Afghanistan, leader dei talebani: riarmati e pronti alla guerra

Riarmati con nuovi fucili, i talebani hanno assicurato che questo sarà  l’anno più letale per le truppe straniere presenti in Afghanistan da quando il movimento islamico è stato cacciato dal potere nel 2001. “Quest’anno sarà  il più sanguinario per le truppe straniere. Non è solo una minaccia, e lo dimostreremo”, ha detto a Reuters uno dei comandanti dei talebani, il mullah Dadullah, in una telefonata via satellite. “I nostri preparativi per la guerra stanno andando avanti nelle grotte e nelle montagne. Abbiamo 6.000 uomini pronti per attaccare le truppe straniere appena cambierà  il tempo, che sta già  diventando più caldo”.

I commenti del leader talebano arrivano subito dopo l’approvazione da parte della Gran Bretagna di un piano per inviare altri soldati in Afghanistan per prepararsi alla controffensiva talebana, secondo quanto rivelato da fonti del governo britannico. I talebani dicono di poter disporre di circa 10.000 soldati, dopo che l’anno scorso hanno dato prova di una rinnovata forza con un aumento significativo degli attentati suicidi che hanno in parte compensato le ingenti perdite subite dai ribelli negli scontri con le forze Isaf.

Dadullah ha detto che le nuove armi che i talebani stanno ricevendo – senza specificare da chi (leggi Iran, Russia, Cina e cCorea del Nord) – danno ai suoi uomini la capacità  di abbattere gli elicotteri della Nato e degli Usa, che sono strumenti fondamentali per consentire alle truppe straniere di muoversi in questo paese montagnoso. I ribelli dicono di aver già  abbattuto diversi elicotteri della coalizione ma solo in un caso la notizia ha trovato conferma nei vertici militari delle forze straniere.

Più di 400 persone, di cui un quarto civili, sono morte nei combattimenti dell’anno scorso. Oggi più di 30.000 persone, tra cui parlamentari e membri del governo, hanno manifestato in Afghanistan per chiedere un’amnistia generale per tutti i criminali di guerra. Il Parlamento insiste nel dire che un’amnistia è necessaria per favorire il processo di riconciliazione in un paese che ha attraversato più di 30 anni di guerra.

Fonte: Reuters (Saeed Ali Achakzai)

 

E La Gran Bretagna annuncia l’invio di altri 1.400 soldati in Afghanistan

Londra, 26 febbraio – La Gran Bretagna ha annunciato l’invio di un contingente supplementare di 1.400 soldati in Afghanistan, 400 in più rispetto a quanto era stato anticipato la settimana scorsa. La decisione è stata comunicata dal segretario alla Difesa, Des Browne, in un discorso davanti alla Camera dei Comuni. Le nuove truppe si andranno ad aggiungere ai 5.600 soldati di Sua Maestà  già  presenti in Afghanistan e saranno schierate nella provincia sud-orientale di Helmand.

I nuovi rinforzi rientrano in una strategia complessiva di Londra tesa a ridurre progressivamente il contingente in Iraq per assumere un maggiore impegno sullo scacchiere afghano in vista della temuta offensiva di primavera dei talebani. La scorsa settimana era stato annunciato il ritiro dei 1.600 soldati dall’Iraq. In Afghanistan sono già  morti quasi 50 soldati britannici dal rovesciamento del regime dei talebani a fine 2001.

Fonte: Agi

 

Anche la guerra ai papaveri nella offensiva di primavera in Afghanistan (chissa  come mai c’è qualcuno che vuole lo spaccio libero)

Da quando il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice l’ha usata alla ministeriale Nato del 26 gennaio scorso, l’espressione “offensiva di primavera” è diventata ricorrente nel parlare di Afghanistan. Come tutte le frasi a effetto è andata però oltre il significato originale che pure la Rice aveva chiarito. Sul piano militare si trattava di contrastare la ripresa delle operazioni annunciata dagli stessi Talebani dopo la stasi fisiologica del periodo invernale. La Rice però aveva anche detto che l’offensiva avrebbe dovuto tradursi in “una campagna politica, una campagna economica, una campagna diplomatica e — sì — una campagna militare”.

In questa strategia definita “comprensiva” al primo posto della lista venivano accomunati gli sforzi militari a quelli “counter-narcotic”. La principale sfida da vincere per la normalizzazione del Paese consiste proprio nell’interrompere la spirale perversa oppio-insorgenza-criminalità -corruzione. L’economia di sussistenza di buona parte della popolazione è legata alla coltivazione del papavero da oppio, il commercio dei derivati alimenta ogni forma di insorgenza – dai Talebani ai signori della guerra – e questo stato di cose porta la corruzione anche nelle istituzioni.

