Categoria: convenzioni dell’aia

Quando il male si mette in posa

blogdiattualita_4bfbb78d7c225ccd5a2574fce113f432Dall’Isis, il Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi, giungono di continuo racconti e filmati di violenze estreme, inaudite: persone crocifisse, sepolte vive, mutilate, sequestrate e vendute, decapitate a coltellate, torturate a morte, costrette a scavare la propria fossa prima di essere uccise. Una brutalità selvaggia, esibita, compiaciuta ne è diventata il tratto distintivo. Come spiegare tanto spietato e sanguinario accanimento?

«In quel mondo comanda chi uccide», è stato il commento dello studioso statunitense Edward Luttwak durante un’intervista rilasciata a un giornalista italiano. Le atrocità dell’Isis, ha ragione Luttwa, in effetti ci ricordano che esiste un mondo in cui il potere si detiene uccidendo, torturando, abusando di chiunque, anche solo per capriccio; in cui i leader si impongono mostrandosi crudeli e feroci, capaci di seviziare e uccidere, con le loro stesse mani, e di trarne piacere; in cui è convinzione generale che non usa la forza solo chi è impotente e che la grandezza effettiva del potere si dimostra esercitandolo arbitrariamente e con sfrenata violenza. Le vittime sono prima e soprattutto gli avversari, tali per diversità di stirpe, etnia, religione, ma nessuno può e deve sentirsi al sicuro. Tutto sembra dimostrare il vantaggio di schierarsi dalla parte del male, in quel mondo.

savekesab3A renderlo possibile sono valori e istituzioni antichi, di cui i jihadisti, e non loro soltanto, approfittano per costruire la loro civiltà di morte: valori e istituzioni propri di società arcaiche, composte da linee di discendenza invalicabili che confluiscono in lignaggi, clan, tribù i quali, procedendo da una appartenenza carnale, insostituibile, formano comunità impermeabili, che si consolidano educando all’esclusione degli estranei, alla diffidenza e all’ostilità nei loro confronti. Bisogna essere fedeli a oltranza, se si vuole vivere. Sterminare un’altra comunità è sempre ammesso e può diventare necessario, eroico, se è fatto nell’interesse della propria discendenza. Allora i termini “genocidio”e “pulizia etnica” perdono ogni valenza negativa.

Di “quel mondo” il Califfato non è che un esempio tra tanti. Quasi impallidisce la figura di al-Baghdadi al confronto con tanti leader prima di lui. Idi Amin Dada in Uganda, Ahmed Sekou Touré in Guinea Conakry, Jean-Bédel Bokassa nella Repubblica Centrafricana: sono alcuni dei tiranni che hanno fatto dell’uso ostentato e illimitato della forza uno strumento di potere spinto fino a rasentare la follia. Con il loro comportamento hanno reso persino credibile l’accusa, che è stata rivolta a tutti e tre, di praticare il cannibalismo: a tal punto si pensava che potesse arrivare la loro efferatezza. Può apparire, ed essere, anche espressione di deliri di onnipotenza e di perversioni incontrollate, ma la violenza terrificante, come quella esercitata oggi dall’Isis, è prima di tutto una lucida e calcolata arma per indebolire la determinazione a combattere degli avversari e per sottomettere le popolazioni che vivono nei territori controllati, forzarle al consenso e alla complicità.

2011_10_19_13_27_37I ribelli del Ruf, protagonisti della guerra civile che ha insanguinato la Sierra Leone tra il 1991 e il 2002, sono uno degli esempi più atroci di crudeltà sistematica impiegata con queste intenzioni. Almeno 30.000 sierraleonesi, mutilati, portano impresso sul corpo il loro segno permanente. Il Ruf, a dimostrazione esemplare della propria potenza, amputava infatti mani, piedi, braccia, gambe. Per abituare i bambini soldato a farlo, ricorreva a una sorta di “gioco” in cui la vittima era costretta a scegliere uno dei biglietti raccolti in un berretto o in un cesto, su ognuno dei quali era stato scritto o disegnato il nome di una parte del corpo umano. Quella estratta veniva amputata. Inoltre il Ruf marchiava a fuoco il proprio acronimo sul viso dei bambini, imitato in questo da un altro gruppo armato, il Consiglio rivoluzionario delle forze armate. Marchiatura e mutilazione rientravano in una strategia di “visibilità”: si può immaginare quanto efficace.

