I Navy Seals da Marcinko alla guerra al terrorismo

Le recenti guerre in Afganistan e Irak ripropongono, all’interno delle forze armate, il dibattito mai sopito sul ruolo dei reparti speciali. Si tratta in realtà  di una tematica in discussione da molti decenni, che assume spesso caratteri politico-ideologici se non addirittura un clima di reciproco sospetto tra istituzioni e apparato militare.

I fatti dell’11 settembre e la guerra al terrorismo hanno accresciuto le aspettative e la fiducia dell’opinione pubblica nei confronti di queste unità  militari il cui modo di operare si adatta perfettamente alla nuova minaccia. La struttura dipendente dallo Special Operation Command statunitense (USSOCOM) è diventata la punta di lancia dell’offensiva americana contro gli stati canaglia e le organizzazioni del terrore. Con una forza totale di circa 47.000 elementi, il comando dispone di un reparto speciale tra i più famosi e ammirati del mondo: i Navy Seals.

I Seals sono gli eredi delle unità  UDT (Underwater Demolition Teams), squadre di sommozzatori-demolitori impiegati dalla Navy a partire dalla seconda guerra mondiale per esplorare i fondali in prossimità  delle spiagge e rimuovere con l’esplosivo gli ostacoli antisbarco collocati dal nemico. All’inizio degli anni ’60 apparve chiaro per Washington la necessità  di contrastare i vari movimenti guerriglieri in Asia e Sud America, approntando delle forze per operazioni non convenzionali in grado di assistere, nel ruolo di consiglieri, vari governi alleati.

L’amministrazione Kennedy autorizzò un ampliamento nelle responsabilità  operative degli UDT che permise alla Navy di costituire un comando operazioni speciali analogo a quello dell’esercito. Sotto la spinta di ufficiali carismatici come Roy Boehm, il nuovo reparto prese il nome di Seal (Sea-Air-Land) che riassume la versatilità  degli incursori, in grado di assolvere compiti nello spettro tridimensionale dello scenario. In quei primi anni vennero gettate le basi della dottrina operativa e soprattutto aggiornato il corso di addestramento per forgiare i nuovi operatori: il BUD/S (Basic Undewater Demolition Seals). Della durata di circa 24 settimane, il BUD/S è certamente un processo di selezione e addestramento tra i più duri al mondo, in cui la forza fisica e attitudine al lavoro di squadra sono elementi essenziali per essere accettati nel gruppo.

Le doti dei nuovi incursori vennero testate durante la guerra del Vietnam, dove poche centinaia di Seals del Team 1 e 2, con l’appoggio degli Special Boat Squadroons, vennero impiegate con grande successo in una serie di compiti e missioni che decretarono la validità  della loro organizzazione. Da segnalare le operazioni nel delta del Mekong e il ruolo nel controverso programma Phoenix concepito dalla CIA per decapitare la struttura politica dei Vietcong.

L’eco delle loro imprese giunse fino agli alti comandi e consentì a diversi ufficiali pluridecorati dell’unità  di ricoprire in seguito importanti incarichi nella struttura del Pentagono. In particolare, si distinse per audacia ed efficienza un giovane tenente il cui nome sarebbe diventato leggendario tra la comunità  delle Special Forces: Richard Marcinko. Fautore del motto “facciamolo prima che ce lo dicano”, Marcinko assunse presto incarichi di comando, grazie all’enorme esperienza accumulata sul campo e al carisma della sua personalità , esaltata dall’imponente aspetto fisico.

Dopo il Vietnam, negli anni ’70 una nuova minaccia richiamò l’attenzione dell’establishment americano: il terrorismo mediorientale. Benchà© la struttura delle special forces fosse stata ridimensionata dalle perdite e dai tagli al bilancio, il Pentagono decise di costituire due piccole unità  segrete antiterrorismo: la Delta Force dell’esercito e il Seal Team Six della marina. Quest’ultima formazione venne fondata dallo stesso Marcinko che selezionò personalmente poche decine di esperti incursori che vennero sottoposti a un durissimo addestramento per sviluppare tecniche non ortodosse.

Proprio l’approccio innovativo e fuori delle regole, con cui il pluridecorato capitano dirigeva il nuovo Team, cominciarono a suscitare fastidio e invidia fra i vertici della Navy. Ciò nonostante, la nuova unità  si costruì una reputazione di efficienza riconosciuta a livello mondiale, anche grazie alle competenze acquisite dai suoi operatori, non limitate alle classiche proficiency degli incursori ma mirate a sviluppare un raggio d’azione molto vasto con criteri di autosufficienza.

Del resto lo stesso Marcinko, sempre alla testa dei suoi uomini, incoraggiò gli alti comandi affinchè il reparto venisse impiegato in operazioni clandestine sfruttandone la professionalità  che, grazie ai continui addestramenti (si apprendevano anche tecniche per scassinare le casseforti), modellarono un genere di combattente a metà  strada tra Rambo e James Bond.

