Da Takrouna a Herat

Esistono pochi ambiti professionali che, come quello militare, traggono dalla storia, dalle battaglie del passato, non solo gli insegnamenti ma anche lo spirito di corpo e di emulazione nei confronti di coloro che hanno dimostrato coraggio, valore ed eroismo. Caratteristiche non certo scontate, importanti anche nella vita civile ma che in quella militare acquisiscono un significato più intenso perché chi esercita il mestiere delle armi mette sempre in gioco la propria vita.

Il 19 aprile nella caserma che a Forlì ospita il 66° Reggimento Fanteria Aeromobile “Trieste” (Brigata Aeromobile “Friuli”) la Festa di Corpo ha ricordato il sacrificio del reggimento durante la battaglia di Takrouna dell’aprile 1943. Nell’ultima grande battaglia combattuta in Nord Africa, l’importante posizione sulla linea del Mareth venne tenuta fino all’ultimo colpo dal 1° battaglione del 66° rinforzato da scarne compagnie della “Folgore”, dei “Granatieri di Sardegna e di fanteria tedesca. Uno scontro impari per le forze messe in campo dall’Ottava Armata britannica (che per prendere Takrouna aveva schierato l’intera Seconda Divisione Neozelandese) nel quale le truppe italiane mostrarono un valore riconosciuto anche dal nemico.  Il colonnello Antonio Bettelli, comandante del 66°, ha ricordato quella battaglia e il ruolo che successivamente i militari del “Trieste” ebbero durante la Campagna d’Italia combattendo con gli alleati.

“I soldati che furono al fianco delle truppe germaniche in Africa Settentrionale nelle vicende di Takrouna si immolarono contro le medesime unità tedesche durante gli episodi conclusivi del conflitto bellico. Ciò che potrebbe apparire paradossale, e che ancora oggi è talora tema di accalorata discussione, è invece per noi uomini e donne in armi fermo e intangibile esempio di come il soldato operi: non per giudizio ideologico, non certo per odio nei riguardi della parte avversa, ma solo per affermazione di virtù umane poste al servizio dello Stato che rappresenta.”

Sulle gesta e i protagonisti di Takrouna, gli eroi di ieri, dal capitano Mario Leonida Politi all’ultimo soldato, sappiamo tutto. Nulla invece ci è consentito sapere degli eroi di oggi del 66° Reggimento. Una novantina di soldati della “Task Force Cobra” rientrati da poche settimane da Herat dove hanno operato per circa sei mesi e che erano orgogliosamente schierati con le altre compagnie sul piazzale della caserma.

Sulle operazioni che hanno effettuato in Afghanistan il riserbo è totale in base alle disposizioni del Ministro della Difesa che da un anno ha congelato ogni informazione sulle attività operative con l’esclusione delle donazioni di viveri agli orfani e le ristrutturazioni di scuole.

Sappiamo che i soldati del 66° a Herat facevano parte della forza di reazione rapida costituita insieme a una compagnia spagnola per intervenire in ogni area del Settore occidentale. Abbiamo appreso da fonti alleate che si sono distinti nell’autunno scorso in una grande operazione condotta con le truppe americane e afgane nella provincia di Farah, l’Operazione “Wyconda Pincer” della quale “Analisi Difesa” si occupò compatibilmente con le scarse informazioni disponibili. Sappiamo che alcuni militari della Task Force “Cobra” hanno compiuto atti di valore, di eroismo, dal momento che durante la cerimonia nove di loro hanno ricevuto un encomio. Ovviamente le motivazioni non sono state rese note e la stampa non è stata autorizzata a intervistarli.

Un copione già visto con i reduci delle Battaglie dei Ponti di Nassiryah, decorati nei mesi scorsi quasi in silenzio, come se l’Italia avesse vergogna di chi ha combattuto con valore portando il tricolore sull’uniforme.

Probabilmente tra tre o quattro anni anche i nove soldati del 66° riceveranno importanti decorazioni lontano dai riflettori mediatici. Per questo, pur nel rammarico di non poter svolgere il nostro mestiere raccontando ai lettori le loro storie e i loro atti di valore, pubblichiamo i loro nomi:
capitano Matteo Luciani, tenente Giordano Gemma, sergenti Domenico Loiaconi e Fabio Cappai, caporal maggiore capo Stefano Ibba, caporal maggiore scelto Amerigo Minadeo, 1° caporal maggiore Salvatore Roccuzzo, caporal maggiori Giovanni Piga e Gioacchino Alberti.

Uomini di età compresa tra i 20 e i 30 anni (quelli che la nostra società solitamente chiama “ragazzi”) che un Paese appena decente dovrebbe portare ad esempio soprattutto alle giovani generazioni, lasciando che la loro storia venga raccontata nelle scuole, da televisioni e giornali. In fondo hanno preso parte, distinguendosi, a una missione della Repubblica Italiana gestita dalla NATO sotto l’egida dell’ONU.
Basta visitare i siti ufficiali anglo-americani o leggere i loro giornali per trovarvi le storie di tanti soldati distintisi in Iraq o in Afghanistan, con le motivazioni dettagliate degli encomi e delle decorazioni. Storie che non violano certo segreti militari e che non impediscono ai media di quei paesi di criticare le scelte politiche e la partecipazione a quei conflitti.

