Categoria: crimini del comunismo

Default Italia

Ragnatela del debito in Europa
Ragnatela del debito in Europa

Ecco perché dichiarare default e uscire dall’euro.
Quando si dice “default”, immediatamente agli italiani vengono in mente le scene viste nel caso argentino, dando la scorretta impressione che in caso di default succeda automaticamente quanto avvenuto nel paese sudamericano.
Pochi sanno, per esempio, che il default dei conti pubblici e’ gia’ avvenuto diverse volte in Europa, per esempio in Spagna.
Anche l’Italia nel 1992 (XI Legislatura 23 aprile 1992 – 16 gennaio 1994 Governo Ciampi – Governo Amato) , andò in default, con miliardi di lire spesi nel tentativo di placare la speculazione internazionale e la nostra espulsione dallo Sme insieme alla Gran Bretagna.
E non si sono viste scene argentine!
In realta’ un default ha effetti devastanti sono in precise condizioni valutarie, come quelle che l’ Argentina ha ottenuto seguendo le politiche assurde dell’ FMI. Senza tali condizioni, il default produce semplicemente l’impossibilita’ del governo di pagare tutte le spese correnti, nonche’ tutti i titoli di stato, che vengono normalmente pagati solo in piccole percentuali e solo delazionati nel tempo.
Di conseguenza, un default italiano (i cui prodromi fanno capolino in questo periodo sul mercato dei titoli) non sarebbe necessariamente un disastro di tipo argentino ma quel che e’ peggio, potrebbe essere il miglior regalo fatto alle giovani generazioni.
Vediamo perche’.
Il primo concetto da capire e’ che agli attuali tassi di interesse e di crescita l’ Italia non ha NESSUNA possibilita’ di pagare il proprio debito.
E neanche di ridurlo.
MAI.
Puo’ rientrare nei parametri di Maastrich riguardo alla sua crescita, ma solo per pochi anni , dopodiche’ l’esigenza di investimenti lo rendera’ impossibile.
La grande menzogna, sostenuta da tutti i governi di ottuagenari signori della rendita, e’ che con una buona gestione si potra’ tenere il debito almeno “sotto controllo”. Ma un oggetto che cresce mentre non puoi investire in innovazione su vasta scala, prima o poi andra’ fuori controllo. E’ una palla l’idea che un governo qualsiasi, per quanto virtuoso, possa pagare il debito o sperare di ridurlo fino ai livelli europei. O anche sperare di ridurlo e basta.
E’ ora di dire basta a questo mito della buona gestione: nessuno puo’ pagare o recuperare o “controllare” quel debito nel medio e lungo termine.
Ed e’ ora di dire chiaramente che piu’ questi tentativi di fare l’impossibile si ripetono nel tempo, piu’ il debito divora pezzi di Italia impedendo gli investimenti.
E’ ora di smettere di procrastinare l’inevitabile, nella speranza che siano tutti cazzi dei posteri.
Chiarito che non sia possibile liberarsi di questa maledizione biblica pagando i debiti , (gli interessi sono superiori all’aumento annuo del PIL) e’ chiaro che il default e’ tra le opzioni praticabili. Anzi, l’unica.
Il motivo per cui non si fa e’ che una classe dirigente di ottuagenari non permettera’ mai che i vecchi paghino di tasca propria il debito, senza invece continuare a spassarsela per poi accollarlo alle generazioni future.
Vorrei chiarire tre cose.
Un eventuale default italiano puo’ inficiare il valore dell’ Euro, al massimo, dell’entita’ complessiva della partecipazione italiana alla BCE, ovvero il 14%.
Non puo’ avvenire quindi un effetto Argentina.
Nel caso di uscita dall’ eurozona, l’ Italia potrebbe reagire al default svalutando la moneta per rendere conveniente l’export. Non avendo piu’ debiti per via del default e’ persino possibile una svalutazione del 50%. Il che e’ un’incubo per tutti i concorrenti europei, che NON permetteranno MAI,neanche in caso di default, che l’ Italia possa usare strumenti simili.
Disponendo di imprese in grande quantita’, una svalutazione del 50% di un’eventuale nuova lira produrrebbe la distruzione del manufatturiero di tutti i paesi mediterranei , Spagna , Francia e Turchia incluse, a favore dell’ Italia. Con questo rischio, nessuno ci fara’ mai uscire dall’eurozona, non vi preoccupate.
Il 50% del debito pubblico e’ in mani straniere, il che significa che immediatamente i governi inizierebbero a trattare per avere una restituzione anche parziale del credito. Poiche’ esso viene usato principalmente ai fini pensionistici, diversi governi sono disposti a fare di tutto perche’ almeno il 30% del debito sia pagato, come nel caso argentino.
Le cifre sono troppo alte.
E quando dico “a fare di tutto” intendo proprio “di tutto”.
In Italia, i titoli di stato sono in mano a quell’economia della rendita che e’ fatta di altrettanti ottuagenari e dei signori della rendita che si basano su di essi. Andare in default significa di fatto dare fiato alle nuove generazioni togliendo loro l’incubo di un debito ormai impossibile da pagare, a spese delle generazioni che tale debito lo hanno creato.

