La violenza politica nella Bibbia e nel Corano

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da questo grafico si evince come la religione islamica sia dieci volte più violenta delle altre religioni

Uno degli argomenti piú frequentemente avanzati a difesa dell’Islam è che la Bibbia è violenta tanto quanto lo è il Corano. La logica funziona così: visto che il Corano non è piú violento della Bibbia, allora perché dovremmo preoccuparci dell’Islam?  Quest’argomento suggerisce che l’Islam è uguale al cristianesimo e al giudaismo.  Questo è falso, ma l’analogia è molto diffusa giacché consente a chiunque ignori tutto della vera dottrina dell’Islam di poterne parlare: “Vedete, l’Islam è come il Cristianesimo, i Cristiani sono violenti così come lo sono i Mussulmani”. Se questo è vero, allora, non c’è bisogno di imparare nulla della vera e propria dottrina islamica.

Tuttavia, questo non è un argomento teologico. E’ un argomento politico. Non si tratta di sapere ciò che succede in un luogo di culto, ma ciò che succede sul mercato della libera espressione delle idee.

Ora, si può dire che la dottrina dell’Islam è piú violenta di quella del C orano?  C’è un solo modo per provare o invalidare il paragone, quello di misurare le differenze in materia di violenza, espresse nel Corano e nella Bibbia.

Innanzitutto bisogna definire la violenza. Per chi si trovi al di fuori dell’Islam, del Cristianesimo o del Giudaismo l’unica violenza che importi è quella esercitata verso “l’altro”, ossia la violenza politica. Caino che uccide Abele non costituisce violenza politica. Non è violenza politica ammazzare l’agnello per mangiarlo, oppure sacrificare un animale. Da notare che, indipendentemente dal fatto che un vegetariano o un membro dei PETA, consideri tutte e due le cose azioni violente, nessuna delle due costituisce violenza contro i vegetariani o i membri del PETA stessi.
[People for the Ethical Treatment of Animals (PETA) è un’organizzazione non-profit a sostegno dei diritti degli animali.].

Poi, bisogna paragonare le dottrine sia sul piano quantitativo sia su quello qualitativo. La violenza politica nel Corano si chiama “combattere nel nome di Allah” o “Jihad”.

Non dobbiamo misurare la Jihad solo nel Corano. L’Islam ha tre testi sacri: il Corano, la Sira e i Hadith, ovvero la Trilogia islamica. La Sira è la biografia di Maometto, i Hadith sono le sue tradizioni – ciò che ha fatto e ciò che ha detto. La Sira e i Hadith costituiscono la Sunna, il modello perfetto del comportamento islamico.

Il Corano è il piú piccolo dei tre libri. Costituisce solo il 16% del testo totale della Trilogia [1].  Questo significa che la Sunna costituisce l’altro 84% dei testi sacri dell’Islam. Questa semplice statistica ha vaste implicazioni. La maggior parte della dottrina islamica concerne Maometto, non Allah. Il Corano dice 91 diverse volte che Maometto è il perfetto modello di vita. E’molto più importante conoscere Maometto che non il Corano. Questa è una buona notizia: è facile capire la biografia di un uomo. Per conoscere l’Islam, conosci Maometto.

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La Jihad a sua volta, figura in larga misura in tutti e tre i testi. Ecco il grafico che illustra i risultati. E’molto significativo che la Sira dedichi 67% del suo testo alla Jihad. Negli ultimi nove anni della sua vita, Maometto ha conosciuto un episodio di violenza in media ogni sei settimane. E’ la Jihad che ha sancito il successo di Maometto. Ecco il grafico della crescita dell’Islam.

Fondamentalmente, quando Maometto predicava una religione, l’Islam cresceva al ritmo di 10 nuovi mussulmani all’anno. Ma quando cominciò la Jihad, l’Islam aumentò in media di diecimila nuovi adepti all’anno. Tutti i dettagli su come intraprendere la Jihad sono registrati nei minimi particolari.  Il Corano offre una grande visione della Jihad – la conquista del mondo attraverso il processo politico. La Sira ne è il manuale di strategia e i Hadith quello della tattica.

Ora, passiamo alla Bibbia ebraica. Se contiamo tutta la violenza politica ivi contenuta, ci accorgiamo che 5,6% del suo testo le è dedicato, mentre nel Nuovo Testamento non c’è esortazione alla violenza politica.

Se contiamo la quantità di parole dedicate alla violenza politica, ne abbiamo 327 547 nella Trilogia[2] e 34 039 nella Bibbia ebraica[3]. La Trilogia conta 9,6 volte piú espressioni di violenza politica rispetto alla Bibbia ebraica.

Il vero problema va al di là della misura quantitativa (dieci volte piú violenza); esiste anche la misura qualitativa. La violenza politica nel Corano è eterna e universale. La violenza politica nella Bibbia attiene a un particolare luogo e determinato momento storico. Qui sta l’enorme differenza tra l’Islam e le altre ideologie. La violenza rimane una minaccia costante per tutte le culture non islamiche, ora e nel futuro. L’Islam non è in alcuna maniera pratica, analogo al cristianesimo, né al giudaismo.  A parte la dottrina del dio unico, l’Islam è unico fino a se stesso.

Bibbia
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Si può misurare la differenza nell’espressione della violenza tra i testi giudeo-cristiani e quelli dell’islam, nell’uso che si fa della paura della violenza contro artisti, critici e intellettuali.  Quale artista, critico o intellettuale prova un briciolo di paura se deve condannare qualunque cosa di cristiano o ebraico?  Di contro, guardate gli esempi di minacce politiche violente e/o assassini contro Salman Rushdie, Theo van Gogh, Pim Fortune, Kurt Westergaard (il Danese delle vignette con Maometto), e molti altri. Quale artista, critico o intellettuale non sente un po’ di paura a proposito di Islam quando si tratta di libera espressione?  La differenza politica tra le risposte alle due diverse dottrine è enorme. I frutti politici dei due alberi sono diversi come il giorno e la notte.

E’ora che i cosiddetti intellettuali tornino all’essenziale, giudicando l’Islam in base alla sua dottrina reale, e non facendo analogie che non si reggono in piedi e che non sono altro che affermazioni puerili. Il ragionamento fondato sui fatti dovrebbe sostituire le illusioni del politicamente corretto e del multiculturalismo.

Bill Warner, Direttore del Centro per lo studio dell’Islam politico.
(traduzione a cura di Jocelyne Cohen Mosseri)