Il sito della Difesa britannico (www.mod.uk) ha pubblicato i dettagli delle azioni di guerra condotte in Afghanistan da due soldati che hanno ricevuto la Victoria Cross, in quel caso alla memoria. Storie di audacia, di cameratismo, di sacrificio per i commilitoni ma anche di dedizione al dovere, all’uniforme e alla bandiera. Storie di soldati che hanno preso parte alla stessa missione ISAF/NATO alla quale partecipano gli italiani.

Storie che, come a Takrouna, accomunano tutti gli eserciti, incluso quello italiano.

Togliere la pesante censura che circonda le attuali operazioni militari vorrebbe dire parlare anche di guerra, di combattimenti, di quelle cose che i militari fanno e per le quali vengono arruolati, addestrati, armati e inviati oltremare, a Takrouna come ad Herat. Quelle cose per le quali qualcuno a volte merita encomi e decorazioni. Comprendiamo bene il timore del governo per i sussulti di disgusto dei pacifisti che dai centri sociali e da tante parrocchie correrebbero in piazza mettendo in serio pericolo la stabilità politica dell’Italia.

Anche Tony Blair ha avuto i suoi problemi interni alla maggioranza ma non si è mai sognato di nascondere l’operato dei militari britannici che di morti ne hanno già avuti oltre 200 tra Iraq e Afghanistan. Forse perché in una democrazia vera e matura ci sono limiti insuperabili che riguardano il rispetto dovuto agli elettori/contribuenti ma anche al sacrificio di chi veste l’uniforme.

Invece in Italia impazza da anni una fiera dell’ipocrisia che ha come regola fondamentale il divieto di dire all’opinione pubblica una verità che in fondo tutti sanno ma che alcuni fingono di non sapere per tenersi strette poltrone e carriere.
In una Nazione che annovera tra i parlamentari criminali e terroristi, che celebra i caduti ma si vergogna dei valorosi può apparire quasi normale che la codardia nasconda l’eroismo militare
(periodo modificato dal blogger).

di Gianandrea Gaiani

9 Commenti

  1. Hermes

    parole sante, ma d’altronde noi si era già parlato di questo…
    E’ veramente schifoso il paese che si vergogna dei propri militari, e purtroppo va dett oche la cosa accomuna sia governi di destra che di sinistra… (certo, poi questi ultimi “eccellono”, ma è un altro discorso…)

  2. Wellington

    Oltre all’ipocrisia e ad altri fattori di ordine morale qui c’è un chiaro problema di tipo istituzionale. In democrazia si suppone che ci debba essere trasparenza sull’impiego delle Forze Armate. Questa tendenza che si è oramai affermata in Italia, e praticata sia dalla destra che dalla sinistra*, di passare sotto silenzio le operazioni militari in qualunque normale democrazia verrebbe riconosciuto scandaloso e un pericolo per la stessa.

    *poi i governi di destra sono particolarmente fessi perchè quando lo fanno loro permettono alla sinistra di sputtanarli mettendo su campagne mediatiche che li fanno passare come guerrafondai, mentre quando lo fa la sinistra se ne stanno zittini. Quelli di sinistra sono particolarmente disgustosi per i motivi opposti.

  3. Hermes

    ma i giornalisti, poi, dove sono?
    voglio dire, non si parla mica di segreti di stato, basta parlare con i soldati…

  4. Wellington

    Ci avevo pensato anch’io, ma bisogna vedere che tipo di limiti di riservatezza il Ministero pone ai soldati…

  5. Otimaster

    Eccomi fratello, bella l’idea di unire racconto storico (sai quanto li amo) all’attualità, se poi da questo riesci a trarne anche un motivo per spendere qualche bella parola per i nostri ragazzi hai scritto il post perfetto.
    Che poi per colpa delle anime belle di sinistra e destra (mi spiace dirlo) non si possa mai dare loro i riconoscimenti che meritano è solo l’ennesima vergogna di questo paese.
    Un abbraccio.

  6. Hermes

    beh dai Duca, come riescono a scrivere gli scoop su qualsiasi cosa, possono anche rubare due chiacchere qui e là…. io mica ho clearing di sicurezza, ma qualche birra al bar l’ho offerta…

  7. Wellington

    Hermes tu non sei un giornalista. Togligli le agenzie di stampa e quelli hanno chiuso.

  8. Bisquì

    Ciao Hermes, ciao Wellington,
    é stato il governo, questo governo, a mettere il bavaglio ai militari. Le conseguenze sono quelle che si notano, mentre le altre nazioni hanno la situazione aggiornata dei propri militari minuto per minuto, da noi … il nulla.
    Questa prima di tutto è una mancanza di rispetto nei confronti dei parenti dei militari che vivono nell’angoscia. Poi ovviamente c’è il problema della libera informazione che è evidente ai rossi da molto fastidio.

    Master, fratello
    Faccio del mio meglio. Tu seguimi che leggerai delle belle storie 🙂

  9. Etendard

    Sulle nuove storie delle nostre FF.AA. sappiamo ancora poco!

    Mi auguro che in futuro le cose possano cambiare e che a tutti siano riconosciuti i rispettivi meriti!

    Per quanto riguarda il passato, invece, rimando ad un link che illustra quanto viene fatto (anche) dalla Difesa italiana in terra di Tunisia per ricordare gli eventi di Takrouna e quella – ahimé – misconosciuta campagna della primavera del 1943!
    http://www.anpdi2.org/eventi25.htm
    Buona lettura a tutti gli interessati!

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