La cosa che bisogna capire e’ che quando Amato dice “l’ Euro ci ha salvati , negli anni ‘90, non riuscivo piu’ a vendere i Bot”, sta infatti omettendo di specificare DA CHE COSA l’ Euro ci abbia salvati.
Quando andiamo a vedere il curriculum vitae di Amato, scopriamo che il buon socialista era in quei governi CAF che il debito lo hanno creato: Amato dice che l’ Euro ci ha salvato dalle conseguenze del SUO STESSO operato , in praticaAmato ci dice che l’ Euro ci ha salvati da Amato.
Lo stesso dicasi per Ciampi, che ci ha ricordato come l’ Euro ci abbia “salvati” dal disastro, senza menzionare chi ci fosse a dirigere la banca nazionale mentre quel disastro veniva prodotto: come Amato, anche l’ex presidente Ciampi ha perfettamente ragione. Come nel caso di Amato,Ciampi ci informa che l’ Euro ci ha salvati da Ciampi.

Potrei anche menzionare i governi “tecnici” appoggiati dal centrosinistra, la cui disastrosa gestione dei conti pubblici (sacrificare la crescita economica e il risparmio delle famiglie al bilancio non e’ mai un bene, al bilancio si sacrificano gli sprechi) ha contribuito anch’essa al disastro corrente: persino  Prodi, inteso come capo delle forze uliviste, potrebbe essere rinfacciato il fatto che l’ Euro, da lui voluto, ci ha salvati da lui medesimo.
In definitiva, credo che l’opzione Default andrebbe valutata. In primis perche’ libererebbe il paese di un fardello che, e’ inutile nasconderlo, e’ impossibile da pagare o da rimpicciolire. Si potra’ scendere fino al 100% o al 99% del PIL. E poi? In pochi mesi gli interessi lo riporterebbero al punto di prima.
Bisogna rassegnarsi al fatto che senza provvedimenti drastici, come il Default, ai nostri figli lascieremo un debito che non potranno pagare, ed al quale dovranno sacrificare l’intero futuro. E lo stesso dicasi per i nipoti.
Il secondo concetto, ed e’ il motivo per il quale la classe di ottuagenari che abbiamo al potere sostiene la leggenda del “deficit che puo’ rientrare”, e’ che il default finirebbe per colpire quasi esclusivamente i baroni dello stato, i grandi professionisti dello stato, i superconsulenti dello stato, e l’economia della rendita gerontocratica.

Dichiarare un default sarebbe un brutto colpo per 5-10 anni. Ovviamente il fabbisogno pubblico dovrebbe calare enormemente, con un taglio gigantesco della pubblica amministrazione, un taglio come Brunetta non immagina neppure. Non sarebbe piu’ possibile finanziare nulla se non entro il 45% di pressione fiscale nazionale: no other assets.

Ma nell’arco di 20 anni,un paese liberato dal debito avrebbe la possibilita’ di crescere con un’economia che non ingoia interessi al ritmo del 4% del PIL annuo, (contro una crescita dell’ 1-2%), non avrebbe il fardello di 7/8 dei soldi del paese che dormono congelati in cartacce di titoli di stato, e specialmente potrebbe parlare ai propri figli e nipoti con la coscienza pulita.
Il motivo per il quale si resistera’ a questa idea di dichiarare default, che ormai ci viene consigliata persino da autorevoli economisti di tutto il mondo, e’ che questo processo sarebbe tutto a vantaggio delle nuove generazioni e del futuro, mentre andrebbe a venir pagato quasi esclusivamente dalle generazioni che hanno creato il buco.
Questa e’ la ragione per la quale fanno terrorismo mediatico raccontando che un default in Italia otterrebbe i risultati dell’ Argentina omettendo però che invece furono proprio loro a causare il bico con i loro malcostumi economici.
Per quanto mi riguarda, il governo italiano dovrebbe iniziare a valutare con la BCE un eventuale default ufficiale, in modo da limitare gli effetti sull’economia europea, e a fottere chi ha comprato 800 miliardi di merda.
Se lo fanno quelli di Lehman, possiamo farlo anche noi, o no?
Fonte: Wolfsteep

