Gli USA prima potenza petrolifera

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leading from behind : Chris Stevens, ambasciatore USA, trascinato per le strade di Bengasi

Un nuovo ruolo militare?

La tendenza al “leading from behind”, cioè a perseguire gli interessi statunitensi adottando un profilo più basso (Lucio Caracciolo l’ha definita “l’uso di risorse altrui per fini propri”), potrebbe accentuarsi nei prossimi anni fino a un progressivo disimpegno da regioni del mondo fino a ieri di rilievo strategico sul piano energetico per gli interessi di Washington ma che domani saranno molto meno vitali o prioritarie.
L’autosufficienza energetica potrebbe favorire l’affermarsi di politiche isolazioniste riducendo ulteriormente il ruolo tradizionale di “gendarmi del mondo” rivestito degli Stati Uniti.
Anzi, in futuro Washington potrebbe valutare alcune crisi (conflitti, rivolte, estremismo, terrorismo) nelle aree petrolifere come opportunità per indebolire avversari e rivali rafforzando la propria supremazia globale aumentando al tempo stesso gli introiti derivati dall’export di gas e petrolio.
Un’eventuale nuova crisi petrolifera come quella del 1973 non colpirebbe direttamente l’economia di un‘America divenuta prima produttrice mondiale di greggio ma avrebbe effetti devastanti per Europa e Asia.
Gli Stati Uniti perseguono da anni, con amministrazioni espresse sia dal partito democratico che da quello repubblicano, l’obiettivo della propria autosufficienza energetica.
Le lezioni apprese dalla crisi petrolifera del 1973 (che costituì la rappresaglia del mondo arabo per l’aiuto militare che l’Occidente fornì a Israele nella Guerra dello Yom Kippur) e successivamente dai conflitti che hanno infiammato l’Iran, l’Iraq e in generale Golfo Persico e Medio Oriente hanno indotto Washington a perseguire un obiettivo strategico di tal rilievo da poter modificare la politica estera americana e i massicci impegni militari che il Pentagono sostiene nel mondo.
Nell’era dell’autosufficienza energetica americana potrebbe risultare superfluo o ridondante il dispiegamento di decine di  migliaia di soldati con aerei, mezzi e navi schierati nel Golfo Persico.
Il controllo delle aree di estrazione del greggio, di gasdotti e oleodotti e delle rotte delle petroliere attraverso Hormuz e altri stretti che hanno caratterizzato la strategia Occidentale degli ultimi decenni, potrebbe non rappresentare più una priorità per gli statunitensi il cui ritiro da queste aree lascerebbe un vuoto di potere con rischi di instabilità potenzialmente molto alti. Il disimpegno statunitense avviato negli ultimi anni dai teatri bellici in Iraq e Afghanistan potrebbe allargarsi a Paesi alleati che ospitano forze statunitensi in seguito al consolidamento dell’autonomia energetica, trasformando quella che oggi viene considerata un’iniziativa  di Barack Obama in una tendenza stabile degli Stati Uniti.
Difficile ipotizzare che Washington abdichi al ruolo di grande potenza ma è possibile che il cosiddetto “Smart Power” rimpiazzi (come sta già accadendo) sempre più spesso l’uso muscolare della forza militare.
Cambiando le priorità statunitensi anche gli interessi che negli ultimi 70 anni hanno legato le due sponde dell’Atlantico potrebbero venir meno. L’autonomia energetica rischia di ridurre al lumicino gli interessi comuni tra Europa e Stati Uniti influenzando anche la disponibilità di Washington di farsi garante della sicurezza degli europei anche mantenendo truppe nelle basi dei partners della Nato.
Del resto l’Alleanza Atlantica risulta già oggi indebolita dalla distrazione degli Stati Uniti (sempre più concentrati anche sul piano militare nell’area Asia/Pacifico) e uscirà probabilmente con la credibilità compromessa dal ritiro senza vittoria dall’Afghanistan.
Sul fronte interno l’opinione pubblica statunitense, già provata dai costi umani e finanziari dei conflitti in Iraq e Afghanistan, avrà ben pochi motivi per sostenere la partecipazione a conflitti internazionali in assenza di minacce alla rete di approvvigionamento energetico nazionale.
Sul piano tecnologico poi lo sviluppo di nuove armi velocissime in grado di colpire in ogni angolo del mondo in tempo brevissimi partendo dal territorio statunitense contribuirà a ridurre la necessità del Pentagono di dispiegare parte consistente delle sue forze armate oltremare anche se Washington difficilmente rinuncerà a mantenere la supremazia aerea e navale necessaria a garantirle la capacità di controllare i mari e quindi nel caso a minacciare le vie di rifornimento energetico degli avversari.
Una sfida che coinvolge in particolare i cinesi, largamente dipendenti dalle importazioni per il loro fabbisogno energetico e di materie prime , i quali non a caso stanno costituendo a passi rapidi una forza navale capace di proteggere le rotte di approvvigionamento.