Forse Parisi &C ci dovrebbero dire a cosa servono le forze armate

Il 2007 si preannuncia come un anno decisivo per il futuro delle forze armate, almeno a dar retta a quanto filtra dagli austeri e sempre abbottonati ambienti militari. Si intravede un sostanziale ridimensionamento dello strumento militare (150-160mila unità ) con una forte connotazione interforze. Si tratta dell’ennesimo capitolo della saga dei ‘modelli di difesa’ che dovrebbe avere come obiettivo il bilanciamento fra le spese relative al personale, ora prevalenti, e quelle per l’esercizio e l’investimento ma anche la riduzione della ‘sovrastruttura’ a favore delle forze puramente operative che dovranno, si dice, raggiungere il 70 per cento del totale.

E’ presto per disegnare quello che sarà  il futuro assetto delle nostre forze armate. Quale che sia il modello è però auspicabile che questa volta non venga commesso l’errore che ha caratterizzato tutte le precedenti riorganizzazioni: prescindere dal livello di ambizione politica. Per anni, infatti, il ministero della Difesa ha proposto e presentato modelli che scaturivano solo dalla combinazione delle prevedibili risorse finanziarie con i desiderata delle singole forze armate. Si trattava di un ciclo in cui il politico di turno sulla poltrona di ministro approvava soluzioni individuate dai tecnici, con gli aggiustamenti imposti dal portafoglio e dalle spinte di campanile di questa o quella forza armata.

Prendiamo ad esempio – nonostante lo scarso valore che possiamo attribuire ai documenti programmatici in questi ultimi anni – il documento ‘Investire in sicurezza’ approvato dal precedente ministro e versione pubblica dei programmi militari riservati. Qui emerge il disinteresse generale per il tema della Difesa e quindi la fragilità  delle soluzioni individuate.

Si pensi che il documento è stato diffuso in abbinamento a una rivista specializzata. Una decisione che la dice tutta sul livello di considerazione di cui godono i temi della Difesa, che non possono certo essere appannaggio solo di tecnici-militari ma, come scrive il Ministro nella prefazione “meritano di essere portati all’attenzione dell’opinione pubblica e del Paese”.

I contenuti mostrano come siano assenti i presupposti politici. Dal punto di vista tecnico-militare nulla da eccepire. Ammiragli e generali si sono adoperati per disegnare uno strumento capace di affrontare le più disparate situazioni nei prevedibili scenari futuri. Ma come si vorrà  intervenire in questi scenari? Se il livello di intervento autorizzato – o meglio l’ambizione politica – è quello a cui abbiamo assistito negli ultimi 15 anni, probabilmente il nostro strumento militare risulterà  sovradimensionato.

Si ha la sgradevole impressione che la guida politica della pianificazione di lungo termine sia lasciata al solo ministro pro tempore senza una diffusa condivisione. Cambiando il vertice del dicastero, crolla tutto l’impianto teorico. Per quanto riguarda questa nuova riorganizzazione, infatti, il presidente della commissione Difesa del Senato, almeno a giudicare dalle dichiarazioni, è rimasto sorpreso nell’apprendere che si sta per procedere una riduzione di questa o quella forza armata. Ma chi doveva informarlo?

Eppure il ministro della Difesa Parisi, forse reso sensibile dal suo passato alla scuola militare Nunziatella si è accorto di questa sua ‘solitudine’ tanto da affermare che “manca nel nostro Paese una risposta condivisa e forte sulle questioni che riguardano le politiche di Difesa e Sicurezza”.

Ha ragione: quando si affrontano certi temi al di fuori di via XX Settembre è perchè risultano strumentali al mero confronto politico interno. In questi giorni le divisioni in seno alla maggioranza di governo sulle questione dell’allargamento della Caserma Ederle riportano in auge il tema della presenza militare italiana in Afghanistan. Ma solo per motivi ‘ombelicali’ (per dirla come Emma Bonino) non certo per lo ” stare al mondo, nelle alleanze e voler essere protagonisti della scena internazionale”.

Quasi sempre, invece, sono solo le questioni di ‘cassa’, che portano i riflettori sul mondo con le stellette. Sarà  forse grazie all’abilità  da consumato commercialista di un onorevole, però scopriamo che l’Italia spende per la Difesa 1,47 per cento del Pil, ossia in proporzione più della Germania (1,05 per cento) e vicini alla Francia (1,56 per cento) che per di più – ci informa lo stesso parlamentare – è una potenza nucleare. Ma allora com’è che due capi di stato maggiore hanno, nelle loro audizioni al Senato, sollevato nuovamente il problema risorse?

Nonostante ciò, avevamo trepidato nell’autunno del 2005 quando i Ds organizzarono il convegno “Le nuove sfide della Difesa italiana” con la partecipazione dell’allora ministro Martino e dei vertici delle forze armate. Cosa era uscito dall’incontro, oltre a un anticipato passaggio di consegne? Una specie di accordo pre-elettorale sull’Iraq. Non s’intendeva certo discutere dei temi della difesa. Già  allora si parlava di ritiro bipartisan che nascondeva forse ragioni di opportunità : chi era al governo, presentando un calendario per il ritiro, sperava di recuperare consensi fra gli elettori contrari alla ‘guerra’ in Iraq. L’opposizione, allontanando ipotesi di ritiro isterico-ideologico, si accreditava come forza di governo credibile. In altre parole, un pareggio concordato a tavolino.

