Afganistan – Colpi di calore

di Gianandrea Gaiani

Le elevate temperature e il solleone sembrano aver favorito la serie di affermazioni a dir poco singolari registrate in agosto sui temi relativi la Difesa e Sicurezza italiana.
I primi segnali li ha dati a fine luglio il generale Fabio Mini, da anni a riposo ma sempre attento e vivace osservatore delle cose militari, che con l’articolo “Debole prova di forza” sull’Espresso è andato a riesumare stantii luoghi comuni sui paracadutisti della Folgore “vulnerabili alla propaganda dell’uso della forza” accusando i generali di “assecondare il rambismo”.
Secondo l’analisi di Mini, più ideologica che tecnica, i parà avrebbero cambiato le linee d’azione, rendendole più aggressive, per compiacere gli USA alterando così gli equilibri sociali dell’Ovest afgano come sarebbe accaduto agli inglesi che a Helmand hanno subito dure perdite nelle ultime settimane mentre nella stessa provincia “migliaia di marines non hanno trovato resistenza”. In realtà, come hanno rilevato gli stessi americani, è la tattica dei talebani che si adegua al nemico. Subito aggressivi contro i pochi soldati britannici sul terreno mentre contro le massicce forze dei marines hanno preferito mischiarsi ai civili per colpire in seguito come ha poi dimostrato l’elevato numero di caduti registrato proprio dagli americani nel sud afgano. In luglio su ben 76 caduti alleati gli italiani hanno perduto un solo soldato, peraltro un geniere intento a ripulire le strade dagli ordigni: un po’ poco per dei “rambo” che secondo Mini “per semplificare considerano tutti gli afgani come talebani e nemici” forse perché “immersi nella retorica delle maniere spicce, dello show di forza fisica e armata”. Stupisce che un ufficiale esperto che ha guidato le truppe Nato in Kosovo liquidi come “rambismo” il coraggio e la professionalità mostrati dai parà sul campo di battaglia e ancor più che non colga gli aspetti strategici e operativi delle offensive alleate in Afghanistan dove l’obiettivo di tutti i contingenti (inclusi persino i tedeschi da sempre refrattari ai compiti combat) è acquisire il controllo più ampio possibile delle aree a forte presenza talebana.

Operazioni non improvvisate dai parà ma pianificate da oltre un anno dal comando di Isaf, quando in Italia il governo in carica era di centro-sinistra. Quello stesso esecutivo Prodi che ha pianificato la rotazione delle brigate in Afghanistan includendovi la Folgore, che punta oggi a completare quanto avviato l’estate scorsa dalla brigata Friuli che insediò combattendo le prime forze italiane a Farah e nel “fortino” di Bala Murghab. Aree che secondo Mini erano tranquille prima che vi entrassero gli italiani e in effetti in questo ha ragione: erano tranquille perché nessuno vi contrastava il dominio talebano così come era tranquilla la Normandia occupata dai nazisti prima del D-Day.

