Anche i talebani perdono

di Daniele Raineri da “Il Foglio” del 25 maggio
Come sta andando la grande offensiva di primavera dei talebani in Afghanistan? Male, per loro. I primi sedici attacchi suicidi del 2007 hanno avuto soltanto una vittima, l’attentatore. Il diciassettesimo è riuscito a uccidere anche un poliziotto afghano. Il numero diciotto è stato arrestato, al numero diciannove hanno sparato. In totale diciannove volontari sacrificati per uccidere un agente della nuova polizia afghana, un potere offensivo piuttosto debole. Nella maggioranza dei casi gli attentatori hanno assaltato a piedi o in auto convogli di militari stranieri, ma non sono riusciti ad arrecare alcun danno. Di solito la bomba esplode troppo presto oppure non supera la spessa corazza dei mezzi. Secondo l’inchiesta di Brian Glyn Williams e Cathy Young, professori americani di Storia islamica che hanno analizzato 158 attacchi suicidi in Afghanistan dal 2001 al 2007, confrontando tutte le fonti d’informazione disponibili – i briefing dei militari, le agenzie e i proclami sui siti islamisti –, i talebani fanno così perché non si possono permettere una campagna suicida contro i soft target, i mercati affollati, le processioni religiose e le code per ottenere lavoro, come invece succede in Iraq. Hanno bisogno del favore o perlomeno della neutralità della popolazione, o la loro guerra è già persa in partenza. Così la campagna suicida 2007 è rivolta contro gli “hard target” – postazioni ben difese, mezzi blindati, soldati armati – ma sta diventando piuttosto un suicidio tattico.
Il mullah Hayat Khan, il 27 gennaio scorso, aveva promesso in un’intervista alla rete satellitare al Jazeera che il 2007 sarebbe stato l’anno di guerra “più sanguinoso”. Il 20 maggio nel distretto meridionale di Sangin i guerriglieri tendono un’imboscata a una pattuglia mista americana-afghana. Arrivano gli aerei. Venticinque talebani uccisi. Lo stesso giorno nella provincia centrale di Ghazni scoppiano altri scontri. Trenta talebani uccisi. Il 18 maggio altra imboscata nella provincia di Paktia, al confine con il Pakistan. Intervengono gli aerei. Sessantasette talebani uccisi, tra loro ci sono arabi, ceceni e pachistani. Altri venti nella provincia di Kapisa. Il 17 maggio quattordici talebani uccisi nel distretto di Baktwa. Il 13 maggio nella zona di Paktika cinquantacinque. Stesso giorno, nel distretto di Nara Saraj, nella provincia più violenta, Helmand, settanta talebani uccisi. L’8 maggio, in scontri nella provincia di Farah, diciassette talebani uccisi. Il primo maggio, settantacinque nel distretto di Sangin, ancora provincia di Helmand. Il trenta aprile, centotrentasei in una grande operazione nella valle di Zerkoh, vicino Herat. Non è nemmeno un mese. Nello stesso periodo, muoiono cinque soldati della coalizione occidentale e trentuno poliziotti afghani.
L’anno orribile minacciato da Hayat Khan sta diventando quello dei talebani, che pure sciamano a centinaia dalle aree tribali del Pakistan del nord, si nascondono nei fondovalle sulle rive dei fiumi, dove la vegetazione e le coltivazioni di papavero confondono i visori termici, ma poi escono e diventano sagome luminose per i caccia e gli elicotteri americani e della Nato. Il rapporto tra le perdite che i talebani infliggono e quelle che subiscono è irrimediabilmente a loro svantaggio. Così, fino a oggi, la tanto temuta grande offensiva di primavera – la campagna militare che doveva scatenarsi non appena le nevi si fossero sciolte e le montagne fossero tornate percorribili – è restata piuttosto la solita routine dell’intimidazione salafita contro bersagli che non possono difendersi da soli: scuole femminili bruciate, barbieri minacciati di morte perché rasano i clienti, funzionari governativi assassinati nei loro letti. “Il 2007 non è l’anno decisivo. I talebani stanno subendo parecchi colpi – ha detto martedì il capo dei servizi segreti tedeschi, Ernst Uhlrau, alla Frankfurter Allgemaine – anche se rimangono un fattore di insicurezza nella regione che va preso molto seriamente”.
