Categoria: Missioni militari di pace

Le contraddizioni della difesa

fondamentalisti islamici Libici
fondamentalisti islamici Libici

Le recenti iniziative nel settore della Difesa, dalla riforma dello strumento militare elaborata dal ministro Giampaolo Di Paola agli indirizzi emersi dall’ultima riunione del Consiglio Supremo di Difesa, non hanno risolto le contraddizioni di fondo dell’Italia nelle questioni di carattere strategico e militare.
Il 28 novembre scorso il Consiglio Supremo di Difesa ha “convenuto sull’esigenza che le forze armate italiane restino comunque pronte a fornire nuovi contributi a interventi militari della Comunità Internazionale, qualora se ne evidenziasse la necessità”.
Dove, quando e perché si debba essere pronti a intervenire in armi non viene specificato e il fatto che questi aspetti non certo secondari vengano lasciati alle decisioni della “comunità internazionale” sembra confermare l’ormai definitiva rinuncia italiana alla sovranità nazionale anche negli interventi militari.
Paradossale che il massimo organismo militare italiano non subordini tali interventi alla salvaguardia degli interessi nazionali, che dovrebbero rappresentare l’unico motivo valido e giustificabile (specie in tempi di crisi economica e finanziaria) per mandare le truppe in guerra, pardon, nelle “missioni di pace”.
Certo dopo aver partecipato al conflitto libico e aver consentito, con la cessione delle basi aeree, ai nostri “alleati” di rovesciare il regime di Gheddafi ogni riferimento alla guerra per la salvaguardia degli interessi nazionali rischia di apparire fuori luogo poiché non si era mai visto nella storia un Paese fare la guerra al suo primo fornitore di petrolio e terzo di gas.
Oggi la riforma dello strumento militare dovrebbe consentire all’Italia di mantenere la capacità operativa necessaria a fare ciò che ci chiederanno Usa, Nato, Onu e Ue ma forse anche Lega Araba, Qatar e sauditi considerato l’impegno che anche l’Italia (insieme ad Europa e Occidente) sta mettendo nel regalare Nord Africa e Medio Oriente all’estremismo islamico in cambio di qualche investimento a casa nostra dei fondi sovrani delle monarchie del Golfo.
Di fatto aspiriamo a un ruolo da paggi o da gregari che però potremmo avere molte difficoltà a ricoprire a giudicare dalla distribuzione delle risorse finanziarie prevista dal bilancio della Difesa dei prossini tre anni che vede ancora una volta penalizzati i fondi per l’esercizio, cioè per la gestione delle infrastrutture, la manutenzione, il rifornimento di mezzi ed equipaggiamenti e l’addestramento. Come si può chiedere alle forze armate di restare “pronte a fornire nuovi contributi ad interventi militari” riducendo addestramento e manutenzione di mezzi ed equipaggiamenti?
La necessità di rinnovare navi, veicoli e velivoli è comprensibile ma molti dei miliardi che spenderemo nei prossimi anni per gli investimenti non garantiranno le auspicate capacità operative se non ci sarà il denaro per impiegare i mezzi e addestrare il personale.
Del resto la stessa Nota Aggiuntiva al Bilancio della Difesa ammette che “il deterioramento della capacità operativa assumerà a breve termine (uno o due anni) profili di particolare criticità”.
Un altro punto fortemente contraddittorio riguarda l’integrazione militare europea, tema finora piuttosto evanescente con l’eccezione del comparto dell’industria della Difesa. Il 6 dicembre Di Paola ha sottolineato davanti alle commissioni congiunte difesa di Camera e Senato “l’importanza di una politica di sicurezza comune” dicendo che ”non è possibile un reale processo di integrazione europea senza una crescita, un approfondimento della dimensione di difesa e sicurezza dell’Unione europea”.
Il ministro ha spiegato che l’Italia ha sviluppato un documento dal titolo “More Europe” nel quale si sottolineano “cinque aspetti fondamentali per la dimensione europea di Sicurezza e Difesa: impegno, capacità, connettività, connessione, approccio comprensivo”.
Difficile comprendere però come la proclamata centralità dell’integrazione europea della Difesa possa coincidere con l’acquisto del cacciabombardiere statunitense F-35, nella cui produzione la nostra industria ha un ruolo limitato di sub-fornitore, invece del jet europeo Typhoon prodotto dal consorzio europeo Eurofighter di cui la nostra industria è progettatrice, produttrice ed esportatrice in concorrenza con i velivoli statunitensi.
In questi giorni altre contraddizioni sono emerse nella gestione della “vacanza natalizia” di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre concessa dall’India su richiesta del governo italiano.
Come abbiamo più volte sottolineato, Roma, non ha mai sostenuto la loro innocenza per la morte dei due pescatori indiani limitandosi a ribadire che il caso non ricade sotto la giurisdizione indiana.
Le prove raffazzonate raccolte dalle autorità del Kerala contro i due marò sono ben lontane dal dimostrare la loro colpevolezza ma in ogni caso nulla giustifica l’accoglienza da eroi riservata loro dalle massime autorità dello Stato. Si tratta di militari che hanno fatto il loro dovere divenendo protagonisti di una vicenda ai limiti dell’assurdo ma non sono eroi.
Quale accoglienza dovremmo riservare, in proporzione, ai veterani di tante battaglie che rientrano dall’Afghanistan?
Se le istituzioni italiane credono nell’innocenza di Latorre e Girone abbiano il coraggio di sostenerla e ribadirla ad alta voce.
Se invece li considerano responsabili di un’azione a fuoco sfortunata ma giustificata dalle circostanze e dalle regole d’ingaggio lo ammettano pubblicamente.
L’atteggiamento ambiguo tenuto da Roma per quasi un anno e l’accoglienza da eroi riservata a Latorre e Girone al loro temporaneo rientro in patria rischiano di trasformare tutta la vicenda n una ridicola farsa.

