Corea del Nord ed Iran: due diverse soluzioni per il disarmo nucleare

Mentre viene siglato l’accordo sul nucleare con la Corea del Nord, dopo una trattativa estenuante, a Washington tiene banco il dibattito in merito all’invio di ulteriori truppe in Iraq- sul quale il Congresso ha votato a sfavore- il Presidente Bush, intanto, rende noto alla stampa che truppe d’à©lite iraniane stanno rifornendo i miliziani sciiti con congegni esplosivi artigianali in grado di perforare le corazze dei mezzi pesanti, i quali sarebbero responsabili di centinaia di morti tra i soldati americani sul suolo iracheno.

Durante la corposa conferenza stampa tenutasi mercoledì nella sala est della Casa Bianca, il corrispondente della Cnn Ed Henry pone la sua domanda riguardo alla supposta correlazione tra gli attacchi alle truppe Usa in Iraq per mezzo dei congegni esplosivi artigianali e la volontà  degli alti dirigenti iraniani di portarli avanti.

Il presidente Bush accenna un sorriso come a voler dire, “guardi non è questo il punto“. Henry crede ci sia una contraddizione tra quello che i generali americani hanno fatto sapere sabato scorso, e cioè che i dirigenti iraniani abbiano ordinato alle Quds Force di attaccare in Iraq, e quello che il presidente sta dicendo ora, e cioè che non ci sono prove certe al riguardo, ma che di fatto questi corpi d’à©lite hanno a che fare con la morte di più di 170 soldati americani.

La risposta di Bush difatti insiste su questo punto: “A causa delle Quds Force ci sono armi in Iraq che stanno danneggiando le truppe americane…E spero che tu [Ed Henry n.d.r.] sappia, che le Quds Force fanno parte del governo iraniano, non sappiamo se Ahmadinejad ha ordinato a questi corpi speciali di attaccare, ma sappiamo che sono lì, ed io intendo fare qualcosa a riguardo, ho chiesto ai miei comandanti di fare qualcosa a riguardo e noi proteggeremo le nostre truppe“.

Si potrebbe pensare che non esistano relazioni tra gli scontri a fuoco che sono all’ordine del giorno in Iraq e le grandi manovre diplomatiche tese al disarmo nucleare: niente di più falso. Prima l’accordo con l’India, ora quello con la Corea del Nord e nel mezzo la questione iraniana, fanno da cornice agli scontri quotidiani dei soldati Usa contro gli insorti iracheni.

Oggi tra i democratici c’è chi sta già  accusando Bush di voler entrare in guerra contro l’Iran e di voler utilizzare le Quds Force come pretesto per un via libera, prendiamo ad esempio le parole che Hillary Clinton ha pronunciato al senato dopo la conferenza stampa del presidente: “Credere che la risoluzione del 2002 che autorizzava l’utilizzo della forza contro l’Iraq costituisca un assegno in bianco per utilizzare la forza contro l’Iran, sarebbe un errore di proporzioni storiche“.

Da parte sua Bush descrive queste illazioni come “sciocche”. Oggi, di fronte ad una minaccia simile, i politici americani si dividono mentre l’affondamento della corazzata “Maine” davanti al porto dell’Avana nel 1898 (in circostanze peraltro sospette) e la conseguente morte di più di 250 marinai statunitensi, provocò la reazione compatta della nazione e l’inizio della guerra ispano-americana (Remember the Maine, to hell with Spain!). Come cambiano i tempi.

Ma chi sono queste Quds Force? E cosa sono questi ordigni esplosivi improvvisati? I Quds sono un’unità  d’à©lite delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. La loro attività  primaria pare consista nel condurre attività  di addestramento per i gruppi rivoluzionari islamici, e sembra che rispondano in prima istanza all’Ayatollah Ali Khamenei (non nominato da Bush appositamente, visto che gli Usa non riconoscono autorità  politica al leader religioso).

I Quds si sono resi responsabili in passato del bombardamento delle caserme di Beirut nel 1983, ora, secondo il quotidiano egiziano al-Ahram, Ahmadinejad avrebbe contribuito con aiuti economici alle loro attività  militari. Gli ordigni esplosivi artigianali (I.E.D.) sono invece bombe di fabbricazione artigianale che possono contenere sostanze tossiche, o schegge metalliche in grado di perforare le corazze dei veicoli militari tipo l’Humwee.