La campagna suicida è lontana dall’essere risolutiva e quella militare stenta a materializzarsi. E intanto i leader talebani più potenti muoiono. A dicembre un drone americano che sorvola l’area di Bramcha, sulla frontiera con il Pakistan, fulmina con un missile a guida laser il veicolo su cui sta viaggiando con due compari Akhtar Mohammad Osmani, il leader più alto in grado. Quando ancora i talebani erano al potere, Osmani, amico di Osama bin Laden, era il comandante generale del loro esercito – fu lui a ordinare la distruzione dei grandi Buddha di pietra di Bamyan, perché ogni immagine umana è una brutta copia dell’opera di Allah – e dopo la cacciata da parte degli americani era diventato uno dei tre consiglieri più stretti del mullah Omar. Dieci giorni fa è stato ucciso il leader carismatico numero due, il mullah Dadullah Akhund. Non soltanto faceva parte anche lui di quella shura di dieci persone che assieme al leader spirituale, il mullah Omar, prende tutte le decisioni di guerra, ma era diventato,  grazie alla crudeltà e alla voglia di apparire sui media – chiamava con il telefono satellitare al Jazeera, la Bbc, la Reuters, ha concesso un’intervista pure al Corriere della Sera, girava video, organizzava grandi cerimonie in cui benediceva i futuri “martiri” – la faccia spaventosa dei talebani. E’ stato proprio Dadullah ad annunciare l’imminenza dell’offensiva di primavera, e a minacciare terribili conseguenze. Però è stato preso in contropiede dalle forze della coalizione e dell’esercito regolare afghano, e nella sua ultima apparizione è finito sotto un lenzuolo rosa, con un lembo appositamente sollevato perché si notasse la gamba mancante, su una lettiga nella residenza di quel governatore della provincia di Helmand che lui aveva più volte minacciato di morte. (il suo cellulare ha attirato un Hellfire NdB)
La centrale di comando dei talebani, è notizia universalmente accettata dalle intelligence militari impegnate nell’area, resta ben nascosta nei dintorni della città pachistana di Quetta (la città da dove i nostri giornalisti di sinistra facevano i loro programmi NdB), e da lì impartisce istruzioni ai suoi combattenti al fronte. Ma appena i comandanti varcano il confine e fanno capolino a nord, in territorio afghano, diventano vulnerabili. Assieme a Osmani e Dadullah sono già state colpite decine di comandanti di medio- alto livello. Dei cinque capibastone talebani liberati in cambio della vita del giornalista italiano Daniele Mastrogiacomo, c’era anche il capo della cellula che organizzava attentati suicidi a Kabul, quattro sono già stati uccisi. In meno di cinquanta giorni. (ma non smettono di parlare al cellulare NdB).
Si sta aprendo un problema di leadership. La vecchia guardia, quella che ha imparato a fare la guerra per dieci lunghi anni contro l’Armata rossa dei sovietici, si sta estinguendo. E i vuoti sono riempiti dalla nuova generazione, giovani fanatici allevati artificialmente nelle madrasse pachistane, che conoscono il Corano a memoria, sanno salmodiare in quella lontana lingua araba che non è la loro, ma finiscono presi in giro dagli uomini delle tribù perché muoiono ancora vergini.
La morte di Osmani e di Dadullah porta dritti a un altro grosso problema che mina l’offensiva di primavera dei talebani: le spie. Nelle aree tribali del Waziristan e nel sud dell’Afghanistan, i presunti santuari del movimento, negli ultimi due anni ci sono state almeno duecento esecuzioni  per “spionaggio a favore degli americani o dei loro fantocci a Kabul”, anche se è probabile che in molti casi si trattasse di sfortunati oppositori. Le vittime sono state lasciate ai bordi delle strade con la testa posata sul corpo e sulla fronte la scritta a pennarello “traditore”. Dopo l’uccisione di Osmani, il mullah Dadullah ordinò che l’uomo sospettato di averne rivelato la posizione agli americani, Ghulam Nabi, fosse decapitato dalle mani di un bambino di dodici anni. Il video, efferato anche per gli standard di ferocia asiatica del movimento, ha fatto il giro del mondo un mese fa. Ma evidentemente la fine di Nabi e degli altri duecento prima di lui non basta a scoraggiare chi ancora continua a rivelare le posizioni dei talebani. Forse anche lo stesso Mullah Dadullah è morto dopo una soffiata.
Resi sospettosi dall’ubiqua presenza di “spie”, decimati dagli airstrike che improvvisamente rompono il cielo afghano di notte e di giorno, i talebani hanno incominciato anche a litigare tra loro. Negli ultimi mesi, Jalaluddin Haqqani e Gulbuddin Hekmatyar, leader storici della guerra santa contro i russi prima e gli americani oggi, hanno visto con orrore il mullah Dadullah cooptare – grazie al suo status di nuova star del jihad – i loro preziosi volontari suicidi nei suoi ranghi e sprecarli come combattenti ordinari. Tutta la paziente opera di Haqqani e Hekmatyar nelle zone frontaliere con il Pakistan, per allineare le tribù locali al loro fianco e trasformarle in brigate bene addestrate e motivate, tutto il lavoro di indottrinamento necessario a convincere i futuri “martiri” era finito a beneficio del mullah. Dice Syed Saleem Shahzad, capo dell’ufficio pachistano di Asia Times con entrature in tutta l’area, che anche Baitullah Mehsood, Hafiz Gul Bahadur e Maulavi Sadiq Noor, emiri dei talebani pachistani nel sud e nel nord Waziristan, erano passati armi e bagagli a Dadullah.
