C'è una missione da compiere

Sono quasi 9000 i nostri soldati, impegnati in 13 Paesi. Con obiettivi diversi ma molto in comune: un nuovo modo intelligente di fare il militare, qualche problema di soldi e un’esperienza che non è sempre facile portarsi a casa. àˆ ora di occuparsi meglio di loro

di Alessandra Baduel e Luca Rastello

Non c’era abituata, l’Italia, ad avere soldati in giro per il mondo, là  dove si fa, bene o male, la storia. E non si può dire che ci si stia abituando in fretta: così, intorno a quegli 8875 uomini e donne, 1223 in Bosnia, 2601 in Kossovo, 165 in Macedonia, 570 in Afghanistan e soprattutto 3024 nell’occhio del ciclone in Iraq, va in scena da settimane un teatro degli equivoci in Parlamento, degli affetti e dei dispetti a Sanremo, della retorica patriottica e del pacifismo nelle piazze. Col risultato di moltiplicare l’incomprensione: negli stessi giorni in cui in Italia lo slogan di maggioranza sull’Iraq è “non possiamo non restare”, Time intitola un servizio sullo “sgancio” delle truppe Usa da Baghdad “Contando i giorni alla partenza”, con la foto di un soldato che segna le settimane sul muro come un prigioniero. E nessun alto comando ha minacciato di strappare l’abbonamento. Dietro le parole d’ordine opposte, invece, la realtà  è complessa e piena di novità  da cogliere, a partire dalla trasformazione del “mestiere delle armi”: “Siamo passati”, spiega il generale Giorgio Battisti, “da una situazione che definirei di “esercito in potenza”, cioè in perenne addestramento, a una di “forza in atto”, dove la struttura è chiamata ad agire in tempi brevi e su scala mondiale. Ma insieme la funzione di ogni militare è diventata anche sempre più diplomatica: il soldato in missione rappresenta il suo Paese e questo comporta una responsabilità  che si misura in ogni suo gesto, anche e soprattutto nel rapporto con i civili”. Giorgio Battisti è l’uomo che avvia le operazioni difficili: operativo nei Balcani e in Somalia, ha organizzato e comandato per primo le due missioni italiane in Afghanistan, Isaf e Nibbio. E spiega che oggi per civili non si intendono più solo gli abitanti dell’area di operazioni, ma anche tutto il complesso meccanismo di istituzioni, organizzazioni, associazioni, sovranazionali e locali che, nell’era della cooperazione internazionale e della proliferazione incontrollata delle organizzazioni non governative, si mette in moto su progetti di emergenza o sviluppo in tutti i teatri di crisi del mondo. Un sistema da tempo allo studio nei pensatoi militari: “Fin dal Libano nell’82”, spiega ancora Battisti, “abbiamo previsto la possibilità  di cooperare con organizzazioni civili internazionali e locali: sull’esperienza di queste collaborazioni e sulle iniziative che ciascun comandante ha dovuto prendere è nata una riflessione che mette capo ormai a una scuola all’avanguardia che studia la cooperazione civile-militare. E porterà  presto”, rivela, “a costruire un reparto specifico, Cimic Group South, impiegabile a livello Nato in tutte le missioni”. Le operazioni Cimic (l’acronimo Nato per cooperazione civile-militare) a differenza del passato cominciano mentre ancora non si è finito di sparare o soccorrere le vittime, e come testimoniano le mosse dei governi provvisori in Iraq hanno l’ambizione di proseguire, quando tutto va per il meglio, fino al ritiro e al subentro dei locali e dell’Onu. Ma che cosa cambia, in questa fase sempre più cruciale, a seconda che la missione sia “di pace”, “di stabilizzazione” (così sono classificate le cinque più importanti degli italiani, Bosnia, Kosovo, Macedonia, la missione Isaf in Afghanistan e Antica Babilonia in Iraq) oppure propriamente di combattimento contro il terrorismo come la Missione Nibbio appena conclusa nella valle di Khost, ai confini tra Pakistan e Afghanistan, dagli uomini del IX reggimento alpini e della Folgore? I militari assicurano che, quando si tratta di Cimic, le differenze non sono poi tante. “Anche in un caso come il nostro”, spiega il colonnello Claudio Berto, comandante sul campo della missione Nibbio, “dove dal terzo giorno di operazioni fino all’ultimo siamo stati oggetto di attacchi missilistici, attentati con autobombe, tiro di cecchini e granate, le attività  umanitarie non sono un dettaglio accessorio, ma una componente centrale della missione, tanto che la responsabilità  a tutti gli effetti è del comandante operativo”. Nibbio è stata una missione da truppe speciali, dotate di strumenti a sofisticatissima tecnologia, inediti per l’equipaggiamento italiano come i visori notturni a infrarosso per la fanteria. àˆ stata la sola missione in cui l’esercito italiano era chiamato a operare in un contesto dove non erano intervenuti accordi di pace. Ma ha comportato anche la costruzione di un orfanotrofio e di una scuola femminile, l’avvio