In Uganda, dal 1987 al 2005, il movimento antigovernativo l’Lra, Lord Resistance Army, mentre usava migliaia di bambini rapiti come combattenti, portatori, scudi umani e schiavi sessuali, annichiliva la popolazione mantenendola in uno stato costante di paura. Anche l’Lra aveva scelto come mezzo esemplare di punizione, per chi disobbediva e rifiutava di collaborare, la mutilazione di parti del corpo. Nel periodo in cui aveva proibito l’uso della bicicletta nel territorio sotto il suo controllo, a chi trasgrediva venivano amputi piedi e gambe. A chi era sospettato di aver collaborato con le autorità governative riferendo notizie sulle attività e i movimenti dei ribelli, tagliava labbra o orecchie.

MinoriSoldato01In Liberia, durante la prima guerra civile (1989-1995), si è verificato uno degli esempi più agghiaccianti di ostentazione di ferocia. Nel settembre del 1990 il presidente Samuel Doe fu catturato nella capitale Monrovia da Prince Johnson, capo di una delle milizie antigovernative. Johnson ordinò che fosse torturato a morte e volle che il supplizio, durato diverse ore, venisse registrato su nastro: ancora non esisteva Youtube. Il video fu poi riprodotto e fatto circolare: mostra, tra l’altro, lo stesso Johnson intento a bere birra mentre i suoi uomini tagliano un orecchio a Doe ancora vivo.

L’Isis dispone di ben altri mezzi oggi per far sapere al mondo quanto male è disposto infliggere. Immagini e video raccapriccianti invadono il web, riprodotti all’infinito. Trova peraltro conferma quanto l’impiego della violenza estrema, oltre a servire da deterrente, possa costituire un fattore di attrazione. Da quando è alla guida del jihad iracheno, al-Baghdadi ha infatti reclutato almeno 12.000 combattenti, 3.000 dei quali occidentali.

Nessuno lo dice ma in Iraq e Siria è guerra di religione


img-_innerArt-_taglia22Che fare in Iraq e Siria? Che l’Occidente non abbia una strategia per affrontare il rapido precipitare della guerra irachena e di quella siriana, ormai unificate, è un fatto reso ancor più evidente dalle timide e incerte iniziative di europei e statunitensi. Abbiamo rimosso la guerra dal nostro linguaggio e anche se disponiamo paradossalmente della più sofisticata tecnologia bellica mai posseduta dall’umanità siamo del tutto incapaci sul piano politico e sociale di impiegarla per vincere i conflitti. Questo Occidente non è più neppure in grado di chiamare le guerre col loro nome. In Iraq e in Siria è in atto un conflitto tra sunniti e sciti che vede lo Stato Islamico (IS) controllare territori abitati dalla popolazione sunnita combattere contro eserciti e milizie scite di  Baghdad e Damasco. Al fianco dell’IS vi sono Paesi  e ambienti finanziari e politici di Paesi sunniti quali la Turchia e le monarchie del Golfo. Con le forze regolari siriane e irachene sono saldamente schierati l’Iran e il movimento scita libanese Hezbollah .

Perché allora non definire il conflitto in atto una guerra di religione?

61561Image11Siamo forse così schiacciati dal peso delle parole e delle convenzioni ipocrite che ci siamo autoimposti negli ultimi 40 anni nel nome della correttezza politica da non riuscire a pronunciarle per paura di dover affrontare la realtà? Dopo 13 anni abbiamo già rimosso tutte le lezioni apprese dall’11 settembre 2001 per paura di dover accettare le conseguenze di una guerra che è inevitabilmente, come lo sono state molte delle più grandi e lunghe guerre dell’umanità, uno scontro di civiltà.