Per il trionfo dell’islamismo nessuno ha fatto di più di Barack Hussein Obama

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Obama islam

Il capo di al-Qaeda Ayman al Zawahiri e i suoi colonnelli in Malì, Somalia, Pakistan e Afghanistan e Libia, i leader dei Fratelli Musulmani e dei movimenti salafiti in Nord Africa e Medio Oriente si sono impegnati con dedizione nel diffondere e nell’imporre l’islamismo con sfumature più o meno estremiste. Per farlo hanno ricevuto armi e denaro, alcuni ufficialmente altri clandestinamente, dai Paesi del Golfo Persico. Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, tutti in prima linea per sostenere la primavera araba contro i vecchi regimi laici non certo per portarvi la democrazia ma bensì per imporre sharia e governo islamico. Non a caso, una sorte ben diversa ha avuto la primavera araba del Bahrein dove la rivolta della maggioranza scita è stata soffocata nel sangue dall’esercito saudita senza che nessuno a Washington, Londra, Parigi e Roma gridasse al genocidio, chiedesse una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu o l’imposizione di una no-fly-zone. Per il Bahrein e le monarchie feudali del Golfo nessuna primavera all’orizzonte. Ma il vero campione dell’islamismo, l’uomo che più di ogni altro ha aiutato al-Qaeda, talebani, salafiti, fratelli e cugini musulmani a imporsi o a far sentire il peso della loro influenza in molti Paesi è senza dubbio Barack Hussein Obama. Da quando è entrato alla Casa Bianca il presidente Barack Hussein Obama non ha infatti sbagliato un solo colpo per favorire l’ascesa dell’islamismo. Nel 2010, dopo aver tergiversato tre mesi di fronte alle richieste di rinforzi formulate dai comandanti militari in Afghanistan, ha infine deciso di inviare 33 mila soldati annunciando però che li avrebbe ritirati dopo un anno e che nel 2014 tutti i militari alleati avrebbero lasciato il Paese. Un annuncio che sancito la sconfitta in Afghanistan, l’inutile sacrificio di oltre 3 mila caduti alleati e assicurato la vittoria (o ma non-sconfitta) ai talebani che da allora hanno adottato la tattica più idonea: sottrarsi per quanto possibile agli scontri durante le offensive del 2010 a Helmand e Kandahar per poi lanciarsi al contrattacco dopo l’avvio del ritiro degli alleati in attesa di marciare nuovamente su Kabul. Per comprendere la portata della dichiarazione di Obama provate a immaginare cosa sarebbe accaduto se nella Conferenza di Teheran del 1943 Roosevelt, Churchill e Stalin avessero annunciato che avrebbero combattuto tedeschi e giapponesi solo per un altro anno, poi avrebbero ritirato le truppe da tutti i fronti. Talebani e al-Qaeda ora sono più forti e non hanno motivo di negoziare con Kabul, anche il Pakistan non ha nessun interesse a cooperare con Washington sapendo che gli americani se ne andranno dall’Afghanistan. Ingenuità? Pressapochismo? Dilettantesco approccio ai problemi strategici? A meno di due mesi dalle elezioni presidenziali i repubblicani accusano Barack Hussein Obama di incompetenza per una politica estera dagli esiti disastrosi. Basti pensare che l’11 settembre, poche ore prima che i miliziani attaccassero il consolato a Bengasi, Barack Hussein Obama commemorò l’11/9 affermando che l’America oggi “è più forte, più sicura più rispettata”. E’ vero che con Barack Hussein Obama alla Casa Bianca … continua su Analisi Difesa

