Il confronto tra Cina e Usa comincia dall'Africa

Da diverso tempo seguo gli interessantissimi post dei "Gemelli". Oggi ho deciso di trattare un argomento che a loro sta particolarmente a cuore. Attenzione che l’articolo è lunghetto…buona lettura

Lo scorso 2 dicembre l’ambasciatrice plenipotenziaria dell’Angola negli Stati Uniti, Josefina Pitra Diakitè ha avuto un lungo colloquio con Dan Mozena, il direttore dell’Ufficio affari sudafricani del dipartimento di Stato. L’incontro è servito ai rappresentanti dei due paesi per discutere vari aspetti della loro collaborazione bilaterale consolidata dalla visita alla Casa Bianca del maggio 2004 di Josè Eduardo Dos Santos, presidente dell’Angola.

Le relazioni con l’Angola rappresentano solo un aspetto di una lunga serie di accordi militari, politici ed economici conclusi negli ultimi anni dagli Stati Uniti con numerose nazioni africane e sono la testimonianza del rinnovato interesse americano verso l’Africa. Conclusa la Guerra Fredda durante la quale il continente africano era stato teatro di una serie di scontri tra Stati Uniti e Unione Sovietica condotti attraverso l’uno o l’altro alleato scelto in base alle convenienze del momento e dopo l’insuccesso dell’intervento americano in Somalia avviato da Bush senior, il presidente Clinton decise di rilanciare la politica africana di Washington.

Dopo gli attentati terroristici del 1998 alle ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salaam, nel marzo del 1999 si tenne un incontro tra otto organizzazioni regionali africane e 83 ministri del continente insieme alle loro controparti statunitensi con l’obiettivo di rafforzare il parternariato tra Stati Uniti e Africa attraverso lo sviluppo economico, gli scambi commerciali e le riforme politiche. Di pari passo con questa iniziativa gli Usa procedettero al graduale insediamento nel continente di un coeso sistema di assistenza militare. Nel 1996 venne creata l’Acri (African Crisis Response Iniziative) una forza di risposta alle frequenti crisi africane per garantire il mantenimento della pace e l’aiuto umanitario.

Le attività dell’Acri vennero sottoposte al coordinamento dell’Eucom, il comando europeo dell’esercito americano. Dal 1997 al maggio 2000 l’Acri ha organizzato la formazione di battaglioni (da 800 a mille uomini) in Senegal, Uganda, Malawi, Mali, Ghana, Benin e Costa d’Avorio. Dopo l’11 settembre gli Stati Uniti hanno ulteriormente aumentato i loro investimenti militari in Africa. Come sostenuto da Bush nel suo viaggio del luglio 2003 gli Usa non avrebbero permesso che i terroristi potessero minacciare i popoli africani o che potessero usare l’Africa come base per minacciare il resto del mondo.

Nel novembre 2003 Washington decise di varare il programma di assistenza militare Psi (Pan Sahel Iniziative) poi allargato nel Trans-Sahara Counter Terrorism Iniziative per l’addestramento tattico degli eserciti di dieci paesi africani tra cui Algeria, Chad, Mauritania, Niger, Nigeria con l’obiettivo di migliorare le capacità di controllo del territorio a fini antiterroristici. Iniziativa analoga è anche l’African Costal Security Programme rivolto alla zona del Golfo di Guinea per garantirne la sicurezza promuovendo il rafforzamento delle forze navali africane, l’addestramento e la cessione di materiale tecnicamente avanzato e l’insediamento di nuove basi americane (già nel 2003 si era parlato dell’apertura di una base militare statunitense a Sao Tomè). Le stesse considerazioni valgono per la zona del Corno d’Africa dove, di recente, in Gibuti, accanto alla guarnigione francese Washington ha stanziato una forza di 1.600 uomini, vista l’eccezionale importanza geopolitica della zona, crocevia di tutte le rotte commerciali da e per l’Oceano Indiano, e il Sud Africa con il quale è stata intensificata la collaborazione militare.

L’attuale interesse americano verso l’Africa non è da attribuirsi solo a valutazioni dovute alla lotta al terrorismo, ma anche da esigenze di natura energetica. Nel 1972 la produzione petrolifera interna statunitense raggiunse il suo massimo livello con 11,6 milioni di barili al giorno, e da allora è iniziato il lento declino dell’autosufficienza energetica di Washington. L’attuale livello di pompaggio si aggira intorno ai nove milioni di barili giornalieri e continuerà a diminuire man mano che i giacimenti più vecchi si esauriranno (anche estraendo petrolio dall’Arctic National Wildlife Refuge in Alaska, come più volte ventilato dall’amministrazione Bush, il trend negativo non potrebbe arrestarsi). Di conseguenza, di fronte a un eccezionale aumento della sete petrolifera nazionale (si calcola che entro il 2025 l’approvvigionamento giornaliero americano crescerà fino a 29 milioni di barili), la dipendenza degli Stati Uniti dalle risorse energetiche importate è aumentata enormemente.

Visto poi che la maggior parte dei paesi industrializzati ha consumato quasi tutti i propri giacimenti, una quantità sempre maggiore di petrolio dovrà essere importato da paesi in via di sviluppo, ostili e spesso dilaniati da lunghe guerre. La notevole turbolenza geopolitica del Golfo Persico ha convinto poi gli Stati Uniti a ridurre la propria dipendenza dal petrolio e dal gas naturale proveniente dal Golfo e poiché prospezioni effettuate alla metà degli anni 90 hanno evidenziato che al largo delle coste tra Mauritania e Angola ma anche tra Egitto e Gibuti sono disponibili grandi riserve di petrolio poco sfruttate, l’attenzione di Washington verso l’Africa ha assunto un nuovo interesse.

Ad oggi le riserve accertate ammontano a 24 miliardi di barili, ma il ritmo con cui vengono individuati nuovi giacimenti fa dire agli esperti che i paesi che si affacciano sul Golfo di Guinea siano in grado di possedere circa 100 miliardi di barili di petrolio. Potenzialità energetiche notevoli che secondo le indicazioni del National Energy Security Report redatto nel 2001 sotto la supervisione del vicepresidente Richard Cheney potrebbero portare entro il 2011 ad una crescita della quota di petrolio africano importato negli Stati Uniti dall’attuale 15% a una quota del 25%. Le ragioni di una simile crescita sono diverse. Prima di tutto i minori costi di trasporto grazie alla relativa vicinanza dell’Africa occidentale alle raffinerie del Golfo del Messico. In secondo luogo il petrolio proviene da zone in cui, ad eccezione dell’Angola, sono quasi completamente assenti politiche nazionali volte alla salvaguardia dell’ambiente costiero o marino, che potrebbe essere gravemente minacciato da una eccessiva estensione di attività estrattive off-shore. Queste, oltre a godere di un trattamento fiscale privilegiato rispetto a quelle terrestri, si trovano al riparo dalle conseguenze negative prodotte sulle attività estrattive dai conflitti locali e non dipendono dalla volatilità degli accordi con le fazioni in lotta.