Inutile fingere di meravigliarsi. La guerra di religione, lo scontro tra sunniti e sciti, era un obiettivo dichiarato di Osama bin Laden e di Musayb al-Zarqawi, leader di al-Qaeda in Mesopotamia, organizzazione jihadista che ha poi originato l’ISIS e oggi lo Stato Islamico. Anche l’eliminazione fisica delle minoranze come cristiani e yazidi rientra da sempre nei programmi pubblicamente annunciati dai jihadisti e del resto le violenze contro i cristiani in Iraq (e in tutto il mondo sunnita) e il loro esodo da Mosul non sono certo cominciati il mese scorso.

2014-08-17-Situation-Report-HIGH-012Così come non sono certo iniziate con l’uccisione di James Foley le barbare esecuzioni di ostaggi occidentali da parte di militanti islamici. Ne abbiamo visti tanti di video del genere negli anni scorsi ma li abbiamo rimossi imponendoci di credere che fossero la risposta “all’imperialismo di George Bush” invece che una dimostrazione di odio, un atto di guerra nei confronti nostri e della nostra civiltà. Che l’Islam sia un problema per il mondo intero è sotto gli occhi di tutti, soprattutto perché se gli estremisti si fanno notare molto bene, i cosiddetti “moderati” sembrano avere  voce flebile. Eppure, come ha evidenziato Massimo Introvigne  sulla Nuova Bussola Quotidiana,  l’Occidente  è pieno di studiosi dell’Islam pronti a sostenere interpretazioni buoniste e introspettive della parola “jihad”.

L’Europa finge di accorgersi solo oggi che ci sono islamici che sterminano cristiani per non dover fare i conti con la sua coscienza e con il dovere di armarli o difenderli con le sue potenti, deboli armi: potenzialmente devastanti e tecnologicamente avanzate ma inutili perché non abbiamo il coraggio di impiegarle né soprattutto ideali per i quali riteniamo necessario combattere.

Abbiamo perso a tal punto ogni senso d’appartenenza nazionale e culturale da non trovare un solo motivo, valore o interesse  per cui valga la pena fare una guerra? Se è così l’IS ha già vinto perché i suoi miliziani (che sono sempre di più anche in Europa) sono pronti a uccidere e morire per la loro causa.  Sarebbe sufficiente leggere, sempre sulla NBQ,  l’analisi di Luigi Santambrogio sui jihadisti in Europa per comprendere che dobbiamo svegliarci e anche in fretta.

ISISmappa1Come ha sottolineato sabato Edward Luttwak in un’intervista a Il Giornale, l’opinione pubblica in Italia e in Europa si è mobilitata per i civili palestinesi di Gaza ma non si è contata neppure una manifestazione per i cristiani iracheni. Merito certo di decenni di cultura terzomondista e di relativismo culturale ma anche un sintomo evidente di come le leadership e i popoli occidentali non abbiano neppure la percezione di quali siano gli interessi strategici da difendere.

Certo gli Stati Uniti possono avere molti vantaggi a “giocare sporco” anche in questa crisi per favorire il caos nelle aree energetiche nel momento in cui si avviano diventare il più grande esportatore di gas e petrolio. Ma noi europei di quel gas e petrolio in Medio Oriente e Nord Africa abbiamo e avremo bisogno: non possiamo permetterci di non avere una strategia, di non combattere o di non scegliere da che parte stare.

isis-640Eppure proprio questo stiamo facendo, favorendo l’affermazione dei jihadisti dalla Libia all’Iraq, come se la questione non ci riguardasse. Per questo oggi non armiamo i cristiani iracheni e aiutiamo i curdi così blandamente da risultare ininfluenti, con l’ossessione di non irritare Baghdad e Ankara che temono un Kurdistan indipendente. Al tempo stesso esitiamo a mobilitarci contro l’IS per non irritare le monarchie sunnite del Golfo che hanno investito centinaia di miliardi di dollari in Europa e oggi influenzano in modo sempre più imbarazzante la nostra politica estera.

