Categoria: grandi battaglie

Nigel Farage

Nigel Farage
Nigel Farage

Nigel Farage è Presidente del partito per l’indipendenza del Regno Unito (UKIP) e membro del Parlamento Europeo (MEP).
La sua posizione euroscettica e fortemente critica sull’Unione Europea e sull’Euro, che ritiene essere un vero e proprio fallimento, ha attirato su di lui le antipatie degli “architetti del disastro Europeo; responsabili di aver creato una; prigione economica per gli stati come l’Italia, la Grecia ed il Portogallo.

Di seguito pubblichiamo una sequenza di video da cui si evincono le posizioni dell’eurodeputato con i discorsi tenuti all’eoroparlamento ed un’intervista nella quale parla di Monti e della goldman sachs

Il giorno 06/05/2010 Nigel Farage è vittima di un incidente aereo e si salva miracolosamente insieme al pilota dell’ultraleggero. Ma già a poco più di un mese dall’incidente l’eurodeputato torna ad attaccare Van Rompuy, Barroso e gli ;architetti;del disastro chiamato;Unione Europea; in cui 500 milioni di persone sono;guidate; da un perfetto sconosciuto di cui non si sa la provenienza e il modo della sua elezione alla carica di Presidente.

Ecco i video:

1) PE -13 gennaio 2009 – Considerazioni sul fallimento dell’Euro in occasione del 10° anniversario della sua introduzione.

2) 24 febbraio 2010 – N. Farage si rivolge al Pres. UE Van Rompuy: Chi è lei? Chi lo ha votato?

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3) Londra 6 maggio 2010 – Nigel Farage sopravvive ad un;incidente; aereo

http://youtu.be/bSopD0Ixtx0

4) PE 17 giugno 2010 – Farage interviene al Parlamento Europeo dopo l’incidente di maggio

5) PE 16 novembre 2011 – Farage descrive con lucidità e precisione quello che è accaduto al governo Greco e a quello italiano sostituiti con un colpo di mano non democratico.

http://youtu.be/SwN8t8–0HQ

Nigel Farage: “Bene, eccoci qui, sulla soglia di un disastro finanziario e sociale, e in questa sala, oggi, abbiamo i 4 uomini che dovrebbero ritenersi responsabili.
Eppure abbiamo ascoltato i discorsi più tediosi e tecnocratici mai sentiti e continuate ancora a negare, a dispetto di ogni considerazione obbiettiva, che l’euro sia un fallimento.
E chi è l’effettivo responsabile?
Chi è responsabile fra di voi?
Ovviamente la risposta è ‘NESSUNO DI VOI’, perchè nessuno di voi è stato eletto, nessuno di voi ha in effetti qualsivoglia legittimità democratica per ricoprire i ruoli di cui siete attualmente incaricati all’interno di questa crisi. E in questo ‘vuoto’ stato di cose, non di certo con riluttanza, è entrata Angela Merkel. E stiamo ora vivendo, stiamo ora vivendo in un Europa dominata dalla Germania. Questione a cui il progetto europeo avrebbe dovuto, in effetti, mettere fine. Questione per cui coloro che ci hanno preceduto hanno pagato caro, con le loro vite, al fine di evitarla. Io non voglio vivere in un Europa dominata dalla Germania, né lo vogliono i cittadini europei.
Ma voi Signori avete giocato un ruolo in questi eventi, perchè quando il Signor Papandreou si è fatto avanti pronunciando il termine ‘Referendum’, o quando lei Signor Rehn, lo ha descritto come un ‘abuso di fiducia’, e i vostri amici qui si son riuniti, come un branco di iene, per scagliarsi su Papandreou, l’avete fatto rimuovere e l’avete sostituito con un governo fantoccio.
E’ stato uno spettacolo assolutamente disgustoso.
E non soddisfatti da ciò, avete deciso che anche Berlusconi dovesse andarsene. Così lui è stato rimosso e sostituito dal Signor Monti, un ex commissario europeo, un ‘fratello architetto’ di questo euro-disastro e un uomo che non era nemmeno un membro del Parlamento.
Sta diventando un racconto alla Agatha Christie, dove stiamo cercando di capire chi sarà la prossima vittima ad essere fatta fuori.
La differenza è che sappiamo chi sono i criminali.
Voi dovreste essere tutti ritenuti responsabili per ciò che avete fatto. Dovreste essere tutti licenziati.
E… devo dire, Signor Van Rompuy, 18 mesi fa, quando ci siamo incontrati per la prima volta, mi sono sbagliato sul suo conto… Avevo detto che sarebbe stato un assassino ‘silenzioso’ della democrazia degli stati-nazione, ma non è più silenzioso, lei è piuttosto rumoroso a proposito, non è così? Lei, un uomo NON eletto, si è recato in Italia dicendo: “L’Italia ha bisogno di riforme, non di elezioni!”
COSA, IN NOME DI DIO, LE DA IL DIRITTO DI DIRE CIO’ AL POPOLO ITALIANO?”

6) 16 Febbraio 2012 – Nigel Farage intervistato dal “The Alex Jones Show” parla del suo incontro con il nominato e non eletto premier italiano Mario Monti il quale sostiene che la democrazia dev’essere sospesa, “per un breve periodo, così da poter risolvere tutto”.

Admiral Graf Spee

La Admiral Graf Spee in navigazione nel canale di Kiel verso l'atlantico
La Admiral Graf Spee in navigazione nel canale di Kiel verso l’atlantico

Ci sono mezzi e uomini che nell’immaginario collettivo scrivono la storia ed entrano nella leggenda.
Oggi parliamo di un’altra nave, bellissima, potente, veloce moderna, la Admiral Graf Spee e del suo comandante Langsdorff.
Lunga 186 metri, progettata secondo i dettami più moderni dell’architettura navale l’Admiral Graf Spee era un gioiello di tecnologia. Via la rivettatura e l’inchiodatura delle piastre, utilizzo di speciali leghe di acciaio, via le macchine a vapore sostituite con otto motori diesel per un incredibile risparmio di peso senza inficiare la robustezza e comunque equipararla ad una corazzata.
Il risparmio di dislocamento permise di equipaggiare il vascello con ben sei cannoni da 208mm, otto da 150, sei da 105, ed altri otto da 37mm di calibro.
Dotata di otto tubi lanciasiluri da 533 utilizzava come dotazione di bordo il nuovissimo S-Gerat per la ricerca dei sommergibili, l’ecoscandaglio, il giropilota per la guida automatica e sulla torre di comando montava un rudimentale RADAR (D.T.G Deutches Techischers Gerat) ma che a quei tempi era una rivoluzione nella tecnologia di scoperta.

Il comandante Langsdorff
Il comandante Langsdorff

Il comandante Langsdorff era entrato nella Kriegsmarine nel 1912 e quindi aveva vissuto l’ascesa e poi il tracollo della potenza navale germanica durante la prima guerra mondiale.
Modesto e posato non era uno di quegli ufficiali, cocciuti militaristi, che credevano ciecamente nella superiorità di una razza. Egli era stimato dai superiori e benvoluto dai suoi sottoposti. Credente ma come tutti gli uomini di mare anche superstizioso.
45 anni, veterano della battaglia dello Jutland è il classico ufficiale gentiluomo, determinato ma cavalleresco, e lo dimostrerà facendo del suo meglio per assicurare il miglior trattamento possibile (o, almeno, il meno peggiore possibile) agli equipaggi delle navi nemiche catturate durante la sua crociera in qualità di nave corsara. I suoi uomini lo adorano; perfino gli Inglesi dovranno dimostrargli rispetto, oltre che un certo grado di ammirazione per l’abilità con cui comanderà la sua nave.
Quel giorno mentre la nave scivolava silenziosa sulle sonnacchiose acque del Weser il comandante non potè non notare la data : 13 Agosto 1939, il 13 giorno funesto!
Gli ordini erano di evitare assolutamente l’attraversamento della manica, così, appena in mare aperto fecero rotta per nord-nord-ovest circunnavigando l’isola britannica e a centotrenta miglia dall’Islanda accostarono a sud mantenendosi al centro dell’atlantico. Una volta a 23° nord (tropico del cancro) modificarono la rotta poggiando a sinistra verso le coste dell’Africa.
Il 3 settembre ricevettero una comunicazione da SKL (See Kriegs Leitung) : era la guerra.
Il 30 settembre la Graf Spee fece la sua prima vittima, intercettando e affondando la nave da carico britannica Clement al largo delle coste del Brasile. Il 7 ottobre fu la volta di altri due mercantili, la Ashlea e la Newton Beech, alle quali fece seguito il 17 ottobre la Huntsman e cinque giorni più tardi la Trevanion.
Nel compiere queste azioni, Langsdorff si attenne scrupolosamente alle regole del diritto internazionale: i mercantili nemici vennero fermati facendo un uso minimo della forza, i documenti controllati e l’equipaggio messo in salvo prima di affondare il bastimento. I prigionieri comuni venivano poi trasbordati il prima possibile sulla Altmark, mentre gli ufficiali rimanevano alloggiati sulla Graf Spee; il capitano Langsdorff curò personalmente che tutti i prigionieri venissero trattati con il massimo rispetto, venissero alloggiati dignitosamente e venisse loro fornito un minimo di svago. La correttezza di Langsdorff verso i prigionieri venne riconosciuta dai prigionieri stessi nelle loro memorie.
Ad ottobre inoltrato, Langsdorff decise di dirigersi verso l’Oceano Indiano per far perdere le sue tracce.
Il 15 novembre, la Graf Spee affondò la petroliera britannica Africa Shell al largo della costa del Mozambico; gli ufficiali vennero presi prigionieri, ma Langsdorff lasciò che il resto dell’equipaggio raggiungesse la terraferma, in modo che i britannici, informati dell’accaduto, concentrassero le loro ricerche nell’Oceano Indiano.
Ormai sulle tracce della Graf Spee erano stati mobilitati otto gruppi navali  così composti e dislocati :
F     Berwick, York  – Nord America, Antille
G     Cumberland, Exeter, poi Ajax, Achilles – Coste del sud America
H     Sussex, Shropshire – Capo di Buona Speranza
I     Cornwall, Dorsetshire, Eagle – Ceylon
K     Renown, Ark Royal – Pernambuco
L     Dunkerque, 3 incrociatori francesi
M     2 incrociatori francesi pesanti – Dakar
N     Strasbourg, Hermes Antille

Langsdorff riportò la sua nave in Atlantico [1], e il 2 dicembre affondò il mercantile Doric Star al largo delle coste dell’Africa occidentale; il marconista della Doric Star continuò a comunicare la propria posizione fino a quando fu possibile, e ciò permise alla Squadra da Caccia G britannica di avere una prima idea della posizione della Graf Spee.
La Graf Spee fece quindi rotta verso le coste del Sudamerica per compiere un’incursione nel corridoio davanti Buenos Aires, molto trafficato.
Il 3 dicembre affondò la nave da carico Tairoa, prima di incontrarsi, il 6 dicembre, con la Altmark, sulla quale vennero trasbordati tutti i prigionieri (ormai più di 300).
Gli Inglesi intuiscono che il luogo del prossimo attacco tedesco non può che essere la zona del Rio de la Plata, solcata da numerose navi che trasportano in prevalenza granaglie e carni, quindi si preparano pertanto a difenderla concentrando nella zona tutte le navi a disposizione.