Non bisogna poi trascurare la maggiore accondiscendenza alle richieste americane dei paesi produttori (solo la Nigeria fra i produttori subsahariani fa parte dell’Opec) retti da governi deboli o destabilizzati da vari conflitti interni. Tra gli oligopoli petroliferi statunitensi più attivi in Africa vi sono la Vanco Energy che si è accaparrata i diritti per la ricerca e lo sfruttamento di 121.410 kmq di fondali marini tra Marocco, Senegal, Costa D’Avorio, Gabon e Namibia e la Chevron Texaco che già nel 1999 avviò la produzione di petrolio da un giacimento off-shore al largo dell’Angola.

L’estrema importanza per gli Usa delle risorse energetiche africane ha trovato conferma nella visita (la prima di un segretario di Stato americano) compiuta da Colin Powell in Angola e Gabon nel settembre del 2002. Da allora Washington ha iniziato a sfruttare i precedenti legami militari stabiliti con i paesi dell’Africa orientale e la stessa retorica antiterrorismo per proteggere gli approvvigionamenti petroliferi provenienti da quelle zone. Sono stati potenziati i programmi di assistenza militare e al fine di rafforzare la presenza americana nelle acque confinanti con la Nigeria e altri paesi chiave le forze aeronavali statunitensi presenti in precedenza nel Mediterraneo sono state trasferite per metà del loro impiego lungo le coste africane.

Dopo la visita di Bush in Senegal, Nigeria, Uganda e Sud Africa del 2003, nel marzo del 2004 il governo americano ha invitato a Stoccarda, sede del comando militare statunitense in Europa, i rappresentanti di 48 nazioni africane tra le più ricche di risorse petrolifere in un arco che si estende dal Maghreb al Golfo di Guinea per implementare la reciproca collaborazione nell’ambito della sicurezza. Nell’agosto del 2004 Washington ha annunciato l’avvio di un programma di assistenza militare con la Nigeria e in quella occasione il generale Robert Fogleson, comandante Usaf in Europa ha dichiarato che tale regione, così come l’intera Africa Occidentale costituisce un elemento fondamentale per la stabilità degli Stati Uniti per varie ragioni tra cui non ultime le sue risorse petrolifere.

Negli ultimi anni le vaste riserve energetiche del continente africano sono state considerate con crescente interesse anche da altri paesi. Ad esempio la Francia che, sfruttando i precedenti legami coloniali, ha avviato importanti contatti diplomatici ed economici con Algeria, Gabon e Angola, ma soprattutto la Cina. L’eccezionale crescita economica registrata a partire dal 1979 ha reso il grande paese asiatico un importante consumatore di risorse petrolifere e il continuo incremento di tale sviluppo lo ha costretto a divenire un importatore netto di petrolio sin dal 1993 fino al livello attuale di secondo maggiore consumatore di oro nero dopo gli Usa con una domanda di 5,56 milioni di barili al giorno. Si calcola che entro il 2010 il consumo cinese annuale di petrolio raggiungerà i 300 milioni di tonnellate oltre la metà delle quali dovrà essere importato. Attualmente il 50% delle importazioni di oro nero provengono dal Medio Oriente, tuttavia gli stessi motivi che hanno spinto gli Usa a cercare alternative alle risorse provenienti da tale area, cioè l’estrema turbolenza geopolitica, hanno convinto anche le autorità di Pechino a diversificare i loro approvvigionamenti petroliferi.

La leadership cinese ha identificato i primi 20 anni del nuovo secolo come un “periodo di importanti opportunità strategiche” (zhongyao zhanlue jiyu qi) da “cogliere fino in fondo” per realizzare i suoi fondamentali obiettivi di sviluppo, per cui, garantire la sicurezza dei propri rifornimenti energetici, evitando sia i capricci del mercato internazionale del petrolio sia la volatilità della situazione politica del Golfo Persico, ha assunto un rilievo prioritario. Pechino ha iniziato quindi a rivolgere la propria attenzione verso altre regioni come la zona del Caspio, la Russia, l’America Latina e le risorse petrolifere africane. Le relazioni cinesi con il “continente nero” sono sempre state di natura multidimensionale. Negli anni 60 le autorità di Pechino divennero le maggiori sostenitrici della lotta dei neonati stati africani verso le tradizionali potenze coloniali europee, favorendo la diffusione degli ideali comunisti presso le giovani élite di colore. Gli anni 70, con il processo di decolonizzazione avviato conclusione i rapporti tra Cina e Africa, vennero improntati sulla solidarietà tra due continenti appartenenti allo stesso mondo: quello dei paesi sottosviluppati. La presenza cinese in Africa si identificava nella figura del tecnico venuto ad assistere il paese fratello appena liberato dalla tutela coloniale per contribuire al suo sviluppo.

Anti-imperialista e valido contrappeso all’Occidente, la Cina si infiltrava nei territori risparmiati dalla contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica favorendo la cooperazione militare e commerciale con paesi ideologicamente affini come Etiopia, Uganda, Tanzania, Zambia etc. Terminata la Guerra Fredda le relazioni sino-africane hanno perso gran parte della loro connotazione ideologica per orientarsi verso più tradizionali rapporti di mercato e valutazioni energetiche. Delle precedenti valutazioni di natura politica sono rimaste solo la comune convinzione di doversi opporre all’egemonismo della potenza globale americana e il principio dell’esistenza di una sola Cina, anche se, come nel caso del Ciad che mantiene ancora relazioni diplomatiche con Taiwan, gli interessi energetici hanno convinto le autorità di Pechino a “turarsi il naso” come avrebbe detto Indro Montanelli e a concludere accordi commerciali e petroliferi anche con questo piccolo paese. La Cina ha rafforzato i propri vincoli con le nazioni africane attraverso la cancellazione del debito, l’offerta di supporto tecnologico e la concessione di prestiti sfruttando così le proprie risorse di soft power nell’ambito di una strategia più ampia, volta a rafforzare la propria influenza sul continente africano.