L’Italia ha eroi di guerra però se ne vergogna

colonnello marco centritto
Colonnello Marco Centritto

Potremmo chiamarli ”eroi ignoti”, o quasi, i militari decorati il 10 maggio a Viterbo in occasione della festa dell’Aviazione dell’Esercito. Di loro ha parlato il sito specializzato Perseo News e i loro nomi sono apparsi sulla Gazzetta Ufficiale insieme ad altri soldati decorati per le operazioni dell’estate 2009 in Afghanistan. In tutto una decina tra paracadutisti e piloti di quegli elicotteri da attacco Mangusta che dal 2007, anno in cui furono schierati a Herat, hanno salvato la vita a centinaia di soldati italiani, alleati e afghani caduti nelle imboscate talebane. I cannoni da 20 millimetri e i missili Tow dei Mangusta hanno ucciso in cinque anni un numero elevato di miliziani che nessuna fonte ufficiale indicherà mai. Indipendente dal colore dei governi di Roma Sulle operazioni belliche, sul numero di nemici uccisi e sugli atti di eroismo dei nostri soldati in Afghanistan la Difesa ha sempre mantenuto un basso profilo. Parlare di battaglie, nemici uccisi ed eroi che fanno strage di talebani manderebbe in soffitta anni di retorica sulle “missioni di pace” che evidenzia le attività umanitarie dei nostri militari e nasconde dietro silenzi ed eufemismi i combattimenti. Come in tutte le guerre, anche in quella afghana non mancano gli atti di valore. Sono decine i militari italiani decorati negli ultimi anni per eroismo in combattimento (anche in Iraq) la gran parte dei quali destinati a restare sconosciuti o quasi all’opinione pubblica. Tra gli ultimi dieci decorati c’è il colonnello Marco Centritto (nella foto), medaglia d’oro al valore dell’Esercito. Nell’estate 2009 guidava a Herat la task Force Fenice che raggruppa gli elicotteri Mangusta da attacco, Chinook cargo e AB 205 multiruolo. Centritto è pilota provetto di tutti questi velivoli e in quell’estate calda, che vide i parà della Folgore guidati dal generale Rosario Castellano all’offensiva in tutto l’Ovest afghano per strappare ai talebani il controllo del territorio, non era difficile vederlo decollare ai comandi di un agile Mangusta e il giorno dopo ritrovarlo alla guida di un pesante birotore Chinook. La motivazione della decorazione, ottenuta per gli atti di valore compiuti tra il 10 e il 14 giugno nei settore di Bala Murghab, parla chiaro. Alla guida dell’aeromobile, benché colpito dal fuoco avversario in più punti del velivolo, con manifesto rischio della propria vita completava le missioni di volo e perseverava nel garantire il prezioso supporto di fuoco. Grazie alla pronta capacità di reazione, all’indomito coraggio e all’efficacia dell’azione, riusciva a neutralizzare la minaccia e a completare con successo le missioni affidategli”. Tradotto dal militarese Centritto e i suoi piloti si distinsero nella battaglia per allargare l’area controllata dagli italiani a Bala Murghab. Scontri durissimi che videro i jihadisti decapitare alcuni soldati afghani catturati e nei quali, solo il 10 giugno, vennero uccisi oltre 90 talebani molti dei quali falciati dalle raffiche dei Mangusta. In quel settore il colonnello Marco Tuzzolino, alla testa del 183° reggimento paracadutisti, ha meritato la medaglia d’argento al valore per aver guidato l’assalto al posto di frontiera con il Turkmenistan di Monchak, occupato dai talebani, “conducendo personalmente un elisbarco ad altissimo rischio”. Il colonnello Andrea Ascani e il maggiore Stefano Salvadori sono stati decorati rispettivamente con la medaglia al valore d’argento e di bronzo per l’intervento effettuato il 28 agosto 2009 a Pusth Rod, 20 chilometri a nord di Farah, dove i talebani attaccarono una stazione di polizia afghana il giorno dopo aver fatto esplodere un ordigno sotto un blindato Lince dei paracadutisti. I Mangusta intervennero in soccorso degli agenti afghani sotto assedio e Ascani “a rischio della propria vita, benché fatto segno a fuoco e con il proprio elicottero colpito, proseguiva nell’azione riuscendo a neutralizzare gli elementi ostili”. Anche l’elicottero di Salvadori venne colpito dal fuoco talebano ma il maggiore “proseguiva con efficacia l’azione di contrasto , fino alla neutralizzazione delle sorgenti di fuoco ostili”. Eroi di guerra, decorati oggi quasi in silenzio per battaglie combattute e vinte tre anni or sono.