La Admiral Graf Spee in atlantico
La Admiral Graf Spee in atlantico

Al Cumberland, ai lavori alle Falkland, viene ordinato di raggiungere la zona con le sole due eliche operative delle quattro disponibili; l’Achilles deve lasciare Rio de Janeiro per arrivare a Montevideo e fare il pieno di combustibile; l’Exeter deve lasciare le Falkland per trovarsi il 9 dicembre alle ore 16.00 al Rio de la Plata; l’Ajax e l’Achilles devono incontrarsi il 10 in posizione 35° S – 50° W.
Mentre il commodoro inglese Harwood dispiega le sue forze ed impone a tutte il silenzio radio, il comandante tedesco Langsdorff è incerto se proseguire la sua azione al largo di Rio de Janeiro o nel Rio de la Plata.
Per lui decide il fato.
Il 7 dicembre l’Admiral Graf Spee intercetta il mercantile Streonshaln, di 9.895 tonnellate portando così il totale a nove mercantili affondati per complessive 50.147 tonnellate di stazza lorda. Dopo averlo fermato ed essere saliti a bordo, i tedeschi si accorgono che il comandante J. J. Robinson ha fatto buttare a mare tre sacchi zavorrati. Uno di questi viene ripescato ed in esso viene rinvenuto il piano delle rotte delle navi mercantili che lasciano il Rio de la Plata dirette in Gran Bretagna. Dopo avere affondato lo Streonshaln in posizione 25° S – 27°50′ W, l’Admiral Graf Spee fa rotta per la baia di Santos.
La decisione è presa e Langsdorff va con la sua nave incontro al destino!
Alle ore 7.00 del 12 dicembre 1939 gli incrociatori inglesi Ajax, Achilles e Exeter si trovano in posizione 32° S – 41° W, dove tutte le navi che entrano ed escono nel Rio de la Plata sono obbligate a passare. la Graf Spee è in navigazione a 15 nodi diretta proprio verso le navi inglesi.
Il 13 dicembre (ancora 13), alle prime ore del mattino, la Graf Spee è a 34°30′ S – 49°55′ W con rotta 155° a 15 nodi. La visibilità è ottima.
Alle 5.52 le sue vedette segnalano la presenza di navi a 31.000 m sulla dritta a proravia. Langsdorff ordina di aumentare la velocità per avvicinarsi e capire di che cosa si tratti.
Alle 6.00 viene dato l’ordine “al posto di combattimento” e le navi riconosciute dai tedeschi come un tipo Exeter e due cacciatorpediniere. Si decide di attaccare.
Alle 6.10 Langsdorff riconosce che i due supposti cacciatorpediniere sono in realtà due incrociatori: l’Ajax e l’Achilles. Anche gli inglesi si avvedono della presenza della corazzata tedesca.
Alle 6.15 la Graf Spee, navigando a tutta velocità, accosta per 115° [2] per attaccare a dritta. Dalla torre A segnalano di non essere in condizione di brandeggiare. In pochi minuti l’avaria viene riparata e le due torri prodiere iniziano a sparare da una distanza di 20.000 m, una sull’Exeter, l’altra sull’Ajax.
Alle 6.20 la 1a Divisione, costituita dall’Achilles e dall’Ajax, accosta per 340° distendendosi, così che la Graf Spee si trova costretta a disperdere il tiro. Le unità inglesi iniziano il fuoco: l’Exeter, lascia la linea di battaglia dirigendo sulla corazzata tedesca, alle 6.20; l’Achilles alle 6.21; l’Ajax alle 6.23.
Alle 6.25 la Graf Spee concentra il tiro dei suoi cannoni da 280 mm sull’Exeter mentre l’armamento secondario viene indirizzato verso le altre due unità nemiche. Alla terza salva l’Exeter viene colpito al centro. Vengono danneggiati il sistema di trasmissione ed i due aerei sistemati sul ponte; gli addetti al tubo lanciasiluri di dritta rimangono uccisi. Da questo momento il comandante Bell lascia la timoneria, diventata inutilizzabile, e si trasferisce con gli ufficiali a poppa. Gli ordini, nel seguito dell’azione, saranno dati a voce. Un altro proietto da 280 mm colpisce la torre B dell’Exeter. Tutti i serventi ai pezzi rimangono uccisi.
Alle 6.28 l’Exeter viene colpito a prora da altri due colpi da 280 mm.
Alle 6.30 la Graf Spee dirige il tiro dei cannoni di una torre sull’Achilles e sull’Ajax, che viene colpito tre volte.
Alle 6.32 l’Exeter tenta di lanciare i siluri dai tubi di dritta accostando, la Graf Spee risponde accostando a 150° sulla sinistra, proteggendosi con una cortina di fumo. L’Ajax e l’Achilles manovrano per avvicinarsi al nemico.
Alle 6.37 l’Ajax, sotto il fuoco nemico, catapulta il suo aereo da ricognizione con ai comandi il tenente di vascello Lewin. L’Exeter manovra e si avvicina alla nave tedesca.
Alle 6.38 l’Exeter viene colpito da altri due proietti. Il primo mette fuori uso la torre prodiera, il secondo scoppia a centronave, provocando un principio d’incendio in un deposito munizioni e l’allagamento del deposito proietti da 105 mm. Numerose avarie colpiscono i circuiti elettrici.
Alle 6.40 l’Achilles viene raggiunto da alcuni colpi a prora.
Alle 6.50 l’Exeter è fuori combattimento e lascia il campo di battaglia, avvolgendosi dietro a cortine di fumo, dirigendosi verso Port-Stanley. Due torri sono fuori uso, la terza ha un solo cannone funzionante ed il fuoco avviene ad occhio; il castello di prua, distrutto, brucia; a prua sono state imbarcate 650 tonnellate di acqua; i ponti ed i corridoi sono coperti di cadaveri; il comandante Bell è accecato da una ferita al viso.
Alle 6.56 la Graf Spee continua ad avere come bersaglio principale l’Exeter che, disimpegnandosi sbandato di 7° a sinistra, continua a sparare con il solo cannone funzionante di poppa. In questa fase la Graf Spee, fatta segno ad attacchi con siluro, accosta più volte e si avvolge di nubi di fumo artificiale.
Alle 7.10, uscito di scena l’Exeter, il commodoro Harwood ordina all’Ajax e all’Achilles, che si trovano a 15.500 m dalla Graf Spee, di accostare per serrare le distanze.
Alle 7,16, dopo avere rinunciato ad inseguire l’Exeter, la Graf Spee concentra il suo fuoco sull’Achilles e l’Ajax, colpendo quest’ultima con tre proietti da 280 mm. Anche la corazzata viene raggiunta da alcuni colpi e lo stesso Langsdorff ferito. Per sfuggire al tiro la Graf Spee compie alcune brevi accostate a tutta velocità ed emette cortine di fumo.
Alle 7.20 le unità inglesi, nonostante alcuni zig-zag a tutta forza, mettono a segno alcuni colpi. Agli inglesi sembra di scorgere un incendio al centro della Graf Spee.
Alle 7.25 un proietto da 280 mm a scoppio ritardato della corazzata tedesca attraversa le sovrastrutture poppiere dell’Ajax raggiungendo l’alloggio del commodoro. Nel suo tragitto il proietto provoca gravi danni ai macchinari ed impianti delle torri poppiere (le torri X e Y nella terminologia inglese). Queste diventano inutilizzabili. Per contro Harwood decide di lanciare i siluri e fa accostare l’Ajax sulla dritta. Vengono lanciati 4 siluri da una distanza di 8.500 m. Langsdorff, avvertito del lancio, manovra a tutta velocità ed evita i siluri, riprendendo la rotta nord-ovest. Nonostante la Graf Spee sia stata raggiunta da numerosi colpi che hanno provocato morti e distruzioni, la corazzata conserva le sue capacità di manovra e di combattimento.
Alle 7.38, mentre le unità britanniche si trovano a solo 7.000 m dalla corazzata tedesca, Harwood decide di interrompere la battaglia con l’intenzione di riprenderla nel corso della notte. L’Ajax e l’Achilles fanno rotta verso est. L’Achilles ha soltanto il 20% delle munizioni, le torri poppiere ed il montacarichi della torre B sono fuori uso. La Graf Spee, senza tentare di avvicinarsi, prende a 22 nodi rotta per 270°. Sembra dirigersi verso  l’estuario del Rio de la Plata. Prima di interrompere il contatto la Graf Spee riesce a mettere ancora a segno un colpo sull’Ajax; colpo che abbatte l’albero di maestra con tutte le antenne radio.
Alle 7.40 inizia il pedinamento dell’Ajax e dell’Achilles nei confronti della Graf Spee. Alla velocità di 24 nodi le due unità britanniche fanno rotta per 140° una e 240° l’altra, mantenendosi ad una distanza tra i 20 ed i 24 km.

Si fa la conta dei danni e delle perdite. Sulla Graf Spee si contano 35 uomini uccisi, di cui un ufficiale, e 60 feriti. I danni sono prevalentemente concentrati a prora. Un proietto ha perforato il ponte.
Per questo Langsdorff giudica la sua nave non più in grado di navigare nel Nord Atlantico in quella stagione. Tra i danni si deve annoverare la messa fuori uso di tutte le cucine, ad esclusione di quella del comandante, per cui non è più possibile sfamare adeguatamente l’equipaggio.
Le perdite sull’Ajax e l’Achilles sono modeste: sul primo si contano 7 morti, sul secondo 4.
Alle 9.12 l’Ajax recupera l’aereo del tenente di vascello Lewin; ha sorvolato per molto tempo l’Exeter in navigazione verso le Falkland. Su questo si conta la perdita di 5 ufficiali e 56 uomini.
Alle 11.04, quando la Graf Spee si trova nei pressi dell’estuario del Rio de la Plata, incontra lo Shakespeare.
In un primo momento Langsdorff decide di affondare con il siluro il mercantile e per questo trasmette alle unità che lo inseguono di provvedere al recupero dei naufraghi.
Subito dopo ritiene poco conveniente per la qualità dei rapporti con l’Argentina e l’Uruguay, di cui avrà bisogno nei giorni successivi, affondare una nave proprio all’ingresso dell’estuario e prosegue dritto per la sua strada.
Il messaggio che Langsdorff ha trasmesso, firmato con il nome della corazzata tedesca, consente agli inglesi di conoscere per la prima volta il nome dell’unità contro cui stanno combattendo. Credevano di avere di fronte l’Admiral Scheer.
Alle 19.15, quando ormai sta penetrando nel Rio de la Plata, la Graf Spee apre il fuoco contro l’Ajax con i cannoni da 280 mm. L’Ajax risponde ma nessuno dei proietti colpisce il bersaglio, da entrambi le parti.
Langsdorff ha già deciso di rifugiarsi nel porto di Montevideo ma questo Harwood non lo sa e dispone le sue navi in modo da contrastare la fuga dell’unità nemica. Questa sarebbe possibile considerato che la Graf Spee conserva intatta la sua capacità di combattimento mentre le unità britanniche, oltre alle menomazioni subite, hanno un residuo 20% del munizionamento iniziale.
A 10 miglia da Montevideo Langsdorff comunica all’equipaggio che la battaglia è finita. La Graf Spee da fondo all’ancora davanti a Montevideo alla mezzanotte del 13 dicembre 1939. Nel corso della notte ai prigionieri inglesi a bordo della corazzata, usciti tutti indenni dalla battaglia, viene comunicato che il giorno successivo saranno lasciati liberi.

Ma cosa fece decidere al comandante di abbandonare la battaglia e rifugiarsi a Montevideo (più propensa a non contrariare gli Inglesi) e non a Buenosaires (più propensa ad aiutare i Tedeschi)?