In tutti i casi di trasferimento di prestiti, i dirigenti cinesi non hanno posto alcuna condizione, a differenza di analoghe iniziative statunitensi o giapponesi che spesso hanno subordinato la concessione di fondi ai destinatari africani a condizioni come l’adozione di provvedimenti a favore della democrazia, la tutela dei diritti umani o il rispetto della trasparenza nell’utilizzo delle risorse finanziarie. In cambio di denaro i cinesi chiedono come unica contropartita petrolio o la possibilità di investire in infrastrutture. Non solo, secondo Gal Luft, specialista del settore energetico e direttore esecutivo dell’Istituto per l’analisi della sicurezza globale (Iags), un think tank neocon, i cinesi sono propensi a gestire i loro affari con gli Stati africani con modalità che gli americani, gli europei o i giapponesi non accetterebbero mai: pagando tangenti e facendo accordi sottobanco. Di qui l’interesse di alcune nazioni del continente nero a lavorare con imprese cinesi o a scambiare risorse petrolifere con società cinesi piuttosto che occidentali per l’assoluta assenza di costrizioni. Lo stesso vice ministro degli esteri cinese Zhou Wenzhong in alcune recenti interviste ha sostenuto che la Cina vuole perseguire i propri obiettivi petroliferi in Africa senza alcun tipo di condizionamento. A suo giudizio Pechino intende separare il business dalla politica.

Quasi a voler confermare la concretezza di tale strategia, il grande paese asiatico ha avviato una intensa collaborazione commerciale (ad esempio con massicce esportazioni di armi) e petrolifera con il Sudan. Dieci anni dopo essersi installata nei giacimenti petroliferi del Muglad (nella zona sud), attualmente la Cina importa il 50% del greggio sudanese. Il grande paese africano è retto da un governo di ispirazione islamica che viene considerato dagli Stati Uniti parte di un informale “asse“ antiamericano di cui insieme a Teheran e Karthoum fino al 2003 era soggetto integrante anche l’Iraq di Saddam Hussein. Secondo la leadership di Washington, il Sudan rappresenterebbe un rifugio per i terroristi e una base importante per la rete di al-Qaeda. La riprovazione internazionale verso Karthoum è ulteriormente cresciuta dopo la recente crisi del Darfour, la regione sud occidentale del paese, dove le autorità governative hanno condotto una spietata repressione dei ribelli di religione cristiana.

Approfittando dell’assenza delle nazioni occidentali, Pechino ha riempito il vuoto attingendo alle risorse petrolifere sudanesi. Dalla Compagnia nazionale petrolifera (Cnpc) alla Zonggyuan Petroleum Corporation, tredici delle prime quindici società straniere insediate in Sudan sono cinesi. Frustrando le analoghe aspirazioni statunitensi all’oro nero sudanese, il governo cinese non ha avuto alcuna esitazione a fare affari con un regime responsabile dei massacri in Darfour. Come sostiene He Wenping, direttrice del dipartimento relazioni internazionali presso l’Istituto di studi africani dell’università di Pechino, per la Cina la tutela dei diritti delle persone non può assolutamente interferire con l’esercizio della sovranità nazionale e la tutela dei propri interessi.

L’estremo cinismo dell’ex impero di mezzo è venuto alla luce nel settembre del 2004 quando, in occasione della votazione al Consiglio di Sicurezza della risoluzione n. 1564 che chiedeva l’introduzione di un embargo alle armi verso il Sudan, l’ambasciatore cinese all’Onu Wang Guangya ha minacciato l’esercizio del diritto di veto da parte del suo paese. Ulteriore motivo di contrasto con gli Stati Uniti nella politica africana della Cina è dato dalla posizione assunta da Pechino nei confronti dello Zimbabwe di Mugabe. Il paese africano è stato collocato da Washington fra “gli avamposti della tirannia” e la politica populista e aggressiva esercitata da Mugabe contro i possidenti bianchi non è vista di buon occhio dagli Usa a causa del possibile effetto emulativo che potrebbe causare in Sudafrica, altro paese con una importante classe di proprietari bianchi. In maniera analoga a quanto avvenuto con il Sudan le autorità cinesi hanno approfittato dei contrasti tra Mugabe e l’Occidente per avviare proficue relazioni commerciali con lo Zimbabwe.

I due esempi ora riportati, a cui se ne potrebbero aggiungere altri, evidenziano come la competizione sino-americana per le risorse energetiche africane rischia di aggravare i contrasti tra Pechino e Washington con il risultato di accrescere ulteriormente la tradizionale instabilità della regione, pregiudicandone le opportunità di sviluppo che l’eccezionale riserva di risorse energetiche dovrebbe invece garantire.

Adesso che avete finito meritate un premio, fatevi una giratina QUI 

57 comments

  1. Bisqui says:

    L’articolo dovrebbe essere molto più lungo, così sembra che sia una partita a 2 quando nella realtà gli attori sono di più. Per esempio c’è solo un accenno all’India, prossimamente posterò un documento nel quale è spiegata la strategia USA in Asia ed il coinvolgimento dell’India. Argomento che avevo trattato in un commento dai Gemelli.

    Se ci riesco seguo questo filone, altrimenti se non ci sono novità di rilievo vorrei tanto tornare alla storia militare.

  2. Bisqui says:

    Non so se tu sai che in Mauritania c’è stato un colpo di stato. Un problemino politico-religioso-razziale. Sembra che i militari al governo vogliano solo stabilizzare il paese e poi andare ad elezioni libere. Molto, sulla decisione di andare alle elezioni in tempi brevi, ha pesato la politica estera USA che non avrebbe tollerato oltre un governo assolutistico.

  3. Edmund says:

    Se sapessi tutto non verrei qui da te a leggere le cose che scrivi.

    Non so tu, ma io è ora che vada a dormire.

    Continua su questo filone che mi interessa molto ma ultimamente non ho molto tempo per documentarmi.

    Ciao

    Buonanotte.

