Il contenzioso per la palestina e la politica USA

Le recenti elezioni politiche nell’Autorità nazionale palestinese, che hanno visto la netta affermazione del gruppo oltranzista Hamas, stanno producendo conseguenze importanti a livello internazionale. L’amministrazione Bush ha invitato le aziende statunitensi a non avere alcun rapporto col governo dell’Anp, fino a quando Hamas non avrà “riconosciuto Israele e rinunciato esplicitamente alla lotta armata”. Sulla scia dell’azione statunitense, pure l’Unione Europea ha assunto un atteggiamento di assoluta fermezza nei confronti del nuovo esecutivo dell’Anp. L’inasprimento dei rapporti tra la Casa Bianca e l’Autorità nazionale palestinese rappresenta un brusco passo indietro. Da molti anni, infatti, gli Usa avevano intrattenuto relazioni ufficiali coi rappresentanti del popolo palestinese. In particolare, Usa e Anp avevano intrattenuto rapporti piuttosto cordiali durante le due amministrazioni Clinton. A partire dalla seconda metà anni 70 gli Stati Uniti compresero che ogni iniziativa in Medio Oriente avrebbe dovuto tenere in conto la questione della Palestina e del popolo palestinese. Questo fu il senso di un documento redatto nel 1976 da Harold Saunders, assistente per il Medio Oriente di Henry Kissinger, segretario di Stato dell’allora presidente Gerald Ford. Da quel momento tutti i presidenti americani, fino ad allora attenti solo agli interessi di Israele, adottarono una politica diversa, che condusse ad avviare rapporti con l’Olp di Arafat, rappresentante ufficiale dei palestinesi. Fu così per Jimmy Carter, vittorioso alle presidenziali del 1976 contro Ford, che attuò una politica molto attenta alle esigenze dei palestinesi. La scelta di una posizione equilibrata fu seguita anche dalle amministrazioni repubblicane di Ronald Reagan (1981-1988) e di George Bush sr. (1989-1992). La politica verso il contenzioso per la Palestina adottata da Bill Clinton, successore di Bush sr., seguì la strada tracciata dai suoi predecessori. Clinton voleva essere i mediatore che conduceva Israele e Olp verso traguardi storici, ma i suoi piani furono vanificati dall’avvio dei negoziati diretti fra israeliani e palestinesi, che si svolsero ad Oslo nell’estate del 1993. La Casa Bianca fu colta di sorpresa. Solo a cose fatte fu permesso l’intervento americano. Gli Usa non furono niente più che cerimonieri della firma degli accordi, avvenuta il 13 settembre 1993 a Washington alla Casa Bianca. Nel periodo immediatamente successivo al trattato di Washington, la Casa Bianca e il dipartimento di Stato restarono defilati rispetto alle iniziative di Rabin e Arafat, che siglarono nel 1994 nuove intese, miranti a dare valore alla Dichiarazioni di Principi firmata a Washington. Si ricordano i patti sottoscritti al Cairo (4 maggio), quello per il trasferimento di sovranità delle aree di Gerico e Gaza all’Anp, firmato al valico Erez il 29 agosto. Washington parve riprendere il controllo della situazione nel 1995. Il 28 settembre di quell’anno alla Casa Bianca si ebbe la firma dell’accordo Oslo II fra Israele e Anp. A tale evento, oltre a Rabin e ad Arafat, furono presenti anche il presidente egiziano Mubarak e re Hussein di Giordania. Stavolta la scelta della Casa Bianca come luogo per la firma valeva qualcosa di più rispetto al settembre 1993. L’amministrazione Clinton pareva avere recuperato la leadership come artefice del processo di pace israelo-palestinese. Il momento di grazia fu suggellato dall’intesa che fu stipulata fra Yossi Beilin e Mahmoud Abbas (Abu Mazen), i due architetti degli accordi di Oslo. Il patto, siglato il 31 ottobre 1995, prevedeva una soluzione definitiva della questione