Balcani, un bilancio politico dell'inzio del 2006

La maggiore difficoltà  nel valutare in complesso la situazione politica dei Balcani consiste da sempre nella frammentazione estrema delle diverse situazioni e nella moltiplicazione dei singoli punti di vista, oltre che nell’impossibilità  di applicare principi condivisi all’unanimità  nella risoluzione delle controversie. Si tratta di un problema comune ad altre situazioni, ma qui il livello raggiunto è tradizionalmente assai elevato. L’opinione pubblica si accende con passione e si infiamma a volte con violenza nell’attribuzione delle responsabilità  e delle colpe, ma la questione di fondo, ovvero la stabilità  e la sicurezza collettiva intese come base di un indispensabile quadro di cooperazione tra tutti i Paesi richiede sempre di compiere dei piccoli passi in avanti significativi e si evolve per questo con lentezza esasperante.
Questo provoca alla fine scarsa attenzione e produce il consueto effetto di valutare notizie eclatanti in modo insignificante e viceversa. Ad esempio, per citare i due fatti più rimarcati dall’opinione pubblica occidentale, la morte di Ibrahim Rugova e quella di Slobodan Milosevic hanno prodotto una forte emozione, ma non sono state ancora colte in tutti i loro significati e nelle loro conseguenze. In altre parole continuano a manifestarsi quelle passate tendenze di fondo che si erano rivelate inconciliabili e che avevano provocato le catastrofi che ci sono note.

Nel caso di Rugova, mettendo da parte le valutazioni sulla personalità  politica e intellettuale dello scomparso, resta il fatto che la sua leadership, basata sull’affermazione del principio della pacifica convivenza interetnica, era già  in crisi da tempo prima della sua morte e oggi si è confermata la preponderanza dell’ala più oltranzista (gli ex appartenenti all’Uck); nonostante il tentativo di indossare il doppio petto diplomatico, appaiono sempre dei rigonfiamenti sotto la giacca. Però anche in Medio Oriente, pur nell’apprensione comprensibile nei contronti di Hamas, nessuno parla di restaurare il vecchio e corrotto partito degli eredi di Arafat, ma tutti cercano di fronteggiare la situazione.

Dopo la morte di Milosevic e dopo che l’inchiesta condotta dalla procura del Tribunale dell’Aja ha definito del tutto naturali le cause della morte, in Serbia è apparso un libro dedicato all’immagine ricorrente della congiura (ovvero della cospirazione internazionale) “perennemente” ordita contro il popolo serbo, una rappresentazione persecutoria che ha giocato un ruolo determinante nel sostegno popolare alla politica di Milosevic. La teoria della cospirazione internazionale non è un prodotto esclusivamente serbo: in Francia, nel clima della Restaurazione, ebbe successo il libro di un ex gesuita che attribuiva la Rivoluzione francese a una congiura massonica e giacobina, ma pochi riuscirono a scalfire l’idea di Stato moderno come si era affermata con Napoleone.

A riprova di queste rappresentazioni dei fatti esclusivamente “mediatiche”, la notizia di un accordo pressochè generale tra i partiti politici bosniaci per una revisione costituzionale in senso più democratico (e quindi interetnico) è passata solo tra gli osservatori più attenti. Le trattative in corso a Vienna sul futuro status del Kosovo sembrano ristagnare pericolosamente, nonostante la presenza di esperti diplomatici e la strategia graduale impostata dalle Nazioni Unite, ma non hanno ricevuto commenti. Altrettanto si può dire dei primi passi delle trattative per un accordo economico nell’area, passati quasi sotto silenzio ma di estrema importanza. In Montenegro infine, mentre si sta avvicinando il referendum per il distacco dalla Serbia (previsto per il 21 maggio), circolano già  “prove” filmate di brogli elettorali o di tentativi grossolani di manipolazioni.

Non mancano nemmeno delle note ironiche, se non grottesche, come quella di un’autorevole giornale di Belgrado che, in riferimento alla situazione italiana alla vigilia del voto, parlava ? con indubbia competenza “di guerra civile mediatica” nel nostro Paese. Insomma, più le notizie che ci giungono dalla penisola risultano disparate e contraddittorie, più aumenta la difficoltà  di interpretarle e si radicalizzano teorie o concetti che si credevano appena superati, non solo nelle dispute tra i rissosi contendenti balcanici, ma anche nell’evoluta opinione pubblica occidentale.

E’ evidente che, per rimettere ordine, occorre prima sapere bene dove si vuole arrivare. Esiste un modello “europeo” di riassetto politico dei Balcani, nel quadro dell’allargamento dell’Unione che si sta affermando lentamente, e tiene conto ad esempio di tutte le garanzie indispensabili per la tutela delle minoranze, secolare problema balcanico. Esiste anche un progetto Usa sui Balcani, meno articolato ma non per questo privo di validità , e sono ben note anche le posizioni di cautela espresse da Mosca sulla questione dello status del Kosovo. Ma soprattutto esiste una realtà  balcanica più complessa di quella che i piani di pace immaginano di regolare, nè più nè meno di quanto accadde tra le due guerre mondiali, quando la diplomazia internazionale non si mostrò all’altezza del compito e le astuzie degli uomini di governo ebbero il sopravvento sui primi passi di una organizzazione internazionale strutturalmente debole quale fu la Società  delle Nazioni.

Bisognerebbe comprendere una volta per tutte che i Balcani non sono solo un’area del continente per tradizione ingovernabile per motivi ancestrali o atavici, bensì un’area molto sensibile a tutte le grandi trasformazioni in corso in Europa. Nel passato XX secolo sono stati principalmente i grandi fattori esterni a rimettere in movimento dinamiche interne, che da sole non avrebbero avuto la forza distruttiva che hanno manifestato. La prima guerra mondiale ha santificato il principio della nazionalità  con vistose ingiustizie; la seconda guerra mondiale ha prodotto regimi totalitari di ogni tipo le cui conseguenze si sono protratte fino al 1989 e le radicali trasformazioni da quella data in poi hanno generato quell’indecisione occidentale che è stata alla base del drammatico decennio.

Non si tratta con ciò di addossare la responsabilità  all’Occidente, ma di considerarne piuttosto il ruolo passato con realismo. Nel rispetto più assoluto della sovranità  e dell’autonomia dei paesi balcanici, occorre mantenere elevata l’attenzione e favorirne comunque il processo di integrazione. Lasciare ora in balia di loro stessi i piccoli Stati è controproducente per lo stesso processo di consolidamento europeo.

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