  4. johnnywinter says:

    Lo metterei in evidenza tipo color rosso sangue che cola dalle scritte…

    Non è proprio così. Il metodo cinese concretizzato nell’affare lesotho e che si può vedere anche qui in europa è:

    a) gettare le basi per un dato prodotto con manodopera immigrata nel paese che lavora a prezzo P1 e export dall’esterno all’interno con prezzo P2 facendo crollare le aziende autoctone con prodotti + cari (P3)… P1circa uguale a P2 molto minori rispetto P3…sopravvive a fatica P2 e tutto i prodotti creati sul posto a prezzo P3 crollano e la richiesta viene presa dagli altri due termini (P1 e P2)

    b) far sopravvivere una dipendenza dai prodotti esteri a bassissimo prezzo

    c) ritirare le truppe di lavoratori (quelli che producevano a P2) nel paese lasciandolo spoglio di aziende che producono in quel dato settore ottenendo così il monopolio dell’esportazione per un dato prodotto (inizialmente a P1 poi a quanto voglion loro vista la mancanza di concorrenza).

    Con il petrolio non si può fare, ma con tutti gli altri prodotti è stato fatto anche in africa, oltre che in europa.

    Oltre a India e mauritania c’è la Costa d’avorio e lo scambio illegale di diamanti che favorirebbe proprio il gruppo di alqaeda (con i francesi a bombardare il parlamento dello stato che difendono).

    C’è poi la morte di John Garang del Sudan, pupillo americano (uomo violento che aveva riappacificato lo stato e permetteva ad albeshir di occuparsi della questione Darfur, ricca regione petrolifera…mah toh…Garang muore accidentalmente e i janjaweed continuano la loro opera di eppurazione in darfur).

    qui:

    (pag 190 televideo trascrizione)

    http://www.p2pforum.it/forum//showthread.php?t=61801&highlight=africa+cina

    ed anche (Garang):

    http://www.p2pforum.it/forum//showthread.php?t=43572&highlight=africa

    Povera francia invade la costa d’avorio e nessuno se la fila:

    http://www.p2pforum.it/forum//showthread.php?t=43410&highlight=africa

    Se poi volete fare un saltino atlantico, potrete trovare in SudAmerica che tutti i bravi ragazzotti andati al potere ultimamente che fanno parte di quel sistena noglobal (rifiuto di regole comunitarie di scambi internazionali…ricorda tanto la cina) e di incitazione antiimperialista americana vedi Chavez, si offrono spontaneamente a mamma cina..il venezuela ha raggiunto anche lui un accordo per rifornire la cina di petrolio (chissà in cambio di quali concessioni umane). Ma non c’è solo Chavez.

    Scavi nel terrorismo che ingenera antiamericanismo e trovi gli occhi a mandorla…mah…

    Saluti me ne vo in vacanza…

  5. johnnywinter says:

    In tutti i casi di trasferimento di prestiti, i dirigenti cinesi NON HANNO POSTO ALCUNA CONDIZIONE, a differenza di analoghe iniziative statunitensi o giapponesi che spesso hanno subordinato la concessione di fondi ai destinatari africani a condizioni come l’adozione di provvedimenti a favore della DEMOCRAZIA, la tutela dei DIRITTI UMANI o il rispetto della trasparenza nell’utilizzo delle risorse finanziarie.

    Lo metterei in evidenza tipo color rosso sangue che cola dalle scritte…

    In cambio di denaro i cinesi chiedono come unica contropartita petrolio o la possibilità di investire in infrastrutture.

    Non è proprio così. Il metodo cinese ….

    non so perchè ma mi ha tagliato due frasi…

    Ora le ho reimmesse…sperando vengano fuori.

  6. Otimaster69 says:

    Mannaggia quanto è lungo, ho iniziato a leggerlo questa notte e non ci sono riuscito, qui al lavoro mi è impossibile non mi resta che rimandare a quesata sera.

    Per ora ti saluto.

  7. utente anonimo says:

    La Cina sta crescendo troppo in fretta. Per fortuna nostra, quel modello di sviluppo ha delle crepe piuttosto evidenti.

    – La Cina vuole entrare nel WTO, ma alle sue condizioni, che sono in contrasto con quelle del WTO stesso. Per cui, o cambia le richieste, o cambia il WTO (difficile, però)

    – La Cina ha un “pattern” di produzione, ben spiegato da johhnywinter, che abbiamo potuto sperimentare anche noi (Prato…scarpe…vestiti…laboratori clandestini…prezzi alle stalle…crollo del prodotto italiano…qualità scadente), ma che appunto è debole nel suo ultimo punto, la qualità. Il fatto che adesso il mercato premi il prezo basso piuttosto che l’alta qualità credo sia del tutto transitorio. C’è un’ubriacatura di bassi prezzi e facili guadagni da import, la fine della ciucca capiterà quando i prodotti cinesi, ormai monopolisti e di qualità pessima, aumenteranno di prezzo in maniera esagerata. Nelle previsioni rosee dei cinesi, tutti saranno costretti a comprare i prodotti loro, ai loro prezzi, perché saranno gli unici produttori mondiali. Nella realtà dell’economia, quando produrre in un certo posto non conviene più, si cambia (e i giapponesi hanno già iniziato un ritiro discreto e silenzioso dalla Cina, da bravi topolini…)

    – Le banche cinesi sono a rischio bancarotta: per anni hanno dovuto finanziare a fondo perduto, con i soldi dei correntisti, imprese statali che ora sono in gran parte fallite. Nessuno potrà recuparare quei soldi, e chi glielo dirà ai risparmiatori??

    – La Cina viagga a due velocità, la costa e l’interno sono scollati, e il divario aumenta a dismisura. La ricchezza delle regioni costiere è finanziata dalla fame e dall’inquinamento (ancora maggiore) dell’interno. Prima o poi ci sarà l’ennesima marcia degli affamati, con conseguente crollo della dinastia.

    Uno sguardo alla bimillenaria storia cinese evidenzia sempre lo stesso cammino: dinastia forte, suo indebolimento progressivo, crecita economica delle province, disastri ambientali, carestie, fame, ridotto gettito fiscale, perdita di potere del centro, rivolte locali, crescita di uno o più centri di potere, marcia sul centro, “rivoluzione”, nuova dinastia. Tutto questo a prescindere da come vada il mondo.

    Perché ai cinesi del resto del mondo non importa assolutamente, sono e saranno sempre sinocentrici.