di progetti per la potabilizzazione dell’acqua e il rifornimento elettrico per scuole e ospedali. Non è (solo) questione di spirito umanitario: “Il successo di una missione simile si misura anche in termini di consenso. Per capirci: abbiamo lavorato bene se oggi a Khost più gente che in passato pensa che il terrorismo non sia la risposta ai suoi problemi”. Ed è per questo che i soldati in missione, oltre ad avere aggiunto al mestiere di combattere quello di far ricominciare, sul teatro di battaglia, una vita “normale”, hanno anche cominciato a scegliersi tra i civili i compagni di impresa. Lo spiega il generale Fabio Mini, autore di La guerra dopo la guerra (Einaudi 2003) ed ex comandante, fra l’altro, della missione Kfor in Kosovo: “La guerra è sempre meno affare esclusivo dei militari: ciò vale per gli uomini (popolazioni civili, istituzioni, ong sono parte integrante nella progettazione di operazioni militari) e per i materiali (pensi al ruolo strategico, evidente dopo l’11 settembre, che hanno le “non armi”). Da un lato l’esercito sarà  costituito sempre più da nuclei minuscoli di personale che svolge esclusivamente funzioni di combattimento. Dall’altro, accanto e assieme ai militari operano gli altri”: medici, infermiere volontarie, specialisti del corpo militare della Croce rossa, aziende civili. “Già  nelle missioni i civili hanno in mano la maggior parte di settori decisivi come comunicazioni, logistica, trasporti. Ci sono basi come la Bondsteel in Kosovo dove la Brown and Roots, sussidiaria della Halliburton, gestisce addirittura il servizio di guardia”. Tutto e sempre bene, dunque? Naturalmente no: “ln questo modo”, prosegue Mini, “il teatro di operazioni diventa anche teatro di interessi infiniti e non sempre manifesti. In Kosovo, per esempio, di ong abbiamo dovuto espellerne decine, trovate e provate a fungere da copertura di interessi privati e a volte criminali. Nel 2000 censimmo 1600 ong registrate all’Onu e 2000 non accreditate. Oggi ne restano 223, ma si sono formate 3000 ong locali, come dire che ogni famiglia kosovara si è costituita in ong”. Un “modello di sviluppo” che ha limiti evidenti: “In Kosovo si sono gestiti 9 miliardi di dollari in 4 anni per 2 milioni di abitanti. Con questi investimenti il Pil pro capite dovrebbe essere di 1800 dollari. Invece è meno di 700. Il resto è finito a pagare gli stipendi, la logistica, i mezzi della cooperazione”. Intanto la criminalità  dilaga e la disoccupazione reale è all’84%: volendo scherzare su cose serissime, ci sono casi in cui la spada traccia il solco e l’aratro lo devasta. Ma nel frattempo, mentre le strategie belliche passano con mille sfumature dalla conquista territoriale pura e semplice alla gestione accorta, con molti alleati civili e locali, dei territori controllati, com’è, concretamente, la vita dei novemila italiani in divisa sparsi in tredici Paesi? Chi pensa che la vita militare in un campo afgano o macedone consista in pattugliamenti e sentinella, eventuali scontri a fuoco, lunghe ore allo spaccio, messa al campo con il cappellano e corteggiamento alle crocerossine, è molto lontano dalla realtà . L’impiego in ambito internazionale comporta conoscenza di lingue straniere, addestram
enti specifici sulla cultura e le caratteristiche dei territori di impiego, addestramento per operazioni speciali. Eppure un quadro molto meno “avventuroso” emerge dai dati sul reclutamento e le condizioni di vita dell’ultima Indagine conoscitiva della commissione Difesa al Senato (in particolare dalla relazione di opposizione del Ds Gaetano Pascarella) e dalle parole del delegato nazionale per il Consiglio centrale di rappresentanza dell’Esercito, maresciallo capo Pasquale Fico. I dati: chi sceglie la vita militare – anche quei 40.000 che hanno fatto domanda lo scorso autunno – arriva ancora oggi, tranne uno sparuto 2,8%, sempre da centro e sud Italia. Ovvero, non ha molte opportunità  di fare un altro lavoro. E chiede di andare in missione all’estero per passione, certo, ma anche perchè è l’unico sistema possibile per arrotondare uno stipendio basso. Senza riuscirci comunque più di tanto, aggiunge il maresciallo Fico, che a 42 anni ha alle spalle missioni in Libano, Somalia, Macedonia e Kosovo e ricorda con piacere: “Quando entrammo in Kosovo dalla Macedonia, man mano che i serbi si ritiravano, sulle facce della popolazione vedevo il film dell’Italia liberata, erano felici. Un’esperienza bellissima”. Ma i soldi restano un problema: “Per chi è in ferma permanente, gli stipendi sono sui 1.200 euro netti al mese. In missione, per tre, quattro, massimo sei mesi, prendi circa 110, 130 euro al giorno. Poco, rispetto ai rischi che si corrono, e comunque di missioni non se ne fanno tutti gli anni”. Quasi metà  di quelli che partono, poi, non è militare a vita, ma un volontario