Fingiamo così di non sapere che la Turchia, nostro alleato nella NATO, è anche il Paese che ha ospitato e fornito aiuti alle milizie jihadiste dell’attuale Stato Islamico per sostenerle nella guerra contro il regime siriano. Cosa che abbiamo fatto anche noi europei insieme agli americani ponendoci in antagonismo alla Russia, unico grande Paese rimasto a difendere la cristianità e i valori occidentali contro l’islamismo.

ISISS1_673769S11Meno di un anno or sono Washington e alcuni alleati europei erano pronti a bombardare Damasco per abbattere Bashar Assad come avevano abbattuto Muammar Gheddafi spianando la strada ai jihadisti. Oggi in Libia qaedisti e Fratelli Musulmani stanno vincendo grazie anche al disinteresse dell’Europa e dell’Italia mentre  in Siria rifiutiamo di riconoscere i nostri errori ma saremo costretti ad aiutare Assad a combattere l’IS. Non perché il regime siriano sia composto da cherubini ma semplicemente perché è nei nostri interessi farlo e perché in Medio Oriente e Africa ci conviene fare i conti con regimi laici, anche se non del tutto simili alla democrazia svizzera, piuttosto che con Emirati e Califfati che decapitano e torturano gli infedeli.

images5Nella storia il pragmatismo ha sempre indotto gli Stati a modificare alleanze e schieramenti, sport in cui l’Italia è stata “maestra” nei due conflitti mondiali fino al tradimento del Trattato di amicizia con Gheddafi nel 2011. Basti ricordare che la Seconda guerra mondiale iniziò nel 1939 con i sovietici che si spartivano la Polonia con gli alleati tedeschi e termino con l’Armata Rossa che occupava Berlino. Allora però c’erano statisti a guidare le nazioni non gli improvvisati di esile spessore che guidano oggi le cancellerie europee.

Il realismo militare impone di valutare che solo i curdi e le truppe siriane sono in grado di fermare lo Stato Islamico.

L’esercito iracheno è allo sbando, non regge il campo di battaglia mentre nessun Paese occidentale sembra intenzionato a mandare i suoi soldati a combattere i jihadisti. Come hanno sottolineato esponenti militari a Londra e Washington la guerra non si vince se non si combattono le forze di Abu Bakr al-Baghdadi anche in Siria.

“L’IS deve essere sconfitto in Iraq e in Siria prima che si espanda in tutta la regione”, ha detto Lord Dannatt ex capo di stato maggiore dell’esercito britannico. Infatti la gran parte dei mezzi pesanti catturati dai jihadisti falle truppe irachene sono stati portati nelle basi in Siria strappate all’esercito di Assad, al riparo dai cacciabombardieri americani. In questi giorni jet americani, iracheni e siriani hanno bombardato le milizie dell’IS ma lo hanno fatto in ordine sparso, senza coordinamento e in settori diversi esercitando così una pressione limitata sui jihadisti. Abu Bakr al-Baghdadi ringrazia.

di Gianandrea Gaiani 28 agosto 2014, da La Nuova Bussola Quotidiana

Dilettantismo della difesa italiana

MARO'; TERZI A INDIA, URGE SOLUZIONE POSITIVA
il ministro degli Esteri, Giulio Terzi

