I comunisti italiani nei lager russi

comunisti italiani nei gulag
Gulag. Storia e memoria

Non furono certo fortunati i comunisti italiani, tedeschi e d’altre nazionalità  che trovarono rifugio in Russia; molti dopo la scuola di partito obbligatoria dovettero subire i campi di concentramento, quando iniziò una delle grandi purghe staliniane dovuta all’uccisione del governatore Kirov di Leningrado.
Fra i fuoriusciti aleggiava sempre il sospetto reciproco; spesso una frase sbagliata o una confidenza furono utilizzate per accusare la persona di spionaggio o attività  sovversiva.
Su circa seicento emigrati in Unione Sovietica si calcola che almeno un terzo fu arrestato dal NKVD e spedito nei campi in Siberia.
Emblematica è la figura di Palmiro Togliatti, vicecapo del Comitern e nel dopoguerra personalità  di spicco della politica italiana.
Egli lasciò morire i fuoriusciti italiani imprigionati nei campi, come confermerà  più tardi a Davide Lajolo, al contrario di quanto fecero il capo dei comunisti tedeschi ed il capo dei comunisti austriaci che intervenirono presso Stalin e riuscirono a salvare dalla morte diversi dei loro compagni arrestati.
Stesso trattamento ebbero gli sfortunati prigionieri italiani dell’ARMIR, sui quali Togliatti scrisse: “se un buon numero dei prigionieri morirà  in conseguenza delle dure condizioni di fatto non ci trovo assolutamente niente da dire, anzi“.
Le “qualità ” di Togliatti furono poi confermate all’apertura degli archivi della polizia segreta sovietica.
Un dirigente del P.C.I. esule anch’egli a Mosca, Vincenzo Bianco, scrisse all’epoca dei fatti a Togliatti chiedendogli di intercedere presso Stalin in aiuto dei fuoriusciti italiani.
La risposta fu che alcune migliaia di morti non avrebbero di certo danneggiato la causa comune. Negli anni successivi, visti i contenuti della stessa, si cercò in tutti i modi di far credere che fosse un documento falso, ma purtroppo risultò vera e rispondente alle caratteristiche del suo estensore.
Togliatti tornò in Italia nel marzo del 1944 e subito i parenti dei soldati appartenenti all’ARMIR gli chiesero informazioni sui loro cari; la risposta fu che i nostri soldati stavano bene ed erano trattati con riguardo.
Oggi sappiamo che già  nella primavera del 1943, circa l’80% dei prigionieri era morto di stenti e di malattie. Ogni ulteriore considerazione risulta ovviamente superflua.

Quando il P.C.I. ha celebrato il ventennale della morte di Palmiro Togliatti, rivendicandone l’eredità  politica e, aggiungo io, anche quella ideologica e morale, non una parola fu spesa per tutti i morti provocati dal Comunismo, da Stalin e da tutti i suoi seguaci, fra cui il grande statista Togliatti.