Gianandrea Gaiani

Soldati italiani circondati da civili

Sconfitta in Afghanistan

Soldati italiani circondati da civili
Soldati italiani circondati da civili

Chi si occupa di conflitti evitando di mettersi le lenti deformanti imposte dalla cultura buonista post sessantottina se n’era già accorto da un pezzo, fin dal conflitto iracheno e forse addirittura da quello somalo dei primi anni ‘90. Ora però a spiegarci i motivi militari ma soprattutto culturali della sconfitta che l’Occidente sta rimediando in Afghanistan è intervenuto autorevolmente il professor Tawfik Hamid, 50 enne ex estremista islamico oggi ascoltato esperto nella lotta al terrorismo che ha insegnato in numerose università statunitensi (UCLA, Stanford, Georgetown, Miami) e docente di Radicalismo islamico al Potomac Institute for Policy Studies. In un ampio articolo pubblicato il 23 aprile sul sito Radicalislam.org  intitolato “I dieci motivi della sconfitta statunitense in Afghanistan” Hamid ricorda le difficoltà degli statunitensi a confrontarsi con la cultura e la società afghana e islamica in una guerra iniziata con l’obiettivo di cacciare al-Qaeda e talebani per portare la democrazia a Kabul e che si avvia a concludersi (con il ritiro della Nato) con il presidente Hamid Karzai che strizza l’occhio agli estremisti islamici e promuove leggi sociali di ispirazione fondamentalista rigidissime per le donne. Un chiaro esempio, secondo Hamid, di come Karzai si prepari a convivere con i Talebani considerati futuri vincitori (o almeno non sconfitti) e abbia già valutato come perdenti statunitensi e alleati che hanno addirittura annunciato con ampio preavviso la data del loro ritiro dall’Afghanistan. Il professor Hamid sottolinea dieci aspetti che hanno portato Washington e i suoi alleati verso la sconfitta o, quanto meno, la mancata vittoria. Li potete leggere tutti nell’articolo linkato ma mi limito a evidenziarne alcuni che mi pare ben rappresentino l’incapacità politica, sociale e culturale dell’Occidente afflitto da relativismo culturale e reso flaccido da decenni di terzomondismo e pacifismo di combattere e vincere conflitti presentando un modello culturale vincente.
Secondo Hamid, nell’intento di sembrare rispettosi della cultura locale gli statunitensi sono apparsi deboli agli occhi delle popolazioni afghane. Pronti a porgere scuse per ogni vittima civile (anche quelle inventate per incassare gli indennizzi pagati dalla Nato) gli alleati sono arrivati a far indossare il velo (hijab) alle soldatesse addette ai rapporti con la popolazione femminile locale. Un’idea assurda, tesa a mostrare sensibilità culturale ma che secondo Hamid ha solo indotto gli afghani a considerarci deboli, portatori di una cultura inferiore e subalterna a quella musulmana. Una considerazione ovvia: invece di portare e imporre la libertà di scelta alle donne afghane le soldatesse occidentali si vestono come loro.