di Gerusalemme, che sarebbe stata divisa in due submunicipalità (una ebrea e una araba) attribuendo uno status speciale alla zona orientale, dove si trovano i luoghi santi. L’intesa fra Beilin e Abu Mazen poteva rappresentare la soluzione definitiva del contenzioso ma, come spesso accade, il sogno si infranse per l’insorgere di fatti imprevisti. L’illusione di una pace duratura svanì il 4 novembre 1995, quando fu il premier israeliano Ytzhak Rabin fu ucciso per mano di un estremista ebreo. La morte di Rabin sconvolse i piani di Washington. La presenza di Rabin, un premier che aiutava a risolvere i problemi piuttosto che crearne di nuovi, aveva consentito agli americani di adottare una politica equilibrata in Medio Oriente. La scomparsa del leader israeliano creava un vuoto assai difficile da colmare. Shimon Peres, che assunse le redini del governo in Israele, non ebbe il coraggio di intraprendere azioni decise per far avanzare il processo di pace, preferendo attendere l’esito delle elezioni nel paese ebraico, indette per il 29 maggio 1996. L’esito della consultazione elettorale in Israele segnò una brusca inversione di tendenza per il processo negoziale. Peres fu sconfitto da Benjamin Nethanyahu, il candidato della destra nazionalista che aveva condotto una campagna elettorale con lo slogan “pace nella sicurezza”. Fu un duro colpo per Clinton, che appena un mese prima aveva siglato un accordo di cooperazione con Peres per la lotta contro il terrorismo internazionale. I timori emersi per il cambio al vertice in Israele trovarono immediata conferma in settembre, quando Nethanyahu decise di aprire una seconda uscita al tunnel archeologico collocato lungo il Muro Occidentale a Gerusalemme. Arafat, da parte sua, soffiò sul fuoco asserendo che ciò era emblematico della volontà del nuovo governo israeliano di egemonizzare Gerusalemme. Ne scaturì una durissima battaglia, che causò oltre settanta morti. Clinton cercò subito di intervenire, convocando Arafat e Nethanyahu alla Casa Bianca. La crisi si placò ma la vicenda del tunnel evidenziò quelli che sarebbero stati gli elementi dominanti degli anni successivi per il contenzioso in Palestina: l’intransigenza di Nethanyahu per Gerusalemme; la compiacenza sottile di Arafat, che approfittava di tali eventi per giustificare azioni violente dei suoi uomini; l’opera di mediazione dell’amministrazione Usa, tanto generosa quanto inefficace. Nonostante il clima sfavorevole Clinton, rieletto presidente nel novembre del 1996, iniziò il suo secondo mandato con grandi ambizioni. Il presidente ribadì la sua intenzione di applicare una posizione equilibrata, senza timore di porre pressione sul governo israeliano. La pressione della Casa Bianca parve sortire un effetto immediato. Il 15 gennaio 1997 Israele e Anp siglarono un accordo per il ritiro israeliano da Hebron. Tuttavia tale intesa, piuttosto che segnare un avanzamento del processo, causò solo danni. Le frange più estreme della destra nazionalista israeliana, che ritenevano Hebron parte integrante della Grande Israele di richiamo biblico, pretesero da Nethanyahu una fermezza ancora maggiore su Gerusalemme. I rapporti fra Nethanyahu e Clinton furono da subito molto difficili. Il premier israeliano ribadì che la sua rigidità era dovuta alla inaffidabilità della controparte: l’Anp di Yasser Arafat. In effetti, i gruppi terroristici palestinesi compirono molti attentati senza che Arafat spendesse una sola parola di condanna per quelle azioni mirate contro civili israeliani, vittime innocenti quanto lo sono stati i tanti palestinesi uccisi dalle rappresaglie dell’esercito d’Israele. L’esecutivo di Nethanyahu si spostò su posizioni