La Corte suprema indiana ammette che nel tratto di mare dove i marò hanno sparato c’erano stati attacchi dei pirati e il peschereccio delle presunte vittime dei fucilieri di marina non poteva navigare in quella zona non essendo regolarmen­te registrato.
Lo riporta, nero su bianco, l’ordinanza di venerdì sul caso di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre.
Oltre cento pagine firmate dai giudi­ci Altamas Kabir, presidente della Corte suprema, e J. Chela­meswar, che svelano diverse «chicche» dell’imbarazzante vi­cenda.
Il lungo testo dell’ordinanza della Corte suprema, si apre con l’am­missione che la zona dell’inci­dente è a rischio bucanieri. «Ne­gli ultimi dieci anni abbiamo as­sistito a un acuto incremento degli atti di pirateria in alto ma­re al largo della Somalia- scrivo­no i giudici – e anche nelle vici­nanze delle isole Minicoy che formano l’arcipelago di Lakshadweep». Territorio in­diano di fronte alla costa sud oc­cidentale dove si trova lo stato del Kerala, che per quasi un an­no ha illegalmente trattenuto i marò, secondo la Corte supre­ma di Delhi.
Al punto 29 dell’ordinanza si scopre che il peschereccio St. Anthony, di circa 12 metri, scambiato dai marò per un va­scello pirata, risulta registrato solo nel Tamil Nadu, un altro stato indiano. Però «non era re­gistrato secondo l’Indian Mer­chant Shipping Act del 1958 (la normativa che regola la naviga­zione mercantile ndr) e non sventolava la bandiera dell’In­dia al momento dell’inciden­te ».
L’importante requisito del rispetto della normativa del 1958 avrebbe permesso al pe­schereccio di navigare «al di là delle acque territoriali dello sta­to del’Unione (il Tamil Nadu ndr) dove l’imbarcazione era re­gistrata ».
Questo significa che il 15 febbraio il St. Anthony non poteva far rotta nel tratto di ma­re­ dove ha incrociato i marò im­barcati sul mercantile italiano Enrica Lexie.
Al punto 6 dell’ordinanza vie­ne sottolineata l’apertura dell’ inchiesta della procura di Ro­ma contro Girone e Latorre e la pena prevista: «Per il crimine di omicidio è di 21 anni almeno di reclusione». (visto lo stato della nostra magistratura ndr) forse ai marò con­viene rimanere in India. L’ordinanza cita ripetuta­mente l’avvocato Harish N. Sal­ve, che si batte per la giurisdizio­ne.
«La Repubblica italiana ha un diritto di prelazione nel pro­cessare » i marò.
Il legale chia­ma in causa due convenzioni in­ternazionali, il Maritime Zones Act e l’Unclos, ambedue ricono­sciuti dall’India.
L’articolo 27 della Convenzione delle Nazio­ni Unite sul diritto del mare ( Un­clos) sancirebbe che l’India non può processare i marò e tantomeno arrestarli per «un re­ato commesso a bordo di una nave straniera in transito».
L’ar­ticolo 97 specifica che può pro­cedere solo «il paese di bandie­ra della nave o lo stato di nazio­nalità delle persone coinvolte ».
Un altro cavallo di battaglia dell’ avvocato Salve è l’articolo 100 dell’Unclos che invita «tutti i Pa­esi a cooperare nella massima misura alla repressione della pi­rateria al di là della giurisdizio­ne dei singoli Stati».
Una chicca riportata nell’or­dinanza è la nota verbale 95/553 dell’ambasciata italia­na inviata il 29 febbraio scorso al ministero degli Esteri india­no.
Undici giorni prima, Giro­ne e Latorre erano stati preleva­ti dalla polizia a bordo del mer­cantile Lexie fatto rientrare con un tranello nel porto di Kochi.
I nostri diplomatici ribadiscono la giurisdizione italiana e l’im­munità dei fucilieri di marina, ma «accolgono con favore le mi­sur­e prese dal chief Judical Ma­gistrate di Kollam per la prote­zione della vita e dell’onore dei militari della marina italiana».
Peccato che cinque giorni do­po Girone e Latorre sono stati prelevati dalla guest house del­la polizia che li ‘ospitava’ agli arresti e sbattuti in galera.

Dire dilettanti è riduttivo?

Le mancette della difesa ai partigiani

++ INDIA: RICHIESTA MARO' A TRIBUNALE, NATALE A CASA ++
Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Lo stato italiano ha pagato ai pescatori un’indennizzo, allo stato indiano una cauzione per un totale di quasi un milione di euro. Poi trova i soldi per le organizzazioni combattenti ma intanto taglia lo stipendio dei due marò del 50%.