Somalia missione Ibis2 agguato al checkpoint Pasta
Somalia missione Ibis2 agguato al checkpoint Pasta

Le raffinatezze culturali imposte dal politically correct faticano a fare breccia in una società dove gli analfabeti sono il quasi i tre quarti della popolazione.
Per questo gesti che noi consideriamo di rispetto culturale inducono gli afghani a percepirci come deboli aiutando così la propaganda talebana che, per ammissione degli stessi vertici militari di Washington, ha vinto la guerra delle idee e della comunicazione. Come ricorda Hamid “la mentalità tradizionale musulmana tende a rispettare la forza non la debolezza”. Così anche il frequente uso della parola “ritiro” da parte di Obama ha aiutato la percezione della debolezza dell’America poiché “ritiro” è un termine parente stretto di “sconfitta”.
Anche gli inchini eccessivi di Barack Obama davanti al monarca saudita o la difesa operata dalla Casa Bianca del diritto di un gruppo islamico di costruire una moschea nel Ground Zero di New York o la minaccia di punire gli uomini della Cia che avevano torturato i terroristi per ottenere informazioni hanno fatto apparire debole l’America.
C’è del vero in quanto afferma Hamid, basta ricordare che nel 1943-45 noi italiani (e gli altri europei) abbiamo acclamato come “liberatori” gli anglo-americani che hanno ucciso decine di migliaia di civili e distrutto le nostre città con pesanti bombardamenti (quelli si “a tappeto” a differenza dei raids mirati di oggi in Afghanistan) ma che erano portatori disinvolti di un modello culturale vincente ed esportato con una forza che non era solo insita nelle armi.
Nel luglio 1943 nessun soldato statunitense si sarebbe messo la coppola in testa per risultare più accattivante alla popolazione siciliana.
Hamid evidenzia poi che invece di preannunciare ritiri di truppe gli alleati avrebbero dovuto varare una politica di comunicazione tesa a spiegare agli afghani che ogni azione terroristica talebana avrebbe prolungato la loro presenza scoraggiando così il sostengono agli insorti e smentendo la propaganda talebana che ha sempre parlato di insurrezione per costringere gli infedeli ad andarsene. Al tempo stesso si sarebbe potuto influenzare (minacciare) il clero afghano per i sermoni che incitano all’odio e al sostegno ai talebani togliendo così legittimità religiosa agli insorti.
Un’iniziativa però difficile da attuare per chi non vuole rischiare di apparire nemico dell’Islam.
Alle valutazioni di Hamid occorre aggiungere un ulteriore elemento che denota la debolezza dell’Occidente e la sua incapacità di combattere conflitti prolungati: le perdite. In Iraq gli alleati hanno registrato tra il 2003 e il 2011 meno di 5 mila caduti, quasi 4.500 dei quali statunitensi. In Afghanistan a oggi i caduti in 11 anni sono meno di 3 mila, per due terzi americani. Di fatto dall’ottobre 2001 a oggi l’Occidente, cioè la più grande potenza planetaria con circa 4 milioni di militari professionisti in servizio, ha subito perdite pari a meno di 7.800 soldati dei quali solo 1.350 non americani. Un prezzo che nei conflitti dei decenni scorsi sarebbe stato considerato eccezionalmente contenuto (in dieci anni in Vietnam morirono 55mila statunitensi) giudicato invece oggi insostenibile dalla nostra società, su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Le nostre bombe anche sui talebani

Mobilitazione nazionale contro i bombardamenti
Mobilitazione nazionale contro i bombardamenti