Questi congegni possono essere attivati a distanza per mezzo di un radiocomando o possono contenere un detonatore in grado di farli esplodere al passaggio dei convogli nemici.

Intanto, nel giorno di San Valentino, un’autobomba è esplosa nella città  di Zahedan (Iran) facendo saltare in aria un autobus che portava al suo interno alcuni membri delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane, uccidendo almeno undici persone e ferendone 34, secondo quanto riferito da una agenzia stampa statale. Un membro del parlamento locale ha fatto riferimento alle “forze imperialiste” per spiegare l’attacco: leggi Gran Bretagna e Usa.

Ricapitolando: quello che prima era un conflitto armato sul suolo iracheno è ora diventato una guerra civile tra miliziani sunniti e sciiti, questi ultimi sarebbero poi supportati dalle Quds Force di provenienza iraniana, in questo senso i democratici rimproverano il presidente Bush di cercare un pretesto per attaccare l’Iran. Sempre l’Iran poi, a causa del suon ben noto atteggiamento di elusione nei confronti della Agenzia Internazionale per L’Energia Atomica (AIEA), avrebbe causato un impegno diplomatico da parte della presidenza Usa volto a concludere accordi bilaterali con le potenze in grado di sviluppare un arsenale nucleare.

In questo caso i democratici accusano Bush di essere troppo magnanimo nel concedere vantaggi ai paesi che rinunciano alla produzione di testate atomiche.

L’accordo sul nucleare con la Corea del nord

Sia il Sottosegretario di Stato Usa per gli Affari Politici, Nicholas Burns, che il nostro Premier Romano Prodi, si dicono convinti che l’accordo sul nucleare raggiunto il 13 Febbraio scorso con la Corea del Nord dovrebbe servire come modello per un eventuale trattativa con l’Iran.

Senza arrivare ad una tale punta di ottimismo, si può comunque notare il fatto che il governo di Teheran si trova ora sempre più isolato da eventuali partner “atomici”, dopo che, poco tempo fa, anche l’India aveva siglato un accordo con gli Usa. I sei paesi coinvolti nelle trattative di Pechino (Stati Uniti, Russia, Corea del Sud, Corea del Nord, Giappone e Cina) si sono accordati affinchè la Corea del Nord sospenda il suo programma di arricchimento dell’uranio e tutte le attività  correlate alla produzione di energia nucleare (oltre allo smantellamento delle centrali in uso) entro 60 giorni, consentendo poi le verifiche dell’AIEA.

In cambio Pyongyang riceverà  aiuti sotto forma di petrolio e altre forniture per centinaia di milioni di dollari. Visto che sono passati solo quattro mesi da quando il regime di Kim Jong II effettuò il primo esperimento nucleare, facendo esplodere una bomba nel sottosuolo, la fine delle trattative è stata salutata con un certo entusiasmo da parte della comunità  internazionale.

Considerando poi che si sta parlando di uno “Stato Canaglia” il risultato conseguito da  un segnale forte e chiaro all’Iran di Ahmadinejad, attorno al quale l’amministrazione Bush sta tentando di fare terra bruciata. La presenza della Russia come uno dei paesi mediatori non è infatti da sottovalutare, se si tiene conto che proprio Putin era stato in passato uno dei punti di riferimento della politica sul nucleare di Teheran.

C’è poi un questione molto importante da tenere in mente: la Corea del Nord è ad uno stadio di sviluppo di un arsenale nucleare molto più avanzato rispetto all’Iran. Mettere le due nazioni sullo stesso piano e proporre ad Ahmadinejad le stesse condizioni che sono state proposte a Kim Jong II, equivarrebbe a concedere più potere al governo di Teheran di quanto non ne abbia effettivamente.

Si tratta, in fondo, di una partita a scacchi e stupisce che gente così informata sui fatti come Prodi o Burns non abbiano tenuto conto di questo fattore nel loro giudizio. La Corea del Nord non può costituire un modello di come agire con l’Iran, semmai è quest’ultimo che deve tenere in mente il significato del trattato di Pechino.