terrorismo e immigrazione

Mustafa Setmarian Nasar
Mustafa Setmarian Nasar

In un precedente articolo, La Gran Bretagna esporta il terrorismo, abbiamo parlato di immigrati con passaporto dello stato ospitante che si affiliano alle organizzazioni terroristiche islamiche.
Il fenomeno non è nuovo ne sconosciuto
.
Ai nostri solerti politici e magistrati, basterebbe rovistare nella storia recente per scoprire il come ed il perché dopo la “Connessione cubana” ci sia stato un dilagare del fenomeno. Prendiamo ad esempio l’islamico Mustafa Abdul Kader Setmarian Nasar e seguiamone la storia e le tracce il giro per il mondo.
Mustafa Abdul Kader Setmarian Nasar (eroe dei convertiti italiani, basta fare una ricerca sui forum) nasce ad Aleppo, in Siria nel 1959. Nel 1980 entra a far parte dei fratelli musulmani. Dopo il massacro di Hama del marzo 1982 fuggi in l’Afghanistan e si unì ai mujahidin nella guerra contro il governo afgano (dopo il ritiro dei russi).
Nel 1985 adottò la Spagna come paese di residenza, mischiandosi all’interno della grande comunità di siriani viventi la. Nel 1987 sposò una cittadina spagnola, Elena Moreno Cruz (comunista convertita all’islam) e diventò lui stesso un cittadino spagnolo (come tanti fanno anche da noi).
Tornò in Afghanistan nel 1988 dove incontrò, per la prima volta, Osama Bin Laden e quindi si è unì al suo gruppo arabo-afgano.
Quando nel 1992 Osama Bin Laden si trasferì a Khartoum, in Sudan, egli entrò a far parte del suo staff come aiutante. Dopo alcuni anni in Sudan tornò in Spagna.
Mustafa viaggiava spesso tra Parigi, Londra e Madrid (chissà perchè e che razza di affari aveva). Tra un viaggetto “d’affari” e l’altro scrisse un libro (rivolto agli immigrati in Europa) sostenendo che solo un islam rigoroso è la giusta via per la gioventù islamica.
Il 27/7/1995, dopo un attentato alla metropolitana di Parigi, attribuito al Gruppo Islamico Armato algerino noto nel suo acronimo francese – GIA, Mustafa Setmarian è stato arrestato a Londra per una breve indagine e rilasciato poco dopo con tante scuse (eccerto!).
Nell’autunno 1997, il nostro eroe, torna in Afghanistan sotto il regime talebano e nel 1998 prende la supervisione di un campo di addestramento di Al Qaeda.
Grazie al suo stato di servizio viene nominato da Osama Bin Laden, membro del Consiglio della Shura come coordinatore degli affari siriani di Al Qaeda.
Dopo l’invasione USA in Afghanistan del 2001 Mustafa Setmarian riuscì a fuggire in Iraq attraversando l’Iran e si riunì ad Abu Musab al Zarqawi ( il numero due di Al Qaeda) che si trovava nelle montagne del Kurdistan (KKK, quello di Abdullah Öcalan, vi dice nulla?).
Divenne presto ufficiale di collegamento di Ansar al Islam tra la Spagna e la comunità siriana in Europa. Egli lavorò alacremente come mediatore tra Abu Musab al Zarqawi e gli autori degli attentati ai treni di Madrid.
Il nostro uomo finì nella lista dei ricercati per essere interrogato dall’autorità britannica per possibili collegamenti con gli attacchi di Londra.
Nell’estate del 2004 tornava in Pakistan per gestire il flusso di terroristi in Afghanistan.
Nel 2007 appare in una lista distribuita dalla polizia del Pakistan come uno dei dodici fuggitivi più ricercati al fianco del talebano Mullah Omar, leader dei talebani e Abdullah Ahmed Abdullah, ricercato per il suo ruolo negli attacchi del 1998 contro le ambasciate USA in Kenya e Tanzania.
Alla fine, finalmente, nell’ottobre 2005 viene arrestato a Quetta città di confine con l’Afghanistan insieme a due sauditi, Sheikh Ali Mohamed al-Salim e Abdul Hanan, il presidente di “Madina Trust”, una fondazione di beneficenza legato alla Jaish-e-Mohammed.
Jaish-e-Mohammed è un gruppo militante islamico PACHISTANO che le autorità dicono abbia legami con Al-Qaeda.
Il 23/05/2006 Mustafa Setmarian è estradato in Italia e trasferito a Guantanamo dove è detenuto ancora oggi.
Insomma una brava persona che si è addestrata alla migliore scuola di terrorismo. Poi ha messo in pratica tutte le sue conoscenze ad Hama e visto che non era ora di andare in pensione ha pensato bene (con il beneplacito dei magistrati di sinistra tipo forleo) di viaggiare con il suo passaportino spagnolo e seminare qualche morto qui e la in Europa ed altrove.