Dove aveva fallito Ignazio La Russa, preoccupato di perdere l’appoggio del PD per rinnovare i finanziamento delle missioni all’estero, è riuscito il sobrio ministro della Difesa Giampaolo Di Paola del sobrio governo Monti. Da alcuni giorni Roma ha dato il via libera all’impiego delle bombe per i quattro cacciabombardieri italiani Amx Acol schierati ad Herat e finora costretti a limitare le operazioni a ricognizioni fotografiche o a sporadici e poco efficaci interventi a fuoco con i cannoncini di bordo. Dopo estenuanti e inconcludenti dibattiti e polemiche durante il precedente governo l’attuale ministro della Difesa. Giampaolo di Paola , ha informato la settimana scorsa le commissioni parlamentari di Esteri e Difesa della necessità di impiegare ‘tutti gli assetti presenti nel teatro operativo afgano senza limitazioni”. Un modo un po’ sibillino, senza utilizzare la parole “bombe” per comunicare il nuovo impiego dei jet ma al tempo stesso un atto che scavalca il Parlamento che viene informato quasi “tra le righe” e non viene coinvolto in un dibattito sul provvedimento. Eppure solo l’anno scorso la questione delle bombe degli Amx era considerata di rilievo strategico dal centro-sinistra e l’ex ministro della Difesa dell’Unione, Arturo Parisi, considerava l’impiego delle bombe come una modifica sostanziale dell’impegno del nostro contingente militare. Il tema, più volte sollevato proprio sulle pagine web di Analisi Difesa, rivestiva quindi un significato politico  quando poteva essere utilizzato per dipingere come guerrafondaio e bellicista il governo Berlusconi, oggi che regna sull’Italia il sobrio governo Monti imposto  dalle potenze occupanti euro-americane possiamo bombardare anche i talebani come abbiamo del resto già fatto con i libici. L’intervento dei cacciabombardieri alleati è di ruotine in Afghanistan dove le pattuglie vengono spesso attaccate o cadono nelle imboscate talebane. Il nostro contingente ha usufruito in più occasioni dell’intervento dei jet alleati mentre i nostri velivoli non sono mai potuti intervenire né in appoggio ai nostri né agli alleati. Armare i jet è quindi non solo giusto ma necessario. Dopo aver inviato i jet in Afghanistan autorizzandoli a impiegare il solo cannoncino (che costringe i piloti a volare a quote pericolosamente basse) l’allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa, aprì nel settembre 2010 il dibattito in Parlamento sulla necessità di autorizzare anche l’impiego delle bombe. Innanzitutto  per garantire maggiore supporto ai nostri militari e a quelli alleati sotto attacco talebano e per impiegare i costosi aerei da guerra al meglio delle loro potenzialità mentre il rischio di danni collaterali, cioè di provocare vittime civili involontarie, non è certo causato solo dai raids aerei. Anzi, le regole d’ingaggio adottate dal comando alleato di Kabul negli ultimi due anni sono molto ristrettive e vietano l’impiego di bombe d’aereo in presenza di civili o in prossimità di villaggi.  La dura reazione dell’opposizione indusse però la Russa a rinunciare a rimuovere questo “caveat” anche per non rischiare di compromettere l’appoggio del Partito democratico al rifinanziamento delle missioni all’estero come sottolineò all’epoca il sottosegretario Guido Crosetto. ”La missione in Afghanistan non cambia assolutamente. I nostri aerei sono già intervenuti con i cannoni di bordo. Il fatto di impiegare queste munizioni implica soltanto il fatto di dare maggior sicurezza ai nostri uomini” ha detto il capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Biagio Abrate. La decisione di Di Paola, presa senza consultare il Parlamento ma semplicemente informandone due commissioni, non è piaciuta a verdi e comunisti  ma neppure al capogruppo PD nella commissione Difesa del Senato, Gian Piero Scanu. “I caveat c´erano e ci sono ancora. Ogni cambiamento dev´essere deciso in modo formale, davanti alle Camere, e non notificato durante un´audizione” ha dichiarato anche se la questione difficilmente determinerà conseguenze e forti contestazioni a sinistra. Forse le bombe di Di Paola sono  più sobrie di quelle di La Russa.