Un decreto di Di Paola elargisce 674 mila euro alle associazioni combattentistiche.
Soldi per i reduci garibaldini e gli antifascisti di Spagna.
Ebbene sì. In tempi di vacche magre per le casse dello stato, con i cittadini costretti a dure stagioni di sacrifici, i cordoni della borsa riescono ancora ad allentarsi per gli antifascisti di Spagna e i reduci garibaldini.
Basta scorrere l’elenco contenuto in un decreto appena predisposto dal ministro delle difesa, Giampaolo Di Paola, di concerto con il ministero dell’economia di Vittorio Grilli.
Vi si stanziano 674 mila euro a beneficio di 16 associazioni «combattentistiche». Alcune delle quali fanno riferimento a eventi storici così lontani nel tempo che qualcuno, ben prima del tecnogoverno presieduto da Mario Monti, aveva pensato che fosse opportuno darci un bel taglio. Cominciamo subito dicendo che il provvedimento di Di Paola assegna adesso, in riferimento all’anno 2012, 67.950 euro all’Associazione nazionale combattenti e reduci, 57.800 euro alla Federazione italiana volontari della libertà, 10.800 euro all’Associazione nazionale veterani e reduci garibaldini e 10.750 euro all’Associazione italiana combattenti volontari antifascisti di Spagna.
La curiosità è che queste quattro organizzazioni, che oggi compaiono nell’elenco contenuto nel decreto di Di Paola, qualche tempo fa finirono in una lista di ben 232 enti, considerati grosso modo «inutili», a cui il precedente governo tentò di sottrarre qualsiasi forma di finanziamento pubblico.
Il tutto nell’ambito di una manovra estiva del 2010.
All’epoca era ministro dell’economia Giulio Tremonti, il quale provò a perfezionare il «taglio».
All’ultimo momento, però, l’elenco approntato da via XX Settembre venne espunto, con un’operazione che salvò le sorti dei 232 enti più o meno pericolanti.
Le conseguenze, naturalmente, sono oggi ben visibili. E così è capitato che le quattro associazioni combattentistiche, scampato il pericolo nel 2010, siano appena state finanziate dal governo di tecnici.
Per carità, va detto che questi organismi hanno un finanziamento previsto per legge. Ma è chiaro che in un momento di difficoltà nulla impedirebbe di rivederne forme e quantità.
Tornando all’elenco delle 16 associazioni, il maggior finanziamento è stato disposto a favore dell’Associazione nazionale famiglie dei caduti e dispersi di guerra. Si tratta di un sodalizio beneficiato da Di Paola con 135.650 euro. A seguire c’è l’Associazione nazionale fra mutilati e invalidi di guerra, destinataria di 131.250 euro. Sull’ipotetico podio, infine, compare l’Associazione nazionale reduci dalla prigionia, dall’internamento e dalla guerra di liberazione, forte di 69.800 euro.

Dall’Italia una risposta "flaccida" all’arroganza dell’India

paura
paura

La crisi dei Marò del San Marco trattenuti illegalmente in India e l’insufficiente e flaccida risposta del Governo italiano e delle autorità diplomatiche e militari

Mavi Marmara

La copertina del libro di Sefik Dinc
La copertina del libro di Sefik Dinc

Il 24 settembre, il giornalista turco Sefik Dinc ha concesso un’intervista al Canale televisivo 1. Dinc ha personalmente assistito al confronto che c’è stato sulla Mavi Marmara ed ha descritto l’incidente in un libro intitolato Kanli Mavi Marmara.

Il suo racconto è abbastanza equilibrato, dando un peso considerevole agli eventi che personalmente ha visto e vissuto (1).

Nell’intervista concessa a Channel 1, Dinc ribadito un punto fondamentale che ha riportato nel suo libro.

Ha detto che aveva visto con i propri occhi che i soldati dell’IDF discesi dagli elicotteri non hanno sparato sui passeggeri.
Secondo Dinc, i soldati non hanno sparato fino a quando i non si sono resi conto che alcuni colleghi erano in pericolo di vita (2)
Le descrizioni e le osservazioni aggiuntive fornite dal libro e nell’intervista sono coerenti con le testimonianze dei soldati israeliani che sbarcarono sul Mavi Marmara.

Esse sono in totale contraddizione con la ricostruzione fatta dall’ IHH sugli eventi della flottiglia e che si basa sulle testimonianze di parte di attivisti che erano a bordo.
Su tali testimonianze e pregiudiziali si è basato il rapporto unilaterale compilato dal Consiglio dei diritti umani e presumiamo che sarà la base della relazione della Turchia alla missione d’inchiesta delle Nazioni Unite.