Poi è arrivato quel cattivone di Bush che lo ha rinchiuso in galera (troppo poco secondo me) tra gli strepitii della sinistra mondiale (ovvio no?) e quelli della moglie :
The U.S. National Counterterrorism Center confirms Nassar’s capture in November 2005, and media reports indicate that Nassar was later held for a time at a U.S. military base on the British-owned island of Diego Garcia in the Indian Ocean. In June 2009, responding to a request from a Spanish judge for information on Nassar’s whereabouts, the FBI stated it was not holding him in the United States but failed to address whether Nassar was being held in U.S. custody elsewhere.?
Nasar’s wife has taken the case of the Soviet-style disappearance of her husband public
. “Mr. Nassar’s wife and children want to know if he is still alive and where he is,” said Steven Watt, staff attorney with the ACLU Human Rights Program. “Requests for information about his forced disappearance, nearly four years ago, have been ignored by the U.S. government, and his family now has no other choice but to turn to the international community for assistance in their quest.”

Meanwhile, the consequences of U.S. foreign policy has real human costs. “I have been bringing up four children without their father for nearly four years now. They keep asking about dad and I have no idea what to tell them anymore ? I don’t even know if their father is still alive. Without knowing what has happened to my husband, I don’t know where to go with my life or how to move on. The pain of not knowing is becoming unbearable and I am so concerned for my children’s well-being if they should find out about the tragedy that we are being put through,” Nasar’s wife Cruz said. “If my husband is suspected of doing anything wrong, he should get his day in court. If he isn’t, he should be let go. No one deserves to be treated like this.”

Poverino! Vero? Insomma ci vuole molto a capire che togliendo di mezzo il sostegno dei compagnucci  il terrorismo si estingue da solo? Ci vuole molto a capire che questi animali vanno soppressi senza tanti complimenti? Estirpati come un cancro?

Se volete leggervi tutta la sua biografia compratevi il libro : Architect of global jihad: the life of al-Qaida strategist Abu Musʻab al-Suri Di Brynjar Lia

Porzus

Articolo giornale con esortazione agli Italiani di unirsi alla Jugoslavia
Articolo giornale con esortazione agli Italiani di unirsi alla Jugoslavia

Lo studio e l’insegnamento della Resistenza hanno celebrato il primato comunista nella costruzione della democrazia italiana. Ciò al prezzo di una deformazione della realtà storica che è diventata «storia ufficiale».
Il nome dei «veri» capi della Resistenza, cioè di Alfredo Pizzoni, presidente del Cln Alta Italia, e del generale Raffaele Cadorna, comandante del Corpo dei Volontari che raggruppava le brigate partigiane, sono sconosciuti agli studenti italiani e quando si celebrano le Fosse Ardeatine si commemora una sorta di «fossa comune» dato che non vi morirono esponenti del Pci e non si ricorda che tra le vittime c’era il capo della Resistenza romana catturato e torturato dai tedeschi, il colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo.
Così come solo negli ultimi anni si sono ricordati i fatti di Porzus del febbraio 1945, dove i comunisti hanno sterminato i partigiani che non volevano essere agli ordini degli jugoslavi e accettare l’occupazione titina dei territori italiani.
La strage di Porzus è stata sepolta e tuttora tenuta ai margini perché non solo contraddice la pretesa di identificare automaticamente antifascismo con libertà e democrazia, ma soprattutto perché segna l’emergere di quella che è stata la «resistenza parallela» del Pci.
Troppo spesso si passano sotto silenzio due «bienni neri» in cui i comunisti – sovietici e italiani – si chiamarono fuori dallo scontro tra fascismo e democrazia: il biennio 1924-26 quando, rompendo con gli altri partiti d’opposizione, parteciparono ai lavori parlamentari con i fascisti; e quello 1939-41, in cui difesero l’alleanza tra Stalin e Hitler.
Nel ’39 Stalin sostenne quella scelta affermando che era in corso uno scontro tra imperialisti ricchi (Francia e Gran Bretagna) e imperialisti poveri (Germania e Italia) e quindi i sovietici preferivano questi ultimi.
Successivamente, dopo l’aggressione hitleriana all’Urss, i comunisti rientrarono nell’alleanza antifascista, ma sempre con una presa di distanza bellicosa rispetto agli altri stati e partiti.