    Queste le considerazioni che mi vengono da alcuni anni di osservazione della Cina, nonché dallo studio della sua lingua e della sua storia, e dalla frequentazione per motivi di lavoro, con molti cinesi. No ho dati per sostenerle organicamente, sono soltanto considerazioni, che oltretutto non mi permettono di prevedere il modo in cui Pechino saprà far fronte alla crisi prossima ventura. A naso, direi di stare tranquilli, il massacro sarà soltanto interno, e dopo qualche anno si inizierà a far conoscenza con la nuova dinastia. Però anche loro potrebbero imparare dagli errori passati, sia loro che nostri, e cercare di esportare il disagio in forma militare….

    Baron Litron

  8. utente anonimo says:

    Dimenticavo, a proposito in particolare dell’Africa, di segnalare la specialissima politica che la Cina ha iniziato da poco a mettere in pratica, per esempio in Mozambico: avete bisogno di strade? Ve le costruiamo noi, in cambio ci accogliete una famiglia cinese al chilometro. Questo porterà da un canto a miglioramenti nella produzione agricola e industriale dei paesi interessati (i cinesi lavorano molto, soprattutto la terra), dall’altro al peggioramento delle condizioni già abbastanza cattive dei nativi (i cinesi sono molto razzisti, soprattutto veso gli africani….)

    Baron Litron

  9. ragazzi, io penso che quando l’imperialismo di stampo cinese comincerà a farsi sentire anche da noi, rimpiangeremo amaramente quello degli yankees…

    E qualcosa mi dice pure che tutti i cialtroni del “campo antiimperialista” e circhi vari si cagheranno troppo addosso per mettere su uno straccio della pace qualunque…

    Piùseriamente, dovremmo ascoltare meno le sirene del profitto piratesco tipo confindustria, e pensare a come fare rispettare alla Cina le stesse regole di convivenza internazionale che seguiamo noi occidentali. Sennò temo avremo delle brutte sorprese.

    Hermes

  10. utente anonimo says:

    OT: Bisquì…sono tornatooooo!! :)))

    Aggiorna il link sul tuo blogroll, vieni a dirmi cosa ne pensi (manca qualche ritocco) e poi si riparte 😉

    Ciao

    Starsailor

  11. Bisqui says:

    Buongiorno,

    interessantissime considerazioni che fortunatamente mi erano sfuggite altrimenti l’articolo sarebbe stato più lungo.

    Anche io non vedo un’economia cinese solida, la vedo piuttosto squilibrata e disorganica ma quello che mi preoccupa è lo scambio petrolio-armi. I cinesi stanno impestando tutta l’africa ed il medio oriente delle loro armi, appoggiati ovviamente dagli amicissimi coreani.

  12. johnnywinter says:

    i cialtroni del “campo antiimperialista” (alla Hermes) sostengono la Cina…. per non si sa bene quale motivo (a Wellington ho mandato un link a tema sul sostegno che danno).

    Ma d’altra parte i noglobal “sostengono” i fondamentalisti (due mondi in totale disaccordo, basti pensare al comportamento diverso verso le droghe..) che è ancora + insensato…

    Baron Litron, visto che hai un’esperienza diretta, cosa ci puoi dire del rispetto di regole e leggi internazionali (al di la di vendere armi a paesi a cui l’ONU ha posto l’enbargo….vedi vendita armi anche al Bangladesh strano caso dopo l’attentato di ques’estate 400 bombe in mezz’ora).

    Non si può vedere nel menefreghismo verso le regole internazionali (e dei diritti umani) da parte del partito dirigente cinese la mossa che permetterà loro di uscire dalla debolezza economica che voi paventate (grazie anche all’antibushismo ingenerato via fondamentalismo) facendo pagare i buchi finanziari agli altri (occidente america), con appoggio del neogruppo dei buontemponi: Chavez-Castro-Amadinejad (+ forse il nuovo presidente Boliviano palesemente narcotrafficante, basti pensare che dice: “non è colpa del mio paese che produce coca, è colpa vostra che avete un’alta domanda di coca…”)?

  13. Edmund says:

    Condivido molte delle cose scritte da Baron Litron, anzi il discorso dinastia/sinocentrismo lo avrei voluto fare io. Unica cosa io non sarei così pessimista/ottimista sul fatto che i Cinesi non sappiano trarre lezione dal passato.

    Sono intelligenti, cinici e spregiudicati.

    Secondo me non li ferma nessuno.

    Staremo a vedere.

    @Bisqui.

    Sul traffico d’armi, che è senza peccato………. scagli la prima mina antiuomo.

    🙂

  14. LChaos says:

    Continuo a ritenere valido un eventuale principio di reciproco annientamento:

    Finchè regge questo stiamo tranquilli,non voleranno missili ne su Pechino,ne su Washington,e questa è una certezza non da poco.

    Certo che la Cina ha,in prospettiva futura,una carta molto pericolosa,la loro economia può troncare quella occidentale se non si trova una soluzione…ma quale??

    Economicamente,al momento mi paiono inarrivabili,sia a livello di crescita che di produzione vera e propria,però la tesi dell’instabilità è interessante,tutto dipende dai cittadini delle regioni interne,che potrebbero stufarsi di fare la fame a oltranza.

    Mi preoccuperebbe un eventuale blocco asiatico,magari con la Corea del Nord(che sembrerebbe in procinto di dotarsi dell’atomica,se per mani Cinesi o proprie non ci è dato sapere…)l’Iran e l’India.

    L’Europa si è dimostrata un mezzo alleato per gli Usa,che quindi ormai ci snobbano,rimane la Russia,che può giocare un ruolo fondamentale e spostare l’ago della bilancia in un possibile conflitto,che comunque sembrerebbe scongiurato.

  15. Edmund says:

    Scusate un ultima cosa, non so di quanto tempo fa sia l’articolo ed i dati da te citati e le considerazioni di Baron Litron, ma oramai quando si parla di Cina ogni dato, informazione che abbia più di tre mesi deve essere considerato, rapportato a noi, come se fosse vecchio di dieci anni.

    Io ci ho a che fare per lavoro e corrono, cazzo come corrono.

    Ps.

    Sul Corriere di oggi una interessante intervista con Marco Palmieri, impreditore, che da anni lavora in Cina.

    “In Cina serve più manodopera”!!!!!!!

  16. Bisqui says:

    johnnywinter,

    guarda che su Hermes hai sbagliato giudizio, lui intendeva esattamente il contrario di quanto tu hai inteso.