Puntuale ed efficace è stato invece l’intervento del generale Leonardo Tricarico, già numero uno dell’Aeronautica e consigliere militare di tre premier (D’Alema, Amato e Berlusconi) che ha bocciato senza appello la decisione del ministro della Difesa, Ignazio La Russa, di autorizzare i jet Tornado all’uso delle armi limitate però ai soli cannoncini Mauser da 27 millimetri. Secondo Tricarico “colpire un talebano con le armi di bordo di un Tornado è facile come vincere al superenalotto, mentre il rischio di centrare bersagl diversi, civili innocenti, è altissimo. Proprio per questo le armi di bordo dei caccia non sono state mai usate neppure nei 78 giorni di operazioni aeree sui Balcani”. Tricarico, che nel 1999 guidò le operazioni alleate sul Kosovo, propone invece di dotare i velivoli teleguidati Predator di missili Hellfire, già impiegati con successo dagli statunitensi. Ufficialmente l’Aeronautica non intende dotare di armi né i Predator né i più grandi e capaci Reaper ordinati negli USA anche se il periodico americano “Aviation Week” scrive ilo 24 agosto che “Italy has upgraded its Predators so they can launch Hellfire missiles, but political approval for such missions has not been granted“. Notizia interessante e inedita che finora non ci risulta abbia raccolto smentite o conferme. Quanto ai Tornado va ricordato che i nostri sono gli unici jet alleati in Afghanistan non autorizzati a sganciare bombe (esclusi i sei Tornado tedeschi che si limitano a missioni di ricognizione) a guida laser o gps per usare le quali hanno subito costosi ammodernamenti. La Difesa ha risposto al generale Tricarico precisando che “l’impiego dei due cannoncini risulta sicuramente idoneo” e gli equipaggi si addestrano aquesto specifico compito. Risposta che non scioglie le perplessità circa l’impiego di un moderno e costoso bombardiere per mitragliare il nemico a volo radente come un aereo della Seconda guerra mondiale. Stupisce poi che siano i politici invece dei militari a decidere quali armi siano più adatte all’impiego tattico dei velivoli amche se è probabile che il governo intenda procedere per gradi per rendere meno “traumatico” un eventuale futuro via libera all’impiego degli ordigni guidati. Giova poi ricordare che a ridurre i “danni collaterali” hanno provveduto nelle ultime settimane le nuove regole imposte dal comando alleato a tutti i jet che non possono aprire il fuoco in caso di rischi per i civili. Il maggiore Angelo De Angelis, che comanda i Tornado basati a Mazar-i-Sharif, ha precisato che “se ci fosse anche il minimo dubbio gli equipaggi non sparerebbero”. Ma se i Tornado (e da ottobre gli AMX) possono colpire i talebani solo in assenza di rischi per i civili perché non possono utilizzare anche le bombe?
Misteri di una politica italiana sempre più incomprensibile che in agosto ci ha riservato altre sorprese.
La moda di impiegare i militari in ogni attività di pubblica competenza (dallo sgombero neve allo smaltimento rifiuti passando per la protezione civile e la sicurezza sulle strade) non poteva non avere un’appendice estiva con la proposta di schierare pattuglie in mimetica sulle spiagge per fronteggiare i “vuccumprà”. Confortato dai sondaggi che dimostrano quanto la presenza dei soldati contribuisca a dare al cittadino la percezione di una maggiore sicurezza, il governo sembra intenzionato ad allargare ulteriormente l’impiego de militari, anche a sprezzo del ridicolo. Di questo passo, con l’imminente ripresa delle scuole dovremo aspettarci l’invio di plotoni di fanti anche negli asili nido per cambiare i pannolini ai bambini: potrebbero chiamarla “Operazione culetti puliti“.

Dove invece i militari andrebbero impiegati, l’Italia come sempre tentenna, come nel caso dei marinai del rimorchiatore Buccaneer, tenuti prigionieri tra privazioni e maltrattamenti per 120 giorni da una banda di pirati del Puntland somalo.

Nonostante fosse presente in quelle acque la nave da assalto anfibio San Giorgio con a bordo il meglio delle forze d’assalto della nostra Marina il governo ha preferito trattare, che significa con ogni probabilità pagare il riscatto come hanno fatto molti altri Paesi, ma non francesi e statunitensi che i pirati li hanno presi a fucilate. Riscatto negato dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, che ha attribuito il rilascio dei 16 marnai agli aiuti forniti dall’Italia al governo somalo. I pirati, che guardano solo ai soldi che finiscono nelle loro tasche, hanno però festeggiato il pagamento di 4 milioni di dollari, plausibile anche solo per il fatto che finora nessuna nave o marinaio sono tornati in libertà senza il saldo di un riscatto milionario. Naturale che la Farnesina neghi il pagamento di riscatti, come faceva negli anni scorsi quando vennero liberati gli ostaggi italiani in Iraq, anche se il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, non ha escluso che a trattare (e a pagare) abbiano provveduto emissari del governo somalo ovviamente usando soldi italiani.

Resta il fatto che una banda di criminali africani ha potuto farsi beffe dell’Italia per quattro mesi e neppure dopo la liberazione degli ostaggi da Roma è giunto l’ordine di scatenare una rappresaglia militare (peraltro consentita dal diritto internazionale e da una risoluzione dell’ONU) contro la “tortuga” di Lasqorey dalla quale i pirati continuano a organizzare scorribande ai danni dei mercantili, anche italiani.

Sempre in agosto è stata singolare anche la discussione politica scatenatasi intorno all’adozione del codice militare penale di guerra nella missione afgana o la messa a unto di un nuovo codice per le missioni all’estero. Un tema importante che però da molti è stato confuso con le regole d’ingaggio della missione afgana (stabilite in ambito Nato) e con i caveat, limitazioni all’impiego delle forze imposti dai singoli governi. Anche la polemica sul sequestro attuato dalla magistratura dei veicoli Lince danneggiati negli attacchi talebani si è rivelata un buco nell’acqua. Ha avuto ampio spazio sui giornali per una settimana finché non è emerso che i mezzi posti sotto sequestro a Kabul ed Herat sono appena tre ed in condizioni tali da non poter essere certo riparati. Per fortuna il clima rinfresca e l’autunno è alle porte.

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