Consideriamo che l’Admiral Graf Spee aveva ancora tutto il suo potenziale bellico e a differnza degli inglesi che avevano solo il 20% delle munizioni ne conservava ancora un buon 60%. Per capire dobbiamo analizzare quelle che furono le scelte costruttive del vascello. I motori diesel avevano dei vantaggi rispetto alle caldaie a vapore ma anche un tallone d’achille : il carburante.
Il diesel di quei tempi era molto più grezzo di quello odierno ma i tedeschi trovarono il modo per utilizzarlo ugualmente. A bordo fu installato un sistema di filtraggio e preriscaldamento del carburante che garantiva la necessaria purezza all’iniezione. Questo macchinario “purificava” il greggio versandolo in una cisterna, immediatamente dietro i grossi motori, dalla quale poi veniva aspirato.
I progettisti commisero il grossolano errore di far passare le tubazioni di collegamento della cisterna al di sotto del piano di copertura ma al di sopra della zona corazzata. Un colpo fortunato da 60 mm (quindi a brevissima distanza – tiro retto) e non poteva essere altrimenti dato che parliano di inglesi, sfiorò tutto quello che si trovava in traiettoria e cadde nell’unico punto in cui non doveva cadere tranciando i tubi di mandata del carburante filtrato e preriscaldato!
A quel punto l’autonomia della Graf Spee era ridottissima e ritengo che la scelta di Langsdorff fu obbligata Senza considerare di un secondo fortunoso colpo che distrusse la cisterna principale dell’ acqua potabile ed un terzo più fortunoso ancora che distrusse la cucina di bordo perforando il gavone di prua con l’acqua di riserva.
Capite che senza carburante, acqua fresca e cibo una nave inseguita anche se potente può ben poco.

la Graf Spee autoaffondata
la Graf Spee autoaffondata

Langsdorff  decise di affondare la sua bellissima nave per non farla cadere nelle mani del nemico e per evitare un’inutile combattimento al suo equipaggio già provato da una lunga crociera. Non potendo morire al comando della sua nave, la sera del 19 dicembre 1939, in una stanza dell’Arsenale di Buenos Aires avvolto nella bandiera della vecchia marina imperiale tedesca, Langsdorff si suicidò con la sua pistola di ordinanza .
Ora riposa in mezzo ai suoi marinai nel cimitero tedesco di Buenos Aires.

[1] se avesse puntato verso le Kerguelen avrebbe fatto perdere definitivamente le sue tracce e volendo avrebbe potuto stroncare i traffici da e verso l’Australia intanto che gli inglesi lo cercavano in Atlantico.

[2] Se avesse immediatamente virato per mettersi su una rotta parallela ma puntando verso nord, l’Exeter non avrebbe potuto aggirarli costringendoli ad usare metà batterie su di lei e metà sulle altre due navi e si sarebbe dileguato acquisendo il tempo necessario per studiare la situazione e scegliere le mosse più opportune.

Tomba di Langsdorff
Tomba di Langsdorff

Qui potete leggere l’ultima lettera del valoroso capitano e ammirare delle bellissime foto di questa stupenda nave

Un pò di storia : La battaglia di Kasserine

La guerra d’Africa non fu solo l’epopea di El Alamein ma anche i successivi e ultimi sei mesi dove i nostri soldati sostennero durissimi combattimenti in Tunisia, su due fronti: l’8^ armata britannica e le forze anglo americane sbarcate in Nord Africa nell’autunno del 1942 (operazione Torch).
Alla fine di dicembre del 1942 le forze italo tedesche potevano contare su circa 100.000 uomini e avevano ricevuto qualche rinforzo corazzato (carri Tigre tedeschi). Il comando della 1^ armata italo tedesca fu affidato al Generale Messe che ricevette precisi ordini di Mussolini mirati ad arrestare le forze avversarie e successivamente prendere l’iniziativa per un’auspicata riconquista della Libia.
Considerata la gravità della situazione, l’esiguità delle forze e degli armamenti, Messe comunicò a Mussolini i suoi dubbi.
La risposta del Duce fu semplice e ovvia:
“Resistere comunque ad ogni costo allo scopo di ritardare, dopo la perdita dell’Africa, il conseguente attacco all’Italia”.

Il 6 febbraio 1943 le forze italo tedesche reduci da El Alamein completarono il dispiegamento lungo il confine libico tunisino. Le unità tedesche agli ordini di Messe comprendevano la 90^ divisione leggera, la 164^ divisione di fanteria, la 15^ panzer e la brigata paracadutisti Ramcke (dal nome del suo comandante). Le truppe italiane comprendevano le divisioni “Giovani Fascisti” (tutti ragazzi volontari con meno di vent’anni),  Pistoia, Centauro, Trieste e La Spezia. Interessante leggere la valutazione delle truppe (nel loro complesso) che Messe inviò al comando supremo l’8 febbraio 1943:
“provati nel fisico e turbati nello spirito. Logori ne sono usciti i materiali. In tutti è entrata la convinzione che la lotta non può essere decisa dal valore degli uomini, ma dall’avere disponibilità di mezzi non inferiore a quelli dell’avversario. Resta ben fermo che tutti osserveranno la consegna di compiere il proprio dovere fino all’estremo”.

I superstiti della Folgore furono radunati il 7 dicembre 1942, a Breviglieri, al Centro di Istruzione di Fanteria della Libia. Il reparto di formazione, denominato 285° battaglione paracadutisti “Folgore”, fu posto al comando del capitano Carlo Lombardini, già comandante della 20^ compagnia del VII° battaglione.

Questo grande soldato scrisse dopo la guerra:
“Sulla campagna di Russia sono stati scritti volumi e volumi, sulla campagna in Africa Settentrionale solo qualche volume e non sempre veritiero. Ufficiali portano sulle divise la placca della Campagna di Russia, la medaglia commemorativa per l’Africa Settentrionale, invece, fu abolita nel 1946 dal ministro della Difesa. A coloro che non si piegarono alle lusinghe russe diedero la Medaglia d’Oro al Valor Militare; a quelli che fecero la stessa cosa con gli Alleati, sanzioni disciplinari”.

Il 285° si articolava su cinque compagnie:
107^ – Compagnia Comando – agli ordini del capitano Riccardo Caroli, già comandante la 5^ compagnia del II° battaglione.
108^ – tenente Rolando Giampaolo, già comandante della 28^ compagnia del X°, poi IX° battaglione.
109^ – tenente Lodovico Artusi, uno dei volontari nel battaglione Curtatone e Montanara nel 1935-1936, che aveva comandato la 26^ compagnia del IX° battaglione Folgore.
110^ – tenente Vittorio Raffaelli
111^ – tenente Enrico Bosco Corradini, che aveva comandato la 3^ batteria-2° Gruppo-185° Reggimento Artiglieria “Folgore”.
Il 285° si schierò a Buerat a difesa della Via Balbia.

Dopo una sosta a Tavorga, il battaglione fu inviato a nord di Kussabat, sbarrando le piste provenienti da Beni Ulid. Mentre si trovava ad Ain Zara, il battaglione ricevette l’ordine, il 22 gennaio 1943, di schierarsi a sud dell’aeroporto di Castelbenito. Si doveva resistere ad oltranza, per permettere alle divisioni italiane e tedesche di ripiegare lungo la litoranea.Con la Folgore vi era anche un battaglione di paracadutisti tedeschi.

Il 23 gennaio si scontrò col nemico. La stessa sera, dopo la caduta di Tripoli, ricevette l’ordine di prendere posizione a sud del castello di Zuara. Dopo un nuovo ripiegamento il battaglione raggiunse la linea fortificata del Mareth, in Tunisia.

LA BATTAGLIA DI KASSERINE

Dopo aver raggiunto la linea del Mareth, l’8^ armata inglese di Montgomery era a corto di fiato e di rifornimenti e quindi incapace temporaneamente di offendere.
Rommel cercò subito la rivincita attaccando sul fronte occidentale tunisino. Egli prevedeva un attacco sui due settori delle forze alleate, inglese e americano, in direzione del colle di Kasserine per poi proseguire verso ovest in direzione di Tebessa dilagando nella pianura algerina e accerchiando le truppe alleate che minacciavano la 5^ Armata di von Arnim.
Quest’ultimo disponeva di circa 150 carri armati, Rommel solamente 50; vi era la disponibilità di una ventina di cannoni da 88mm.

Il 14 febbraio le unità corazzate di Rommel (10^ e 21^ Panzer Divison) si lanciarono all’attacco travolgendo le avanzanti formazioni americane; in prossimità di Sidi Bou Zid e in poche ore vennero distrutti una cinquantina di carri statunitensi.
Nel settore di Gafsa, le truppe americane del generale Robinett, dopo essersi ritirate su Feriana, il 15 febbraio contrattaccarono. bloccati prima dal potente fuoco di sbarramento degli 88 tedeschi e poi dai reparti corazzati, gli americani persero un altro centinaio di carri. A Gafsa finirono nelle mani di Rommel circa 1.400 prigionieri americani.
Il 20 febbraio, reparti della 10^ e 15^ Panzer conquistarono il passo di Kasserine, travolgendo le truppe americane a difesa della posizione.
Nella disperata battaglia si distinsero per valore e combattività i bersaglieri del 7° Reggimento, impegnati in durissimi scontri corpo a corpo contro le truppe alleate. il Comandante del reggimento, Colonnello Bonfanti, cadde in combattimento alla testa dei suoi bersaglieri, mentre li guidava all’assalto delle posizioni nemiche.
Il 28 febbraio 1943 il feldmaresciallo Rommel stabilì di scagliare un’offensiva contro il nemico, che denominò Azione Capri. Scopo dell’operazione era l’annientamento delle truppe nemiche che stavano posizionandosi tra il Mareth e Medenine. Si iniziò alle ore 06.00 del 6 marzo 1943, ma non si raggiunse il risultato sperato. Il giorno successivo il comando della 1^ Armata ordinava di rientrare alle posizioni di partenza.

Sulla linea del Mareth si distinse il sottotenente paracadutista Cesare Cristoforetti, che guadagnò la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria, con questa motivazione:
“Comandante di plotone paracadutisti a protezione di un nucleo di genieri d’arresto che di notte stavano costruendo un campo minato, mortalmente colpito da numerose schegge di granata che gli amputavano completamente le gambe e lo ferivano in tutto il corpo dava prova di grande serenità. Mentre era trasportato al posto di medicazione, conscio del grave stato in cui si trovava, incitava i portaferiti a compiere sempre il loro dovere e a testimoniare ai suoi genitori che moriva serenamente dopo aver dato tutto alla Patria. Negli ultimi istanti di vita trovava ancora la forza di intonare l’inno dei paracadutisti italiani”.
Questo non bastò a fermare l’avanzata alleata.

Alla fine, tra contrattacchi e ripiegamenti, il gruppo Armate Afrika vedeva restringersi sempre di più il proprio spazio di manovra. Lo schieramento delle forze della 1^ Armata sulla linea di Enfidaville era il seguente (dal mare verso l’Interno):
XX° Corpo d’Armata(90^ Leichte Division, Divisione Giovani Fascisti, Divisione Trieste),
XXI° Corpo d’Armata (Divisione Pistoia, 164^ Leichte Division).
In riserva si poteva contare sulla 15^ Panzer Division con solo 15 carri, il Raggruppamento Piscicelli, un battaglione della Pistoia e due battaglioni di avieri.

La notte del 23 marzo, truppe scozzesi espugnarono alcuni nostri avamposti a El Harran.

Il 23 marzo stesso, il comandante del 66° reggimento di fanteria, di cui il Folgore costituiva il III° battaglione, ordinava il contrattacco alla compagnia che fungeva da caposaldo arretrato del battaglione, cioé quella del tenente Lodovico Artusi, la 109^. Ricevuti gli ordini dal comandante, Artusi disse:
“Vinco o non torno!”
Divise il reparto in due gruppi e si lanciò all’assalto gridando “Folgore”, alla testa dei suoi uomini. Molti furono i feriti e gli uccisi. Egli fu gravemente ferito ed accecato. lo stesso tenente Artusi, soccorso dai suoi uomini ebbe ancora la forza di dire:
“Abbiamo vinto, Folgore!. Viva l’Italia!”.