Haqqani, l’unico comandante militare talebano veramente vicino alla leadership di al Qaida, è andato anche a lamentarsi al consiglio della shura. Era stato messo lui alla testa della grande offensiva, come osava ora Dadullah scorrazzare con i suoi – che un tempo erano fedeli a lui – nel mezzo della sua zona di operazioni? La shura non gli aveva dato risposta, e Dadullah ne aveva approfittato per risucchiare ancora più volontari già addestrati nella provincia di Helmand – quest’anno la provincia più violenta – a scapito delle operazioni nelle zone di Paktia, Paktika e Khost, dove comanda uno dei due figli di Haqqani. Il risultato è che in queste tre province il numero degli attacchi contro la Nato e le truppe afghane è crollato rispetto all’anno scorso, quando a comandare nella zona era Maulana Kalam, ucciso dal solito raid aereo lo scorso settembre.
Quanto contino questi contrasti interni s’è visto alla fine di marzo, quando i binladenisti uzbeki di Tahir Yuldashev e i talebani pachistani, che in teoria dovrebbero guatare al di là del confine in attesa di irrompere, riprendersi la città santa Kandahar, proseguire fino a Kabul e uccidere il governo eletto, hanno cominciato a spararsi tra loro. Con mitragliatrici, mortai e lanciarazzi. Duecentocinquanta morti. Da una parte erano schierati talebani di fiera schiatta pashtun, con complicità profonde con l’establishment e il governo pachistano, soprattutto con i suoi servizi segreti. Loro hanno per obbiettivo politico esportare il potere talebano in Afghanistan, riportare il paese sotto l’influenza di Islamabad, ripristinare quello status quo scompigliato dal tragico avventurismo degli arabi di al Qaida l’11 settembre 2001. Dall’altra c’erano i miliziani stranieri, la Brigata internazionale salafita – uzbeki, ceceni, africani – che accorre dovunque ci sia da sparare, dalla Cecenia al Kashmir, e che avrebbe voluto cominciare la guerra santa proprio dal Pakistan “corrotto e amico degli americani”. Questi non hanno motivi – né alleati – politici, hanno soltanto la loro incrollabile ispirazione islamista, e non sono affatto ben visti dai talebani.
Quest’elemento etnico gioca contro i talebani anche in Afghanistan. Il generale uzbeko Rashid Dostum ha appena offerto al governo Karzai di ripulire in sei mesi il paese dai guerriglieri. “Posso radunare subito diecimila veterani della guerra contro i talebani, chiamare soldati anche di altre etnie e combattere a fianco del contingente occidentale”. Il generale sa di che cosa sta parlando. Fu anche lui, nel 2001, a permettere che le truppe americane, pure sei volte inferiori di numero rispetto a quelle schierate adesso, prevalessero in pochi mesi sui talebani con poche perdite. “Ci vuole gente dura almeno come i talebani per fermarli”, dice Dostum, su cui ancora pende un’accusa di crimini di guerra per aver lasciato morire nei container i prigionieri nemici nell’autunno violento di sei anni fa. Scatenare sul terreno i suoi sarebbe una mossa capace di rompere definitivamente la grande offensiva di primavera.
La chiave per sconfiggere definitivamente i talebani resta però una soltanto. Il movimento – dice Ahmed Rashid, che ne è il massimo esperto, su Foreign Affairs – è quasi una proiezione afghana dell’Isi, la potentissima intelligence pachistana. Prima dell’11 settembre almeno 60 mila pachistani hanno combattuto a fianco dei talebani, anche ufficiali dell’esercito in servizio attivo e persino piccole unità delle truppe speciali. L’esercito dei talebani – un po’ come il loro traffico aereo, che era gestito tutto dalle torri di controllo pachistane – era un appalto consegnato a Islamabad. E oggi l’influenza e l’appoggio degli ambienti militari pachistani si fanno ancora sentire. Se il loro aiuto venisse meno, i talebani sentirebbero messa in pericolo non la già tanto annunciata vittoria finale, o la tenuta della campagna militare, ma la loro stessa esistenza. Per ora non c’è alcun segnale di questo tipo. Il governo di Musharraf sta anzi cedendo il controllo delle province di frontiera, prima il Waziristan e poi il Bajaur, che subito si trasformano in basi sicure per i combattenti. Vuole sfiancare le istituzioni afghane e indebolire il sostegno dei soldati occidentali, fino a che non ritorni al potere un governo di talebani “moderati”. Non è uno scenario improbabile. Nel 2002 al capotalebano Haqqani era stato proposto il posto di primo ministro dal presidente Hamid Karzai in persona e  solo lo scorso settembre al mullah Dadullah – per placarne la furia – era stato proposto ufficiosamente l’incarico di ministro della Difesa, nello stesso esecutivo protetto dalle truppe occidentali.

