italia/bart_ape.htm
[2] Su http://ospitiweb.indire.it/adi/Pisa2003/Pisa2003_commento.htm, per citare una fonte tra le tante (non necessariamente la più autorevole) si legge: «Nella prova di matematica, il campione italiano è nettamente al di sotto della media OCSE e si colloca al quart’ultimo posto, […]. Peggio dell’Italia figurano solo […] Portogallo, Grecia, Turchia e Messico.» Poco oltre si legge: «Nei test relativi al problem solving non si va meglio. Questo test è una novità che permette di valutare le capacità degli studenti di combinare apprendimenti di varia natura, non correlati ai programmi d’insegnamento, per risolvere problemi […]. In questo esercizio gli studenti italiani si situano al quart’ultimo posto fra i 29 paesi dell’OCSE.»
[3] http://it.wikipedia.org/wiki/Italia, come al 21/02/2007.
[4] Al 31 dicembre 2005 (ultimo dato confermato come definitivo dall’ISTAT) la popolazione regolarmente registrata ammontava a 58.751.711 individui. Il dato tendenziale fornito dall’ISTAT per il giugno 2006 era salito a 58.883.958 (dato provvisorio). Una estrapolazione prudenziale ricavata con un semplice calcolo aritmetico suggerirebbe, a inizio 2007, una popolazione di almeno 59.016.000 individui. Ai quali occorrerebbe aggiungere i dimoranti non registrati che, come sappiamo, sono alquanto numerosi anche se per loro stessa natura non esattamente quantificabili.
[5] Un calcolo analogo, nel 2004, aveva dato come risultato un valore più elevato: 0,52 ettari pro-capite.
[6] Terre emerse totali: 14.940.000 km2 (http://www.matematicamente.it/mazzucato/TavoleGlobo.pdf).


Popolazione totale (stima 21/02/2007, h 18:10): 6.577.788.590 (http://www.census.gov/).

[7] L’ultimo censimento in merito risale al 2000. Un sunto delle sue risultanze è reperibile su http://censagr.istat.it/principalirisultati.pdf
[8] Nel 2000, la popolazione italiana residente assommava a 56.960.692 individui. (ISTAT)
[9] Lo stesso calcolo, nel 2004, aveva dato un risultato di 0,228 ettari pro-capite.
[10] Le fonti di più facile accesso sono scarsamente attendibili. Giova infatti notare che sulla superficie agricola globale, evidentemente si hanno le idee un po’ confuse circa il vero valore e significato dei numeri.


A puro titolo di esempio, per spiegare questa affermazione, riporto che, a fronte di un totale di 14.940.000 km2 di terre emerse globali, su http://www.agrometeorologia.it/notizie.shtml c’è chi ha l’ardire di affermare perentoriamente che “Per far fronte al continuo aumento della richiesta di produzione globale sarà necessario migliorare le tecniche colturali e razionalizzare l’utilizzo dell’acqua, che attualmente interessa solo il 20% circa della superficie agricola mondiale (stimata in circa 5 miliardi di ettari).” Netto e secco. Eppure, un semplice calcolo permetterebbe di rilevare che 5 miliardi di ettari corrispondono a ben 50 milioni di km2, ovvero oltre tre volte più del totale delle terre emerse del globo. Staremmo dunque coltivando non solo anche i deserti e le terre antartiche, ma pure una bella fetta di oceani!
All’estremo opposto, su http://www.progettogaia.it/materiali/mostra.pdf , veniamo informati che “Il picco di superficie agricola mondiale si è avuto infatti nel 1981 con 732 milioni di ettari, da allora la superficie è scesa a 656 milioni di ettari.” Con la popolazione globale attuale, ciò significherebbe una ben poco realistica superficie agricola pro-capite di 990 mq. Se avete un minimo di dimestichezza con l’agricoltura, non faticherete a comprendere quanto anche questo dato sia difficilmente attendibile.