Per il suo valore gli fu conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:
“Comandante di una compagnia inviata in rinforzo ad un battaglione per rioccupare una posizione raggiunta dall’avversario, impavido, alla testa dei suoi uomini, sotto intenso fuoco li trascinava in un travolgente vittorioso contrassalto che permetteva di rioccupare di slancio la posizione perduta. Rimasto gravemente ferito alla testa, rifiutava ogni soccorso ed additando ai suoi uomini le posizioni avversarie, gridava con le forze residue “Folgore, abbiamo vinto. Viva l’Italia”.

Montgomery subisce gravi perdite. Egli invia a Londra messaggi drammatici “ferma, disperata resistenza”. (soprattutto con i tedeschi della V Armata di Arnim che ha ancora mezzi efficienti e non è appiedato come Messe.
Churchill fu costretto ad ammettere la parziale  sconfitta e Montgomery chiese due settimane di tregua.
La spaventosa lotta era durata sei giorni.
“Ammucchiati i cadaveri inglesi di fronte ai nostri capisaldi”; annientate Unità famose, come la “Brigata Guardie”, i Btgg. “Black Watch” e “Durham Light” della 30° e 51° Div. ; ridotti in briciole I 50 carri della 23° Brigata Corazzata.

Messe, commentando la sconfitta inglese scrive: le Divisioni combatterono con grande valore e magnifico slancio, superando in bravura i tedeschi…. Ben diverso epilogo avrebbe potuto avere l’azione (contrattacco della 15° Div. Cor. tedesca) se questa incrollabile barriera di punti di appoggio fosse caduta in mano al nemico… Tutte le truppe italiane tennero meraviglioso contegno, ma una parola di particolare elogio va all’eroico 8° Bersaglieri che superò se stesso”. E accennando al comportamento della truppa soggiunse: “Durante il furibondo attacco inglese alla posizione di resistenza della Div. “Giovani Fascisti”, episodi epici hanno perfino indotto l’Ufficiale di collegamento germanico a segnalare l’ammirazione dei reparti tedeschi che ne erano stati testimoni”

Sulla battaglia del Mareth, giunse una lunga relazione di Messe a Mussolini, che il duce più tardi così commentò “…in quella relazione distribuiva più elogi agli inglesi che non alle forze italiane; eccessivi tali riconoscimenti ai nemici che si rifrangevano anche sugli italiani, in quanto dimostravano che i nostri soldati avevano combattuto contro soldati non di seconda classe ma di prima classe.

Quando Messe venne catturato a fine conflitto e trattato da Re dagli inglesi Mussolini ebbe a dire: “Oggi, alla luce del tradimento particolarmente obbrobrioso di Messe, ci si domanda se tutto ciò non fu calcolato e intenzionale, in vista di una cattività che Messe non poteva escludere dal novero delle possibilità. E’ altresì indubbio che Messe, attraverso la sua relazione, godé di una immediata buona stampa in Inghilterra, ed è altresì documentato dalle fotografie che, giunto in volo nei pressi di Londra, il Messe fu accolto da uno stuolo di generali non come un prigioniero e italiano per giunta, ma come un ospite di riguardo” (Articolo di Mussolini, pubblicato sul Corriere della Sera del 1945, poi raccolti insieme ad altri  in “Il tempo del bastone e della carota”).

Il 30 marzo la “Folgore” si schierò di nuovo sulla linea dell’Uadi Akarit.

Il 9 marzo iI feldmaresciallo Rommel, viene richiamato in patria dopo la battaglia di Médenine, fa tappa a Roma e si incontra con Mussolini cui non nasconde la gravità della situazione. Ma Mussolini replica solennemente: “La Tunisia deve essere conservata ad ogni costo… Sono del parere del Fùhrer: bisogna conservare la Tunisia”. Il comando delle forze tedesche in Tunisia è affidato al gen. Jurgen Von Arnim, mentre il comando supremo delle truppe dell’Asse è tenuto dal gen. Giovanni Messe.

Dal diario dell’aiutante di campo di Rommel:  “… ha ottenuto dal Q.G. del Fuhrer l’atteso congedo, a sua domanda per gravi motivi di salute; lo sostituisce von Arnim nella V Armata, ma il Generale Messe assume il comando della I Armata e il comando dell’A. Korps in Africa. Il sig Mar. Rommel parte domani per il Reich, in aereo”
Su questa partenza sarà mantenuto il massimo segreto per volere del Comando Supremo della Wermacht e personalmente del Fuhrer.
Infatti il cambio della guardia rimane segreto per ragioni psicologiche; e di prestigio. Montgomery sarà sempre convinto di battersi contro Rommel, e saprà solo alla fine della battaglia che al Comando d’Armata c’era Von Armin.
Data l’urgenza di nominare in comandante di tutte le forze fu affidato a Messe il comando effettivo (il primo e unico caso di divisioni tedesche agli ordini di un generale italiano).

Montgomery, dopo le disfatte era titubante. Sospese l’azione chiedendo a Londra due settimane di tregua. Ma Londra insistette per riprendere l’offensiva immediatamente che riprese infatti, il 26 marzo, con le nuove forze corazzate provenienti dall’Egitto (altri 500 carriarmati).

Una manovra aggirante costringe Messe a ritirarsi verso la linea dell’Akarit, iniziando (scrive) una guerra di movimento (senza mezzi di movimento!). Poi si ritira (a piedi) fino ad Enfidaville (250 Km). Sono manovre inutili, perché gli avversari hanno una superiorità schiacciante.

ENFIDAVILLE

5 aprile. Nella notte l’8a armata del gen. Montgomery sferra un poderoso attacco alla linea dell’Akarit. A mezzanotte la 4a divisione indiana raggiunge quota 275 aggirando cosi da sud l’Akarit. Ma la linea non viene sfondata e le truppe dell’Asse possono retrocedere ancora verso nord, verso cioè la nuova linea difensiva di Enfidaville, una serie di rilievi che si estendono fino al Djebel Mansour e che rappresenta l’ultima protezione di Tunisi. Le perdite dell’Asse sono enormi: la divisione italiana Centauro è stata sciolta e quelle che sono rimaste non raggiungono il 50% degli effettivi.

Il 6 aprile gli inglesi sferrarono contro le forze dell’Asse, un forte attacco. Comincia alle ore 23, con il fuoco di 450 cannoni. Montgomeri mette in campo anche i suoi 500 mezzi corazzati, mentre la 15a divisione tedesca ne ha soltanto 16. La battaglia dura un giorno solo, ed è la battaglia più violenta e selvaggia dopo El Alamein, (scriverà Montgomery). La notte stessa le forze dell’asse si ritirarono verso Enfidaville.

Il battaglione dei parà era ridotto a circa 200 uomini, ripartiti tra la 108^ compagnia del tenente Rolando Giampaolo e la 112^ del tenente Orciuolo. All’Uadi Akarit era rifulso il valore del tenente Giampaolo.

– Questo eccezionale ufficiale che aveva combattuto nel 51° reggimento fanteria sul fronte occidentale, in Albania, Montenegro e Grecia, si arruolò volontario nei paracadutisti, e il 21 aprile 1942 conseguì il brevetto. Quando la divisione Folgore fu inviata in Africa Settentrionale fu comandante della 28^ compagnia, X° battaglione, 187° reggimento di fanteria paracadutisti. Dopo le perdite sanguinose subite dal IX° e X° battaglione nella battaglia di Alam el Halfa di fine agosto, primi di settembre 1942, i due reparti si fusero nel IX°. Dopo la fine delle ostilità in Tunisia, il tenente Giampaolo fu prigioniero nel famigerato Campo 305 in Egitto. Non cooperatore dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, subì angherie di ogni genere dal detentore inglese, che non gli risparmiò neppure il kalabush. Fu rimpatriato nel 1947. Fece parte delle ricostituite Nembo e Folgore, a Pistoia e a Belluno. Quando, nel 1952, presso la Scuola Militare di Paracadutismo fu ricostituito il 1° battaglione paracadutisti del dopoguerra, ne fu -col grado di maggiore- il primo comandante. Promosso colonnello nel 1962, fu nello stesso anno il primo comandante del 1° reggimento paracadutisti. Amato dai suoi soldati e dai suoi collaboratori, era affettuosamente chiamato “Papà Rolando”.  –

Per l’eroico comportamento all’Uadi Akarit fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione:
“Comandante di compagnia paracadutisti contrassaltava truppe avversarie che con l’appoggio di mezzi corazzati erano riuscite ad occupare in forze una nostra importante posizione e dalla quale minacciavano di aggirare tutto lo schieramento della divisione. Con azione decisa e violenta guidava i suoi uomini e, dopo rapido combattimento all’arma bianca, annientava il nemico, catturando numerosi prigionieri e distruggendo alcuni mezzi corazzati”.

Gli fu concessa la promozione in servizio permanente effettivo per merito di guerra, al posto di una seconda medaglia d’argento. Guadagnò tre croci al merito di guerra e riportò tre ferite in combattimento.
Anche il paracadutista Giovanni Battista Corlazzoli guadagnò una Medaglia d’Argento al Valor Militare. Ecco qui di seguito la motivazione:
“Paracadutista porta fucile mitragliatore, già distintosi in precedenti combattimenti, in azione di contrassalto, con calma, perizia e severo sprezzo del pericolo, infliggeva, con il fuoco della propria arma notevoli perdite all’avversario. Ferito da arma da fuoco alla gamba destra rifiutava di abbandonare il suo posto di combattimento fino a quando, una raffica d’arma automatica nemica non gli stroncava il braccio destro. Contribuiva così efficacemente a scoraggiare ogni ulteriore velleità nemica. Al proprio Comandante di Compagnia, si dichiarava fiero di aver donato alla Patria un braccio”.

I combattimenti a Enfidaville cominciarono il 19 aprile, con il solito bombardamento delle artiglierie alleate contro le nostre posizioni; furono prese di mira in particolare le posizioni sul Garci e sul Takrouna e su questi colli continuò l’eroica resistenza dei nostri soldati.

TAKROUNA

Il 20 aprile i Neozelandesi attaccarono, sopraffacendolo, il caposaldo di Gebel Takrouna, villaggio berbero posto su una grossa rupe che chiudeva la pianura di Enfidaville. Il caposaldo era presidiato dal 1° battaglione del 66° reggimento fanteria della Divisione Trieste, e da un plotone di avieri tedeschi. Alle 09.00 del 20 aprile fu dato l’ordine di contrattaccare.
I granatieri, comandati dal tenente Diletti, dopo due ore furono decimati dal fuoco nemico. Un granatiere portò al comando del 285° Folgore la notizia del disastro. Il colonnello Pettinau, comandante di settore, ordinò al 285° di riprendere Takrouna. Le due compagnie del battaglione, la 108^ del tenente Giampaolo, e la 112^ del tenente Orciuolo, iniziarono il movimento cantando l’Inno dei Paracadutisti. Per percorrere i quattro km che separavano le nostre linee avanzate da Takrouna, ebbero l’ordine tassativo di non correre sul terreno scoperto, ma di camminare, per non essere individuati. Per fortuna dopo il costone di Deblijate il terreno era pieno di cespugli.
I circa 170 paracadutisti erano stati divisi in due gruppi: un gruppo doveva dirigersi verso il costone orientale (tenente Giampaolo), l’altro verso quello occidentale (tenente Orciuolo). In appoggio vi erano le mitragliatrici dei granatieri.
I primi paracadutisti a cadere furono il sergente maggiore Cubelli e il sergente Ghetti, il quale prima di morire ebbe la forza di gridare :
“La Folgore é sempre la Folgore”.
Verso sera le perdite erano di circa 40 paracadutisti, tra morti e feriti ma la prima parte dell’attacco era riuscita.