    LChaos,

    ho già scritto che la Russia e l’India avranno un ruolo fondamentale nell’equilibrio. Personalmente sono per un coinvolgimento diretto tra Russia ed Europa (anche per motivi sentimentali). Gli USA hanno in campo una strategia per allearsi con l’Inda o perlomeno riavvicinarla (cosa più semplice se la Russia…come sopra e l’Europa non fà la str…a). L’incrocio delle alleanze indirette e dirette strangolerebbe l’economia Cinese costringendo il paese a sostenere delle spese per il riarmo insostenibili. Già oggi la Cina sta spendendo cifre folli sia sul mercato interno che su quello esterno. L’acquisizione dal Venezuela ed indirettamente dalla Spagna di tecnologia militare USA è solo l’inizio di una lunga serie. Già è stata acquisita dall’Ucraina l’ex portaerei Varyag della classe russa Kuznetsov (un fallimento tecnologico) ma gli USA stanno per varare l’ultimo grido delle CVN decuplicando la loro potenza sui mari. Non dimentichiamo che i cantieri navali USA hanno già varato il primo degli incredibili super caccia (unità navali (stealth) e sono già alla terza unità di test DDX (fantascienza), per non parlare dei nuovissimi sottomarini e della messa in servizio dell’F 22. Nel giro di 5 anni tutti gli armamenti mondiali invecchieranno di colpo di 20 anni. E poi ci sono gli sviluppi delle armi convenzionali e della robotica (gli USA già hanno velivoli da attacco completamente robotizzati). Tornando a noi, la Cina deve colmare un gap tecnologico troppo ampio per essere un pericolo immediato e comunque dovrebbe spendere una follia del PIL per pareggiare i conti con gli USA. La storia ci insegna che l’ex URSS si è sfiancata per correre dietro agli USA. Quindi l’unica carta che resta nel confronto è quella di destabilizzare più aree nel mondo ed è per questo che stanno vendendo armi a tutti e sopratutto agli Islamici, mi spiego?

    Edmund,

    indirettamente ti ho risposto nelle righe precedenti. Per quanto riguarda le mine antiuomo, MAU ha un ottimo articolo da postare, quando lo leggerai non crederai ai tuoi occhi. In quanto a correre, sappiamo tutti che correre non sempre è un bene per quello ho parlato di economia sbilanciata. La Cina ha delle lacune in campo tecnologico e sopratutto è ingessata dal suo regime (vedi il caso aviaria). Non credo che potranno reggere per lungo tempo questi ritmi, la popolazione ha delle necessità che cambiano col cambiare dei tempi e non credo che saranno disposti a restare schiavi per sempre. Tenere buoni 100.000 personaggi è un conto ma tenerne 1 miliardo è un’altra cosa basta fare un paragone con l’Iraq, 500.000 soldati su 25 milioni e non riescono ad evitare che l’economia ristagni a causa dei sabotaggi.

  17. johnnywinter says:

    Edmund perchè tutti parlano di mine italiane…o agnellesche (tra l’altro quand’è che abbiamo venduto l’ultima mina…) e nessuno parla mai de fatto che abbiamo i migliori esperti mondiali di sminaggio (sminaggio, sminamento, sminatura…l’italiano se ne va…) e che in afganistan i nostri militari stanno per la maggior parte disinnescando mine?

    Bisqui, non contestavo Hermes, prendevo l’espressione che aveva usato (molto appropriata per la coerenza che dimostrano) per parlare dell’incongruenza di certi gruppi.

    Saluti

  18. lupodigubbio says:

    Volevo solo far presente che la qualità disastrosa dei prodotti cinesi è molto spesso una bufala inventata dai nostri imprenditori per cercare una giustificazione ai loro prezzi troppo alti. Ho assistito personalmente ad una serie di test effettuati nella zona dove vivo, le Marche, su calzature (la principale fonte di reddito della zona sud della regione) provenienti dalla cina.

    Le prove di “strappo”, di usura della suola, di resistenza dei collanti agli sbalzi termici, di isolamento termico del piede e di flessibilità, ovvero quelle caratteristiche che rendono una scarpa durevole e “di qualità”, NON HANNO evidenziato differenze sostanziali con quelle delle scarpe 100% made in Italy. L’unica differnza davvero presente, ma evidente solo ad un occhio allenato PER ANNI a vedere scarpe (tipo chi come me dentro la fabbrica ci girava a 4 anni coi pattini) è nelle cuciture “doppie”.

    Mi spiego: se giuardate un vostro qualsiasi paio di scarpe, noterete che quasi tutti i pezzi sono uniti mediante una cucitura doppia. Salvo rari casi in cui è possibile eseguirle con una macchina a 2 aghi, quindi con un solo passaggio, in genere queste due cuciture sono eseguite in due passaggi diversi. Sta all’abilità ed all’esperienza della donna che fa il lavoro farle in modo che la distanza tra le due passate sia sempre la stessa.

    Mia madre cuce scarpe da quando aveva 13 anni, adesso che ne ha 55 riesce a fare una cucitura identica a quella della macchina a due aghi, ad occhi chiusi. Un operaio cinese che lo fa da 1-2 o anche 3 anni non ci riesce.

    Ma è un dettaglio che acquista valore SOLO nelle scarpe di alta moda. Infatti mia madre adesso cuce solo le scarpe da sfilata o il pezzo unico (due-tre volte le abbiam viste ai piedi delle veline) Le scarpe da bambino, quelle sportive o da “ragazzo”, o anche quelle per uscire la sera senza troppo impegno, insomma tutto quello che non è da mettere sotto un abito formale, di questa differenza se ne fregano.

  19. utente anonimo says:

    Bisqui: hai ragione da vendere sulla Russia! E’ vero che sono in palese conflitto di interessi per ragioni personali e lavorative, ma ritengo che il più grande abbaglio che sta prendendo l’occidente in questo momento a livello strategico siano i goffi tentativi di isolamento della Russia da parte di alcuni paesi e apparati politici, uniti a giochini pericolosi con le sfere di influenza (le varie rivoluzioni colorate finanziate da ONG a loro volta di dubbio pedigree morale…).

    La Russia rappresenta un serbatoio pressochè infinito di materie prime e ricerca scientifica non ancora pienamente sfruttata a livello globale: la politica, tanto per fare un esempio, della casa bianca o dell’unione europea in questi anni invece sembra essere solo un prolungamento delle politiche di contenimento dei tempi della guerra fredda, mancando, secondo me, il bersaglio in maniera clamorosa.