giornale l'ardito del popolo
giornale l’ardito del popolo

«La crisi del capitalismo – dichiara Stalin il 28 gennaio ’45 – si è espressa nella divisione dei capitalisti in due fazioni: una fascista e una democratica. Si è creata un’alleanza tra noi e la corrente democratica dei capitalisti. Noi adesso stiamo con una frazione contro l’altra, ma nel futuro saremo anche contro questa frazione dei capitalisti».
È sulla base di questa strategia che Togliatti e i comandanti comunisti delle brigate partigiane parteciparono alla Resistenza avendo in mente da un lato il primato dell’occupazione jugoslava e dall’altro un futuro di scontro con gli altri partiti del Cln.
È così che animarono una Resistenza parallela, prima attraverso i Gap, le cui principali «imprese» – la bomba di via Rasella e l’assassinio di Giovanni Gentile – non vennero approvate dal Cln, e poi attraverso i «triunvirati insurrezionali» creati dal Pci alla vigilia della Liberazione nelle varie Regioni del Nord dall’Emilia al Piemonte per condurre un’«epurazione» al di fuori del Cln.
Quella che è stata chiamata «doppiezza» del Pci di Togliatti e che diventerà «diversità» con Berlinguer rispecchia l’irriducibile antagonismo dell’«idea comunista» che si autonomina futuro positivo dell’umanità e considera anche gli alleati un freno o un’entità inferiore se non – come avvenne a Porzus – «obbiettivamente» un pericolo da sopprimere.

Settantatre’ risoluzioni dell’Onu di condanna a Israele

E’ il titolo di un’articolo che va per la maggiore su internet. Addirittura è distribuito come documento comprovante la criminale politica dello stato d’Israele che non rispetta le risoluzioni dell’ONU.

Ma questo articolo dice il vero? Le sue affermazioni e riferimenti sono obiettive o faziose?

Come manipolare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu :

Si immagini di assistere a una partita a scacchi e di cercare di capire le mosse dei pezzi neri senza poter vedere i pezzi bianchi. O di assistere alla differita di una partita di calcio dalla quale siano stati tagliati i fischi dell’arbitro verso una squadra per dare l’impressione che il gioco dell’altra sia inutilmente aggressivo e scorretto. Questa piu’ o meno e’ l’operazione che hanno fatto gli autori (anonimi) di un documento che ultimamente va per la maggiore su internet.

Titolo: “Settantatre’ risoluzioni dell’Onu di condanna a Israele”. Sottotitolo (insinuante): “Nessun ispettore, nessuna guerra per farle rispettare”. Segue un nudo elenco di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che “esprimono condanna all’operato di Israele”, citate per numero e data e accompagnate da brevi “estratti che ne illustrano il contenuto”. Insomma: un documento che parla da se’, che non ha bisogno di commenti tanto e’ evidente il torto di Israele.

E invece di commenti ha bisogno eccome. Per questo ci sentiamo costretti a tornare, con maggiore dettaglio, su un tema gia’ affrontato su queste pagine (Vedi NES ott. 2002: Il falso parallelo).

Innanzitutto le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza non sono tutte uguali. Vi sono quelle approvate sulla base del Capitolo 6 della Carta delle Nazioni Unite e quelle sulla base del Capitolo 7.

Il Capitolo 6 si intitola “Composizione pacifica dei conflitti” e afferma (art. 33) che “le parti in causa in un conflitto […] dovranno innanzitutto cercare una soluzione […] con mezzi pacifici”. Quando il Consiglio vota sulla base del Capitolo 6 e’ come se dicesse agli Stati in guerra fra loro: “Dovete negoziare per comporre il conflitto e dovete farlo sulla base delle linee che vi indico”. Il Capitolo 7, invece, si intitola “Azioni in caso di minacce alla pace, violazioni della pace e atti di aggressione”. Gli articoli di questo Capitolo conferiscono al Consiglio la responsabilita’ di individuare le minacce alla pace mondiale e gli danno facolta’ di varare risoluzioni con valore esecutivo e vincolante, autorizzando la comunita’ internazionale a ricorrere a varie forme di coercizione per ottenere la loro applicazione, dalle sanzioni fino all’uso della forza militare. Quando il Consiglio vota sulla base del Capitolo 7 e’ come se dicesse a uno Stato: “Il tuo comportamento mette in pericolo la pace del mondo: o ti adegui a quanto di dico di fare o interveniamo con la forza”.