Il capitano Lombardini tenne un consiglio di guerra e dopo aver studiato a fondo la situazione, decise di fare effettuare una scalata dalla parte più impervia, che risultava meno presidiata dal nemico. Occorrevano però paracadutisti provenienti dagli alpini. Il sergente maggiore Donato Sanità si offrì volontario per comandare la pattuglia di scalatori. Egli proveniva dalla Guardia alla Frontiera ed era un soldato di grande coraggio. Lombardini, che era appartenuto al corpo degli alpini, spiegò come comportarsi per scalare questo “canalone” di una quarantina di metri. La compagnia del tenente Giampaolo ricevette l’ordine di compiere un’azione diversiva, aprendo un fuoco violento di armi automatiche. I paracadutisti del sergente maggiore Sanità iniziarono la scalata in silenzio; lo sforzo era notevole, non bisognava fare rumore. Dall’alto, all’improvviso, sentirono gridare: “Folgore. Folgore”; si udirono crepitare i mitra e scoppiare le bombe a mano. Contemporaneamente, il plotone del sottotenente Andreolli, della compagnia Giampaolo, si era spinto in alto verso la moschea, catturando molti prigionieri maori.

Alle 20.00 potettero informare il comando della Divisione Trieste che su Takrouna sventolava il Tricolore.

L’azione era stata sanguinosa, circa settanta paracadutisti erano morti o feriti. Il tenente Giampaolo mandò un portaordini con un messaggio di richiesta di rinforzi, perché non si avevano più notizie del sottotenente Andreolli e del suo plotone. Dopo la fine della guerra e il rimpatrio dalla prigionia, il sottotenente Andreolli dichiarò che dei suoi 25 uomini ne furono uccisi 20. Due, feriti, furono evacuati; due scortarono i prigionieri al Comando, e un altro fu catturato mentre rastrellava l’abitato. Egli stesso, rimasto ferito, si era asserragliato in una casa con quattro o cinque paracadutisti feriti. Quando finirono le munizioni, furono vigliaccamente uccisi dai Neozelandesi. Al sottotenente Andreolli fu conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:
“Comandante di plotone paracadutisti, impegnato in accanito contrattacco per la rioccupazione di importante posizione, si distingueva per coraggio. Alla testa del suo reparto, duramente provato dal fuoco avversario, penetrava arditamente in un abitato presidiato dal nemico impegnandolo in combattimento all’arma bianca. Caduti uccisi quasi tutti i suoi paracadutisti, si asserragliava con i pochissimi superstiti fra i ruderi di una casa e, sebbene ferito, resisteva ai ritorni offensivi di truppe fresche nemiche finché esaurite le munizioni e sfinito dal sangue perduto, era catturato dopo che tutti i suoi uomini erano caduti uccisi”

Sul Takrouna si distinsero i reparti della Trieste e dei paracadutisti della Folgore; il presidio della posizione era stato affidato al 1° battaglione del 66° Reggimento fanteria agli ordini del Capitano Politi, rinforzato da un plotone tedesco del 47° Reggimento fanteria, da un plotone mortai da 81 e da due batterie di artiglieria. A sinistra del Takrouna c’era un altro colle, il Dj Bir, difeso da una compagnia del 47° Reggimento tedesco. Il pesante bombardamento dell’artiglieria nemica colpì duramente queste due posizioni.
Sul caposaldo di Dj Bir, i germanici pur opponendo una forte resistenza furono sopraffatti, lasciando aperta la strada per il Takrouna. Gli assalti nemici furono fermati dai fanti della Trieste a costo di gravissime perdite: particolarmente impegnati in furiosi combattimenti corpo a corpo gli uomini della 2^ compagnia, che dopo aver difeso strenuamente la loro posizione furono costretti a cedere. La scalata del nemico verso la cima del Takrouna fu bloccata all’ultimo momento dai tedeschi del 47° Reggimento.
Il capitano Politi guidò personalmente un travolgente contrattacco per respingere le fanterie nemiche che dilagavano ormai da tutte le direzioni. Per mantenere la posizione dovettero intervenire le forze tenute in riserva: due compagnie di parà della Folgore agli ordini del capitano Lombardini ed una compagnia di Granatieri di Sardegna, agli ordini del sottotenente Delfo Filetti.
Grazie ai rinforzi il capitano Politi potè riprendere l’iniziativa contrattaccando ferocemente il nemico: i paracadutisti della Folgore assalirono le posizioni nemiche, ricacciando i neozelandesi dalle pendici est del colle e riconquistando il caposaldo della 2^ compagnia. Furono fatti 150 prigionieri, tutti appartenenti alla 2^ Divisione neozelandese. A tal riguardo il Generale Messe scrisse:
“sul Takrouna la lotta è veramente epica; i centri di fuoco sulle falde dell’altura continuano a fulminare i reparti nemici che sono letteralmente decimati; anche i nostri elementi sono assoggettati al fuoco concentrico nemico e al tiro di cecchinaggio da parte di elementi annidatisi nelle case sulla vetta del cocuzzolo, vero torrione quasi inaccessibile. Contro questi partono all’attacco, col classico slancio dei paracadutisti, le compagnie del battaglione di formazione Folgore. Per tutto il pomeriggio fino a sera e nella notte è una vera caccia di casa in casa, di sasso in sasso; le perdite sono micidiali per entrambi i contendenti “.

Da radio Londra, gli inglesi tentarono di giustificare il loro insuccesso, giungendo ad affermare:
“Sul Takrouna l’Italia ha fatto affluire i suoi migliori soldati”.
Un grande riconoscimento al valore dei nostri militari.

Il 21 furono rinnovati gli attacchi contro il colle; i primi a essere investiti furono i parà della Folgore, che occupavano ancora il caposaldo della 2^ compagnia. Dopo aver respinto numerosi assalti nemici, i parà, alla fine, furono travolti. Anche sugli altri capisaldi la situazione era gravissima. Nel primo pomeriggio il capitano Politi inviò al comando della Trieste il seguente messaggio via radio:
“Situazione criticissima, disperata. Abbiamo sparato le ultime cartucce. Le perdite sono ingenti. Il nemico ha occupato quasi totalmente le nostre posizioni. Moltissima la fanteria nemica che aumenta sempre. In basso moltissimi carri armati. Situazione disperata. Fare presto fare presto Politi”.
Il generale Messe inviò in soccorso di Politi la 103^ compagnia arditi, che, però non riuscì a raggiungere la posizione a causa del potente fuoco di sbarramento nemico. Verso le 17.00 di quella stessa giornata, fu captato dal comando della divisione Trieste un ultimo messaggio proveniente dal Tkrouna:
“La stazione è assalita da elementi nemici”.
Dopo la mezzanotte si scatenò l’inferno. Fuoco intenso di armi automatiche, fuoco violento di artiglieria, tiri di carri armati. Paracadutisti e granatieri si batterono con grande determinazione. Poi fu il silenzio.

Il 21 aprile, verso le 16.00, il nemico si impadronì della cima del roccione.

Il sergente maggiore Sanità calò i feriti dal monte, e ripiegò per sottrarsi alla cattura. Nella serata, la posizione del Takrouna poteva considerarsi perduta, tranne qualche piccolo focolaio di resistenza che continuò a respingere gli assalti nemici fino il giorno dopo. Si concludeva così una delle pagine più belle ed epiche della storia militare italiana, scritte con il sangue dei nostri valorosi combattenti, che avevano ripercorso le gesta degli eroi di Cheren, Bir El Gobi e di El Alamein.

Bollettino di guerra N. 1062 del 22 aprile 1943

” Nella tenacissima difesa di un elemento avanzato della nostra linea si è particolarmente distinto il I° battaglione del 66° Reggimento Fanteria Trieste che, al comando del capitano Mario Politi da Sulmona, ha inflitto ingenti perdite alle unità neozelandesi attaccanti “.

Sempre il 22 l’attacco nemico si spostò lungo la fascia costiera impegnando duramente i reparti della divisione Giovani Fascisti e della Trieste. Sul Gerbi, furono i fanti della Pistoia a respingere i furiosi attacchi nemici. Tra il 27 e il 29 aprile, le forze alleate tentarono ancora di sfondare lungo la costa: ancora una volta i nostri soldati mantennero saldamente le posizioni.

Il 30 aprile la prima battaglia di Enfidaville poteva ritenersi conclusa.

Alle 18.00 del 30 aprile, il comando di reggimento convocò il capitano Lombardini che al suo arrivo trovò un ufficiale superiore che lo accompagnò al comando del XX° Corpo d’Armata. Il generale Orlando Taddeo, comandante del XX°, gli consegnò la medaglia d’argento al valor militare sul campo dicendogli:
” La dò a Te per il Tuo eroico battaglione”.

Ecco la motivazione:
“Battaglione di paracadutisti, con impeto travolgente contrattaccava il nemico che in forze preponderanti, aveva occupato gran parte di una nostra importante posizione montagnosa, snidandolo di roccia in roccia e ricacciandolo con gravissime perdite. Nuovamente attaccato da altre forze nemiche, resisteva a lungo sotto l’incessante fuoco dell’artiglieria avversaria, assolvendo sino al limite estremo di ogni energia e di ogni possibilità il compito affidatogli”.

LA SECONDA BATTAGLIA DI ENFIDAVILLE

Nonostante la strenua resistenza delle forze italo tedesche, la morsa si stava inesorabilmente stringendo intorno a loro. Dopo la caduta di Tunisi e di Biserta, avvenuta il 7 maggio, in mano alle forze dell’Asse restava solo la penisola di Capo Bon.
La seconda battaglia di Enfidaville iniziò il 9 maggio: dopo solo due giorni, l’11, la 5^ Armata di Von Arnim depose le armi (intanto Rommel, quasi alla chetichella aveva da tempo lasciato l’Africa). I reparti italiani in forza alla 5^ Armata tedesca che operavano nell’estremo nord (5° e 10° bersaglieri, battaglione Bafile del Rgt. San Marco della Marina) continuarono a combattere anche dopo la resa dei tedeschi fino al completo esaurimento delle munizioni.

Nella serata dell’11 maggio, Mussolini inviò al generale Messe il seguente messaggio:
“Tutti gli italiani seguono ammirati e fieri le pagine di storia che la Prima Armata sta scrivendo. Il Paese sarà superbo nei secoli della gloria che irradia, per virtù di capi e di gregari, dall’ultimo lembo d’Africa oggi in nostro possesso. Con soldati come quelli della Prima Armata la Patria può contare sicuramente sul suo avvenire “.
Nella mattinata del 12 maggio, Messe a sua volta inviò un messaggio al Comando Supremo italiano, sottolineando che la sua Armata non poteva resiste più a lungo:
“La Prima Armata, cui la sorte ha serbato il privilegio di restare ultima e sola a difendere il tricolore in terra d’Africa, continuerà fino all’estremo. Il nemico ormai preme da tutte le direzioni: La situazione generale, l’enorme sproporzione delle forze ed il progressivo esaurimento delle munizioni di artiglieria, lasciano prevedere che la resistenza non potrà protrarsi a lungo “.

Alle 11,15 del 12 maggio 1943, Mussolini inviò un nuovo messaggio per lasciargli carta bianca ed eventualmente trattare la resa:
“Poiché gli scopi della resistenza possono considerarsi raggiunti, lascio V.E. libera di accettare onorevole resa. A voi e agli eroici superstiti della Prima Armata rinnovo il mio ammirato vivissimo elogio “.

