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Counterinsurgency, la Battaglia di Baghdad

mappa aree con problemi di terrorismo
mappa aree con problemi di terrorismo

Sono passate solo poche settimane da quando il presidente Bush si presentò di fronte alle telecamere per annunciare “una nuova strategia” in Iraq. L’annuncio era particolarmente atteso perchè faceva seguito alle elezioni di mid-term, alle dimissioni del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld e alla pubblicazione del rapporto Baker-Hamilton con le sue conclusioni circa un possibile disimpegno americano.

Il presidente Bush scelse un’altra strada: rimanere in Iraq e cambiare l’approccio al problema. La stampa si è dilungata nel descrivere gli aspetti di carattere politico sia in riferimento alle dinamiche politiche interne americane che a quelle internazionali. La decisione di Bush venne riassunta sottolineando l’invio di un contingente aggiuntivo di circa 21mila uomini e l’inizio di una operazione chiamata sulla stampa occidentale Baghdad Security Plan ma il cui vero nome è operazione Fadr al-Qanoon. Solo in pochi sottolinearono il significativo cambio della squadra al comando delle operazioni e il passaggio a una strategia squisitamente counterinsurgency.

Una delle caratteristiche peculiari delle operazioni di counterinsurgency è che esse si dispiegano su un orizzonte temporale molto lungo e progressi sostanziali non possono essere attesi prima che sia trascorso un lasso di tempo importante, che renda possibile alle forze impegnate nella campagna di impadronirsi in profondità  delle rispettive zone di operazione. I teorici sottolineano l’importanza strategica, per il counterinsurgent che comincia una campagna, del raggiungimento di un immediato successo tattico. Per questo in linea generale viene preferito un approccio che va dal facile al difficile permettendo così di guadagnare rapidamente in fiducia e in propaganda spendibile. Tuttavia questo approccio è possibile solo se l’insorgenza non ha già  guadagnato quel quantum di energia che rende il tempo una risorsa scarsa. Nell’Iraq di inizio 2007 il tempo è ormai agli sgoccioli e le diverse insorgenze in atto sono decisamente in grado di minacciare lo Stato.

In Iraq esistono contemporaneamente diverse insorgenze con caratteristiche assai specifiche; nel Paese esiste una grande differenza tra le singole provincie per quanto concerne la pericolosità  e la virulenza dell’insorgenza e la capacità  delle autorità  del governo Iracheno di esercitare la propria sovranità . Si sarebbe potuto teoricamente scegliere come mossa iniziale di focalizzarsi su una diversa regione, come ad esempio la provincia di Al-Anbar oppure attaccare direttamente le forze del cosiddetto Esercito del Mahdi fedele a Moqtada al-Sadr e responsabile di gran parte della violenza settaria che colpisce i sunniti.

Tuttavia, come i francesi decisero di dare priorità  alla stabilizzazione di Algeri in modo prioritario, così per diversi motivi, alcune evidenti altri probabilmente legati a motivazioni più tecniche, la scelta strategica si è focalizzata su Baghdad, una vera e propria megalopoli con circa sei milioni di abitanti. L’aumento della violenza settaria legata alla contrapposizione tra sunniti e sciiti è emersa nell’ultimo anno come la principale minaccia alla stabilità  ed alla legittimità  del nuovo governo Iracheno. L’operato delle squadre della morte sciite, la pulizia etnica dei diversi quartieri e la nascita di milizie di quartiere di autoprotezione, l’evidente incapacità  della polizia irachena di contribuire a ristabilire l’ordine in quanto pesantemente infiltrata dalle milizie sciite costituiscono fattori determinanti nel creare il rischio di una guerra civile indiscriminata e generalizzata che potrebbe incendiare l’intera area del Golfo.

Questa è stata sicuramente la valutazione di carattere generale che ha fatto scegliere Baghdad, ma a queste valutazioni va aggiunto il fatto che il controllo di aree urbane assorbe generalmente meno uomini di vaste aree e che solo a Baghdad sono ancora attive le principali catene televisive e giornali che avrebbero potuto permettere quella vittoria propagandistica tanto necessaria. Nel resto del Paese la coalizione metterà  in atto una strategia difensiva con operazioni aventi lo scopo di limitare i danni legati al probabile arrivo di elementi in fuga da Baghdad.

Le operazioni a Baghdad sono cominciate all’inizio del mese di febbraio. Dopo un grande battage pubblicitario, hanno visto un lento ma costante aumento della presenza di truppe americane e irachene prima nelle periferie e in seguito nella città  stessa. La lentezza delle operazioni iniziali sembrerebbe cercata nel tentativo di incoraggiare la fuga dei principali gruppi attivi nelle azioni di guerriglia. L’ottica parrebbe quella di evitare il più possibile scontri armati all’interno della città  per cercare un rapido passaggio a operazioni di vera e propria pacificazione, un modus operandi che dovrebbe evitare scenari tipo Falluja o Tal Afar.