7 Comments

  1. Hermes

    a volte mi chiedo se non sarebbe il caso di dire “il nemico del mio nemico è mio amico” e ritirare tutto l’appoggio al Pakistan per darlo all’India… se quello che è scritto nell’articolo è vero, cosa potrebbe andare peggio di così?

    p.s.: “NdB” sta per “nota di Bisqui”?? 😀

  2. Bisquì

    Si! 🙂

    Il Pakistqan è un casino giuridico, una “democrazia islamica”, ed ho detto tutto!
    Devi considerare che di fondo c’è la secolare guerra per il controllo dell’Afganistan. Guerra cominciata con il colonialismo Inglese (tanto per cambiare). A seguito di quella guerra furono tracciati dei confini senza tenere conto delle etnie, un pò come per i curdi. Adesso in un intreccio di politica, nazionalismo, religione e problemi etnici, ci si trova in un marasma dove tutti hanno torto e tutti hanno ragione.
    Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

  3. Wellington

    L’Afghanistan è storicamente uno stato cuscinetto, avrà sempre problemi di ingerenze esterne dagli stati confinanti. La sua unica speranza è un governo nazionale abbastanza forte da poter trattare invece di subire imposizioni. Il lavoro è ancora lungo. Il maggior pericolo per l’Afghanistan è la santimoniosa opinione pubblica occidentale e le sue tendenze maniaco-depressive. L’incapacità tattica e operativa dei Talebani è la dimostrazione concreta che l’unica speranza per loro di vincere è che i conigli di casa nostra si convincano che non ne vale la pena e ritirino le truppe e ogni altro tipo di supporto.

  4. Hermes

    a tale proposito, una mia parente che lavora per una nota agenzia di stampa internazionale, mi raccontava di come le “manifestazioni degli integralisti” in Pakistan fossero organizzate ad arte per i TG occidentali.
    Un esponente chiama i produttori da una madrassa, dice posto e ora, quando arrivano le telecamere si fanno un 15 minuti di manifestazione coreografata a beneficio dei committenti (i Tg di casa nostra) e poi tutti a casa…

    Chi sono i coglioni tra “noi” pubblico occidentale e i fondamentalisti, a sto punto?
    Si fanno pure i soldi vendendosi ai Tg in chiave antiamericana…

  5. Wellington

    I Palestinesi lo fanno dai tardi ’70. Tempo fa lessi un’articolo similare sull’Iraq.

  6. Bisquì

    Si,
    fa parte della falsità di quelle popolazioni. Mai fidarsi!

  7. siro

    Ci ho messo dieci minuti buoni a leggerlo ma ne è valsa la pena 🙂
    Uno spaccato illuminante di politica estera

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