Ora, come ricordava qualche mese fa anche l’Economist (10.10.02), “nessuna delle risoluzioni a proposito del conflitto arabo-israeliano e’ stata emanata ai sensi del Capitolo 7. Imponendo sanzioni anche militari contro l’Iraq, ma non contro Israele, l’Onu non fa che rispettare le sue stesse regole interne”. E aggiungeva: “Che le risoluzioni ai sensi del Capitolo 7 siano diverse, e che nessuna di esse sia stata approvata contro Israele, e’ un fatto riconosciuto dagli stessi diplomatici palestinesi”, che infatti se ne lamentano. Quella irresponsabile minaccia nel titolo del documento (”nessuna guerra per farle rispettare”) puo’ essere stata scritta solo da una persona molto ignorante o in mala fede.

Vale la pena sottolineare che la distinzione fra Capitolo 6 e Capitolo 7 non e’ puramente formale. Essa riflette due situazioni politiche completamente diverse. In un caso, infatti, il Consiglio di Sicurezza individua nel regime iracheno e nei suoi comportamenti una minaccia alla stabilia’à e alla pace regionale e mondiale. Pertanto il Consiglio esige da quel regime comportamenti diversi, pena il ricorso alla forza. Nell’altro caso, invece, il Consiglio di Sicurezza deve promuovere la composizione di un conflitto arabo-israeliano pluri-decennale che vede coinvolte piu’ parti, ognuna con le proprie responsabilita’. Ma gli autori del documento vogliono che le responsabilita’ siano solo di Israele e dunque riportano, di molte risoluzione, solo la parte che si rivolge a Israele, convenientemente scordando l’altra parte, quella che si rivolge agli arabi. Appunto, come una partita truccata.

Cosi’ ad esempio, e’ vero – come dice il documento – che le risoluzioni 1402 e 1403 (2002) chiedevano “alle truppe israeliane di ritirarsi dalle citta’ palestinesi”. Ma chiedevano anche e contemporaneamente “l’immediata cessazione di tutti gli atti di violenza, compresi tutti gli atti di terrore, provocazione, istigazione”. In sostanza il Consiglio di Sicurezza ribadiva che solo un cessate il fuoco “significativo” (meaningful, nel testo originale), cioe’ non a parole, unito a un ritiro israeliano dalle ultime posizioni rioccupate, avrebbe permesso la ripresa del negoziato di pace. Tacendo mezza risoluzione, gli autori del documento fanno dire al Consiglio che Israele doveva ritirarsi senza se e senza ma, mentre i palestinesi potevano continuare con spari e attentati. Giudichi il lettore se e’ la stessa cosa.

Allo stesso modo, e’ vero – come dice il documento – che la risoluzione 1435 (2002) chiedeva a Israele “la fine immediatamente delle misure prese a Ramallah e dintorni” e “il rapido ritiro delle forze di occupazione israeliane dalle citta’ palestinesi”. Ma e’ vero anche che essa ribadiva “la richiesta di una completa cessazione di tutti gli atti di violenza, terrorismo, provocazione istigazione”, e faceva “appello all’Autorita’ Palestinese affinche’ adempia al suo esplicito impegno di garantire che i responsabili di atti terroristici vengano da essa assicurati alla giustizia”. Ma di nuovo, questa parte della risoluzione e’ scomparsa.

Il piu’ delle volte il Consiglio di Sicurezza, quando chiama in causa Israele, formula anche contemporaneamente precise richieste alle controparti arabe, e cio’ per la ovvia considerazione che la pace in Medio Oriente non puo’ essere fatta da una parte soltanto. Ma questo e’ appunto cio’ che gli autori del documento non vogliono capire (o farci capire).

Non basta. Gli autori non omettono solo pezzi di risoluzione. Omettono anche intere risoluzioni. Ad esempio, per restare nel 2002, non viene citata la 1397. Come mai? Forse perche’ esprimeva “grave preoccupazione […] per i recenti attentati”, chiedeva “l’immediata cessazione di tutti gli atti di violenza, terrorismo, provocazione, istigazione” ed esortava “le parti israeliana e palestinese e i loro dirigenti a cooperare nella realizzazione del piano Tenet e del Rapporto Mitchell, allo scopo di riavviare i negoziati per una composizione politica”: tutte cose che la parte palestinese, non quella israeliana, si e’ rifiutata di fare.