ancora più rigide. Il 4 gennaio 1998 si dimise il ministro degli Esteri israeliano David Levy, convinto sostenitore della politica di Madeleine Albright. Levy fu rimpiazzato da Ariel Sharon, all’epoca leader dell’ala più oltranzista, del tutto contrario a negoziare sui territori occupati nel 1967. Clinton cercò di prevenire il deterioramento di una situazione già precaria. La diplomazia americana, guidata dalla signora Madeleine Albright, ricevette l’impulso per un’azione ancora più incisiva in seguito allo scandalo “Sexgate”, emerso in febbraio, che vide coinvolto Clinton a causa delle rivelazioni dell’ex stagista Monica Lewinski. Per fronteggiare una simile situazione, Clinton aveva urgenza di un grande successo in politica ester
a, che gli avrebbe reso cred
ibilità agli occhi del mondo. Una situazione del tutto analoga a quella vissuta nel 1973 da Nixon il quale, travolto dallo scandalo del Watergate, incaricò Kissinger di impegnarsi senza risparmio in Medio Oriente, per ottenere risultati prestigiosi da esibire all’opinione pubblica mondiale. Da quel momento la Albright, spinta da un Clinton sempre più bisognoso di un grande successo, aumentò la pressione su Nethanyahu, suscitando le critiche da parte della maggioranza repubblicana al Congresso. Il 28 settembre, Arafat e Nethanyahu furono ricevuti da Clinton alla Casa Bianca, stavolta insieme. Fu il preludio alla firma del patto di Wye Plantations (Usa), avvenuta il 23 ottobre. Tale accordo implicava un nuovo ritiro israeliano dalla Cisgiordania, in ottemperanza a quanto già concordato a Oslo nel 1993. Il contesto appariva di nuovo propizio. Per imprimere un’accelerazione al processo di pace, Clinton si recò in Palestina tra il 12 e il 15 dicembre, incontrando sia i leader israeliani sia quelli palestinesi. In tale viaggio il capo della Casa Bianca pronunciò un discorso di fronte al Consiglio legislativo dell’Anp, ribadendo il diritto del popolo palestinese ad avere una patria. Il tour di Clinton in Palestina rappresentò il culmine delle attenzioni americane verso l’Autorità nazionale palestinese. Washington si era guadagnata la fiducia dei dirigenti dell’Anp. Nei primi mesi del 1999 gli Usa apparivano in grado di condurre il processo di pace verso nuovi traguardi. Il fallimento dell’esecutivo di Nethanyahu, che si era dimesso il 21 dicembre 1998, aprì la strada in Israele a un nuovo governo guidato dal laburista Ehud Barak, uscito vincitore dalla elezioni del 17 maggio. Il nuovo leader israeliano era per molti aspetti somigliante a Rabin per il pragmatismo, l’appartenenza al partito laburista e la carriera militare, che lo aveva visto arrivare fino al rango di capo di stato maggiore. Fin dal loro primo incontro, che avvenne alla Casa Bianca il 6 luglio, Clinton mostrò di avere un ottimo feeling con Barak. Con un nuovo interlocutore, la Casa Bianca riuscì a rilanciare il negoziato. Il 4 settembre, a Sharm el-Sheik, fu siglata un’intesa per l’applicazione delle clausole disattese dell’accordo di Wye Plantations. Purtroppo, anche stavolta si trattò di una breve illusione, giacché sia Israele sia l’Anp non mantennero le promesse. Barak trasferì all’Anp solo una parte dei territori promessi a Wye River. Arafat, da parte sua, si rivelò ancora una volta poco affidabile, lasciando liberi di agire i gruppi oltranzisti, fra i quali Hamas si stava imponendo come il più forte e organizzato. Si era ormai giunti al 2000, anno conclusivo della presidenza Clinton. La situazione appariva compromessa ma il capo della Casa Bianca, che voleva a tutti i costi ottenere un traguardo che lo potesse consegnare alla Storia, volle provare fino all’ultimo a invertire la tendenza. Con