Condooleza Rice ha definito l’accordo come un “buon inizio” e allo stesso tempo si è detta soddisfatta per la fine delle trattative, in totale sintonia con le voci che arrivavano da Washington lo stesso giorno (13 febbraio) e che definivano il patto a sei come un “primo importante passo in avanti” nell’ottica di denuclearizzazione della Corea. Stesso atteggiamento di soddisfazione per quanto riguarda il presidente Bush, mentre da Mosca giungevano notizie di un velato ottimismo.

Da registrare invece la reazione dell’Ex-ambasciatore delle Nazioni Unite, John Bolton, il quale non appariva altrettanto soddisfatto. Secondo lui sarebbe sbagliato incentivare gli stati canaglia come la Corea del Nord ad abbandonare i loro programmi atomici per mezzo di aiuti energetici, visto che un tale comportamento smentisce quella che per anni è stata la politica estera americana. “I don’t do carrots” è stata una della sue eloquenti frasi in merito, ovvero: “non offro carote”.

Quello di Bolton è un atteggiamento negativo nei confronti dell’accordo ma che trova comunque dei sostenitori anche all’interno della stessa ala neo-conservatrice. Secondo il Daily Herald, ad esempio, Elliot Abrams, uno dei consiglieri di Bush sulla Sicurezza Nazionale, avrebbe fatto notare a Tony Snow ( segretario dell’ufficio stampa della Casa Bianca) che un accordo del genere concede troppo spazio di manovra al paese comunista.

La replica di Snow, però, lo avrebbe rassicurato del fatto che gli aiuti energetici arriveranno sul suolo coreano solo nel caso in cui Kim Jong II rispetti gli accordi fino in fondo.

La risoluzione contro l’invio di truppe a Bagdad

Il Senato, nelle vesti del popolo americano, deve essere chiaro con il comandante in capo [Il Presidente] sul fatto che egli non ha più un timbro di gomma per la questione irachena“, con queste parole-timbro di gomma sta per autorità  indiscutibile- il leader della maggioranza Harry Reid, Democratico del Nevada, ha aperto la votazione di sabato, preceduta da quella del giorno prima al Congresso, nella quale si dibatteva la stessa questione: l’invio di ulteriori truppe in Iraq e il relativo stanziamento di fondi.

Il Congresso Usa a maggioranza democratica ha approvato, nella giornata di venerdì, un risoluzione non vincolante che si oppone all’invio di ulteriori truppe in Iraq con un margine di 246 voti a 182. Sembrerebbe proprio un veto di tipo “politico” in quanto durante le prossime elezioni chi si sarà  dimostrato contro la guerra godrà  certo di vantaggi dal punto di vista della popolarità . Visto che l’elettorato si dimostra stanco (secondo tutti i sondaggi) di sentir parlare del conflitto iracheno, i democratici ed alcuni repubblicani danno al popolo ciò che il popolo vuole e lasciano intendere di non avere intenzione di proseguire la guerra.

Alle volte però un leader deve saper prendere decisioni impopolari e non può limitarsi a governare secondo il sentire comune. Come detto, comunque, la risoluzione non è vincolante e il presidente Bush ha già  fatto sapere che non intende in alcun modo dare retta al Congresso. Nelle parole del senatore repubblicano dell’Indiana Richard Lugar, che ha parlato alla trasmissione “Face the Nation” (CBS): “Credo che il presidente opporrà  il suo veto e che tale veto sarà  duraturo“.

Mentre Nancy Pelosi ha reso noto che il veto concerne soltanto l’iniezione di nuove truppe e non il supporto economico che sarà  loro fornito (circa 93 milioni di dollari) e che questo rappresenta “un messaggio forte” all’amministrazione Bush.

I democratici hanno come obbiettivo quello di limitare la portata dell’autorizzazione a procedere che il Presidente Usa ricevette nel 2002, prima dell’inizio del conflitto iracheno. Come ha sottolineato il Democratico del Michigan Carl Levin: “Cercheremo di ottenere una modifica a quella autorizzazione in modo di limitare la missione delle truppe americane ad un compito di supporto invece che di combattimento, il che è molto differente dal tagliare semplicemente i fondi“.