Emilio Guarnaschelli era un operaio comunista torinese che aveva accolto con entusiasmo l’ideale rivoluzionario sovietico; riuscì a raggiungere Mosca proprio quando suo fratello Mario e la direzione torinese del P.C.I. entrarono in disaccordo.
I fuoriusciti italiani ne furono in breve informati e Guarnaschelli ne subì le conseguenze. Deluso dalla situazione sovietica e dalle condizioni di vita della popolazione, contattò l’ambasciata italiana per riottenere il passaporto italiano, tentativo già  allora fatto da numerosi fuoriusciti.
Fu subito arrestato dalla Ghepeù e accusato di essere una spia fascista. Il fratello Mario chiese aiuto al compagno Togliatti che ovviamente non lo degnò neanche di una risposta. Solo all’apertura degli archivi segreti del KGB, si scoprirà  che Guarnaschelli era stato fucilato.
Al ritorno dalla lunga prigionia in terra russa, alcuni ufficiali dell’ARMIR (Giorgio Pittaluga, Ugo Graioni, Domenico Dal Toso, Luigi Avalli e Ivo Emett) diffusero un numero unico intitolato “Russia” in cui accusavano esplicitamente alcuni fuoriusciti italiani per il loro comportamento verso i prigionieri.
I comunisti chiamati in causa furono Ruggero Grieco, Paolo Robotti, Luigi Amadesi e Edoardo D’Onofrio, quest’ultimo come tanti altri fu premiato dal P.C.I. per l’ottimo “lavoro” svolto ed eletto senatore.
Il D’Onofrio, offeso dal contenuto del numero unico pubblicato a cura dell’U.N.I.R.R. (Unione Nazionale Italiana Reduci Russia), denunciò gli estensori per diffamazione.
Siamo nel 1948,  l’Unità ovviamente difese a spada tratta il compagno D’Onofrio e la sua positiva attività  d’aiuto ai nostri connazionali. Durante il processo, la difesa del querelante e tutta la stampa di sinistra cercarono in tutti i modi di eludere le responsabilità  del D’Onofrio ed il processo si ritorse contro il povero “innocente”.
Le accuse dei reduci inchiodarono il senatore alle sue responsabilità ; non potendo negare quanto fu dichiarato dai “colpevoli”, cercò di trasformare i fatti, arrivando ad affermare che gli interrogatori ai quali sottoponeva i prigionieri non erano altro che innocenti conversazioni.
Alla fine del processo, arrivò addirittura a prevedere che una sua condanna, avrebbe potuto avere ripercussioni per gli ancora 28 italiani prigionieri in Unione Sovietica; da notare :
a) che la guerra era abbondantemente finita e l’Italia era passata al fianco degli Alleati
b) la minaccia di stampo mafioso.
Ed infatti il D’Onofrio non vinse la causa e i 28 prigionieri furono condannati a 20 anni di lavori forzati con l’accusa di “attività  antisovietica“; riuscirono a rimpatriare solo nei primi mesi del 1954.
In diversi testi di reduci dal Fronte Orientale, si possono trovare precise indicazioni sulle attività  dei fuoriusciti italiani durante la ritirata dell’A.R.M.I.R. e durante la prigionia dei soldati.
Essendo i comunisti italiani, militanti nell’Armata Rossa, s’infiltravano nelle colonne in ritirata con compiti di spionaggio.
Secondo alcuni autori protagonisti dei fatti, diversi fuoriusciti si macchiarono anche d’assassinio, colpendo a morte i feriti rimasti incustoditi; la presenza di diversi soldati inspiegabilmente uccisi con un colpo alla testa rafforza indubbiamente questa ipotesi.
Per dare un’idea della formazione della classe politica comunista di quegli anni (e dei successivi), potremmo utilizzare le parole utilizzate da Togliatti per definire Giovanni Gentile il giorno del suo assassinio: “bandito politico, camorrista e traditore volgarissimo” (parlo usate tutt’oggi per delegittimare gli avversari politici).
Da ricordare che Gentile era un filosofo e non un appartenente alle forze armate della R.S.I.

Qualche storia

Ogni emigrato appena arrivato doveva riempire un questionario – l’anetka – specificando le proprie esperienze, idee e frequentazioni politiche; questo veniva poi custodito negli archivi dell’Internazionale, venendo aggiornato regolarmente grazie ai rapporti delle numerose spie, confidenti, ecc.
Agli italiani veniva poi subito chiesto se conoscevano Bordiga, se avessero avuto rapporti con lui, quali, e cosa pensavano del suo allontanamento dalla direzione del Partito. Va ricordato che il 15-02-1926 nell’Esecutivo allargato dell’Internazionale vi fu il celebre scontro tra Bordiga e Stalin e da allora tutti gli italiani furono sospettati di bordighismo.
Al momento dell’interrogatorio, l’imputato si vedeva chieder conto di cose fatte o dette, anche confidenzialmente, persino dieci o quindici anni prima. L’obiettivo era far cedere, capitolare, costringere ad atto di sottomissione verso il Partito, fatto passare come organismo che non poteva sbagliare MAI, e magari indurre a far diventare le stesse persone delle spie, infiltrati o provocatori – ben remunerati peraltro – coinvolgendo altri nei processi (fare i nomi di altri “controrivoluzionari” era una delle cose più apprezzate dagli inquirenti e ciò metteva fine ai tormenti).
KRTD: questo era l’acronimo della dicitura di condanna di buona parte di loro e significava “Controrivoluzionario Trozkista/Bordighista”, il che comportava le pene più severe, i lavori peggiori e minori razioni di cibo (nei gulag i detenuti politici erano sottoposti all’autorità dei criminali comuni, cui le Amministrazioni dei campi delegavano il controllo delle baracche e dello svolgimento della vita del campo).
Come risulta evidente, morirono molti più comunisti nelle carceri staliniane che in quelle fasciste; non foss’altro che per questo solo dato, parlare ancor oggi di Antifascismo, per un rivoluzionario, equivale, quanto meno, a disarmare se stessi oltre alla classe.
Uno dei primi italiani ad incorrere nella giustizia sovietica fu Virgilio Verdaro (1885-1960): confinato per disfattismo nel primo conflitto bellico, fu vicino alle posizioni del Soviet di Bordiga e già dal 1918 diviene coordinatore per la Toscana della Frazione Comunista Astensionista (1920) che in tale regione ebbe anche grazie a lui un seguito non trascurabile.
Così, il 15-01-1921 fu tra i fondatori del PCd’I al teatro San Marco di Livorno divenendo membro del primo Comitato Centrale.
Dal 1924 si trasferisce in Urss su incarico del Partito, soggiornando al famigerato Hotel Lux. Inviso per la sua militanza nella Sinistra e critico verso le scelte del Partito e dell’Internazionale – quello fu il periodo della bolscevizzazione forzata del PCd’I ad opera di Zinoviev, della Conferenza di Como (1924) del Congresso e Lione (1926), del Comitato d’Intesa – dal 1927 viene messo sotto sorveglianza dalla Ghepeù (l’ex Ceka leniniana, ossia la commissione contro il saccheggio ed i controrivoluzionari, poi Nkvd, poi ancora Kgb). Nel 1931, prevenendo un imminente arresto, fugge precipitosamente dall’Urss grazie ad una raccolta di soldi dei compagni italiani. La moglie e compagna Emilia Mariottini, impossibilitata a seguirlo perché incinta, fu licenziata dal lavoro e perse l’alloggio al suo rifiuto di diventare spia della polizia e di ricusare il marito. In seguito a ciò perse il figlio e visse in condizioni di estrema povertà fino al 1945, quando riuscì ad espatriare anch’essa.
Verdaro intanto si era stabilito in Belgio dove si riunì coi compagni della Frazione scrivendo spesso sul suo organo – Prometeo – col soprannome di Gatto Mammone. Da quelle colonne spesso denunciò le politiche staliniane. Con la guerra si trasferì nella nativa Svizzera dove perse i contatti con gli altri compagni, tant’è che si iscrisse al Partito Socialista ticinese. Rientrato in Italia, morì a Firenze senza più riavvicinarsi alle posizioni comuniste rivoluzionarie a riprova, probabilmente, che come si dice “è difficile invecchiare nel marxismo…”
Luigi Calligaris (1894-1937): egli, vicino alla Sinistra apertamente ed orgogliosamente sin dalla sua defenestrazione, era riparato in Urss nel 1933 dopo cinque anni di carcere fascista. Presiedette inizialmente il Circolo degli Emigrati di Mosca, il luogo dove di regola si svolgevano i dibattiti politici all’interno delle comunità di emigrati. Come tali erano attentamente sorvegliati dalla Ghepeù che vi aveva molti spie ed infiltrati.
Rimosso da tale carica, dopo aver in precedenza rinunciato ai corsi dell’Università Leninista, per il suo aperto ed ostinato “bordighismo”, partecipava comunque alle sue riunioni e vi aveva formato un gruppo “di sinistra” insieme ad Alfredo Bonciani, Ezio Biondini, Rodolfo Bernetich, Giovanni Bellusich, Arnaldo Silva, Giuseppe Sensi ed agli anarchici Otello Gaggi e Gino Martelli.
Insieme ai primi quattro, nel dicembre del 1934 fecero giungere una lettera a Prometeo – organo della nostra Frazione – a Bruxelles, con cui erano in contatto nonostante la censura poliziesca, denunciando la situazione interna russa e del partito bolscevico.
Arrestato poco dopo l’uscita dell’articolo su Prometeo grazie al lavoro delle spie presenti a Bruxelles, interrogato, torturato per estorcergli le confessioni volute, fu condannato a tre anni di gulag, poi aumentatigli in itinere. Verosimilmente morirà di stenti nel 1937.
Merini, libero dopo dieci anni di gulag ma distrutto nello spirito ed ancora sorvegliato, chiederà alla delegazione del Pci, allora a Mosca per un Congresso (nella persona di G. Pajetta), di essere rimpatriato; il giorno successivo viene di nuovo arrestato dal Nkvd e condannato ad altri dieci anni di gulag, venendo poi ucciso da un delinquente comune in circostanze mai chiarite.
Probabilmente Bellusich e Bernetich furono fucilati già nel 1937. Gaggi e Martelli (che in Italia erano stati condannati rispettivamente a venti e trent’anni di carcere) perirono nei gulag.
Bonciani fu accoltellato a morte nella camera dove risiedeva da due delinquenti comuni italiani (alloggiati per l’occasione alla Casa del Rivoluzionario – ricovero per vecchi bolscevichi – a spese del PCd’I!!). Arrestati dalla “giustizia” sovietica furono condannati a ben… tre mesi, e non è neppure certo che li scontarono per intero. Anche in questo caso i calunniatori stalinisti sostennero che era stato liquidato in quanto la sua attività di spia era nota già da quando era in Italia.
Silva era conosciuto nell’ambiente italiano perché, in carcere durante il noto processo ai comunisti italiani del 1923, riuscì ad evadere da Regina Coeli facendosi passare per un avvocato in visita ai detenuti e si beffò poi del direttore del carcere con una lettera aperta sulla stampa del Partito. In Urss dal 1923, diverrà poi colonnello dell’Armata Rossa. Sarà fucilato nel 1937 o 1938.
Tale gruppo godeva anche della simpatia e dell’appoggio indiretto di Francesco Misiano, figura allora molto nota in quanto presidente del Soccorso Operaio Internazionale, che morirà di malattia alla metà del 1936 poche settimane prima – sembra ora certo – di essere arrestato dalla Ghepeù, e di Guido Picelli, comandante degli Arditi nella celebre battaglia dell’Oltretorrente parmense, ucciso in una trincea spagnola da un colpo… alla nuca (aveva chiesto, come molti altri, di andare volontario in Spagna per sfuggire al molto probabile arresto in Urss, da cui, non va scordato, era impossibile espatriare. Là aveva preso contatti col Poum).
Dalla primavera del 1935 su Prometeo, a firma di Gatto Mammone, comparvero così una serie di articoli che denunciavano la scomparsa di questi compagni (“Il Caso Calligaris”, “Calligaris dov’è?”, “Noi, Calligaris ed il centrismo”, “Denunciamo la scomparsa del compagno Calligaris”). Fu la prima denuncia dei crimini staliniani nella storia.
I compagni della Frazione decisero poi di scrivere una lettera aperta al CC del Partito Bolscevico; lettera che non ottenne nessuna risposta.
Ancora nei primi mesi del 1938, i nostri compagni d’allora della Frazione pubblicarono su Prometeo una lista di circa venti compagni mancanti all’appello, di cui si denunciava la detenzione o, peggio, la liquidazione fisica.
In tale vicenda si inserisce anche quella del giovane operaio torinese Emilio Guarnaschelli, emigrato in Urss nel 1932; non vi è evidenza di suoi legami con la Sinistra, ma anch’egli fu coinvolto nel processo al “gruppo Calligaris” e fu condannato a tre anni, poi raddoppiati, di Siberia, preferendo questa pena all’espulsione dal paese, bollato come “nemico del popolo sovietico e del socialismo”. Vi troverà la morte.
La sua storia è esemplare perché per decenni lo stalinismo ha sostenuto che fosse una spia al servizio dell’Ambasciata Italiana; documenti recenti mostrano che ciò era pura calunnia (anzi, l’Ambasciata ricevette istruzioni precise, dal Ministero, di smettere di interessarsi presso le autorità sovietiche della sua sorte, come di quella della maggior parte degli internati italiani). Lui, come molti altri, compreso Calligaris, privati del passaporto dalle autorità sovietiche ed abbandonati dal partito italiano, richiedeva alle ambasciate d’Italia nuovi documenti per poter espatriare legalmente – diventando ciò sufficiente per essere considerati delle spie. La sua storia fu conosciuta solo grazie alla sua compagna Nella Masutti – internata lei stessa per un certo periodo – che fece stampare il carteggio del Guarnaschelli, coi suoi familiari e con lei, nel dopoguerra nell’ambito di iniziative del movimento trozkista d’oltralpe. In Italia giunse solo negli anni 1970 circondato dallo scetticismo.
Anche la frase con cui chiude una delle sue ultime lettere citata con gioia maligna da tutti gli anti-comunisti nostrani e che gli valse la calunnia picista (“Compagni ci siamo sbagliati… in Urss non c’è il socialismo”) è quella di un giovane operaio comunista, magari politicamente grezzo, che constata come in Urss non ci sia alcunché di socialismo, che vi si vive peggio che in Italia, non certamente di uno che cessa di credere nella possibilità del socialismo. Da considerare che i suoi familiari inizialmente non credevano a quanto lui scriveva sulla sua vicenda e sulla realtà sovietica, tanto erano influenzati dalla propaganda staliniana.
Dante Corneli (1900-1990): anche su di lui si vuole portare l’attenzione dei compagni, pur non essendo ascrivibile in toto alla Sinistra.
È il militante comunista che ha scontato più anni di tutti, ben ventiquattro tra gulag e confino obbligato, riuscendo a sopravvivere, e che più di tutti si è impegnato per far conoscere la sorte dei suoi compagni. Nel 1919 in occasione dello sciopero nazionale di solidarietà con la Repubblica Ungherese dei Consigli, ospitò e conobbe l’allora esule G. Lucakcs, con cui si incontrerà di nuovo, anni dopo, durante la detenzione in Urss. Fuggito nel 1922 da Tivoli dopo aver ucciso un fascista durante degli scontri armati, ripara in Urss ai primi di novembre dello stesso anno, in tempo per assistere alle celebrazioni del V Anno della Rivoluzione, meravigliandosi non poco del fatto che non esistessero palchi per le autorità e che ogni semplice militante potesse stringere la mano e chiacchierare, come lui fece, con bolscevichi di primo piano come Trotsky e Bucharin (cui rimase molto legato fino alla sua morte). Operaio, membro dell’Opposizione, nel 1927 viene espulso dal Partito bolscevico per rientrarvi due anni dopo con la svolta “a sinistra” di Stalin menzionata all’inizio. Dopo ciò frequentò sempre meno attivamente i Circoli degli Immigrati subdorando l’atmosfera di sospetto e culto dei capi che vi si respirava. Nel 1936 viene arrestato e sconterà in tutto ventiquattro anni tra gulag e confino; la sua è una vicenda giudiziaria kafkiana (per es., la prima condanna scadeva il giorno stesso in cui l’Italia dichiarò guerra all’Urss, cosicché la stessa gli venne procrastinata, senza che venisse stabilito un termine, in quanto, oltre che trozkista, era anche una spia fascista al servizio di Mussolini!). Nel 1970 rientra in Italia grazie all’interessamento dell’amico di gioventù U. Terracini e da allora, per i successivi vent’anni, scriverà molti testi per narrare la storia dei comunisti italiani in Urss, delle sue vittime – di cui fece un elenco alfabetico di circa tremila nomi – e… dei suoi persecutori; nessuno di questi fu mai pubblicato da nessuna casa editrice, neppure nell’ambito della Nuova Sinistra degli anni 1970, tant’è che fu costretto a stamparli a proprie spese. Sembra anche, ma non è certo, che in sua assenza una parte dei manoscritti furono prelevati da casa sua da sconosciuti agenti della…Siae – verosimilmente funzionari del Pci – come raccontato dall’anziana sorella. Fu pubblicato solo nel 1978 e solo da La Pietra – di area Pci – il suo “Diario di un redivivo tiburtino”, seppur amputato in alcune sue parti e con un taglio in linea con le politiche dominanti nel Pci d’allora. Tale testo sarà ristampato solo nel 2000 a cura della Fondazione Liberal, covo di pericolosi rivoluzionari (!) come Romiti, Tronchetti-Provera, Della Valle, Galli della Loggia, Panebianco ed altri simili figuri…
Egli chiese più volte incontri pubblici per denunciare la sua, e non solo, vicenda ottenendo scarsa attenzione; nel 1978 fu ospite del giornalista televisivo Enzo Biagi per un contraddittorio con Roasio e nel 1982 fu intervistato per Repubblica da M. Mafai.
Morirà praticamente isolato ed in grosse difficoltà economiche.
Stessa sorte era toccata vent’anni prima ad un altro suo corregionale, Antonio Scarioli. Rientrato in Italia, a Genzano, in provincia di Roma, alla morte di Stalin dopo molti anni di gulag, “osò” parlare coi “compagni” del Pci cittadino delle sue vicende e questo fu il motivo per cui venne, prima, considerato come pazzo e, successivamente, gli fa perdere il lavoro di bracciante nella cooperativa “rossa” dove lavorava, ed il relativo l’alloggio.
Corneli è importante anche per una testimonianza in prima persona da Vorkuta. Mentre altri detenuti accettavano rasseganti il loro destino cercando di sopravvivere alle meschinità, alle violenze e alle durezze quotidiane che la terribile vita dei campi imponeva, mentre altri ancora pensavano d’esser stati vittime d’un errore continuando ad aver fede cieca nel Partito e nel Piccolo Padre, cui venivano indirizzate giornalmente centinaia di suppliche di revisione dei loro casi, Corneli ha modo di tratteggiare, in modo vivido e ammirato, gli internati che si dichiaravano trozkisti, forti delle loro convinzioni e mai domi – molti di essi erano detenuti già da circa un decennio – e che rappresentavano un mondo a sé. Tramite iniziative di lotta, quali astensioni dal lavoro, scioperi della fame, resistenza passiva, avevano ottenuto dalle Direzioni di molti campi di poter vivere raggruppati nelle stesse baracche, di formare omogenee colonne di lavoro (col che poter essere d’aiuto ad altri compagni cui non riusciva di raggiungere la propria quota individuale di produzione assegnata, indispensabile per ricevere il vitto necessario a sopravvivere nel clima siberiano), di non aver nessuno contatto coi criminali comuni – i veri padroni dei campi. Inoltre, ricorda ancora Corneli, quelle stesse persone…

dopo 10, 12 od anche 14 ore di lavoro nel gelo siberiano a meno 30 sotto zero trovavano ancora la voglia ed il tempo per interminabili discussioni notturne sul Capitalismo, il Partito, la Classe, la Collettivizzazione, l’Accumulazione Primaria, il Nazifascismo, la Democrazia ecc.

Taluni di loro, quasi sempre bolscevichi della prima ora, avevano anche copie “segretissime” dei libri messi all’indice da Stalin di cui spiegavano il contenuto ai compagni più giovani. Inoltre, avevano sviluppato una fitta rete di corrispondenze coi detenuti degli altri campi attraverso i sistemi più ingegnosi; famosi erano i “giornali volanti”, consistenti in singoli articoli redatti collettivamente che i compagni prossimi al trasferimento da un campo all’altro trasportavano (occultandoli addirittura nelle asole dei bottoni o dentro i pesanti berretti di pelliccia) per sviluppare il dibattito sui temi più sentiti. Quando questo sistema fu scoperto dalle autorità, gli stessi incominciarono ad imparare a memoria ciò che dovevano poi riferire ai compagni nei gulag di destinazione…
Col 1937 però tutto questo cessò; la vita nei lager peggiorò sensibilmente per tutti e – ricorda Corneli – nella sola Vorkuta le esecuzioni notturne dei trotzkisti andarono avanti per molte notti consecutive. I sopravvissuti persero tali “benefici” e furono dispersi nell’immenso universo concentrazionario.
Vincenzo Baccalà: ex segretario della federazione romana del PCd’I, arrestato e fucilato nel 1937, è noto tramite le memorie della moglie e compagna Pia Piccioni, il cui “Compagno silenzio – una vedova nei gulag di Stalin”, fu una delle primissime pubblicazioni apparse nel dopoguerra ed a cui su Battaglia Comunista venne data voce. Per inciso la sua testimonianza ci dà conferma della validità della posizioni della Sinistra anche subito dopo l’omicidio Matteotti; egli, trovandosi allora in carcere a Roma, fu inaspettatamente liberato e il direttore del penitenziario gli chiese pensieroso “Che farete ora?”.
Mentre la direzione centrista del PCd’I impantanava il partito nella tattica suicida e disarmante dell’Antifascismo parlamentare e nella lesa democrazia, la Sinistra riteneva si potesse e dovesse portare la questione sul piano di classe facendo appello al proletariato per arginare in quel modo la violenza fascista, essendo quella ritenuta l’ultima occasione ancora possibile. La tattica adottata era quella dei cosiddetti “comizi volanti”, ossia dei comizi tenuti improvvisamente davanti alle fabbriche all’uscita dei lavoratori od in zone popolari per saggiare la disponibilità alla lotta degli stessi. Ebbene, i riscontri, per quanto parziali, erano positivi e confortanti, c’era voglia di reagire tra i lavoratori, e si poteva e doveva chiamare il proletariato alla lotta.
Non essendo avvenuto nulla di tutto ciò, mancando direttive precise per i militanti e per tutto il proletariato e parallelamente riorganizzandosi e rigalvanizzandosi l’apparato statale, l’occasione sfumò e – come ci ricorda Vincenzo Baccalà – egli fu tranquillamente ri-arrestato pochi giorni dopo a casa propria dalle guardie regie per terminare di scontare la propria condanna al termine della quale partì per l’Urss.
Edmondo Peluso (1882-1942): definito dalle stesse fonti borghesi il John Reed od il Che Guevara del PCd’I. Cittadino del mondo, come si autodefiniva, essendo nato a Napoli ed avendo frequentato le elementari in Spagna, le medie superiori in America e l’università in Germania e Svizzera. Giornalista, manovale, fuochista, e mille altri mestieri svolse dal Sudamerica fin nelle Filippine ed in Giappone.
Amico dello scrittore socialista Jack London e di De Leon (leader del Partito Socialista Americano), frequentò Klara Zetkin, Rosa Luxemburg, K. Liebknecht, Radek ed anche Laura Marx e Paul Lafargue a Parigi.
Presente a Zimmerwald nel 1915, su posizioni centriste come tutto il partito socialista italiano, conobbe Lenin e la delegazione bolscevica. L’anno dopo, a Kienthal, ruppe con la disciplina di partito astenendosi dal votare la risoluzione centrista uscita da quel Congresso, in quanto più convinto dalle tesi della sinistra (bolscevichi e gruppo di Brema ed Amburgo) rammaricandosi in seguito di avervi aderito pienamente solo dopo l’Ottobre.
Nel 1918-19 partecipa ai moti spartachisti di Berlino, è, nel 1920, membro della Frazione Astensionista e della delegazione italiana al 4o Congresso dell’Internazionale, nel 1922. Collaborò alla redazione di molti opuscoli dell’Internazionale per esplicita volontà di Lenin, che sin dall’anno prima lo aveva definito:

una delle penne più brillanti del partito italiano che può e deve scrivere tre o quattro volte di più di ora in tutte le lingue che conosce.

Assiste persino all’insurrezione di Canton, in Cina, nel 1927 poi repressa nel sangue e da cui si salverà fortunosamente.
Arrestato dalle guardie regie per renitenza alla leva e disfattismo (non aveva fatto il soldato in Italia) e bastonato dai fascisti più volte sin dal 1921 emigra definitivamente in Urss nel 1926.
Da allora restò abbastanza defilato, iscrivendosi comunque al Partito Bolscevico al quale non sembra però aver mosso critiche tali da destare sospetti o delazioni. Pare anche frequentasse poco i Circoli degli Emigrati.
Arrestato nel 1938, venne interrogato, torturato per ottenere la confessione che non diede mai: ecco perché venne fucilato soltanto quattro anni dopo (in genere le condanne a morte erano eseguite dopo poche settimane dalla sentenza). E si consideri che tutti, da Bucharin a Zinoviev, avevano confessato di tutto.
Dal Gulag non si evadeva per il semplice motivo che non c’era nessun posto dove andare. Il solo gulag di Karaganda, in Asia centrale, ad esempio, era esteso quanto gli odierni Paesi Bassi.
La spopolata Repubblica dei Komi, in Siberia, un unico immenso gulag, sconosciuta ai più oggi come allora, è il 30% più estesa dell’Italia.
Gulag come Karaganda o Vorkuta pare abbiano ospitato fino a trecentomila internati ciascuno. Col sistema concentrazionario sovietico si ritiene abbiano avuto a che fare non meno di venti milioni di persone. Se non è certo costume marxista prendere per oro colato tutto ciò che viene sostenuto dagli storiografi, appartiene però interamente al marxismo il metodo di considerare le aberrazioni descritte senza ricorrere alle categorie idealistiche della malvagità umana, della follia ecc. ecc. In termini di classe si è trattato di un gigantesco processo di accumulazione originaria del Capitale in un paese immenso (si pensi ai “I fattori di razza, religione, geografia ecc.”) che doveva, sotto il peso della concorrenza straniera, della crisi del 1929, dei preparativi per la guerra, accelerare in pochi anni i processi che altri paesi avevano svolto in decenni o addirittura secoli. Una gigantesca estorsione di plusvalore assoluto. Il sistema concentrazionario si basava sull’estrazione di metalli per l’industria pesante, il disboscamento e la bonifica degli immensi territori disabitati, la creazione di infrastrutture viarie – ancor oggi centrale in Siberia è la cosiddetta “Strada delle Ossa”, ossia i 2000 km di strada che attraversano tutta la regione, sotto cui giacciono le ossa di centinaia di migliaia di morti. Ad esempio, quando servivano tecnici per aprire una nuova miniera od un pozzo petrolifero si escogitava sempre un qualche “complotto” di trotzko-fascisti e sabotatori vari i cui “colpevoli” erano proprio le figure professionali di cui si abbisognava e che, a tale scopo, venivano inviate là a lavorare gratis. Gli stessi internati notavano che il lavoro di una settimana di cento persone poteva essere svolto in un giorno o due da un trattore. Un ex-deportato italiano, stalinista fino al midollo, osservava:

Mi spiace solo di essere andato a lavorare nelle miniere della Kolyma scortato dalla polizia in manette e come nemico del popolo – se me lo avessero chiesto, appellandosi al mio spirito internazionalista, ci sarei andato volontario di sicuro.
    Anonimo, dal testo “Italiani nei Lager di Stalin”

Infine, due parole sui persecutori affinché le nuove generazioni li possano e vogliano gettare definitivamente, come meritano, nella pattumiera della storia. Oltre al noto Ercoli/Togliatti, vi fu tutto un strato di dirigenti, i vari Dozza, Grieco, Berti, Germanetto, Pastore e dei fedeli esecutori quali Robotti, Vidali, Barontini e Roasio, (quest’ultimo inizialmente vicino alla Sinistra e perciò in seguito tanto più zelante nella sua persecuzione), attivi finanche in Spagna, dove compirono la loro sporca bisogna, assassinando gli oppositori di sinistra e contribuendo a soffocare le più genuine istanze del proletariato spagnolo.

9 commenti su “I comunisti italiani nei lager russi

  1. Fai molto bene a ricordare certe cose, perché i compagni di Togliatti sono ancora tra noi e fanno anche i presidenti della Repubblica…
    Un caro saluto,
    Lontana
    P.S. Mi piace molto il tuo nuovo template! 🙂

  2. Amico, sto leggendo l’ultima fatica di Pansa e più leggo e più non mi capacito del fatto che i comunisti esistano ancora sulla scena politica di un Paese che si definisce civile e democratico.

  3. Led,
    è perchè non sono capaci di autocritica ed anche perchè i loro sostenitori sono dei pecoroni ciechi e sordi.

    Lontana,
    grazie 🙂 A forza di battere il martello alla fine qualcuno si accorgerà di quello che è successo e che si ripete da 100 anni a questa parte?

  4. Ammiro il lavoro puntiglioso di ricerca che impegni in questi post.
    Peccato che questo stesso impegno non se lo siano mai addossato gli strici, quelli strapagati per riempire di menzogne i libri di testo delle scuole non solo italiane.

    Grazie, Bisquì! -))

    Perla

  5. “…i nostri soldati stavano bene ed erano trattati con riguardo”.
    Non solo i soldati.
    La cosa più meschina è che c’erano militanti di provata fede al Partito che hanno creduto,
    ingenuamente, alle menzogne loro raccontate.
    Ancora oggi, quando sento le loro storie, resto allibita.
    Alcuni di essi si commuovono nel ricordare il tradimento subito…

    Ciao Bis

  6. mah, in realtà lo scandalo non è tanto quell’80% di prigionieri morti (viste le condizioni di vita del russo medio dopo le “riforme agricole” sovietiche e 2 anni di guerra ci sarebbe da stupirsi altrimenti. Lo scandalo è ceh il “migliore” ebbe parte attiva e consenziente nello sterminio di chi, invece, era sopravvissuto al freddo e stenti.
    E poi noi ci siamo dovuti sorbire non solo lui come eroe della democrazia, ma pure la pu##ana che si portava a letto come preseidente della camera. Che paese di merda…

  7. Vedi che Stalin è stato il + grande benefattore dell’umanita?

    ha fatto fuori + comunisti lui che Hitler e Mussolini messi assieme

  8. Ciao Antonio 🙂 Perla… la mia Perluzza! Quello del maccheronismo è un difetto tutto Italiano. Anche nel caso di Pansa, se quelli che hanno armato tutto il casino si fossero degnati di consultare gli archivi di stato, si sarebbero accorti che difettavano di informazioni. Nel mio pensiero : le informazioni le hanno ma sono faziosi. Monica, l’ipocdrisia è una “dote” di tutti i politici. Ma quando si tratta dell’uso di vite umane … Hermes, credo che sia un atteggiamento “normale”. La menzogna è giustificata dal fine. Paola, non riesco a capire se la tua è una frase sarcastica o una battuta spiritosa. In ogni caso non mi sembra che sia molto giusta nei confronti di chi ci ha lasciato la pelle. Sarebbe stato meglio uno stalin in meno e non solo lui, visto che tutto inizia con lenin (e segue con tutta una generazione di debosciati, fino ai giorni nostri in tutto il pianeta), e qualche comunista morto in meno.

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