Subito dopo, Messe via radio inviò al comando alleato la richiesta di resa con gli onori delle armi. Gli alleati risposero che avrebbero accettato solo una resa incondizionata. Messe prese tempo. Solo quando nella serata giunse da Roma l’ordine di cessare il combattimento (insieme alla nomina di Messe a Maresciallo d’Italia), Messe inviò suoi emissari al comando alleato per ricevere le condizioni di resa. Nello stesso tempo, il neo Maresciallo d’Italia ordinò la distruzione di tutte le armi pesanti e automatiche, per evitarne l’utilizzo da parte del nemico.

Il 13 maggio 1943 la 1^ Armata Italo-Tedesca si arrendeva a Capo Bon.

Gli ultimi colpi prima della resa, furono sparati dai “Giovani Fascisti” e dai paracadutisti, a Nabeul.

Alle 12,30 del 13 maggio, Messe comunicò al comando alleato l’accettazione delle condizioni di resa e a Roma la fine delle ostilità. Prigioniero, prima di essere portato via, una fonte americana definì il Maresciallo Messe “triste e serio” mentre in piedi su un’autovettura scoperta alleata salutava per l’ultima volta i suoi soldati che avevano combattuto e difeso strenuamente l’ultimo lembo d’Africa. Ben gli si attaglia il detto: “I vecchi soldati non muoiono mai”.

Per alleviargli il dolore della cattura Mussolini promuove Messe Maresciallo d’Italia per meriti di guerra. Ma lui non segue i prigionieri, vola a Londra come ospite di riguardo degli inglesi, mentre i suoi soldati furono scaraventati nel Sud Africa, in Rhodesia e torneranno dalla prigionia nel 1946. Umiliati perché avevano perso, offesi perché si erano arresi, disprezzati perché gli onori in quel periodo (1946 e successivi) erano riservati tutti ai partigiani che invece di combattere per la Patria erano scappati dalle caserme per tornare a casa e poi sui monti.

Qui potete trovare la stessa storia raccontata dai reduci neozelandesi. C’è anche una bellissima bacheca fotografica.

NOTA:
Il Generale CAVALLERO, rimosso come Capo di Stato Maggiore, finirà in galera prima dell’8 settembre 1943, accusato da Badoglio di essere antiamericano. Si difese con un memoriale affermando che era stato invece sempre anti-tedesco. Ma lasciato libero l’8 settembre (prima della fuga di Badoglio e il Re) il memoriale finì in mano tedesca (Badoglio lo lasciò sulla sua scrivania). Ovviamente seguì l’arresto immediato di Cavallero che dopo 24 ore era già morto con un colpo di pistola alla tempia destra. Peccato che lui fosse mancino.
Cavallero aveva sostituito sul fronte greco Badoglio che fu radiato dal comando per incapacità manifesta sul campo. Cioè fu allora stroncata la carriera di Badoglio. Non ebbe più nessun incarico. Si prese la rivincita su Cavallero il 25 luglio ’43
.
Il Generale MESSE, rimosso dal comando dell’Armir in Russia, successivamente fu inviato in Africa dopo la partenza di Rommel (Assumendo prima il comando delle truppe italiane poi – con la partenza di Rommel- anche quelle tedesche. Dopo la sua cattura in Tunisia e dopo l’8 settembre ’43, rientrò dalla prigionia dall’Inghilterra (Sic!) in Italia nel novembre del ’43. Unitosi al Re e a Badoglio fu nominato Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Italiane fino al 1945. Una carriera splendida per un nemico degli Alleati e prigioniero di guerra dopo una resa! Infatti, Messe, dopo la resa, volò a Londra a raccogliere onori, e dopo l’8 settembre fu nominato da Badoglio Capo di Stato Maggiore (ovviamente per combattere i tedeschi, e unirsi agli anglo-americani). Quando lo vennero a sapere nei campi di concentramento, furono molti a capire tante cose. E che il suo fono a Mussolini, con la frase “condividerò la sorte dei miei soldati, anche con la prigionia se necessario” era una gran balla. A Londra si stava meglio che a Bulawajo!

Ancora : quando chiesero un’opinione sull’armistizio firmato dall’Italia, Montgomery: rispose semplicemente “Il più grande voltafaccia della storia”. Allora gli spiegarono pazientemente che gli italiani, diventavano un’altra cosa, che non erano più nemici. Lui se ne uscì con una battuta lapidaria “Cobelligeranza? Che roba è?”

Come potete vedere la classe dirigente di allora non era molto diversa da quella di oggi mentre i militari, quelli “veri” non i “politicanti” hanno conservato tutto l’antico latino valore.

Roma : MMVI Dicember ante diem quartum Nonas

Ci sono dei giorni che hanno la particolarità di essere ricordati o perchè feste comandate o perchè particolarmente fausti.
Oggi 2 Dicembre non è uno di quei giorni ma è ugualmente un giorno speciale, è il giorno nel quale gli Italiani, a dispetto degli italioti o itaglioni, sono scesi in piazza per : UN GRIDO DI LIBERTÀ PER LA DEMOCRAZIA.
Il 2 dicembre è compreso, secondo il calendario latino romano tra il giorno della :
Pietas; Festa celebrata il primo dicembre in onore della dea Pietas, personificazione del sentimento del dovere, della religiosità, dell’amore devoto.
e quello della
Bona Dea;
Festa celebrata il 3 dicembre in onore di Bona Dea, divinità il cui nome non poteva essere pronunciato. Bona Dea era collegata alla salute e alla fecondità. Il culto era riservato alle donne. Aveva un tempio sul colle Aventinus ed uno minore in Trastevere.

Mi sembra che sia di buon auspicio per una manifestazione che aveva come obiettivo quello di far capire che noi, la destra, siamo i controllori della democrazia e che non siamo così rassegnati ad una sinistra imbrogliona, confusionaria, bugiarda, incompetente, ridicola.
Noi, DEMOCRATICI, rispettiamo il responso delle urne elettorali, anche se abbiamo dei forti dubbi sul responso finale. come confermato dai conteggi del “Servizio studi della Camera“.
La manifestazione è stata di una partecipazione incredibile, mai avrei pensato di vedere così tanta gente riunita tutta insieme. Non so se i numeri sono quelli comunicati dalla televisione ma vi assicuro che era impressionante.
Guardate le foto e vi renderete conto da soli che eravamo talmente tanti che mentre a piazza S. Giovanni, gremita all’inverosimile, cominciava il comizio, nelle strade adiacenti c’erano ancora centinaia e centinaia di metri di corteo (per non dire almeno un kilometro).

Tutto comincia così :

E mi sembra un buon inizio, ottimo direi.
Poi ci siamo mossi ed io sono andato avanti per circa 500 metri a fare questa foto :

quindi mi sono messo a correre per arrivare all’angolo in fondo alla strada ed ho trovato questo :

Impressionante! Ero in costante collegamento con gli amici che seguivano gli altri cortei e tutti mi confermavano del numero incredibile di persone che avevano davanti e dietro. Da tutta la nazione la “gens italica” è intervenuta alla manifestazione ed ha cantato come una sola persona, ha urlato il suo disappunto per questo governo “rapinatore”.

Dalla mia Sicilia

Dalla Sardegna

E non potevano mancare i miei “fratelli

Una giornata che rimarrà nella memoria di tutti, degli ITALIANI e degli italioti – itaglioni. Un messaggio ai fratelli che inconsapevolmente sono caduti nella ragnatela della rossa sinistra : tornate tra noi e vedrete che non ve ne pentirete, nessuno di noi ha sfasciato vetrine, dato fuoco alle vetture posteggiate, bruciato bandiere e manichini dei nostri soldati, vilipeso nazioni amiche e tantomeno urlato 10, 100, 1000 nassiriah offendendo la memoria di chi è caduto nell’adempimento del proprio dovere.

Aggiornamento : qui da Cabiria potete vedere un filmato flash che mostra la bandiera italiana da 900 metri che la televisione di stato non vi ha fatto vedere

L'ipocrisia della pace

Negli ultimi anni locuzioni come ‘missioni militari di pace‘, ‘soldati di pace‘ e persino ‘ministero della Pace‘ al posto di quello ‘della Difesa’ (ritenuto forse non sufficientemente pacifico) hanno trovato larghi consensi, purtroppo, non solo in certe frange pseudo pacifiste ma più in generale nel linguaggio politico e mass mediatico italiano. àˆ necessario sottolineare come una tale operazione, oltre a essere un inganno verso i cittadini, insinui un enorme pericolo all’interno delle Forze armate.

Il soldato deve applicare un principio di avalutatività  nell’esercizio della propria professione, rispettando solo le regole d’ingaggio e i principi umanitari delle convenzioni e del diritto internazionali. In un paese democratico, le valutazioni di altra natura, spettano esclusivamente alla politica. Il giovane soldato, se da una parte è sottoposto a un addestramento militare di durata relativamente breve, dall’altra subisce costantemente sia un ormai consolidato processo di svilimento dei valori patriottici sia un più recente fenomeno di condizionamento consistente nell’esagerata evidenziazione del ruolo pacifico del soldato e della missione, ovvero della pace come unico elemento giustificativo per imbracciare un fucile, sempre che questo sillogismo possa avere una qualche coerenza interna.

Per commemorare il 4 novembre, il logo ufficiale della Difesa è stato quello di un soldato donna che stringe fra le braccia un bambino. Sul mensile ‘Il nuovo giornale dei militari’ altro soldato e altro bambino. A meno di non voler sostenere che il soldato sia un automa, è necessario riflettere seriamente su come la psiche dell’uomo soldato elaborerà  questi due contrastanti messaggi e sottolineare come il dubbio potrà  pericolosamente insorgere anche nel momento peggiore, quello della battaglia, pregiudicando la necessità  di un’alta prontezza operativa, del riflesso automatico al combattimento, mettendo in grave pericolo sia se stesso che i commilitoni e gli eventuali alleati, che non sanno a priori quanto chi gli sta affianco abbia più o meno ‘assorbito’ questi concetti. Dubbio che si aggiungerà  poi a quello di quanto potrebbe costargli un fatale errore di valutazione sul campo di battaglia (accadimento fisiologico in quei frangenti), come ben sanno quei soldati accusati di aver sparato a un’ambulanza nella cosiddetta ‘battaglia dei ponti’ in Iraq.

Se invece si da  per assodato che il soldato non è un essere avulso dalla società  in cui vive e che deve obbligatoriamente essere interpretato nella sua sfera psicologica, allora lo si deve salvaguardare dal costante e pesante bombardamento tendenzialmente negativo e devalorizzante, in modo da non creare divergenti interpretazioni sulle modalità  di esplicazione del proprio ruolo all’interno delle Forze armate e della società  civile. Segnale d’allarme di una situazione ormai giunta alla saturazione, è dato dal fatto che gli stessi militari (si vedano recenti interviste a giovani soldati) parlano di loro stessi con un linguaggio che non si addice a una forza combattente, bensì ad altri meritori organismi che però nulla hanno da spartire con le Forze armate. Perfino osservatori non particolarmente vicini ai militari hanno segnalato il fenomeno.

Sarebbe bello poter risolvere il problema esercitando forme di censura, ma il lavoro da fare è molto più lungo e faticoso, di carattere squisitamente politico attraverso la ricostruzione morale e civile del nostro Paese. In caso contrario, viene da domandarsi da dove attingeranno le future Forze armate i loro soldati. Dai giovani no global, pacifisti, disobbedienti? E se parte di questi giovani, per assurdo, si piegherà  giocoforza a un lavoro come militare per sbarcare il lunario, le Forze Armate e la nazione quale affidamento potranno mai fare su tale personale?