di Gianandrea Gaiani 30 gennaio

La guerra di Barack Hussein Obama

carro armato M1A2 Abrams
carro armato M1A2 Abrams

Barack Obama ha deciso di inviare, cosa mai fatta dal suo precedessore, i carri armati M1A2 Abrams in Afganistan.
I mezzi da quasi 70 tonnellate verranno schierati nella provincia di Helmand, ancora la più “calda” del Paese nonostante sei mesi di intense operazioni condotte da 20 mila marines statunitensi e 10 mila soldati britannici.
La notizia, diffusa dal Washington Post citando fonti ufficiali, conferma come il “surge” delle truppe americane in Afghanistan, non sia ancora completato. Finora i carri non erano mai impiegati dagli statunitensi nel conflitto anti-insurrezionale afghano, fatto di piccole battaglie e scaramucce nelle quali sono privilegiati i mezzi ruotati più leggeri.
Con i carri armati il generale David Petraeus punta ad aumentare la potenza di fuoco dei marines. I primi sedici Abrams verranno schierati a Helmand ma altri potrebbero venire schierati a Kandahar dove la Centounesima divisione sta faticosamente ripulendo tre distretti espugnati ai talebani. I carri Abrams giungeranno in Afghanistan imbarcati su grandi velivoli da trasporto e verranno impiegati in appoggio alle unità di fanteria dove potranno far valere la protezione offerta dalla loro corazza, in grado di resistere a tutte le armi talebane e, in teoria, anche ai più potenti ordigni improvvisati. Il cannone da 120 millimetri offre inoltre una potenza di fuoco molto flessibile, utile a colpire il nemico in movimento ma anche a demolire fino a quattro chilometri di distanza edifici, postazioni fisse di mitragliatrici, razzi e mortai evitando di dover esporre i soldati al fuoco diretto delle postazioni nemiche. L’arma più potente impiegata finora a bordo dei veicoli alleati in Afghanistan sono i cannoncini a tiro rapido da 25/30 millimetri adottato dai mezzi corazzati da combattimento (cingolati e ruotati) Bradley e Lav 25 statunitensi, Warrior  e Scimitar britannici, VBC francesi o i Dardo e Lince italiani. La presenza dell’Abrams consentirà di limitare in alcuni casi il ricorso ai cacciabombardieri e agli elicotteri da combattimento ma il suo invio in Afghanistan costituisce il segnale di un inasprimento delle operazioni belliche nelle roccaforti talebane del sud mentre nelle province orientali il terreno montuoso rende più improbabile l’impiego dei carri armati. In servizio dal 1980 con le forze americane, l’Abrams è stato prodotto in oltre 8mila esemplari, ha un equipaggio di quattro militari e può raggiungere i 70 chilometri orari su strada e i 50 fuoristrada. Elevati i costi logistici tenuto conto che per percorrere 100 chilometri “beve” oltre 450 litri di carburante. E’in servizio anche con gli eserciti egiziano, kuwaitiano, saudita, australiano ed è stato recentemente fornito anche al nuovo esercito iracheno. Dei 47 Paesi alleati presenti con contingenti militari in Afghanistan finora solo il Canada e la Danimarca hanno schierato i carri armati (i tedeschi Leopard 2) rivelatisi risolutivi in molte battaglie combattute nelle province di Kandahar e Helmand. Due anni or sono anche il comano britannico chiede si poter disporre di alcuni carri armati Challenger ma il governo negò l’auorizzazione.Negli ultimi tre mesi le operazioni delle forze speciali per uccidere o catturare i talebani si sono triplicate. Nel solo mese di ottobre, nei raid aerei della Nato sono state sganciate circa mille bombe, il numero più alto in un singolo mese dall’inizio della guerra. Nei distretti intorno a Kandahar i fanti aeromobili della 101esima divisione hanno fatto saltare in aria decine di case (con l’approvazione delle autorità locali) perché bonificarle dalle centinaia di mine e trappole esplosive sarebbe stato troppo pericoloso. Il trasferimento in Afghanistan degli Abrams avrà costi logistici rilevanti considerato che i mezzi viaggeranno a bordo dei velivoli cargo e la loro manutenzione sul campo di battaglia sarà onerosa.

Link

http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/11/18/AR2010111806856.html?hpid=topnews

http://video.ilsole24ore.com/SoleOnLine5/Video/Notizie/Asia%20e%20Oceania/2010/carri-M1-Abrams-Afghanistan/carri-M1-Abrams-Afghanistan.php

http://www.fas.org/man/dod-101/sys/land/m1.htm

http://www.army-technology.com/projects/abrams/