Questa modalità  di comportamento sembra sottolineare una strategia volta soprattutto a raggiungere i cittadini di Baghdad invece che a colpire terroristi e squadre della morte. L’aumento delle forze è costante e ormai si contano dieci brigate dell’Iraqi Army, otto brigate dell’Iraqi Police, cinque battaglioni completi Usa più unità  inquadrate come consiglieri nelle unità  irachene per complessivi 17.500 uomini. Circa 17 battaglioni in tutto. L’invio di truppe è ancora ben lungi dall’essere completato sia da parte irachena che da quella americana, tuttavia è certo che anche nell’ipotesi in cui tutte le forze destinate a operare a Baghdad possano essere effettivamente schierate non sarà  in alcun modo possibile raggiungere un rapporto tra popolazione e counterinsurgent vicino all’ottimale 1.000/50.

La lentezza nel concentramento è inoltre imputabile anche ad altri due fattori: capire dove andranno a rischierarsi le forze avversarie che sono uscite da Baghdad e avere il tempo per mettere a punto tecniche e procedure operative che vengono costantemente aggiornate ‘sul tamburo’ man mano che l’esperienza insegna. Uno degli aspetti di novità  è la creazione delle Joint Security Station (Jss) ossia acquartieramenti joint composti da compagnie di polizia irakena, esercito irakeno, esercito americano. Le Jss (ne sono previste 32 e ne sono già  state impiantate 15) saranno responsabili di un preciso quartiere in modo permanente e la presenza mista delle tre forze dovrebbe assicurare un controllo reciproco per evitare abusi o collusioni.

Dalle Jss si muovono continue pattuglie anch’esse miste che, nella migliore tradizione della counterinsurgency, vanno a rischiare la vita su ogni singolo marciapiede. Si tratta – come si intuisce facilmente – di operazioni molto pericolose e decisamente in contrasto con quanto realizzato finora. Le Jss, che – sia detto per inciso – ricordano molto la situazione della sfortunata base Animal House dei Carabinieri a Nassiriya, sono all’opposto di quella logica di Force Protection che ha impedito una capillare presenza delle forze della Coalizione sul terreno, comprese di quelle italiane, per cercare di limitare le perdite rinunciando però a una significativa azione di counterinsurgency.

Per il momento i risultati sono ancora limitati e questo non sorprende. Come espresso da Kilcullen in un suo recente intervento su un blog dedicato alla counterinsurgency “si tratta di una maratona non di uno sprint”. Le diverse insorgenze in atto hanno risposto secondo logiche differenti. Al-Qaeda pare voler screditare fin dalle prime fasi l’operazione puntando su una campagna di autobombe, alcune anche dotate di cariche chimiche rudimentali (The Reach of Waw; Iraq Insurgents Employ Chlorine in Bomb Attacks, New York Times, 22 febbraio 2007). Tuttavia questo comportamento potrebbe contribuire in modo sostanziale alla sua emarginazione – peraltro già  in atto – rispetto alla popolazione irachena, come testimonia il progressivo aumento delle tribù sunnite che combattono al-Qaeda nella provincia di al-Anbar e le vendette della stessa organizzazione ben testimoniate dal camion bomba destinato a eliminare un imam sunnita ad Habbaniya.

Le squadre della morte legate all’esercito del Mahdi hanno ridotto in modo sensibile le proprie operazioni. Tuttavia, la precipitosa fuga di Moqtada al-Sadr in Iran (e probabilmente di parte della dirigenza) ha sicuramente comportato un calo dell’attivismo. L’insorgenza sunnita, peraltro decisamente indebolita a Baghdad dalle azioni delle squadre della morte sciite, parrebbe sulla difensiva in città . I numeri relativi a sospetti catturati o uccisi sono molto inaffidabili e non costituiscono il più corretto metodo di misura dell’andamento dell’operazione. Anzi, una delle principali preoccupazioni del team di studiosi ed esperti di counterinsurgency (tra cui spiccano il colonnello HR McMaster, il tenente colonnello Dave Kilcullen, il colonnello Meese e il colonnello Mansoor, conosciuti come il Baghdad Brains Trust) è proprio quello di identificare modelli interpretativi capaci di dare chiare indicazioni sulla bontà  dell’operato.

Quello che alla fine farà  la differenza saranno i cittadini iracheni. Se saranno capaci di avere ancora fiducia nella nascita di un nuovo Stato, come dimostrato nel corso delle elezioni del 2005, allora tra alcuni mesi si dovrebbe cominciare a vedere i primi segnali di inversione di tendenza con un naturale aumento dell’intelligence disponibile e un conseguente aumento dell’efficacia. Ma come tutti gli esperti di counterinsurgency sanno bene, la lotta si vince a livello politico e coerentemente con queste premesse sia il governo iracheno che quello americano stanno cercando di sbloccare la dinamica politica ed economica per poter offrire un futuro più incoraggiante alla popolazione e cercare così di sottrarla alla estremizzazione.