    Se una russia isolata, con il suo know-how militare (anni indietro rispetto agli USA ma comunque motlo superiore a quello cinese) e le sue riserve di materie prime e manodopera qualificata, fosse spinta tra le braccia di un blocco “non-democratico” come ogni tanto sembra succedere, credo che le conseguenze per l’occidente sarebbero disastrose.

    Meglio quindi una politica di riavvicinamento, tipo quella di Berlusconi (a fatti e parole) e di Schroeder (a fatti ma non a parole), che quella di una Rice che sembra ancora applicare vecchi schemi. (1)

    Hermes

  20. (2)

    Per quanto riguarda la Cina, è un fenomeno molto mediatizzato e quindi secondo me molto poco compreso. L’indubbia crescita ne fa senza dubbio un player globale, ma essa rimane comunque un nano militare e tecnologico (se non diamo ascolto ai pagliacceschi tg di casa nostra per cui comprare una Soyuz dai russi e accenderne il motore rappresenta un grande progresso: lo potrebbe fare anche un Berlusconi qualunque, se avesse voglia di spendere…).

    Rimangono inoltre insoluti i problemi, enormi, di sperequazione economica, di accountability politica (come fa, alla lunga, a funzionare un’economia moderna innestata su un sistema dittatoriale?), di controllo dei mezzi di produzione (una parte larghissima e insospettabile dell’economia è in mano all’esercito!), e non ultimo di rifornimento delle materie prime.

    A questo tema si innestano molte delle tematiche di cui abbiamo discusso prima, nonchè il primo dei miei commenti: quanto potrà tollerare l’Occidente che la Cina giochi “sporco” per guadagnare mercati e fornitori, finanziandosi coi nostri consumi e investimenti?

    E soprattutto: quanto possiamo noi occidentali tollerare che i nostri governi (pure Ciampi!!!) e organizzazioni internazionali si dimentichino allegramente di questo problema, presumibilmente su pressione delle lobbies che hanno interessi diretti in Cina?

    La Cina va gestita, in poche parole.

    Non arrembata o detestata, ma gestita con buon senso e percezione della prospettiva a medio termine.

    Hermes

  21. LChaos says:

    Ritenete possibile un attacco militare Cinese su Taiwan?

    Io avevo sentito che le tecnologie militari Cinesi attuali sono inferiori anche a quelle di Taiwan,però a lungo termine(3 anni?),un esercito Cinese(ossia un orda di uomini come ai tempi della guerra in Corea….)con mezzi e armi più moderni il pericolo diventerebbe reale,e gli Usa rischieranno uno scontro frontale per gli interessi di un paese terzo?

  22. Bisqui says:

    LChaos,

    non ritengo probabile un’eventualità del genere, nell’area c’è anche la Corea del Sud, l’Australia, il Vietnam che sono alleati degli USA e non vedono di buon occhio una potenza regionale come la Cina. Tentare uno sbarco a Formosa sarebbe un enorme sbaglio sopratutto diplomatico non solo militare.

    Non credo che l’opzione militare rientri nei piani cinesi, al vantaggio di addestrare i militari ed affinare le tattiche si contrappone l’enorme sforzo economico che una economia non ancora assestata non potrà sostenere (perdona il giro di parole)

  23. squitto says:

    sai Bisquì, io ho l’impressione che qualcuno, negli ultimi tempi, abbia superato il limite della discussione e dell’opinionismo, per addentrarsi nel campo ben più minato dell’apologia di reato. Già qualche giorno fa ravvisai in certi interventi gli estremi per una querela; oggi mi pare che quel banale limite della sfera personale sia stato ampiamente superato, per sconfinare nel reato penale vero e proprio. Mi rattrista che l’autore (-trice) di certe affermazioni non si renda conto delle responsabilità che va assumendosi. Spero che il suo delirio di onnipotenza si interrompa prima di metterla in casini seri.

  24. Bisqui says:

    Arrivo adesso da di là.

    Sono amareggiato, non si scrivono quelle cose se non si conoscono personalmente e non si sono vissute.

    Non solo sono stato oggetto della violenza di quegli anni ma uno dei tanti cugini (che militava nell’estrema sinistra) si è beccato un bel pò di anni di galera. E’ stato uno degli ultimi ad uscire quando i vari “teorici” già insegnavano all’università e scrivevano quelle nefandezze.

    Questo è uno stato alla rovescia, più sei delinquente e più sei libero di perpretare nel crimine.

    Ignobili esseri immondi che hanno impestato le coscenze di chi, nella necessità, si è affidato loro.

  25. utente anonimo says:

    Per lupodigubbio: quando parlavo di qualità non mi riferivo particolarmente alle scarpe (anche perché non sono in grado di giudicare le merci una per una).

    La mia impressione generale è che la Cina stia cercando di attuare una politica in tre stadi:

    I – conquistare quote di mercato producendo e vendendo anche in perdita

    II – spingere i paesi esteri a spostare la produzione in Cina (con politiche fiscali e salariali molto vantaggiose), causando la chiusura delle imprese locali ormai non più competitive

    III – ottenuto il controllo della produzione, strozzare fiscalmente le joint ventures, e ritornare a produrre a bassi costi e bassa qualità, alzando contemporaneamente i prezzi di esportazione.

    Il terzo punto è quello debole, perché è un’operazione estremamente delicata, e con troppe variabili incontrollabili. Per esempio, ultimamente c’è stata una moria mondiale di schede logiche di computer, di diversi produttori. Macchine che saltavano qua e là per il mondo, di tutte le marche, di tutti i paesi. La causa? Una partita di condensatori cinesi (non la prima né la seconda, chiaramente, ché quelle sono sempre perfette….), difettosi all’80%. Conseguenza? Annullamento degli ordini successivi, ricerca di fornitori in altri paesi, richieste di danni da tutte le parti.

    Per quanto si sforzino non saranno mai gli unici, e disonestà e pressapochismo premiano soltanto a breve termine.

    Ora, è vero che i cinesi lavorano molto, corrono e sono astuti, ma rischiano di sbagliare per troppa smania di “fare i furbi”, non so se rendo l’idea.

    E in ogni caso come mentalità sono ancora fermi alla “Storia vera di Ah-qu”, chi ha tempo e voglia se lo vada a leggere, è un racconto di Lu Xun (l’ultimo scrittore cinese che ha potuto scerivere quello che pensava, perché è morto nel ‘36), contenuto nella raccolta “Fuga sulla luna”, di Feltrinelli – mi pare – spietato nel dipingere il pensiero profondo del cinese medio.