Vistosa, poi, l’assenza di una delle piu’ importanti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza di tutta la storia del conflitto: la 242 del 1967. Di nuovo, come mai? Forse perche’ chiedeva (agli arabi, ovviamente) la “fine di ogni stato di belligeranza” e il “riconoscimento del diritto [di Israele] di vivere in pace entro confini sicuri e riconosciuti, libero da minacce o atti di forza”?

Della 425 (1978) si dice che “ingiungeva a Israele di ritirare le sue forze dal Libano”. Ma non si ricorda che chiedeva anche il ripristino della pace al confine israelo-libanese e un “rigoroso rispetto della integrita’ territoriale, sovranita’ e indipendenza politica del Libano”, tutte cose che truppe siriane, milizie palestinesi, agenti iraniani e terroristi Hezbollah non si sognano minimamente di fare. Ne’ viene riportata la Dichiarazione del 18 giugno 2000 con cui il Consiglio di Sicurezza certificava che “Israele ha ritirato le sue forze dal Libano in conformita’ con la risoluzione 425″.

Ancora piu’ curioso il fatto che l’elenco delle risoluzioni viene fatto iniziare con la n. 93 del 18 maggio 1951. Eppure il conflitto arabo-israeliano scoppia almeno tre anni e mezzo prima, con il rifiuto arabo della risoluzione di spartizione 181 dell’Assemblea Generale dell’Onu (29.11.47) e l’attacco degli eserciti arabi a Israele. Prima della 93 (1951) a noi risultano non meno di 21 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, tra cui quelle – ufficialmente respinte dai governi arabi – che chiedevano il cessate il fuoco e il rispetto della 181.

Non manca, invece, la risoluzione 487 del 19 giugno 1981: quella che condannava “con forza” la distruzione del reattore nucleare iracheno di Osirak da parte dell’aviazione israeliana. Una risoluzione che, riletta oggi, basta da sola a screditare l’Onu agli occhi degli israeliani e di chiunque abbia a cuore la pace e la stabilita’ internazionali.

Resta da fare un’ultima considerazione, di carattere storico-politico. Tutti sanno che i paesi arabi, ripetutamente sconfitti in campo aperto, hanno fatto costantemente ricorso al terrorismo (dai feddayin degli anni ‘50 fino agli Hezbollah degli anni ‘80 e ‘90) per esercitare una continua pressione militare ai confini e all’interno dello Stato di Israele. L’hanno fatto organizzando, finanziando, addestrando, capeggiando varie formazioni “guerrigliere” palestinesi, nella consapevolezza che l’Onu avrebbe dovuto per forza condannare le “violazioni” delle linee d’armistizio fatte da uno Stato (Israele), ma non avrebbe mai potuto condannare allo stesso modo le “violazioni” (infiltrazioni, attentati, stragi di civili) fatte da formazioni irregolari (i terroristi) che provocavano la reazione d’Israele. Un trucco palese, persino dichiarato, che non inganna piu’ nessuno. Salvo i “volonterosi” autori del documento e i loro sfortunati lettori.

Israele.net

Al Qaeda in difficoltà

Grazie alla aggressiva politica di Bush che sta sdradicando il terrorismo, Al Qaeda si trova in grossa difficoltà e comincia ad ha paura :