A livello politico interno il recente accordo tra gli esponenti delle diverse componenti per la suddivisione delle entrate petrolifere apre nuove possibilità  per il futuro legate alla possibilità  di nuove concessioni che potrebbero riguardare la stessa provincia di al-Anbar prospettando così un futuro meno incerto anche per i sunniti. Inoltre si notano i primi tentativi di dividere l’esercito del Mahdi approfittando del momentaneo vuoto di potere, come testimoniano le affermazioni dello stesso comando della coalizione. A livello regionale la nuova svolta in ottica counterinsurgency viene accompagnata dalla organizzazione di una conferenza internazionale che dovrebbe vedere la partecipazione diretta anche di Siria e Iran.

Gli stessi comandi americani impegnati in questa fondamentale operazione sono ben consci delle difficoltà  e dei pericoli enormi che dovranno affrontare. Il numero di truppe della coalizione, nonostante le unità  aggiuntive inviate dal presidente Bush, rimangono decisamente insufficienti e l’annunciato ritiro delle unità  britanniche dal sud non fa che peggiorare le cose, esponendo la coalizione al rischio che le unità  di al-Sadr allontanatesi da Baghdad possano sferrare attacchi proprio nel sud sciita. Inoltre, le stesse unità  americane, soprattutto quelle il cui turno annuale è stato esteso per far fronte a questa nuova operazione, comincerebbero a dare segni di abbassamento nel morale dei soldati. Esiste grande preoccupazione per la grande difficoltà  con cui le agenzie civili stanno cercando di implementare tutte quelle attività  che costituiscono il vero sforzo capace di attirare la spaventata popolazione civile verso la protezione e il controllo del governo.

Ma soprattutto il comando americano teme una crisi nel supporto politico alla operazione quando inevitabilmente le perdite cominceranno a salire man mano che l’operazione procederà . In questo senso uno dei passi decisivi sarà  la progressiva penetrazione in Sadr City, che per il momento è rimasta ancora ai margini delle attività . Inoltre, come tutti gli insorgenti della storia anche quelli iracheni cercheranno di approfittare del calo della presenza delle forze armate della coalizione per attaccare in località  lontano da Baghdad nel tentativo di attirare le forze impegnate nella Battaglia di Baghdad nuovamente verso altre provincie. Già  circola la notizia che al-Qaeda abbia alzato la sua bandiera nera su Samarra annunciando che è nato l’Emirato di Samarra.

I mass media definiscono come data limite per poter dare un giudizio definitivo su questa nuova strategia la fine dell’estate, concedendo così sei mesi al generale Petraeus per raggiungere risultati significativi, come attestato dal recente articolo del Guardian (Military chiefs give US six months to win Iraq war, The Guardian, 28 febbraio 2007). Ma questa scadenza, di natura tutta politica, è troppo ravvicinata per essere realistica dal punto di vista della teoria della counterinsurgency, come chiaramente esposto dallo stesso Kilcullen in un post pubblicato nel forum di Small Wars Journal a commento dell’articolo (Guardian Article Misrepresents the Advisers’ View – leggi anche post introduttivo: The Baghdad Marathon) e potrebbe essere fonte di grandi problemi, prestandosi a facili strumentalizzazioni da parte della guerriglia irachena che, concentrando i propri attacchi proprio allo scadere del periodo, condannerebbe l’operazione alla sconfitta mediatica.

Se Baghdad sarà  definitivamente pacificata e riportata sotto controllo, sarà  possibile impostare il progressivo allargamento della strategia di counterinsurgency anche nelle altre zone contestate. Se la Battaglia di Baghdad verrà  persa, allora si aprirà  sicuramente un nuovo capitolo della campagna americana in Iraq: quello della ritirata. Le cui conseguenze potrebbero essere difficilmente prevedibili. Per la prima volta nella storia, una battaglia, che potrebbe essere considerata decisiva alla stregua di Midway e Stalingrado, verrà  combattuta secondo i dettami e la complessa logica della counterinsurgency, attestando chiaramente quanto sia cambiata la guerra contemporanea.

Claudio Buzzi, 5 marzo 2007

4 comments

  1. Hermes says:

    Io un po’ di paura ce l’ho, perchè ci sono troppo pochi soldati, perchè l’US Army è una mazza ferrata per distruggere e non uno sfollagente per pacificare, perchè la guerra “al risparmio” di Rumsfeld ha consentito l’entrenchment degli insorti nei vitali primi mesi di occupazione etc. etc.