in ferma “prefissata” o breve: di fatto, un precario in divisa con un contratto biennale rinnovabile due volte, paga da 600 a 900 euro e una media di permanenza nelle forze armate di cinque o sei anni. “Posso dire “, concorda il generale Albino Amodio, a suo tempo fra i fondatori del “sindacato” e ora consulente per i Ds delle commissioni Difesa al Senato e alla Camera, “che il reclutamento pesca tutt’oggi fra giovani disoccupati delle periferie, con famiglie numerose che premono sul ragazzo più grande perchè faccia qualcosa. Mentre fra gli uomini fatti la partenza magari è legata al bisogno di fare un piccolo mutuo, o di aiutare un figlio a sposarsi”. Certo, sono problemi che il militare in missione cerca il più possibile di lasciare a casa o relegare in fondo alla mente, quando la situazione critica richiede un impegno totale in condizione di rischio. Ma restano. E possono perfino sembrare peggiori quando a essi si aggiunge ciò che tutti i manuali chiamano “stress post traumatico” e tutti i partecipanti a una missione all’estero conoscono come una condizione con cui potenzialmente convivere. E anche su questi aspetti, non meno recenti per gli italiani dei nuovi compiti posti dalle missioni, il “mestiere delle armi” comincia gradualmente a cambiare, di nuovo con la collaborazione di molti specialisti “senza stellette”, di quelli che fanno parte integrante dei contingenti. Enrica Mondino, 37 anni, consulente aziendale di professione e infermiera volontaria della Croce Rossa da 15 anni, all’inizio del 2002 è stata in Kosovo per 70 giorni con la brigata alpina Taurinense in una operazione Cimic e oggi nella Croce rossa (è ispettrice provinciale, sul campo bisognerebbe chiamarla capitano) è tra quanti lavorano con l’esercito a perfezionare gli strumenti, soprattutto preventivi, per la gestione dello stress. “Nell’ultimo anno abbiamo realizzato 7 o 8 corsi pre-missione chiamati “Combat trauma first aid”, ideati e attivati dal corpo militare della Croce rossa, che insieme alle tecniche di primo soccorso introducono una maggiore attenzione all’aspetto psicologico nelle condizioni critiche”. Qualche regola: aspettarsi l’impatto della sofferenza altrui, elaborare la consapevolezza di essere utili, certo, ma non risolutivi, pena una frustrazione dura da sopportare. Spesso sul campo ad aprire crepe anche in uomini e donne “duri” sono episodi futili, la classica goccia: “Ricordo un ragazzo che a Pec ha avuto una crisi perchè per giorni e giorni non era riuscito a parlare alla fidanzata, non c’era la linea o cadeva. I superiori hanno capito e l’hanno fatto rientrare. Io stessa sono scoppiata una sola volta in lacrime, in giorni in cui si viveva con l’odore della morte attorno 24 ore su 24, una sera che, finita una lunga e-mail a casa, si è fermato il generatore mentre la stavo spedendo”. Situazioni minime e quotidiane, alleviate nelle missioni di oggi anche da misure che possono sembrare meno importanti di quanto sono in realtà : “In quei giorni a Pec ha funzionato bene l’apertura nel campo di una piccola palestra, tapis roulant, cyclette, pesi. Quando è partito il mio contingente l’ha ereditata la Folgore. E nelle basi americane si fa anche di più, a partire dagli spacci che sono identici a una grande catena di fast food presente in tutti gli States. Ma se penso alla mia esperienza personale, le cose pì๠pesanti da gestire non succedono in missione, lì l’adrenalina aiuta. àˆ quando torni che ti senti più cambiato, e il danno può essere non riuscire a chiudere con armonia il cerchio, dopo la missione. Occorre saper diventare funamboli, piano piano in equilibrio sul filo della vita”. Monica Seminara, anche lei ispettrice provinciale, psicologa di professione e referente per il sostegno psicologico della Croce rossa, riassume: “Nel bene e nel male, non si torna mai come si era partiti. La stessa esperienza della missione genera un cambiamento profondo, proporzionale alla gravità  del rischio o della catastrofe affrontati. La soluzione sta nel riconoscere il disagio e gestirlo attraverso interventi di rielaborazione. L’impatto emotivo è diverso su ciascuna persona, ma l’impatto emotivo è universalmente diffuso tra chi è esposto a un teatro critico, in quanto essere umano”. Se vale anche per i soldati, pur nelle differenze, quanto il personale ausiliario dell’esercito ha studiato approfonditamente su se stesso, il problema più generalizzabile è che a casa ti trovano cambiato, e lo sei davvero. Le reazioni vanno dalla voglia di vendere tutto per aiutare chi hai visto nel bisogno estremo al ridotto piacere delle consuetudini, all’aumento dei conflitti nelle relazioni. L’esercito Usa studia e affronta efficacemente da tempo questi aspetti come “sindrome dei reduci”. Forse anche questa è una novità  a cui dovremo cercare di abituarci presto.