After the three soldiers landed on the ship, they were beaten and taken to the ship’s interior.
After the three soldiers landed on the ship, they were beaten and taken to the ship’s interior.

Dinc è stato intervistato da Rafael Sadi, il portavoce dell’Organizzazione degli immigrati turchi in Israele. L’intervista è stata trascritta dal ITIC.

Intervistatore : Nel suo interessante libro, lei scrive che il governo turco non avrebbe dovuto lasciar salpare la flotta, perché?

Dinç: Israele ha dichiarato più volte che non avrebbe lasciato che le navi forzassero il blocco. Alla luce di tali dichiarazioni, noi tutti non abbiamo mai creduto che le navi potrebbero raggiungere Gaza. Le navi non avrebbe dovuto salpare dalla Turchia, ma le cose siano andate in quel modo dopo tutto.

Intervistatore : Secondo la sua testimonianza oculare, i soldati dell’IDF hanno aperto il fuoco solo quando hanno ritenuto che la loro vita o la vita dei loro commilitoni fosse in pericolo

Dinç: sapete, ero a bordo. Ho visto con i miei occhi che quando i soldati si sono calati dagli elicotteri e ha iniziato lo sbarco sulla nave non hanno sparato un colpo. E’ stato così fino a quando i soldati sono stati affrontati con violenza e si sono resi conto che alcuni di loro erano in pericolo di vita, allora hanno iniziato ad utilizzare munizioni vere.

Intervistatore : Ti sei accorto dell’uso di coltelli o comunque di sbarre di ferro?

The soldiers who rappelled from the helicopters were met with resistance from the passengers. The first three soldiers were caught, beaten with iron bars and wooden clubs, and taken to the space below the captain’s command bridge.
The soldiers who rappelled from the helicopters were met with resistance from the passengers. The first three soldiers were caught, beaten with iron bars and wooden clubs, and taken to the space below the captain’s command bridge.

Dinç: In realtà, non ho visto usare coltelli. Ho visto usare barre di ferro.

Intervistatore : nel suo libro lei descrive alcuni casi di trattamento umano da parte dei soldati dell’IDF, ai passeggeri detenuti, come la rimozione delle manette. Lei ha avuto anche un interessante incontro con un soldato Ebreo di origine turca che vi ha dato il suo cellulare.

Dinc : I soldati tolsero le manette ad alcune persone che avevano difficoltà, agli anziani in particolare, le donne e la gente che non aveva agito in modo aggressivo. Per quanto riguarda il poliziotto israeliano, il suo turco è stata eccellente, abbiamo parlato, e lui mi disse che era immigrato in Israele da Istanbul. Mi chiese se avevo contattato la mia famiglia e se avevo un telefono per effettuare una chiamata. Gli ho detto di no e lui mi ha dato il suo telefono cellulare per permettermi di chiamare la mia famiglia.

Intervistatore : Il suo libro è equilibrato e meno unilaterale. Non teme che non possa piacere al governo turco e che sarà oggetto di critiche?

Dinc : Quando ho iniziato a scrivere il libro, sapevo che a molti elementi in Turchia non sarebbe piaciuto come ai membri del IHH, il governo turco, ed anche al governo israeliano.

Intervistatore : la ringrazio molto e le auguro successo come giornalista imparziale.

(1) See September 15 Information Bulletin: “Preparations made by IHH for confrontation with the IDF and the violence exercised by that organization’s operatives as photographed and documented in a book by Şefik Dinç, a Turkish journalist who took part in the Mavi Marmara flotilla”.

(2) In his book, Dinç says that the first shots were heard only after three IDF soldiers were taken hostage and brought to the lower deck. (Nel suo libro, Dinc dice che i primi colpi sono stati sentiti solo dopo tre soldati israeliani sono stati presi in ostaggio e portati al ponte inferiore)

(3) ITIC emphasis throughout.

L’intervista in lingua originale