Lo scorso 20 febbraio il dipartimento di Stato Usa ha pubblicato uno studio (U.S. Opposes Efforts to Legalize Opium in Afghanistan) per confutare la tesi secondo cui la legalizzazione della coltivazione dell’oppio potrebbe rappresentare una soluzione accettabile del problema. I sostenitori della legalizzazione affermano che il mercato mondiale legale dei farmaci antidolorifici derivati dall’oppio sarebbe in grado di assorbire la produzione afgana, soddisfacendo così le esigenze sempre crescenti di quei farmaci proprio nei paesi più poveri. Sarebbe sufficiente compensare i contadini afgani per il guadagno inferiore rispetto a quello che oggi ottengono con il commercio illegale.

Il documento del dipartimento di Stato afferma che l’attuale produzione mondiale legale è già  rispondente alle esigenze e che il surplus afgano metterebbe in crisi il sistema. Inoltre i costi effettivi del compenso da offrire ai contadini sarebbero elevati e i processi di coltivazione e trasformazione richiederebbero strutture di controllo attualmente inesistenti e quasi impossibili da realizzare nell’attuale situazione del Paese. Nella conclusione si dice che non esistono scorciatoie e che il problema può essere risolto soprattutto con lo sviluppo economico e con la distruzione (eradication) delle coltivazioni di papavero.

Nello stesso giorno in cui il documento veniva pubblicato, Isn Security Watch dava notizia della nomina di William Wood come ambasciatore Usa in Afghanistan. Wood dalla metà  del 2003 era stato ambasciatore in Colombia dove avrebbe diretto la campagna di distruzione delle piantagioni di coca promossa dagli Usa. L’articolo (Plan Afghanistan: Another Colombia mistake) parla di “fumigation”, trattamento con erbicidi che danneggerebbe anche le coltivazioni legali circostanti. L’irrorazione è fatta da aerei che volano in quota per sfuggire alle armi portatili dei guerriglieri delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia). In quelle condizioni sono colpite indistintamente tutte le coltivazioni che si trovano nell’area.

L’autore dell’articolo afferma che dai circa 114mila ettari coltivati a coca in Colombia a metà  del 2003 si è passati a 144mila alla fine del 2005. Ciò dimostrerebbe che il sistema usato non funziona. Si teme ora che l’applicazione di metodi analoghi in Afghanistan – così come avrebbe già  suggerito il generale Pace capo degli stati maggiori congiunti Usa – possa replicare i risultati negativi ottenuti in Colombia. L’autore sostiene che distruggere semplicemente le coltivazioni di papavero indurrebbe i contadini a unirsi alla guerriglia per garantire la sopravvivenza delle loro famiglie.

Sia il documento del dipartimento di Stato sia l’articolo di Isn Security Watch sostengono le loro argomentazioni con cifre e statistiche, peraltro non comparabili tra loro. Secondo il dipartimento la produzione di oppio in Afghanistan costituirebbe il 31,6 per cento del Pil del Paese. Isn cita cifre attribuite all’Onu secondo cui i trafficanti di eroina guadagnerebbero annualmente 2,8 milioni di dollari, pari al 65 per cento del Pil realizzato nel 2005.

Le cifre e le statistiche possono sempre essere lette e interpretate in contesti diversi, quindi non meraviglia che ognuno le usi per sostenere le proprie tesi. Ciò che lascia perplessi è il ripetersi, anche in questa situazione che non avrebbe nulla di politico, della contrapposizione di schemi preconcetti: legalizzazione contro distruzione. Il problema è molto più complesso e non può essere risolto unicamente con uno dei due metodi. La radicalizzazione del contrasto tra le due posizioni che emerge dalla lettura dei testi può solo peggiorare la situazione. Resta da sperare che l’approccio “comprensivo” annunciato dalla Rice da buona intenzione venga tradotto in pratica.

 


1 Comment

  1. monica

    …e l’attacco odierno al Vicepresidente USA, Cheney, è la prova provata che il “ready to combat” vale anche per i nostri.
    Nonostante le tempestive minimizzazioni del Ministro della Difesa agli esponenti dell’ala antagonista.
    In attesa di vedere come il Governo capitolerà anche su questo tema, un abbraccio.

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