Nella giornata di sabato, poi, la risoluzione “anti-Bush” non è passata al senato visto che non si è raggiunto il quorum necessario dei 60 voti (56-34). La motivazione ufficiale per la disfatta della risoluzione non vincolante riguarda la questione dei fondi. Secondo i senatori all’opposizione questo provvedimento sarebbe senza significato proprio perchè non conterrebbe nulla riguardo allo stanziamento del denaro necessario.

Per il capo della minoranza Mitch McConnel (Repubblicano del Kentucky): “Questa risoluzione non vincolante non fa nulla sul piano pratico ma è stata disegnata per disapprovare la nuova missione…il nostro punto di vista è che non si può discutere la nuova missione in Iraq senza discutere lo stanziamento di fondi per le truppe“.

Di tutt’altro avviso il senatore democratico dello stato di New York Charles Schumer, che avrebbe detto: “Stiamo appoggiando una guerra civile in Iraq…le truppe americane non dovrebbero essere nel mezzo di quella guerra…per dirla in maniera gentile, l’escalation del Presidente è male indirizzata“.

Mentre il Segretario di Stato Usa, Coondoleeza Rice era in visita a Baghdad, nell’ambito di un meeting con i leader mediorientali, ha ricordato alle truppe che, nonostante il dibattito politico che si sta svolgendo a Washington, il loro contributo è “molto apprezzato”. Tale dichiarazione è stata poi seguita dalle frasi di George W. Bush il quale ha ricordato che, seppure i senatori “hanno tutto il diritto di esprimere le loro opinioni…I nostri uomini e le nostre donne in uniforme contano sui loro leader affinchè questi provvedano a rifornire loro del supporto necessario per portare a termine la missione“.

Ovvio che, dopo un simile dibattito, la stampa Usa si scateni nel commentare ciò che succede a Washington. In un articolo di Ellen Ratner apparso su WorldNetDaily, ci si chiede come sia possibile che il tema della risoluzione non vincolante abbia assunto una posizione di tale rilievo in mezzo a tutti gli altri temi che dovrebbero avere la loro importanza come il riscaldamento globale, l’immigrazione, l’Afghanistan, la questione delle cure mediche etc.

Inoltre la Ratner fa un paragone interessante tra la situazione politica al Congresso ed il capitano di una una nave che, attraversando acque tempestose, si ritrovi a dover dibattere con l’equipaggio in merito alla direzione da prendere. La prematura fine del battello su di uno scoglio sarebbe inevitabile. Robert Novak sul Washington Post ha invece puntato sul fatto che il Democratico John Murtha, alleato strategico di Nancy Pelosi, con le sue moine contro lo stanziamento di fondi per le truppe, sta tentando di assumere il comando della politica Usa in Iraq, per quanto possa sembrare strano. Ovviamente quella di Novak è una provocazione.

E chiaro, però, che l’aumento di truppe in Iraq, vista l’impossibilità  pratica di un ritiro immediato dei soldati americani dal conflitto, non farebbe che aumentare la sicurezza di quelli che sono lì ora a rischiare la vita quotidianamente. Forse è questo che i pacifisti non riescono a vedere: se la politica americana ci ha insegnato qualcosa è che spesso i Democratici prendono le posizioni dei Repubblicani e viceversa, ora chi è contro la guerra in generale, dovrebbe riconoscere che fare rischiare la vita a dei soldati per partito preso non è certo la decisione più saggia.

Andrea Loquenzi

2 Comments

  1. monica

    L’accordo sul disarmo con la Corea del Nord, passato quasi in silenzio sui media italiani, e l’avvio di contatti diplomatici per avviare una soluzione con l’Iran dovrebbero dimostrare alla nostra sinistra antagonista e ai pacifisti dell’ultim’ora che la politica estera e di difesa di Bush non è poi così deprecabile.
    Invece, come prassi, anche in questo caso l’antiamericanismo trionferà isolandoci sempre più sulla scena internazionale.

  2. Bisquì

    Monica,

    stranamente questo post è stato letto da pochissimi. Anche a destra non è che si dia enfasi alla politica estera USA. 

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