Volendo accettare il presupposto della buona fede di chi scrive simili “stranezze”, vale la pena di rileggere le affermazioni circa i rilevamenti del PISA. L’alternativa è rimanere scandalizzati di fronte ad un uso così spregiudicato e fuorviante dei numeri.

[11] http://demo.istat.it
[12] 2002: +325.326; 2003: +567.175; 2004: +574.130; 2005: +289.336; 2006: +132.247 (primo semestre; dato provvisorio); ai dati ufficiali ISTAT appena riportati occorre aggiungere l’incremento del secondo semestre del 2006 ed un numero imprecisato di immigrati illegali non registrati e quindi non censibili.
[13] Su http://www.aspoitalia.net/index.php?option=com_content&task=view&id=123&Itemid=38 si riporta da una relazione di Maria Cristina Treu che: “Secondo i dati Eurostat, in Italia […] ogni anno si consumano 100.000 ha di campagna […]”. Il curriculum di Maria Cristina Treu, utile per valutarne l’attendibilità, è reperibile su http://www.fondazionepolitecnico.it/pagine/pagina.aspx?ID=Maria_Cristi001&L=IT
[14] Buona lettura: http://www.google.it/search?hl=it&q=%22dissesto+idrogeologico%22+italia&btnG=Cerca+con+Google&meta=
[15] A questo proposito è interessante consultare gli annuari, particolarmente ai capitoli “Commercio con l’estero”.
[16] Un calcolo prudenziale e che va preso con puro valore indicativo, parrebbe suggerire che ciascuno di noi disponga ogni giorno di circa due chilogrammi e mezzo di alimenti. Dato che immagino che ben pochi tra voi ingurgitino due chilogrammi e mezzo di cibarie al giorno, la “ipotesi pattumiera” è tutt’altro che peregrina.
[17] http://faostat.fao.org/
[18] http://www.aspoitalia.net/index.php
[19] http://www.oilcrash.com/italia/midd_inv.htm
[20] Si considerino, a questo proposito, le ponderate riflessioni di Albert Bartlett, disponibili in italiano presso http://www.oilcrash.com/italia/bartlet2.htm

di Aldo Carpanelli (revisione del 21/02/2007)

5 comments

  1. Nessie says:

    Interessante quanto apocalittico, il quadro in atto. Il paragrafo “libertà” ha a che vedere col post che ho appena scritto e su cui sei intervenuto.

    LIBERTÀ — Assumendo il principio liberale che prevede un limite alle libertà personali solo quando infrangono le libertà altrui diviene intuitivo comprendere che le libertà personali di ognuno sono inversamente proporzionali al numero delle persone coinvolte in uno spazio dato. In altre parole, e per fare un esempio su tutti, pensate alla mobilità urbana: semafori, divieti, sanzioni, restrizioni, limitazioni d’ogni tipo — tutte cose che restringono la libertà personale di movimento — esistono perché le strade sono sovraffollate e le restrizioni aumentano con l’aumentare dei veicoli circolanti. Più siamo e minori sono le libertà di ognuno, in ogni campo.

    Beh, ci aspettano mala tempora. E non c’è governo che ci salverà.

  2. Nessie says:

    Vedo. Tra l’altro Aldo, autore dell’articolo è uno dei lettori costanti del mio blog e vi interviene spesso in modo pertinente.

  3. Aldo says:

    Grazie per aver riportato per intero questa mia pagina, invero prolissa. Spero che possa essere fonte di “ispirazione” per molti Italiani (ma ne dubito, la troppa l’ideologia e i troppi interessi in gioco rendono l’argomento un tabù pubblicamente inviolabile).

    Se solo fosse possibile, gradirei che venissero resi attivi i link ad alcune pagine di approfondimento, ovvero:

    http://www.oilcrash.com/italia/bart_ape.htm
    http://www.oilcrash.com/italia/midd_inv.htm
    http://www.oilcrash.com/italia/bartlet2.htm

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