    Molto certo dipenderà dallo sviluppo della crisi Iraniana (io temo che l’unica opportunità a disposizione di Tsa’al se messa alle strette sia un attacco nucleare tattico, ma da lì ci troveremmo in una zona buia…), ma anche da quanto saranno saggi i sunniti del Golfo (ossia i principali sponsor di Al Qaeda). Fossi nel pentagono, farei forcing sui Sauditi, darei un ruolo alla Siria (arrivederci axis of evil…) e cercherei disperatamente l’aiuto dei Russi (gli europei sono buoni solo a fare il giro di botte: vedi Italia nella crisi iraniana – il principale partner commerciale ridotto nell’angolino a subire le decisioni altrui…).

  2. Bisquì says:

    Ciao Hermes 🙂
    La paura è normale in una mente intelligente, chi non ne ha o è un deficiente o incosciente.
    Hai ragione sulla strategia scelta da Rumsfiel ma ormai il guaio è fatto, il problema è un’altro : assodato l’errore è criminale non ripararlo, così come vuole fare il parlamento democratico votando contro un rafforzamento della presenza sul territorio Irakeno.

    Per quanto riguarda l’Iran, credo che si stia giocando tutto. Il “lavavetri” non andrà a Riad perchè il re d’Arabia lo ha già schiaffeggiato abbastanza. Certo, tirare la corda ha due risultati o romperla o far mollare la presa.
    Non credo che gli alleati dell’Iran e sopratutto la Cina siano felici di subire la chiusura di Ormuz. Vedrai che le diplomazie faranno il loro lavoro, sempre che non ci sia un disegno preciso di far precipitare le cose. In questo momento sto pensando all’isola di Formosa, chissà perchè.
    Con gli USA impegnato in medioriente “qualcuno” potrebbe approfittare dell’occasione che non avrà più se dovessero passare 2 anni. Si perchè nel 2008 il rafforzamento di Formosa sarà terminato e la capacità offensiva della Cina sarà azzerato.
    Capisci cosa intendo?

    Il fronte italiano è indescrivibile, indecifrabile. Da banderuole questi qui potrebbero cambiare idea da un momento all’altro. Che ci si capisce?

    La Russia? Converrai con me che ultimamente le relazioni si sono fatte un pò tese e non c’è tempo per ricucire lo strappo.

    L’Europa potrebbe giocare un ruolo fondamentale nell’evolversi della situazione ma al momento non vedo una politica che le faccia assumere il ruolo di leader mediatore.

  3. Hermes says:

    E’ interessante quello che dici soprattutto in rapporto alla Cina: premesso che la mia “fiducia” nella stupidità intrinseca degli uomini mi porta a non ritenere impossibile un colpo di mano contro Taiwan, neppure dopo il 2008, sarebbe davvero interessante vedere come reagisce l’economia cinese a una stretta esterna sulle forniture…
    Sarà che io milito in quella minoranza che quando guarda la Cina più che entusiasmarsi -per la crescita economica- si preoccupa -sempre per la crescita economica.
    Era Mao che parlava di giganti dai piedi d’argilla? Non sono mai stato troppo forte con le citazioni…

  4. Bisquì says:

    Hermes,
    il governo cinese negli ultimi 3 anni ha triplicato le spese per gli armamenti, ci sarà un motivo? Stanno facendo una corsa incredibile acquistando armamenti ovunque. Ultimamente hanno acquisito anche dei sommergibili atomici dalla russia per non parlare di portaerei e caccia simili agli AEGIS americani.
    Che ci fanno con tutta ’sta roba se fino a pochi anni fa la marina da guerra cinese era poco più di un circolo di pescatori?
    E perchè il governo italiano spinge per levare l’embargo europeo alla vendita di armamenti e tecnologia militare alla Cina?
    E perchè i cinesi hanno provato ad acquisire degli F16 dalla Spagna di Zapatero?
    Non vedi un disegno comune di tutte le sinistre?

    Questo è il vero problema. L’Iran è una petecchia in un gioco molto più grosso. La chiusura di Ormuz sarebbe un disastro per la Cina e attualmente anche per l’India che essendo meno scema ha subito fatto un contrtto con gli USA per la fornitura di centrali nucleari.

    Si sta facendo tutto più chiaro?

    Qui c’è in gioco non la supremazia regionale ma il vecchio concetto dei blocchi contrapposti occidente contro oriente. Il declino dell’URSS è stato un disastro e la Russia non è ancora in grado di riprendersi il ruolo che le spetta, grazie anche ai sinistri europei che non le perdonano l’abbandono del comunismo.

    Peccato che di potenze all’orizzonte ce ne siano più di una e non solo nel continente euroasiatico ma anche nel sud America, leggi Brasile.

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