O ci si dichiara totalmente pacifisti e si abrogano le Forze armate oppure si accetta l’esigenza di avere ‘soldati di guerra’, il che certo non fomenterebbe la creazione di truppe assetate di sangue o di mercenari, bensì darebbe al Paese strumenti tecnici d’offesa adeguati. Quanto detto non significa che i militari non possano essere impiegati in operazioni di peace-keeping o peace-enforcing e neppure che non debbano essere in prima linea in caso di calamità  o in situazioni ove è necessaria una azione congiunta con le forze di polizia. Le missioni militari di pace sono d’altronde sancite dal combinato disposto degli articoli 41 e 42 della Carta delle Nazioni Unite e dall’articolo 11 della Costituzione italiana.

Significa invece che, dopo aver ribadito con forza che anche in questo tipo di impiego devono essere garantiti ai militari tutti i mezzi strumentali, politici e giuridici per esercitare il loro mandato in piena sicurezza, ben venga la chiamata a questi compiti extra, purchà© nessuno (mass-media e mondo politico) strumentalizzi il mondo militare affibbiandogli etichette che non gli competono e che i soldati aborriscono.

Roberto Iannarelli

In Ricordo di uomini fedeli al patrio suolo

Un uomo d'onore arruolatosi nella Decima per difendere la Patria
Un uomo d’onore arruolatosi nella Decima per difendere la Patria

Alle ore 19.42 del giorno 8 settembre 1943 un breve messaggio diffuso via radio precipitò l’Italia e le sue forze armate, già provate da oltre tre anni di guerra, nella più grave crisi della loro storia. Il maresciallo e capo del governo Badoglio annunciò alla nazione:

Il Governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al gen. Eisenhower, comandante in capo delle Forze alleate angloamericane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto d’ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza“.

In altri termini, era avvenuto all’insaputa di tutti un salto di barricata. L’Italia, anziché porre semplicemente termine alle ostilità per la grave situazione interna, continuava a combattere accodandosi a quello che era lo schieramento più forte. Poco dopo la famiglia reale, e le massime gerarchie abbandonavano Roma, e cercavano rifugio al sud. Le forze armate italiane schierate in tutta l’Europa ed affiancate a quelle tedesche non avevano alcuna disposizione preventiva, e neppure sarebbe loro giunto alcun ordine. Iniziò così un processo di disfacimento che portò in poche ore al quasi totale sbandamento dell’Esercito, e che divise Marina ed Aeronautica.La flotta navale, in ossequio alle norme armistiziali, per la massima parte si consegnò senza combattere a Malta, dove fu disarmata. I superstiti reparti aerei si divisero tra il nord ed il sud, mentre l’esercito si sbandò. Nello stesso tempo a sud forze alleate sbarcarono nella zona di Salerno, ed a nord l’esercito tedesco si precipitò ad occupare il resto della penisola.A La Spezia, alla caserma del Muggiano, aveva sede il comando della Decima Flottiglia MAS; era questo il nome di copertura dei reparti navali subacquei e di superficie che nel corso del conflitto, pur essendo composti da poche centinaia d’uomini, avevano affondato con armi del tutto innovative per l’epoca 72.190 tonnellate di naviglio da guerra e 130.572 tonnellate di naviglio mercantile, ossia nove unità da combattimento e ventidue altre navi. Il suo comandante era la Medaglia d’Oro al Valore Militare C.F. Junio Valerio Borghese.
Questi apprese casualmente dalla radio dell’armistizio. Cercò invano d’avere ordini dai superiori, ed infine dovette arrendersi ad una realtà durissima.

Io, l’8 settembre, al comunicato Badoglio, piansi. Piansi e poi non ho più pianto… Perché quello che c’era da soffrire, lo soffrii allora. Quel giorno io vidi il dramma che si andava ad aprire per questa disgraziata Nazione che non aveva più amici, che non aveva più alleati, non aveva più nessuno, non aveva più l’Onore, era additata al disprezzo di tutto il mondo per essere incapace di battersi anche nella situazione avversa: non ci si batte solo quando tutto va bene.

Nella notte fra l’otto ed il nove settembre la flotta salpò da La Spezia credendo d’andare in battaglia, ed essendo destinata invece a perdere l’ammiraglia per poi consegnarsi intatta agli inglesi. La Decima s’asserragliò in buon ordine e con perfetta disciplina nella sua caserma, sempre con la bandiera italiana a riva, mentre davanti passavano le colonne germaniche. Ogni tentativo tedesco d’impadronirsi della caserma fu respinto con fermezza, ma senza ricorrere alla violenza. Alla fine, rimase un gruppo di volontari che, sentendosi sciolti dal giuramento per l’ignominioso atto dell’armistizio, intendevano continuare la lotta da italiani ed a fianco del vecchio alleato. Dopo una breve trattativa il 13 settembre 1943 un ufficiale della marina germanica sottoscrisse con Borghese un vero trattato d’alleanza, in cui alla Decima erano riconosciute tutte le prerogative di sovranità e d’autonomia.
La caserma cominciò quindi ad essere un punto di riferimento a cui si rivolgevano sia sbandati in cerca di protezione, che volontari decisi a riprendere le armi.
Tra essi v’erano nomi di rilievo, come le medaglie d’oro Mario Arillo e Luigi Ferraro, il comandante del reparto d’incursori della Regia Marina Nino Buttazzoni con grossa parte dei suoi uomini, numerosi piloti ed assaltatori della vecchia Decima. In un breve intervallo, poterono essere rimesse in piedi tutte le scuole delle specialità navali; crescendo il numero dei volontari, fu deciso di inquadrarli in reparti di fanteria di marina.

reclute della marina RSI
reclute della marina RSI

Il battaglione “Barbarigo”, inizialmente denominato “Maestrale”, fu il primo reparto di Fanteria di Marina della “Decima” ad essere costituito. Nacque a La Spezia, nella caserma di San Bartolomeo, nel novembre del 1943. Ne assunse il comando il capitano di corvetta Umberto Bardelli. Nel gennaio ‘44, nel ricordo del sommergibile del comandante Enzo Grossi, gli fu attribuito il nome di “Barbarigo”. Delle quattro compagnie su cui era ordinato, la 2° e la 4° erano state addestrate a San Bartolomeo, mentre la e la 3° erano state trasferite per l’addestramento a Cuneo, alla caserma San Dalmazzo. Alla metà di febbraio il battaglione si riunì nuovamente a La Spezia. Il 19 ricevette dal comandante Borghese la bandiera di combattimento e il giorno 20 partì per il fronte di Anzio-Nettuno, dove gli angloamericani avevano creato una testa di ponte dopo lo sbarco avvenuto il 22 gennaio. A bordo di torpedoni, seguendo l’itinerario: La Spezia-Firenze-Arezzo-Orvieto-Viterbo-Roma, i marò raggiunsero la capitale dopo aver superato le previste difficoltà dei bombardamenti aerei e dei mitragliamenti a bassa quota degli Spitfire. A Roma sosta di alcuni giomi presso la caserma “Graziosi Lane”. Un capitano dei granatieri, Alberto Marchesi, diede modo al comandante Bardelli di completare l’equipaggiamento e l’armamento del battaglione attingendo ai magazzini della caserma “Ferdinando di Savoia’.

LO SBARCO DI ANZIO

postazione di Breda 37 del Barbarigo a Nettuno
postazione di Breda 37 del Barbarigo a Nettuno

L’operazione “Singole” (nome in codice dello sbarco ad Anzio e a Nettuno) avvenne il 22 gennaio 1944. A mezzanotte, dopo ventidue ore di attività, unità della Marina americana e della “Rayon Navy” (contrammiraglio Frana I. Locri e Tomai H. Troubridge) avevano fatto sbarcare 36.034 uomini, 3.069 automezzi e quasi tutti i mezzi d’assalto del 6° Corpo d’Armata statunitense, comprendente la divisione britannica (gen. W. Penny), un reggimento e un battaglione paracadutisti, tre battaglioni di “Ranger” e una brigata di “Commandos”. Scarsa l’opposizione tedesca e modeste le perdite subite: 13 morti, 44 dispersi e 87 feriti. La flotta di protezione era costituita da quattro incrociatori leggeri e 24 cacciatorpediniere. Le perdite tedesche erano state più rilevanti: due batterie costiere distrutte e due battaglioni decimati.

Ma gli angloamericani badarono solo a consolidare la testa di ponte e a far sbarcare le altre divisioni del Corpo d’Armata, cioè la 45° di fanteria (gen. W. Eagles) e la divisione corazzata (gen. EN Armoni), in tutto 34.000 uomini e 15.000 automezzi. I temporeggiamenti e l’eccessiva prudenza del generale Lucca (comandante del Corpo d’Armata angloamericano), diedero il tempo al Feldmaresciallo Kesselring (comandante del Gruppo d’armare “C”) di eseguire i piani predisposti in caso di sbarco a Ravenna, ad Anzio, Civitavecchia, Livorno o Viareggio.

Le divisioni tedesche si misero in moto per convergere sulla testa di ponte di Anzio. La divisione corazzata “Hermann Goering” lasciò la zona di Frosinone: la 4° divisione paracadutisti quella di Terni; dal fronte del Garigliano la 29° divisione granatieri motocorazzata. Dall’Italia settentrionale, lo Stato Maggiore della 14’ Armata e la 65° e 362° divisione di fanteria. Fu perfino disposto, da parte dell’O.K.W. (il Comando generale della Whermacht), l’invio ad Anzio della 715° divisione di fanteria dislocata nella regione di Marsiglia e della 114° divisione cacciatori di stanza nei Balcani. Una conversione di truppe così decentrate non poteva avvenire in un giorno, sicché il 23 gennaio, tra Roma ed Anzio, vi era soltanto un distaccamento della divisione corazzata “Hermann Goering”, con un assortito campionario di pezzi d’artiglieria (qualche pezzo anticarro da 88 mm, cannoni da campagna italiani, francesi e jugoslavi). Passarono sette giorni prima che la 14° Armata tedesca potesse assumere una consistente sistemazione offensiva.