A new book published by Al Qaeda shows that the terrorist group is under intense pressure and in “deathly fear” of U.S. counterterrorism efforts in Pakistan, terror experts say.
The 150-page book, titled “Guide to the Laws Regarding Muslim Spies,” was recently posted on jihadist Web sites. It was written by a senior Al Qaeda commander, Abu Yahya Al-Libi, and features an introduction by Ayman Al-Zawahri, the No. 2 man in Al Qaeda.
The book accuses some in Al Qaeda’s ranks of being spies who provide intelligence, including information about Al Qaeda camps and safehouses, to U.S. forces. According to the book, these “Muslim spies” have allowed the U.S. to use its Predator drone campaign to paralyze Al Qaeda leadership.
“It would be no exaggeration to say that the first line in the raging Crusader campaign waged by America and its allies against the Muslims and their lands is the network of spies, of various and sundry sorts and kinds,” says the book, translated by the Washington-based Middle East Media Research Institute, or MEMRI
“Their effects are seen: carnage, destruction, arrest, and pursuit, but they themselves remain unseen, just like Satan and his ilk who see us while remaining unseen.”
Terror experts have called the book unique in its weak and worried tone.
“I haven’t ever seen this kind of language from senior Al Qaeda commanders before,” said Daniel Lev, who works for MEMRI. “In general, Al Qaeda speaks in a very triumphant tone,” but in the new book Al-Libi speaks of the group’s dire straits and serious problems, Lev added.
“Such an admission of distress on the part of a senior Al Qaeda commander makes this a very unique book in terms of the author.”
FOX News military analyst Tom McInerny said the book is a “gold mine” that attests to the success of the Predator strikes that are decimating Al Qaeda’s ranks in Pakistan.
“They are in deathly fear of airpower,” said McInerny, a retired lieutenant general in the U.S. Air Force. “Whether it’s unmanned drones or whether it’s fighters or bombers using precision weapons, they are deathly afraid.”
The books also displays a deep-seated paranoia of hidden enemies, according to MEMRI. It claims that anyone — from the old and infirm to the imam of a mosque — could be a U.S. spy.
“The danger of these spies lies not only in the ability of these hidden ‘brigades’ to infiltrate and reach to the depths,” the book says.
“They include the decrepit, hunchbacked old man who can hardly walk two steps; the strong young man who can cover the length and breadth of the land; the infirm woman sitting in the depths of her house; the young woman whose veins still flow with youth; and even perhaps the prepubescent adolescent who has not reached the age of legal maturity [in Islam].”
Lev, of MEMRI, said that the group’s suspicions could be used as an excuse to conduct a purge, which could further harm the Al Qaeda’s stature in Pakistan.
“In the situation that they’re in, they’re entirely dependent on the natives, on the Pakistanis and the Afghans, and they definitely do not want to be facing a situation like Al Qaeda in Iraq, where you have the tribes turning on you,” he told FOX News.

“That can be the beginning of the end.”

Nel frattempo in Inghilterra si calano le braghe

Unbelieveable- UK Tells Police Not to Charge Islamists With Hate Crimes so They Won’t be Further Radicalized…
So clerics like Anjem Choudary will be allowed to spew venom without fear of being arrested, and this is being done as a way to stop extremists. Stunning for its sheer stupidity….

Saturday, July 11, 2009

London: In a bid to stop Muslim extremists from becoming more militant, the UK Government is set to issue a guideline for police, directing them not to charge them in many hate crime cases More.., a move that has created outrage amongst critics.
Guidelines will tell forces to press for conviction only in cases of clear-cut criminal acts, and refrain from proceeding when evidence of lawbreaking is “borderline.”
Officers will be advised to turn a blind eye on crimes such as incitement to religious hatred or viewing extremist material on the Internet.
“For instance, where there has been incitement or someone has been on the internet there can be a grey area where there is some discretion and it would be more sensible to avoid going down the criminal route,” the Daily Express quoted a White Hall source, as saying.
Critics, however, saw the move as a politically correct attempt to appease extremists who hate Britain, and warned that the move could mean Islamic radicals being give the freedom to encourage violence.
“This sounds like abject surrender. Everyone should be equal in the eyes of the law. They should all face the same risk of prosecution. There should be no special favours or treatment for any section of the community,” Tory MP David Davies said.
The move follows an updated Home Office counter-terrorism strategy announced earlier this year.
A Home Office spokesman said: “Preventing people becoming radicalised is a key priority for the Government. The police response needs to be proportionate to deal with crimes people commit while reducing the risk to public safety.”
The new strategy is likely to reduce the likelihood of prosecutions against Islamist extremists protesting against troops.

Invece di ripulire la nazione dai terroristi musulmani …

Foibe : per non dimenticare

Ines Gozzi presunta Ausiliaria Rsi
Ines Gozzi presunta Ausiliaria Rsi

Ne è stato parlato tanto e tanto è stato fatto per far passare sotto silenzio il dramma dei nostri connazionali “epurati per motivi etnici” dai Titini.

Ma gli assassini di Tito avevano dei fiancheggiatori tra gli italiani stessi che hanno partecipato attivamente nei massacri dei loro connazionali giuliano-dalmati.

La nostra sinistra ha sempre evitato di affrontare il discorso ed ogni volta che se ne è presentata l’occasione ha cercato di nascondere, minimizzare, negare.

Ines Gozzi
Ines Gozzi

Queste sono le verità delle quali non vogliono si parli :

Crimini del comunismo italiano

Friuli 1945: partigiani della Osoppo Fucilati da comunisti

Foibe, I protetti del partito comunista

Le vittime italiane dei gulag di Tito

Porzus