Gli USA prima potenza petrolifera

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in Europa la tutte le sinistre nazionali hanno impedito i sondaggi con le nuove tecnologie di fratturazione delle rocce per la ricerca delllo shale gas. Lo scopo è quello di renderci sempre più dipendenti dal petrolio degli stati arabi.

L’Europa rischia grosso

Germano Dottori è docente di Studi Strategici all’Università LUISS Guido Carli di Roma e ha curato l’ultimo Rapporto Nomos e Khaos di Nomisma sulle prospettive economico-strategiche internazionali. A lui abbiamo chiesto di immaginare il futuro assetto politico e strategico degli Stati Uniti.

Professore, a suo avviso come potrebbe cambiare la politica estera di Washington ?

Se gli Stati Uniti dovessero davvero pervenire all’autonomia energetica è presumibile che la loro azione internazionale si libererebbe di un vincolo, accelerando ulteriormente il riorientamento strategico delle loro priorità verso l’Estremo Oriente ed il Pacifico. Il Medio Oriente diventerebbe infatti ancora meno importante. Ma dei prezzi di petrolio e gas l’America non potrebbe comunque disinteressarsi, dal momento che quella variabile rimarrebbe comunque di decisiva importanza ai fini della crescita economica globale, da cui dipende anche la salute dell’economia americana. La sicurezza energetica non concerne solo la certezza degli approvvigionamenti, ma anche il loro costo.

L’autosufficienza energetica potrebbe alimentare nuove spinte isolazioniste o comunque un maggiore distacco dalle crisi internazionali?

Potrebbe farlo in effetti, ma soltanto in parte. Washington sarà soprattutto più flessibile nelle scelte di posizionamento risentendo di un condizionamento in meno. Lo Smart Power, che è il nuovo approccio agli affari mondiali adottato dall’Amministrazione Obama, potrebbe divenire un’opzione di carattere strutturale diminuendo l’incentivo ad esser presenti in forze ovunque e comunque.

Le crisi in Medio Oriente che determinano aumenti del costo del greggio si trasformeranno da minaccia in opportunità per gli USA ?

Questo è difficile da prevedere. I prezzi del greggio si formano sui mercati finanziari. In seguito a crisi e conflitti in Medio Oriente, aumenterebbe anche il prezzo dei prodotti energetici “fatti in casa”, con i prevedibili effetti depressivi sull’economia che si riscontrano in questi casi. Alti prezzi di petrolio e gas avvantaggerebbero invece la Russia, finanziandone il riarmo. I cinesi, invece, potrebbero esserne seriamente danneggiati, e l’Europa ancor di più.

 In base a queste aspettative è già possibile intravvedere oggi mutamenti nella politica estera e strategica statunitense ?

E’ suggestivo che quanto accade sembri realizzare alcuni obiettivi enunciati dal Rapporto Cheney pubblicato agli inizi dello scorso decennio. Se le previsioni dell’AIE risulteranno verificate si passerà dall’autonomia energetica attraverso la diversificazione dei fornitori all’indipendenza vera e propria. Neanche questa, tuttavia, implica di per sé il ritorno ad una postura isolazionista. Il Tea Party, dopotutto, è stato sconfitto il 6 novembre e l’America vuole restare a lungo la prima superpotenza del pianeta. Tale ambizione è compatibile con un ripiegamento statunitense dagli affari del mondo ma solo a condizione che questo sia solo simulato, come accade oggi attraverso il paradigma dello Smart Power.

Possiamo immaginare gli USA nell’OPEC?

E perché no? Naturalmente uno sviluppo simile dipenderà da tante circostanze di natura eminentemente politica. L’economia entrerà in queste decisioni solo marginalmente tanto più che l’Opec ha ormai perso il potere sui prezzi del greggio che aveva negli anni settanta del secolo scorso. L’America inoltre è già da molto tempo un Paese produttore di petrolio al punto che il Western Texas Intermediate, un suo greggio pregiato, è tuttora un punto di riferimento del mercato. Tuttavia è chiaro che un passo del genere coronerebbe un percorso sul quale si è incamminato l’attuale Presidente americano. Obama non teme affatto il mondo arabo-musulmano e meno ancora il Venezuela. Per Israele invece si tratterebbe verosimilmente di una iattura che alimenterebbe ulteriormente i dubbi di Gerusalemme sulla lealtà di Washington all’alleanza con lo Stato ebraico. Tale incertezza ha già contribuito in modo rilevante a provocare il recente attacco a Gaza.

Quali potranno essere i riflessi per l’Europa e per le relazioni euroamericane?

Venendo meno la necessità di assicurare la regolarità degli approvvigionamenti energetici, Mediterraneo, Medio Oriente ed Africa diventerebbero fatalmente teatri ancor meno importanti nel calcolo geopolitico americano. Stanno già accadendo fatti formidabili: scoppia la guerra contro la Libia e Obama annuncia dal Brasile la partecipazione americana al conflitto. Anche l’attacco israeliano su Gaza trova il Presidente Obama fuori sede, in Myanmar. Washington guarda infatti già altrove. In altri tempi non sarebbe successo. Se le previsioni dell’AIE trovassero conferma si accentuerebbe di certo la percezione di un’Europa relegata ai margini del sistema globale, ancorché sia prevedibile una crescita degli interventi degli europei nel loro “estero vicino”. Per contare ancora qualcosa, gli Stati europei dovranno considerare un riorientamento delle priorità strategiche della Nato speculare a quello attuato dagli Stati Uniti, accettando la prospettiva di seguirli in Asia, un po’ come è già accaduto in Afghanistan. A Bruxelles una riflessione sull’argomento è già stata aperta a prescindere dalle rivelazioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia.