Comunismo : Le vittime Italiane

Nella lunga serie di capitoli che scandiscono la storia criminale del totalitarismo comunista quello sulle vittime italiane dello stalinismo è ancora in gran parte da scrivere, nè si può dire se sarà  mai possibile tracciarne un quadro compiuto rinvenendo nei labirinti degli archivi segreti i segni di tante esistenze risucchiate nel nulla.
Lo dimostra anche l’agghiacciante notizia trasmessa alle agenzie occidentali dall’associazione “Memorial” di Mosca – un gruppo di ex dissidenti e di storici che da tempo sta cercando di sottrarre all’oblio il destino tragico di tante vittime che lastricarono la costruzione del comunismo in Unione Sovietica – e compiutamente ripresa da noi soltanto da “la Repubblica” e da pochi altri giornali, e in Tv solo dal Tg4.
In una dacia a pochi chilometri da Mosca si è rinvenuto uno dei cimiteri in cui finirono i resti di coloro che la polizia politica arrestava all’alba – “l’ora del lattaio…”, come ebbe a dire Josip Mandel’stam – dopo che qualcuno, il più delle volte per salvare se stesso assicurandosi qualche gallone al merito, li aveva accusati di deviazioni dalla linea rivoluzionaria o di tradimento della lotta di classe. Un immenso ossario di circa 6.500 persone, finite in genere con un colpo alla nuca dopo un processo farsa se sopravvissute alle torture che venivano loro inflitte per fargli confessare inesistenti trame controrivoluzionarie, o per dimostrare il loro reale dissenso rispetto alla condotta che Stalin e i suoi accoliti avevano impresso al partito.
Il capo dei torturatori divenne un nome celebre negli annali nel comunismo sovietico: era Genrikh Iagoda l’antico compagno di Lenin, rivoluzionario della prima ora e già  capo della Ceka, poi dirigente dell’Nkvd, e come tale installatosi con i suoi macellai nella bella villa alle porte della capitale, immersa in un grande bosco, tanto grande da poter ospitare, una dopo l’altra, le salme delle migliaia di disgraziati che vi affluirono nella seconda metà  degli anni ’30. Pare fossero tutti esponenti a vari livelli del partito comunista sovietico e dei partiti occidentali: di certo vi lasciò la vita “il nemico numero uno della rivoluzione”, come ebbe a definirlo Stalin, ossia il deviazionista “di destra” Nicolaj Bukharin che aveva osato sfidare “il piccolo padre”.
I documenti rinvenuti da “Memorial” ci dicono che fra i tanti cadaveri si trovano anche i resti di alcuni italiani assassinati nel 1938: un ingegnere, un musicista, un cineasta, un regista, un operaio torinese. In realtà  si trattava di attivisti politici comunisti che si erano da tempo rifugiati in Urss per sfuggire alle condanne inflitte loro dal regime fascista o per salvarsi dagli squadristi: nomi certo non sconosciuti come quello del marchigiano Renato Cerquetti o di Lino Manservigi, l’operaio Lancia già  dirigente della giovent๠socialista torinese, fra i protagonisti dell’occupazione delle fabbriche del ’20, poi passato con il Pcd’I nel ’21 e che aveva scelto volontariamente di vivere in quella che credeva la patria del socialismo.
Dall’Italia partirono almeno duecento quadri comunisti per non fare più ritorno. Un vecchio calcolo fatto da Guelfo Zaccaria certamente per difetto: Dante Corneli, “il redivivo tiburtino”, colui che inopinatamente ricomparve a Tivoli suo paese natio dopo 50 anni in Unione Sovietica, di cui 24 trascorsi ai lavori forzati nell’inferno polare delle miniere di Vorkuta, e che dedicò quelli che gli rimasero da vivere a rintracciare prove e protagonisti di una storia cui nessuno voleva credere, ha elencato nomi e cognomi di qualcosa come 500 vittime italiane dello stalinismo, ma altre fonti parlano di 600.
Dovrebbe far riflettere che i libri che Corneli dette alle stampe fra la fine degli anni 70 e gli 80 furono ben una ventina: una serie di libretti e opuscoli in modesta brossura bianca che lo sventurato operaio pagò a proprie spese, così come condusse con sue risorse, aiutato da pochi, le pazienti ricerche per ritrovare famiglie e conoscenti. Una produzione che circolò in Italia alla stregua di samizdat semiclandestini: se li scambiavano sommessamente alcuni studiosi, circolavano fra i vecchi militanti, ma l’autocensura comunista era tale che nessuno osava parlarne apertamente. Neanche l’autobiografia che la casa editrice La Pietra pubblicò nel 1977 smosse veramente qualcosa. Così come non riuscì a scalfire gran che il volume di memorie della più nota dirigente comunista torinese Felicita Ferrero che, nel suo “Un nocciolo di verità ” del 1978, aveva ben descritto il meccanismo psicologico del terrore, raccontando come sul finire degli anni 30 negli uffici di Radio Mosca, il suo osservatorio privilegiato, le scrivanie si spopolassero ogni mattina di più senza che nessuno osasse chiedere perchè… Più scalpore fece la pubblicazione delle lettere del giovane operaio torinese Emilio Guarnaschelli arrivato a Mosca pieno di illusioni nel 1933 e morto di stenti in Siberia nel 1939 (Garzanti, 1982).
Ma sostanzialmente nella sinistra comunista non si innescò mai un serio dibattito storico che avrebbe significato rimettere in discussione non solo l’operato di Togliatti, che dai vertici del Comintern e delle organizzazioni comuniste internazionali non potè non sapere del massacro degli italiani e nulla fece per impedirlo, ma anche la storia del partito, delle sue connivenze e delle sue complicità , e soprattutto la natura totalitaria del comunismo. Fu questo il limite invalicabile del dibattito quando venne meno la consegna del silenzio: salvare l’ideologia comunista ammettendo le sue degenerazioni. Lo stalinismo si riduceva ad una deviazione dai giusti principi e aveva quindi portato a conseguenze così tragiche.
Anche in casa socialista mancarono coraggio e iniziative politiche: dopo la svolta del ’56 che mise fine al filosovietismo in cui il Psi, unico fra i partiti socialisti occidentali era andato a cacciarsi, bisognò aspettare la felice stagione di “Mondoperaio” sotto la direzione di Federico Coen per prendere di petto il problema e affrontarne le radici teoriche; ma soltanto nel 1988 il partito si decise a promuovere un grande convegno politico-culturale su “Lo stalinismo nella sinistra italiana” che, certo, fece discutere, ma oramai eravamo alla vigilia della caduta del Muro.
Che l’argomento non sia stato digerito neppure adesso dai nostrani postcomunisti lo dimostra la recente intervista a “La Stampa” dell’on.le Violante che continua a parlare di degenerazioni staliniane rispetto ai nobili principi dell’ideologia comunista, come se il leninismo non fosse stato anch’esso implacabilmente feroce e come se quella ideologia – l’egualitarismo fra gli uomini per mezzo dell’eliminazione delle classi sociali – non avesse provocato in tutti i paesi in cui si tentò di attuarla cumuli di cadaveri e disgrazie quali l’umanità  nella sua sofferta storia non aveva mai visto.
Brucia il parallelismo noltiano fra totalitarismo nazista e comunista: certo sono fenomeni complessi con motivazioni, sviluppi e strutture organizzative assai diversi e solo arbitrariamente paragonabili. Ma forse che i metodi di Iagoda non sono sinistramente simili a quelli di tutte le dittature militari e non di questo mondo? L’Urss fu qualcosa di più insidioso di una dittatura: fu uno stato ideologico totalitario di massa, ove il controllo dei singoli era implacabile, imprevedibile e strumentale rispetto alla lotta di potere e, data l’arretratezza economica del paese, anche rispetto alle sue esigenze di sviluppo; si ricordino ad esempio i lavori forzati per costruire le grandi vie di comunicazione con le massicciate della Transiberiana e i grandi canali in cui si cementificavano anche i cadaveri dei poveretti che vi morivano lavorando.
Eppure, il ghigno ripugnante di Pinochet dietro cui si celano 3.500 vittime cilene, per cui giustamente lo perseguono i tribunali internazionali, non è molto diverso da quello degli aguzzini della Ghepè e dei loro mandanti politici e i loro sistemi di inquisizione e di eliminazione presentano troppe macabre somiglianze per non autorizzare certi parallelismi.

2 commenti su “Comunismo : Le vittime Italiane

  1. Il libro nero del comuismo europeo. Appena uscito. Sempre coordinato da Courtois.
    Ultimo capitolo dedicato a Togliatti e ai comunisti italiani …

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