l’intento di emulare quello che fu il più grande successo di Jimmy Carter, Clinton convocò Barak e Arafat per l’11 luglio nella residenza presidenziale di Camp David, dove Begin e Sadat avevano siglato la pace fra Israele ed Egitto nel 1978. Un tentativo certo ammirevole, ma la differenza tra Camp David 1978 (Carter, Begin e Sadat) rispetto a quella del 2000 (Clinton, Barak e Arafat) era abissale. Nel 1978 il passo più importante era già stato fatto, in seguito al viaggio di Sadat a Gerusalemme che spianò la strada per ciò che concerneva il negoziato diretto fra le parti. La Camp David del luglio 2000, invece, arrivava dopo anni di deterioramento dei rapporti, a causa del mancato rispetto degli impegni pattuiti a Oslo nel 1993. In ogni caso, Clinton quasi riuscì nell’impresa impossibile, utilizzando come base per i negoziati la citata intesa raggiunta da Beilin e Abu Mazen nel 1995. In virtù della mediazione di Clinton, Barak offrì ad Arafat la sovranità immediata sul 73% della Cisgiordania, cui si aggiungeva un ulteriore 21%, che sarebbe stato trasferito all’Anp entro dieci anni. Quanto a Gerusalemme, Barak offrì ai palestinesi la piena sovranità sulle zone nord e sud, più il diritto ad amministrare la parte orientale. L’offerta non era male ma Arafat oppose il suo rifiuto, poiché pretendeva la piena sovranità palestinese sull’intera parte orientale di Gerusalemme. Il fallimento del vertice segnò la fine delle ambizioni di Clinton di essere ricordato come promotore della pace fra israeliani e palestinesi. Da allora ripresero le violenze su larga scala e gli Usa, da parte loro, non riuscirono a riportare il processo di pace sul binario del negoziato. L’amministrazione Clinton non fece granché per impedire a Sharon di recarsi al Monte del Tempio il 28 settembre. Washington non si attendeva che tale gesto potesse scatenare una simile reazione, generando addirittura l’inizio di una nuova Intifada. Gli Stati Uniti cercarono di riavvicinare le parti ma le speranze svanirono il 12 ottobre 2000, quando avvenne il linciaggio di due soldati israeliani della riserva, uccisi nella caserma di Ramallah da una folla impazzita. Il linciaggio dei due soldati israeliani irritò Barak, che reagì ordinando un’imponente azione militare contro Ramallah. Questo fu il vero inizio di un nuovo conflitto israelo-palestinese, tuttora in corso. Fu un duro colpo per Clinton, che stava lavorando alacremente per colmare il divario fra Barak e Arafat. A testimonianza dell’impegno americano, nel momento del linciaggio Arafat stava incontrando George Tenet, direttore della Cia, per concordare il ripristino della cooperazione in materia di sicurezza. Clinton si impegnò fino all’ultimo per lasciare la sua impronta su una questione alla quale aveva dedicato molte risorse. Non essendo riuscito a centrare il traguardo che inseguiva, il presidente presentò un piano che avrebbe potuto essere la base per una ripresa delle trattative in futuro. I punti salienti di questo progetto erano: l’assegnazione del 95% della Cisgiordania ai palestinesi; la soluzione della questione di Gerusalemme secondo il principio che “ciò che è arabo dovrà essere palestinese e ciò che è ebraico dovrà essere israeliano”; l’incorporazione di almeno l’80% dei coloni ebrei in “blocchi di colonie”, che sarebbero rimasti sotto sovranità israeliana. Il piano di pace di Clinton rappresentò una sorta di testamento, degna conclusione di una presidenza che, a dispetto dei risultati non eccelsi, aveva compiuto sforzi apprezzabili per avvicinare le parti a una soluzione definitiva del contenzioso. Pagine di Difesa, Rudy Caparrini, http://www.paginedidifesa.it/2006/caparrini_060421.html