IL “BARBARIGO” AL FRONTE

Stiscia Barbarigo - da petto o basco
Stiscia Barbarigo – da petto o basco

Il 28 gennaio la divisione britannica conquistò Aprilia, 17 Km. a nord di Anzio, ma, alla sua sinistra, la 3° divisione di fanteria americana fu respinta davanti a Cisterna. La 14° armata tedesca aveva concentrato le divisioni a semicerchio intorno alla testa di ponte, dal Fosso della Moletta fino al ramo occidentale del Canale Mussolini. Le due controffensive tedesche, quella da Aprilia (16-20 febbraio) e l’altra da Cisterna (28 febbraio – 1 marzo), non erano riuscite a sfondare le linee degli alleati. Il “Barbarigo” arrivò al fronte mentre era in corso la seconda controffensiva, e sostò per breve tempo a Sermoneta: dalla collina si vedevano le linee nemiche, pioveva, e il tempo rimase perturbato fino alla fine di marzo. Il terreno, piatto e paludoso, era percorso da un groviglio di canali, fossi di bonifica e di irrigazione. Il battaglione venne destinato al settore sud, tenuto dalla 715° divisione tedesca di fanteria, che aveva partecipato alle due controffensive di Aprilia e di Cisterna subendo ingenti perdite. Il Comando della divisione credette di poter impiegare i marò come complementi da aggregare alle compagnie. Bardelli ottenne invece, dopo una lunga discussione con i tedeschi, che il battaglione avesse il suo tratto di fronte. La compagnia fu schierata sul tratto alto del Canale Mussolini, la 3° tra il fosso del Gorgolicino e la Strada Lunga, la 4° di qui fino al margine delle paludi: la 2° fu rimandata a Sezze per un corso di addestramento all’uso del panzerfaust e della mitragliatrice MG 42. Il reparto nemico del settore assegnato al “Barbarigo” era il l° Distaccamento della Special Service Force, composto per due terzi da americani e per un terzo da canadesi, con un addestramento equivalente a quello dei “Rangers”. La prima ad essere attaccata fu la 3° compagnia. Gli americani impegnarono i marò con un attacco frontale, seguiti dai più aggressivi canadesi. La 2° compagnia diede il cambio alla 3°. Alla fine di marzo, il battaglione SS italiane “Degli Oddi” rilevò lungo il Canale Mussolini la 1° compagnia, spostata a Terracina per addestramento e sorveglianza costiera. La 3° compagnia tornò in linea davanti al Cerreto Alto, tra la strada Nascosa e la litoranea. Nel frattempo il “Barbarigo” provvedeva a dotarsi di una sua artiglieria, formando la 5° compagnia Cannoni, armata con pezzi da accompagnamento 65/17, prelevati dal Museo dei Granatieri. A La Spezia si stava costituendo il Gruppo Artiglieria “San Giorgio” dotato di pezzi someggiati da 75/13. Il comando della Decima inviò al fronte di Nettuno il tenente di vascello Carnevali, comandante del Gruppo “San Giorgio”, per organizzare un gruppo di artiglieria da campagna. Formarono il gruppo una batteria da 105/28, una da 105/32 e una da 75/27. Il 15 aprile ci fu un attacco di mezzi corazzati canadesi nel settore del fronte tenuto dalla 2° compagnia che perse i capisaldi “Erna” e “Dora”. Lo stesso giorno, al comando del tenente Giulio Cencetti, i marò riconquistarono i capisaldi persi nel precedente attacco. Il 19 aprile ci fu un altro attacco sul fronte della 2° compagnia. Ai primi di maggio nuovi cambi in linea: la 4° compagnia sostituiva la 2°, la 1° dava il cambio alla 3° che si trasferiva a Terracina per sorvegliare la costa. Il 26 aprile il comandante Bardelli venne richiamato a La Spezia per assumere un incarico superiore. Il tenente di vascello Vallauri sostituì Bardelli al comando del battaglione. Ancora un attacco americano al fosso del Gorgolicino, tenuto dalla 4° compagnia. I marò resistettero agli assalti e contrattaccarono il nemico. All’alba del 23 maggio gli angloamericani attaccarono dalla testa di ponte di Anzio in direzione di Cisterna, impiegando tre divisioni per tagliare la strada statale Casilina, principale via di ritirata della 10° Armata tedesca. Il 24 maggio il battaglione “Barbarigo” e il Gruppo d’artiglieria “San Giorgio” ricevettero l’ordine di ritirarsi. Le tre compagnie in linea si sganciarono in direzione di Sermoneta e Bassiano. La 2° fu attaccata da mezzi corazzati nei pressi di Cisterna, la 4° resistette agli attacchi nemici nell’abitato di Norma. Gli artiglieri del “San Giorgio”, dopo aver esaurito tutte le munizioni a loro disposizione, fecero saltare le bocche da fuoco. La 3° compagnia ripiegava da Terracina ricongiungendosi al resto del battaglione. La postazione del plotone comandato dal guardiamarina Alessandro Tognoloni (251 compagnia) venne accerchiata da carri Sherman americani. Al grido di “Decima! Barbarigo”, i marò andarono all’assalto dei carri. Tognoloni lanciò una bomba a mano e cadde colpito squarciato nel torace. Prima di perdere i sensi scaricò i colpi della sua pistola e, vuoto il caricatore, la lanciò contro il carro avanzante. Per gli atti di valore compiuti sul fronte di Nettuno gli fu concessa la Medaglia d’Oro. Il 31 maggio il “Barbarigo” giunse a Roma e si radunò nella caserma di Maridist, in Piazza Randaccio. La sera del 4 giugno le avanguardie della 5° Armata americana entrarono in città, primo fra tutti il l° Distaccamento della Special Service Force a cui il “Barbarigo” si era opposto strenuamente per tre mesi. La mattina del 5 giugno i resti del “Barbarigo” si inquadrarono e, divisi in piccoli gruppi, marciarono in direzione di La Spezia.

IL “BARBARIGO” IN PIEMONTE

elmetto del barbarigo
elmetto del barbarigo

Nel giugno 1944 la “Decima” concentrò i suoi battaglioni nell’alto Piemonte. Il “Barbarigo” fu il primo reparto a giungere nella regione, si sistemò nella zona del lago di Viverone e successivamente fu trasferito a Pont Canavese. Nel pomeriggio dell’8 luglio, a Ozegna, una frazione a sud di Courgné (Torino), giunse nella piazza del paese un reparto motorizzato della Decima Mas, al comando del capitano di corvetta Umberto Bardelli. Si trattava di una quarantina di marò del battaglione “Barbarigo” reduci dal fronte di Nettuno. Nel paese operava una banda partigiana comandata da Piero Urati detto “Piero Piero”. Bardelli aveva saputo che i partigiani erano disposti a uno scambio di prigionieri e per questo motivo si era recato a Ozegna per iniziare le trattative. Gli uomini del “Barbarigo” scesero dagli automezzi e attesero l’arrivo dei partigiani. Bardelli, per dimostrare il carattere pacifico della sua missione, ordinò ai suoi uomini di estrarre i caricatori dai mitra; anch’egli si tolse la pistola dalla fondina e la gettò a terra. Il comandante Bardelli e i suoi ufficiali cominciarono a discutere con i rappresentanti della banda partigiana giunti nella piazza. L’atmosfera era apparentemente distesa e nulla lasciava presagire quanto sarebbe avvenuto nel volgere di qualche minuto. Il dialogo si svolse con toni pacati da entrambe le parti. Mentre i capi partigiani trattavano con gli ufficiali della “Decima”, circa duecento uomini della formazione di “Piero Piero” circondavano la piazza appostandosi nelle strade adiacenti. Quando la manovra di accerchiamento fu conclusa, i capi partigiani con un pretesto chiesero di allontanarsi dalla piazza con l’impegno di ritornare con i prigionieri fascisti da loro detenuti. Da parte sua, il comandante Bardelli promise sul suo onore di liberare, non appena rientrato a Ivrea, un uguale numero di partigiani. Dopo pochi minuti, mentre Bardelli e i suoi uomini attendevano il ritorno dei partigiani, nella piazza si abbatte sugli ignari marò una tempesta di fuoco. Nonostante un tentativo di resistenza organizzato da Bardelli, i partigiani ebbero il sopravvento sugli uomini della “Decima”. Il comandante Bardelli fu uno dei primi a cadere fulminato. L’imboscata tesa dai partigiani costò ai marò altri nove morti e numerosi feriti. Alla salma di Bardelli i partigiani strapparono due denti d’oro e gli altri marò uccisi vennero rinvenuti lordati di letame. Nei primi giorni dell’ottobre 1944, il “Barbarigo” mosse all’attacco dei partigiani attestati nella zona di Rimordono (Torino). I marò sbaragliarono le formazioni avversarie, costringendo le bande a riparare in territorio francese.

IL BARBARIGO SUL FRONTE ORIENTALE

Reparto NP
Reparto NP (nuotatori paracadutisti) Jesolo

Il 25 ottobre il battaglione lasciò Ponte Canavese per il fronte orientale. Il 29 giunse a Vittorio Veneto. Nella zona, la gravissima, situazione determinata dalla pressione esercitata contro la frontiera italiana e sulla città di Gorizia dai partigiani sloveni del “IX Corpus” appoggiati da bande comuniste italiane, richiese l’intervento del “Barbarigo”, affiancato dalla 2° e 3° compagnia del battaglione “Valanga”. I partigiani slavi erano penetrati sino nei boschi del Consiglio; i reparti della “Decima” rastrellarono la zona, infliggendo ingenti perdite alle bande di Tito. Alla fine di dicembre il “Barbarigo”, con altri reparti della divisione “Decima” fu inviato sul fronte dell’Isonzo per fronteggiare il “IX Corpus” che minacciava la città di Gorizia. Per contrastare le bande tutine, il comando operativo della “Decima” mise a punto con il comando dell’Adriatische-Kustenland il piano Adele Aktion (operazione aquila). Il “Barbarigo” fu il primo reparto ad essere impiegato contro gli slavi, risalì la Biasima occupando l’abitato malgrado la strenua resistenza opposta dai partigiani. Poi occupò Cal di Canale, Localizza e Chiappavano. Ai primi di febbraio ‘45 la divisione “Decima” lasciò Gorizia, ma il battaglione “Barbarigo” restò ancora qualche settimana nella zona a difesa dei confini orientali della Repubblica e sui monti San Marco e Spino respinse gli attacchi dei partigiani sloveni. Con un contrattacco, che impegnò tutte le compagnie del battaglione, ancora una volta i marò sconfissero il nemico.

IL BARBARIGO SUL FRONTE SUD

Il Barbarigo al fronte
Il Barbarigo al fronte

A metà marzo giunse al battaglione l’ordine di trasferimento sul fronte sud. Il reparto partì da Vittorio Veneto il giorno 20 diretto a Rovigo. Il giorno 26 passò da Ferrara, Argenta e Imola. Il giorno successivo entrò in linea alle dipendenze del comando “I° Gruppo di combattimento Decima”, comprendente oltre al “Barbarigo” il battaglione “Lupo”, il battaglione NP (Nuotatori Paracadutisti), il battaglione “Freccia” (Genio e Trasmissioni) e il Gruppo d’artiglieria “Colmino”. Nella zona di Imola, dal 28 marzo al 4 aprile, il battaglione fu impegnato in un’intensa attività di pattuglia catturando numerosi prigionieri, appartenenti al gruppo “Friuli” dell’esercito regio. Il 20 aprile, per l’arretramento del fronte, il battaglione iniziò il ripiegamento verso nord attraversando il fiume Po in località Oro. A Santa Maria Fornace, i marò sostennero un violento scontro con reparti della brigata “Cremona” del regio esercito del sud (in uniforme britannica). Il 27 aprile il “Barbarigo” toccò Pozzonovo giungendo in serata a Conselve. Il giorno dopo il reparto proseguì verso Albignàsego in direzione di Padova, affrontando presso il ponte del Bassanello una postazione partigiana che fu sgominata dai marò della 2° compagnia.

L’ONORE DELLE ARMI AL “BARBARIGO”

ritaglio di giornale con nota per il Barbarigo
ritaglio di giornale con nota dell’onore delle armi al Barbarigo

Nella notte del 29 aprile il “Barbarigo” si schierò per ascoltare le parole del comandante del “I° Gruppo di combattimento Decima”, capitano di corvetta Di Giacomo, e di un ufficiale di una brigata corazzata neozelandese che fece ascoltare il messaggio del Maresciallo Rodolfo Grazianti, registrato per invitare a deporre le armi, evitando ulteriori spargimenti di sangue. Gli uomini del “Barbarigo”, dopo una notte praticamente insonne, inquadrati dai loro ufficiali, la mattina seguente entrarono a Padova armati, passando fra i reparti di carristi inglesi e neozelandesi che resero loro l’onore delle armi.

Il 30 aprile il battaglione si concentrò nella caserma “Pra della Valle” e venne considerato disciolto.

I marò furono avviati al 209 PO Cap di Fragola presso Napoli, dove rimasero circa un mese; da qui il 5 giugno furono trasferiti a Taranto e imbarcati sulla Duchessa of Richmond diretta in Algeria, destinazione il 211 PO Cap di Cap Matifou ad una trentina di chilometri da Algeri, in prigionia.

 

ONORE AL BARBARIGO

Stemma del Barbarigo
Stemma del Barbarigo

Pochi tornarono in patria e quei pochi vissero il loro giorni nell’oblio e nella persecuzione perché rei di aver difeso il patrio suolo dai comunisti.