Benchà© l’ostilità  attorno al suo operato crescesse, dopo qualche anno lo stesso Marcinko costituì un reparto ancora più segreto formato da una dozzina di specialisti: Red Cell. Con l’incarico di testare la sicurezza delle basi militari in tutto il mondo, Red Cell si rese protagonista di clamorose azioni di intrusioni e sabotaggi nelle principali installazioni della Navy (tra l’altro anche Sigonella venne “visitata”) dimostrandone l’assoluta vulnerabilità . Negativi rapporti vennero compilati sui vari comandati responsabili della sicurezza delle basi e questo allarmò non poco alcuni ammiragli che decisero di ostacolare in tutti i modi la carriera dello spregiudicato Seal.

Dopo la drastica riorganizzazione avvenuta nel Pentagono agli inizi degli anni ’80, a causa di una serie di comportamenti troppo disinvolti, Marcinko venne incriminato e arrestato dopo una rocambolesca caccia all’uomo che coinvolse alcune agenzie governative e suscitò scalpore negli ambienti militari. Con l’accusa di svariati reati federali (in gran parte inventati dai burocrati del Dipartimento della Difesa) terminava la carriera di un combattente eccezionale, il cui soprannome Rouge Warrior (il guerriero selvaggio) ne riassume il carattere. A titolo di cronaca, si può apprezzare lo spessore di questa leggenda della guerra non convenzionale in una serie di libri del genere tecnothriller da lui scritti e nei quali narra con grande efficacia, mescolando fiction e fatti realmente accaduti, storie ispirate al suo passato di combattente.

A seguito di questi avvenimenti, il reparto Red Cell venne sciolto e il Team Six ricondotto verso un assetto più convenzionale, ampliando però, sotto l’amministrazione Reagan, il numero degli operatori Seal, che quindi superarono il migliaio di unità . Gli sconvolgimenti strategici seguiti negli anni ’90 modificarono gli orientamenti della marina che con la nuova dottrina nota come “From the Sea” accentuò l’importanza delle operazioni in prossimità  della costa. I nuovi scenari imposero ai Seals quindi un’attenzione assai maggiore per la dimensione terrestre impiegando le unità  navali come basi avanzate. A tale scopo si svilupparono fra l’altro i pattugliatori costieri della classe Cyclone, lunghi 52 metri e proficuamente impegnati nel Golfo Persico, la vedetta veloce MK V Pegasus, con velocità  superiore a 45 nodi, e soprattutto il nuovo mezzo subacqueo ASDS, una sorta di minisommergibile in grado di accogliere una dozzina di incursori e in grado di essere trasportato da vari mezzi navali e aerei.

I recenti progressi tecnologici e l’evoluzione della dottrina statunitense verso la Net-war hanno riacceso negli alti comandi il dibattito sul ruolo dei reparti speciali e i limiti delle loro funzioni. Le diatribe fra il segretario alla difesa Rumsfeld e la vecchia guardia del Pentagono sono del resto sin troppo note e più che a un dibattito interno fanno pensare a una guerra per il potere, non limitata solo a queste tematiche. In realtà  gli addetti ai lavori sanno che per loro natura le Special Forces hanno a disposizione un numero limitato di uomini e non possono sostituire in toto le unità  convenzionali.

Del resto, malgrado l’elevata flessibilità  nella recente guerra in Irak, l’apporto dei corazzati e dell’artiglieria si è rivelata fondamentale per aggirare le difese non convenzionali dei miliziani pro-Saddam, confermando che le soluzioni miracolistiche non sono praticabili nel settore della difesa. La necessità  di interventi selettivi e graduali fa del Comando Operazioni Speciali uno strumento molto importante dell’arsenale statunitense che dovrà  tenere conto della sempre più diffusa tecnologia aerospaziale con la quale potenze rivali potranno in futuro prevedere e controllare i movimenti delle forze USA.

In questa ottica il ruolo dei Navy Seals assume un rilievo considerevole per la possibilità  di impiegare mezzi subacquei, che sono di fatto occulti, per intervenire rapidamente in ogni parte del mondo, costituendo un importante fattore di congiunzione con le forze aeronavali. L’esperienza di questi specialisti e la dotazione tecnologica dei loro equipaggiamenti ne fanno uno strumento duttile per compiere missioni preventive ma allo stesso tempo segrete che ben si conciliano con l’attuale momento storico.

3 Comments

  1. Siro

    Molto bello questo post a carattere storiografico, caro Bisquì.
    Peraltro ammetto la mia ignoranza: conosco pochissimo quest’argomento (mai sentito parlare
    prima dei Navy Seals…) e non mi dispiace aumentare un po’ le mie conoscenze! 🙂
    Ciao!

  2. Wellington

    Interessante. Il libro migliore di Marcinko rimane comunque la sua autobiografia intitolata appunto “Rogue Warrior”.

  3. Salo

    Complimenti per l’articolo, molto interessante. Conoscevo poco questo argomento.
    Ciao

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