La condivisione politica sui temi della Difesa è invece una condizione essenziale per definire lo strumento militare. Non dimentichiamo poi che se una direttiva di pianificazione esce da un solo Ministero, che si avvale di tecnici, significa alla fine instaurare un ciclo chiuso: i militari finiscono per dare ordini a loro stessi. Se poi aggiungiamo le spinte corporative e le resistenze al cambiamento, il risultato è completo. Lo strumento verrà  disegnato in funzione della forza armata più forte in quel momento o – peggio ancora – in base alla equa ripartizione dei compiti mediante un orribile Manuale Cencelli per le forze armate.

Il processo è semplice e noto a tutti, ma vale la pena di ribadirlo: il livello politico dovrebbe fissare in modo chiaro gli obiettivi di politica estera globali, che impegnano tutto il sistema Paese. Da questi derivano i compiti dello strumento militare e quindi la sua struttura e le sue dimensioni. Questa struttura, studiata dai tecnici, deve essere garantita nel tempo dai politici mediante assegnazioni di bilancio certe che garantiscano investimenti e programmi di approvvigionamento come parte dell’impegno a conseguire gli obiettivi che proprio loro hanno fissato.

Semplice a dirsi, impossibile a realizzarsi. Le scelte di politica estera dovrebbero impegnare tutti e non essere in balia di questa o quella coalizione o oscillare con la stessa ampiezza della politica interna. Se ne è accorto ancora il ministro Parisi; sempre sul caso dell’allargamento della base di Vicenza è sbottato: “la politica estera e di difesa è una cosa troppo seria, qualche volta addirittura drammatica”.

Le scelte, inoltre, sono legate agli interessi, ossia a qualcosa di concreto. Da noi regna invece la scelta ideale o – peggio ancora – il compromesso fra diverse istanze spesso contrapposte. I Paesi che fanno vera politica estera hanno ben presente il proprio interesse nazionale. Se un governo sceglie di non intervenire in Iraq, ma schiera i suoi soldati in Africa, non lo fa certo e solo per motivi ideali. Lo fa allo stesso modo, e per gli stessi motivi, per cui difende i propri interessi quando tutela – sfruttando le falle negli accordi europei – le imprese nazionali nei confronti dei tentativi di acquisizione da parte di imprese straniere. Tutto questo mentre all’estero lascia libere le proprie di acquisire settori strategici. C’è chi sfiora la più bieca politica protezionista mentre noi stiamo attenti anche a evitare le censure morali per violazione dello ‘spirito’ dei trattati sottoscritti, alla faccia dell’interesse nazionale.

E’ divertente poi osservare come lo stesso concetto di interesse nazionale riscoperto o meglio ‘sdoganato’ (a parole), da qualche anno a questa parte sia sempre accompagnato da formulazioni vaghe e immateriali. Ma i termini dell’equazione geostrategica, attori-interessi-spazio geopolitico, sono estremamente concreti. Chi governa un Paese dovrebbe saperlo e, al limite, prendere anche decisioni sul momento antielettorali.

Allora, tornando allo strumento militare, ecco che, se in politica estera decidiamo di essere una potenza marittima ‘mahaniana’, lo strumento navale dovrà  essere realizzato di conseguenza, anche a scapito di quello terrestre e aereo. Se invece dobbiamo solo ‘combattere’ l’immigrazione clandestina, la pirateria o fare sbarchi come quello in Libano, è bene ripensare al numero di fregate, corvette e sottomarini e Joint Strike Fighter per l’ormai avviata seconda portaerei.

Altrimenti, in questo caso, c’è il rischio di investire risorse per costruire – come stiamo facendo – una Marina militare capace di operazioni indipendenti, che verrà  sottoimpiegata rispetto al suo enorme potenziale offensivo. Lo stesso vale per l’Aeronautica: se chiamata solo a intercettare qualche incauto jet civile (37 volte nel 2006) che viola lo spazio aereo nazionale, non avrà  certo bisogno di oltre 200 dei sofisticatissimi cacciabombardieri Jsf ed Efa che non sganceranno mai bombe sui Talebani. E infine per l’Esercito, fornitore di grossi e politicamente ‘pacifici’ contingenti di fanteria, che mai sarà  chiamato a impiegare le sue brigate corazzate o aeromobili o paracadutisti o di artiglieria.

La Difesa, ma soprattutto lo strumento operativo, di fronte all’abdicazione della politica, continua a restare così in mano ai soli militari i quali, comprensibilmente e senza alcuna indicazione, disegnano strumenti per affrontare tutti i possibili scenari futuri. Anche per quegli interventi militari che nessun governo avrà  il coraggio di autorizzare. Ma c’è di peggio: non si garantisce il sostegno finanziario e si va a realizzare uno strumento monco di cui non si potrà  garantire né l’efficacia né il sostegno e tanto meno lo sviluppo.

Scelte di politica estera condivise e costanti nel tempo. Definizione concreta degli interessi e delle relative ambizioni nazionali, nonchè del ruolo da giocare all’interno delle organizzazioni e delle alleanze internazionali. Poi, quando avremo capito cosa fare con le forze armate, potremo parlare di come costruire lo strumento militare.

Vittorio Vasari, 13 febbraio 2007

2 Comments

  1. gabbiano

    mi sa che al momento sono impegnati a sbrogliare uno dei tanti “errori di comunicazione”…. ciao!

  2. monica

    Ecco, appunto. Mentre loro cadono, si azzuffano, si rialzano, si fanno medicare, e riprendono la loro via crucis più barcollanti che mai, ai nostri chi pensa ? Si rendono conto che le nostre truppe a Kabul, in Libano dove siamo a capo della missione, in Kosovo e tutte quelle dislocate nelle varie zone del pianeta non hanno una copertura politica ? E che il governo è stato bocciato proprio sulla politica estera e di difesa ? Come è possibile difendere l’interesse della Nazione anzichè gli interessi della politica ?

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