7 Comments

  1. monica

    Ottimo Bisquì.
    A fare un mea-culpa forse non solo che CREDE nei nostri soldati ma soprattutto coloro che vorrebbero veder sminuire il ruolo delle nostre Forze armate in favore di un “pacifismo” militante che impera tra facinorosi dei falò in piazza.
    Ciao
    ps.  “…propriamente di combattimento contro il terrorismo come la Missione Nibbio appena conclusa nella valle di Khost, ai confini tra Pakistan e Afghanistan, dagli uomini del IX reggimento alpini e della Folgore…”    Grazie!

  2. Siro

    Bell’articolo!!
    Soldati troppo spesso dimenticati, troppo spesso calunniati, come accade anche alle forze dell’ordine, purtroppo…

  3. gabbiano

    secondo la logica di certi “saputelli” sarebbe difficile spiegare perchè si tengono dei “militari” dove non ci sono scontri armati … come in kossovo. secondo loro bisognerebbe togliere i pompieri dalle zone in cui c’è un’incendio… bello no?ciao 

  4. monica

    Bis,
    Il Generale Fabio Mini dice anche questo: “I nostri soldati sono preparati per affrontare un conflitto a bassa intensità come quello afghano,  ma per ragioni politiche non vengono messi in condizione di poter svolgere operazioni di combattimento…”  Il Foglio 17.02.07
    Mi chiedo: con il cambio delle regole di ingaggio a Kabul, il governo italiano ha rafforzato anche la dotazione delle armi e dell’addestramento ? O si fanno sempre le cosa all’italiana ?

  5. monica

    Bis,

    Il Generale Fabio Mini dice anche questo: “I nostri soldati sono preparati per affrontare un conflitto a bassa intensità come quello afghano, ma per ragioni politiche non vengono messi in condizione di poter svolgere operazioni di combattimento…” Il Foglio 17.02.07

    Mi chiedo: con il cambio delle regole di ingaggio a Kabul, il governo italiano ha rafforzato anche la dotazione delle armi e dell’addestramento ? O si fanno sempre le cosa all’italiana ?

  6. Bisquì

    Gabbiano, Siro,

    verissimo. Dimenticati e bastonati nonchè considerati inutili. Giusto il ragionamento, smettiamo di far pattufliare la polizia, che ci stanno a fare?

     

    Monica,

    se leggi l’articolo precedente ti rendi conto dello spirito che aleggia sulle nostre forze armate.
     

  7. eugenio

    In Italia poi, dove il soldato è visto più come un nemico che come un eroe. Perchè questa netta differenza con la cultura anglosassone? Mi rammarica
    sapere che gli italiani odiano i propri soldati, e mi domando ove si trovi il germe di tale attrito…

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