    I cinesi sono così, sono ancora così. Se riesco a trovare un link per una lettura in rete ve lo posto volentieri, i diritti dovrebbero essere ormai scaduti.

    Baron Litron

  26. Bisqui says:

    Wellington,

    mio cugino se lè cercata, si è vero che in famiglia se la passavano male (mio zio morto, 5 fratelli da mantenere, mia zia disoccupata) ma è anche vero che lui si è consegnato nelle mani di quella feccia. E’ questo chi mi fà male, si sono approfittati della necessità delle persone, hanno fatto credere chi sa che cosa, ha fatto promesse roboanti a chi elemosinava e che per campare gli ha creduto. si sono fatti beffe di tutti altro che ideologie, 4 prezzolati al soldo dell’URSS che odiavano l’Italia e gli Italiani.

    Basta chiudiamo qui.

    Baron Litron e tutti gli altri,

    scusate lo sfogo, ci sono cose che tengo represse dentro di me.

  27. squitto says:

    Bisquì, vorrei poter dir loro che quella discussione mi ha levato il sonno, certo ne sarebbero felici… ma invece noi sappiamo che il mio sonno è, per loro ulteriore frustrazione, indipendente dal sincero schifo che mi fanno certi discorsi. Di sicuro c’è solo che stasera, dopo aver visto Jurassic Park III, ho pensato che certi dinosauri me li sarei risparmiati volentieri (e non erano quelli del film, che quelli erano carucci e fatti bene, quelli dopo invece facevano proprio pena).

    Mancherò un paio di giorni. Have a good time.

  28. johnnywinter says:

    Bisqui se ritieni opportune le vie legali leggiti la sentenza Carl Lang.

    Fu un fallimento dal punto di vista della diffamazione, ma affermò una cosa molto importante nella reiterazione del reato.

    Saluti

  29. johnnywinter says:

    Russia – Giappone: la competizione con la Cina

    http://www.equilibri.net/showObject.php?objlang=it_IT&objID=3559

    (non condivido appieno l’articolo perchè dimentica le esercitazioni militari Cina russia congunte e dice che la cina è debole economicamente…io credo che sapendo infrangere le regole economiche comunitarie invece è forte…e tralascia il favoritismo kyotiano fino al 2012 a tale paese, ma vi consiglio comunque di leggerlo)

    Equilibri.net è un buon sito che ultimamente si sta buttanto sul Low-cost (mannaggia a loro, gratis è meglio).

    Fanno ottime analisi (tipo la Cina e la strategia delle perle…articolo oggi a pagamento).

    Serve la registrazione gratuita al sito per vedere gli articoli (e da poco il carrello della spesa per altri).

    Condivido di loro, l’analisi del sistema shahariatico bancario e altri articoli (tipo quello della triplice frontiera e dell’invasione araba del sud america), non condivido la questione nigergate (seguo la versione di Sechi).

    Tutto sommato insegna a ragionare geopoliticamente (cosa sconosciuta alla massa collettivo-antiimperialista unidirezionale, cioè in direzione solo dell’america).

    Saluti

  30. una considerazione in pillola che era sfuggita al mio intervento di ieri: la Cina è forte solo nella misura in cui noi compriamo i suoi export. Questa è un’altra cosa su cui dovrebbero meditare i nostri governanti, e capirne la potenza come argomento contrattuale: se noi dovessimo chiudere i mercati al loro export, la loro economia spersonica farebbe la fine di un concorde schiantato contro una montagna, e questo loro lo sanno bene…

    Hermes

  31. johnnywinter: da “insider” sulla Russia, ti posso dire che il pericolo di una vera alleanza strategica Russia-Cina è piuttosto remoto, per ragioni culturali e ataviche ancor prima che politiche. LE manovre a cui fai riferimento, insieme ad altre operazioni economiche o forniture, io piuttosto le interpreto come un segnale lanciato agli USA: smettetela di far pisciare avventurieri come Soros nel nostro giardinetto, sennò noi potremmo seriamente compromettere il nuovo ordine mondiale…

    Hermes

  32. utente anonimo says:

    Credo che se il pensiero comunista ha trovato tanto spazio e ancora prospera in Cina almeno in parte sia dovuto (suo malgrado) proprio al background culturale-filosofico di quel popolo. Mi riferisco in particolare alla concezione che hanno dell’uomo in relazione all’ambiente che lo circonda. Infatti, l’uomo è visto come parte dell’Esistente (Tao), e la sua perfezione si realizza solo nell’equilibrio con esso, quale ente supremo e immutabile. Da qui all’idea dell’importanza dell’essere umano subordinata a ragioni più “alte” (lo Stato) il passo è breve.

    Io trovo che la millenaria cultura cinese, a livello filosofico, sia quanto di più straordinario esista al mondo, è una fonte di saggezza che, se compresa, può dare tantissimo a chi la coltiva. Uno dei principali veicoli di diffusione di questo pensiero filosofico sono sempre state le varie Scuole in cui si insegnavano le discipline marziali.

  33. utente anonimo says:

    Purtroppo la presa del potere da parte di Mao ha in parte distrutto tali Scuole. Molti Maestri, infatti, piuttosto che piegarsi a insegnare una disciplina di stato adattata ai principi del comunismo come voleva Mao, preferirono fuggire o darsi alla clandestinità, con le conseguenze che si possono immaginare.

    Vabbè, scusate il piccolo excursus, ma volevo mettere in risalto un aspetto qui da noi forse poco conosciuto degli inizi del regime maoista.

    Un saluto a tutti.

    Davide

  34. grendel00 says:

    C’è anche da dire che il confucianesimo, che è tanto radicato in Cina, è una specie di apologia della burocrazia. Non c’è da stupirsi se per loro lo “stato” e il “partito” siano semidivinità…

  35. grendel00 says:

    Una considerazione a tal proposito: i cinesi mettono SEMPRE il cognome davanti al nome, i germani usavano solo il nome e il patronimico.

    La differenza mi sembra illuminante: noi abbiamo avuto il pensiero liberale, loro no.

  36. utente anonimo says:

    #55 Sì, è abbastanza vero, e prevede una rigida distinzione delle classi sociali. Il riferimento che avevo fatto nell’altro commento, invece, si riferiva più a concetti taoisti.

    Davide

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